La premier, Giorgia Meloni, in un’intervista a radio Rtl 102,5, ha dichiarato che "non abbiamo avuto richieste di intervento, non siamo in guerra e non vogliamo entrarvi”.

Pare una dichiarazione rassicurante che nei fatti disattende il principio della carta costituzionale, l’art. 11 per la precisione, con cui è dichiarato esplicitamente che l’Italia ripudia la guerra, come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Il "non vogliamo" della presidente del Consiglio è secondario, rispetto al fatto esplicito per cui non possiamo. Un aspetto che la Presidenza della Repubblica non può tacere, o essere fluidamente poco esplicito sul tema.

E per parte nostra la Regione Sardegna, che oltre ad essere parte integrante della Repubblica è sede di una spropositata estensione di aree militari, dovrebbe ricordarlo a gran voce in una espressione unitaria del Consiglio Regionale e della Presidenza della Regione.

Anche adottando i mezzi consentiti dalla legge di pressione sulle istituzioni nazionali, attraverso le manifestazioni pubbliche e popolari, come lo è stata quella che di fronte al Palazzo del Governo a Cagliari, dove i rappresentanti della società hanno espresso la contrarietà alla decisione di deportare in Sardegna 92 detenuti in regime di 41 bis.

Il tema attuale, di ben altra portata, servirebbe a ribadire la fermezza del popolo sardo di fronte alle ipotesi di guerra. In questo caso, di fronte alle idee velleitarie di persone irrispettose del diritto e soprattutto della pace, che si annidano tra le istituzioni, le aziende belliche, e in alcuni organi mediatici, sullo stile di armiamoci e partite, come purtroppo è sempre accaduto nei secoli.

Maurizio Ciotola

Le più lette

  • Settimana

  • Mese

  • Tutte