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Un caffè con ……….. Pasquale Rocco

In evidenza Un caffè con ……….. Pasquale Rocco
“Solo case su case, Catrame e cemento, là dove c'era l'erba ora c'è, una città…….”, se gli avete riconosciuti, questi sono i versi di una delle più famose canzoni al mondo: Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano. Ecco, Pasquale Rocco, ex centrocampista del Cagliari dal 1989 al 1991, quando dopo trent’anni è tornato nella sua casa a Sant’Andrea (sulla strada che porta a Villasimius), al posto della sua casa in campagna, ha ritrovato solo palazzi in cemento.

PASQUALE, QUANDO È NATA LA TUA PASSIONE PER IL CALCIO? “La mia passione, che io sappia, è nata quando ho cominciato a camminare e a correre. Sono nato nel 1970, l’anno della vittoria dello Scudetto del Cagliari. Penso di averlo fatto con un pallone tra i piedi, esattamente qui nella periferia di Milano, nel quartiere Bicocca (oggi un bel quartiere e sede di un importante Università). Io e i miei amici avevamo il gruppo nel quartiere. Giocavamo tutto il giorno, dalla mattina alla sera”.

DI COSA TI OCCUPI ATTUALMENTE? “Mi occupo sempre di calcio. Quando ho smesso di giocare nel 2005 ho intrapreso la carriera di allenatore. Ho fatto esperienza sia nei settori giovanili, sia nei dilettanti. Poi ho collaborato con Walter Zenga per due anni a Catania e a Palermo, facevo le analisi video degli avversari. Un’ esperienza che mi è servita per crescere sotto il profilo tattico. Poi ho cominciato a lavorare con Camplone: due anni a Perugia, uno a Bari e un anno a Cesena. Tutte esperienze in serie B, abbiamo fatto molto bene. Negli ultimi due anni, ho deciso di fare un’esperienza all’estero, esattamente all’Apoel Nicosia a Cipro. Il primo anno con Paolo Tramezzani, vincendo il Campionato e uno con Thomas Doll (ex centrocampista che ha giocato in Italia, nella Lazio e nel Bari). Un Nazionale tedesco molto forte, prima partecipando ai preliminari di Champions Leaugue e poi superando il primo turno in Europa League. In Champions League siamo usciti al primo turno con l'Ajax e poi in Europa League, dove abbiamo passato anche il turno nella fase a gironi, abbiamo giocato contro il Siviglia - che poi ha vinto la coppa – perdendo solo 1 a 0, facendo anche una bella figura, un’impresa epica. Con Thomas ho un ottimo rapporto, siamo rimasti molto legati e abbiamo pensato di continuare la nostra collaborazione. Cipro è stata un'esperienza bella. L'unica cosa negativa è che la città di Nicosia è situata un po' più nell’interno dell'isola, il mare è a quindici venti minuti perché l’isola è molto piccola. Il mare è bello, ma non è bello come quello della Sardegna, niente a che vedere con il Poetto, Villasimius, Costa Rei. Quando arrivai a Cagliari, mi colpì tanto il Poetto. La mia prima volta a Cagliari non sapevo cosa mi aspettava, poi scoperto il Poetto ho visto una voglia di vita impressionante. Il mio ultimo anno da calciatore, invece, l’ho giocato alla Sangiovannese, a San Giovanni Valdarno, cento chilometri da Perugia, con Maurizio Sarri allenatore. Abbiamo vinto il Campionato, facevo avanti indietro, poi una volta che ho smesso di giocare, ho preso il patentino di allenatore e ho cominciato a fare l’allenatore-giocatore in Eccellenza in Umbria. Ho giocato due anni, poi sono diventato solo l’allenatore e il terzo anno, sempre in eccellenza, con la squadra del Castel Rigone di Brunello Cucinelli, dove abbiamo fatto bene. Un’ esperienza di tre anni nei dilettanti, per poi proseguire con i giovani, collaborando con il Perugia. Successivamente ho guidato la Primavera del Gubbio. Per un anno ho anche allenato la Nazionale Under 17 della Corea del Nord, dove avevo tra i giocatori Han, il calciatore coreano che ha giocato anche a Cagliari. Non escludo, in futuro, la possibilità di ripartire come primo allenatore. Sto facendo molte esperienze che mi completeranno nella mia formazione”.

IN CHE ANNO SEI ARRIVATO A CAGLIARI?

