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Tinnura è un paesino di appena 250 abitanti, tra i più piccoli dell’Isola, a nove chilometri da Bosa e a circa 50 chilometri da Oristano.

Sorge su un altopiano basaltico e si affaccia sulla fertile vallata di Modolo; parliamo della Planargia, una regione dove le distese di grano si perdono a vista d’occhio, regalando colori spettacolari a ogni stagione. L’oro dei campi e il verde della vegetazione spiccano sul cielo azzurro creando paesaggi che sembrano quadri.

Il paese vive prevalentemente di allevamento e di agricoltura.

Qui, infatti, veniva prodotta una varietà sarda di grano, chiamata “grano Capelli”, dal nome del Senatore che aveva modernizzato l’agricoltura in Puglia. Raffaele Capelli permise al genetista Nazareno Strampelli di sperimentare i suoi studi sulla cerealicoltura nei suoi campi. Grazie a queste ricerche, Strampelli riuscì a trovare un grano resistente a tutte le malattie e con una resa notevole per gli agricoltori. Nacque così il padre di tutto il grano duro, che si rivela essere un ottimo grano adatto ai territori più poveri e argillosi e che possiede delle eccellenti qualità proteiche e di pastificazione.

Inoltre, vi si coltivano uliveti, frutteti e vigneti, da cui provengono vini di ottima qualità, in particolare la malvasia.

La storia più antica è racchiusa nell’architettura nuragica:

Il territorio di Tinnura fu abitato sin da età prenuragica, come dimostrato alcuni menhir. All’età del Bronzo risalgono il nuraghe Tres Bias (o Trobia), struttura complessa posta a controllo dell’area circostante e la vicina tomba di Giganti su Crastu Covocadu, una delle più grandi e importanti dell’Isola, attorno alla quale sono stati trovati anche reperti della seconda metà del II secolo a.C., ossia di età romana.

Un paese piccolo, che si è trovato a lottare contro le difficoltà tipiche dei piccoli centri della Sardegna. Ma le persone, qui, si sono fatte una domanda giusta: cosa vedere a Tinnura? E così, nel 2001 è stato avviato un progetto che ha trasformato il piccolo centro abitato in un museo a cielo aperto, il borgo dei murales.

Il progetto è iniziato anni fa, con un concorso che aveva l’intento di abbellire il paese, coinvolgendo vari artisti da tutta l’isola. I partecipanti dovevano creare dei disegni, che sarebbero diventati murales e che dovevano raccontare la storia del luogo. A vincere quel concorso fu Pina Monne, un’artista di Irgoli trasferitasi poi a Tinnura, con la passione immensa per la pittura.

Pina oggi è una cittadina di Tinnura, nonostante non abbia mai abbandonato le sue origini baroniesi. Decise di partecipare al concorso di Tinnura “Concorso di idee”. Si lasciò convincere dall’allora parroco, che in lei aveva riconosciuto un grandissimo talento. Partecipò quasi senza crederci, con l’arrendevolezza di chi ha preso troppe porte in faccia. La fortuna volle che a vincere quel concorso fosse proprio lei, dando inizio, così, alla storia dei murales di Tinnura. Oggi Pina vive qui, nel paese dove negli anni altri artisti hanno partecipato e hanno contribuito a rendere questo paese un’attrattiva per i visitatori che vi si fermano, incuriositi da queste grandi opere. I muri degli edifici disposti ai lati della strada principale sono ricchi di immagini e colori terrosi, fedeli alla tradizione e alla natura dell’entroterra sardo. Le scene dipinte rappresentano momenti di vita tradizionale del paese: uomini e donne al lavoro nei campi, momenti di festa, abiti tipici… A tratti, i personaggi rappresentati sembrano prendere vita e diventa difficile capire dove finisce lo spazio reale e dove inizia il dipinto.

Tuttavia, l’arte non si ferma ai muri delle case.

Il centro storico, infatti, è un vero gioiello con le sue piazze, le statue realizzate da importanti artisti quali Stefano Chessa, Simplicio Derosas, Carmine Piras e Pinuccio Sciola e le fontane, tra cui spicca quella rappresentante i segni zodiacali.

Bellissima anche la varietà di colori dei pavimenti lastricati in trachite rossa, marmo bianco e basalto grigio delle strade, lungo le quali, in primavera, le fibre vegetali vengono esposte al sole per essiccare e poi essere usate nel confezionamento dei cestini.

 I fusti di asfodelo vengono raccolti in primavera con i fiori in boccio, tagliati in listarelle e seccati all’aria e al sole per oltre un mese. Per l’uso ad intreccio, invece, si pongono a bagno per varie ore, poi si asportano le fibre corticali, ottenendo fibre di due colori, bruno o marrone scuro (quelle esterne) e marrone chiaro o giallo (quelle interne) Per far macerare l’asfodelo, sino a poco tempo fa, si usava l’acqua delle fontane del borgo, tra cui Funtana ‘e giosso. È probabile che il toponimo stesso, di origine preromana, derivi da thinnías, ossia le piante del giunco spinoso dei fiumi vicini.

Insomma, c’è tanto da curiosare in questa piccola perla nel cuore della Sardegna a cui è possibile dedicare una visita, magari facendo tappa dopo aver attraversato i comuni della Sardegna grazie al trenino verde.

Sicuramente un tour diverso dalle solite tratte, ma che sorprenderà per la ricchezza del suo paesaggio, che si perde tra distese pianeggianti e collinari, dove il basalto narra la storia millenaria di queste terre.

Stefania Cuccu

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