“Ho giocato due anni molto belli a Cagliari. Il primo, vincemmo il Campionato di Serie B da neopromossi. Poi ci siamo salvati al primo anno in Serie A. Entrambe le stagioni con Claudio Ranieri allenatore. Fu un’esperienza molto importante per me, perché fu il primo trasferimento della mia carriera. Quando arrivai a Cagliari, avevo appena diciotto anni, nel luglio dell’89. Mi ritenevo ancora un bambino. Provenivo dall’Inter, fresco vincitore dello scudetto dei record, anche se feci tante panchine, Trapattoni mi fece esordire in serie A quando avevo 17 anni. In più, ho giocato due partite in Coppa Uefa e due in Coppa Italia. Ero uno dei pochissimi giovani lanciati dal Trap. Poi arrivai a Cagliari, fu un primo anno fortunatissimo, una bellissima esperienza, dove Ranieri mi fece giocare tante partite fin da subito. Poi, vincere il campionato cadetto con un mese di anticipo è stato meraviglioso. La squadra era una neo-promossa in B, l’anno prima aveva vinto il Campionato di C. Un mix vincente dovuto, a mio parere, al fatto che era una squadra molto giovane, con alcuni veterani come Giovannelli, De Paola, Bernardini, Valentini ecc. Erano loro a dettare le linee guida a tutti noi, una banda scalmanata di giovani: io, Cappioli, Provitali, Paolino e la buon’anima di Pisicchio. E così, grazie a questa miscela di veterani e giovani riuscimmo ad ottenere un grandissimo risultato e, sinceramente, penso sia stato bravo l’allenatore a trovare questa soluzione vincente. Tu pensa che l’obiettivo ad inizio stagione, era salvarsi il prima possibile, invece noi…

OGGI DOVE VIVI? “Sono rientrato da poco in Italia. La mia base prima era Perugia, ma oggi vivo in Toscana a Lucca, perché è più facile avere dei contatti qui in Toscana, dove ci sono tante società professionistiche come la Lucchese, la Fiorentina, l’Empoli, il Pisa, il Livorno, la Carrarese, il Siena, l’Arezzo e la Pistoiese”.

COSA HA PENSATO LA TUA FAMIGLIA QUANDO GLI HAI DETTO CHE AVRESTI GIOCATO A CAGLIARI? “Quando sono partito, a diciotto anni, non ti nascondo la mia preoccupazione di dovermi allontanare da casa. Mi sono messo a piangere perché per me andare a Cagliari era un’incognita. Anche se la squadra era ormai una piazza importante. Però, dovevo decidere se fare quel lavoro che mi piaceva tanto e lasciare casa, amici e gli affetti. Vedi, io sono l’ultimo di sei figli. Mi ricordo che un giorno prima di partire da Milano per Cagliari, io e mio padre eravamo fuori in balcone, io ero un po' triste perché in quel periodo oltre a giocare e andare a scuola, lavoravo con mio padre nel Bar a Milano. Mio padre mi disse di lasciar perdere e non partire. Ma io fui abbastanza uomo da rispondere e dire: “A me il calcio piace, voglio fare questa esperienza e voglio intraprendere questa carriera”. Il Cagliari mi aveva scelto perché mi aveva visto giocare al “Torneo di Viareggio” selezionandomi come giovane promessa. Non era male come prima occasione per un giovane, esordire in Serie B. A quei tempi i giovani non avevano molte occasioni, in particolare nelle grandi squadre. Poi devo dire che piansi anche quando lasciai la Sardegna, perché è una terra straordinaria con persone eccezionali”.

HAI CONTRIBUITO ALLA PROMOZIONE DEL CAGLIARI IN SERIE A E ALLA SUCCESSIVA SALVEZZA, COM’È STATO VIVERE QUELL’ESPERIENZE? “È stata un’esperienza bellissima, qualcosa di strepitoso vincere il campionato di Serie B. Come ti ho detto, eravamo partiti per salvarci e poi grazie a Ranieri abbiamo compiuto l’impresa. Noi in campo ci divertivamo. Ci allenavamo al Poetto e ogni tanto, andavamo a correre e a giocare in spiaggia. Una cosa bellissima. Poi il Mister è stato bravissimo ad unire il gruppo, farlo diventare un gruppo di amici affiatati. Mi ricordo che ogni tanto, il giovedì, andavamo a fare le amichevoli in tutti i paesini della Sardegna, ci siamo fatti volere bene, anche perché eravamo una banda di ragazzi. Nessuno di noi era “altezzoso” come si dice. Ranieri è stato bravo anche a gestire bene l’unione non solo tra di noi, ma anche tra giocatori, società e pubblico. Ma non voglio dimenticare i fratelli Orrù, allora presidenti, che sicuramente hanno contribuito tantissimo, facendoci sentire come in una famiglia e con loro stavamo bene. Un grande Uomo è stato anche Carmine Longo, il nostro direttore sportivo. L’impresa è stata vincere il campionato di Serie B, ma anche la salvezza al primo anno in Serie A é stata una vera impresa. Infatti, l’inizio è stato un po' complicato. Poi, grazie al Mister, che fu bravo a trovare gli equilibri giusti, riuscimmo a salvarci. La Famiglia Orrù era speciale, anche se economicamente non erano molto forti. Quindi, sono stati bravi a scegliere giocatori validi e giovani bravi. In Serie A c’erano giocatori più “anziani” come Valentini, De Paola, Bernardini il capitano. Arrivarono poi anche i tre Uruguayani: Herrera, Francescoli e Fonseca. Questo era per farti capire che i giovani, in quel tempo, per essere valorizzati, dovevano essere tosti e sudarsi ogni presenza in campo. Oggi è molto più facile perché le società provano a valorizzarli per rivenderli e fare cassa. Prima invece si facevano esordire in prima squadra solo se veramente pronti”.

UN ANEDOTTO CURIOSO DI QUANDO ERI A CAGLIARI? “Adesso ti faccio ridere. Trent’ anni fa avevo casa a Sant’Andrea, sulla strada che porta a Villasimius. Sono tornato quattro o cinque anni fa e non mi ricordavo più niente. Hanno cambiato tutto, hanno costruito tantissimo. Dove stavo io, prima c'era solo casa mia, adesso hanno costruito un quartiere grandissimo. Diciamo che è sempre un bel posto, ma era molto più bello prima. C'erano solo poche case, qualche villetta a schiera. È sempre bello però. Un altro aneddoto: quando giocavamo fuori casa, anche in “piazze” abbastanza toste e importanti, c’erano sempre tantissimi tifosi sardi emigrati “in continente” come dite voi. E ci sembrava di giocare in casa. Un’altra cosa che mi viene in mente è quando c'erano i calci d'angolo. Giovannelli, roccioso difensore centrale, veniva da me e mi diceva: “Tu non andare in area”. E così in area di rigore andavano solo i “vecchi” a farsi rispettare. Questo è un particolare che mi ricordo dopo tanti anni. Lui era un giocatore sanguigno, tosto e forte. Mi ricordo che in ogni corner c’erano sempre quattro o cinque giocatori per terra. Era una battaglia, non c’erano le telecamere o il VAR. Sono passati tanti anni, ma mi ricordo ancora del senso di protezione che i più grandi avevano nei confronti di noi giovani. Anche questo ci ha aiutato a crescere in fretta”.

COME È STATO PER TE E LA TUA FAMIGLIA VIVERE L'ESPERIENZA DEL LOCKDOWN? “Ti racconto una cosa particolare. Qualche giorno prima che chiudessero, ero andato da mia mamma in Calabria, dove ho le mie origini. Mia madre si è trasferita da tanti anni a Zungri, un paesino vicino a Tropea perché ha scelto di trascorrere lì la vecchiaia. Ero andato a salutarla, lo faccio due o tre volte l’anno. È successo che hanno bloccato tutto, e ho trascorso lockdown con mia mamma, a Zungri, il paesino dei miei genitori. Tra l’altro sono stato bene perché si poteva fare qualche bella passeggiata, nonostante tutto fosse chiuso. Potevi fare sport, qualche corsetta, una passeggiata e sono stato bene, insieme a mia mamma. Grazie a questa coincidenza non avevo la preoccupazione che lei restasse da sola durante il lockdown. I miei figli ormai sono grandi, tra studi ed impegni vari non hanno sentito la mancanza del padre. E quindi sono stato bene, in tranquillità con mia mamma”.

COSA VUOI FARE DA GRANDE? “Devo essere sincero, ho avuto la fortuna di fare il calciatore, era il mio sogno. Ci vuole fortuna, ma devi avere anche delle qualità. Ho realizzato il mio sogno nel cassetto. Quindi sono riuscito nel mio obiettivo. Ho poi avuto l’occasione di indossare anche la maglia azzurra, alle Olimpiadi di Barcellona nel ’92. Posso dire quindi di aver raggiunto delle grandi soddisfazioni. Adesso mi diverto tanto a fare l'allenatore perché ho degli ottimi rapporti anche con i giocatori, visto che sono una persona socievole ed allegra. Quando smisi di giocare a calcio, la cosa che mi è mancata di più è stata la vita nello spogliatoio, perché è come stare in una famiglia molto grande. Fare l'allenatore mi piace tanto. Mi piace vivere le emozioni che dà il calcio e quelle che si vivono dentro lo spogliatoio. Il rapporto che c’è tra i giocatori, la società ed i tifosi. Quindi, mi farebbe piacere continuare a ricevere e a dare queste emozioni. Mi sta bene anche il ruolo di collaboratore come sto facendo adesso, non mi dispiace, però non mi precludo niente. Potrei anche tornare a fare l'allenatore in prima squadra in Italia o all’estero. Quando capiterà l’occasione, dopo essermi fatto le ossa per tanto tempo, potrei decidere di ripartire in prima persona. Vorrei salutare i tifosi del Cagliari, mi hanno dato davvero tanto e io ho cercato di contraccambiare sudando ed onorando la maglia, vincendo il Campionato e salvandoci in serie A. Loro mi hanno sempre coccolato ed io mi sono innamorato di loro, della Sardegna e del Cagliari. Forza Casteddu”.

Daniele Cardia

Ultima modifica ilSabato, 01 Maggio 2021 18:46

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