Cagliari. Una panchina rossa come simbolo contro la violenza sulle donne

E' il primo simbolo contro la violenza sulle donne, inaugurato ieri mattina dall'Amministrazione Comunale. Una nuova panchina colorata di rosso nel giardino tra via Cugia e via Pessina, in prossimità del Tribunale. Una scelta della non certo casuale, visto che il 25 novembre è stata la Giornata Internazionale contro ogni forma di violenza sulle donne. Alla cerimonia erano presenti il sindaco, Massimo Zedda e Marzia Cilloccu, Assessore alle Politiche delle Pari Opportunità. “Una giornata di ricordo – ha commentato il Sindaco Zedda – in memoria delle vittime di violenza e abusi delle donne che hanno sofferto e ci auguriamo che non soffrano più. Per questo l'amministrazione è impegnata continuamente, attraverso anche i presidi scolastici, perché ci sia una cultura del rispetto. Il maggior coinvolgimento delle istituzioni, del mondo del lavoro, della cultura, delle donne determinerà una diminuzione di queste vicende. Il rispetto, i diritti, gli atteggiamenti, anche con un semplice gesto, sono tutte conquiste verso una civilizzazione di una comunità nei confronti delle donne”. Particolarmente attiva, sul fronte di tutte le attività che sono state organizzate non solo per la Giornata Internazionale ma già dalla scorsa settimana, Marzia Cilloccu. “Una giornata triste, un dramma sentito in tutto il mondo e purtroppo – ha sottolineato l'assessore - ancora una realtà troppo diffusa. Abbiamo voluto lasciare un segno nella città, collaborando con il PON Metro e aderendo a questa iniziativa “Panchine rosse”, che coinvolge tutto il territorio nazionale. La panchina sarà un ricordo di tutte le donne che sono vittime di una violenza perpetrata nell'ambiente famigliare. Importante è anche la posizione della panchina, vicino al Tribunale, un simbolo di giustizia, di monito per far si che non si verifichino più questi avvenimenti che vedono una donna ogni due giorni uccisa per mano di un uomo”. Come testimonianza dell'importanza della giornata, il Comune di Cagliari ha ideato diverse iniziative, come quella, per chiunque volesse legare un nastro rosso sul cancello del Municipio, per ricordare le le donne vittime di queste tragedie. Sempre all'interno delle attività di sensibilizzazione della settimana, in serata la Torre dell'Elefante sarà illuminata di arancione per la campagna #Orangetheworld e UNiTE, iniziativa del Comitato Nazionale UN Women Italia.

Sassari. Al via la campagna "Diritti al cuore - Doc, Diritti, orgoglio, cittadinanza"

Diversi manifesti murari hanno annunciato a Sassari l'inizio della campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. L'iniziativa, inserita nell'ambito della "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne", che si celebrerà il 25 novembre, prevede l'affissione dei cartelli fino al 27 novembre. A Sassari, proprio in occasione delle celebrazioni del 25 novembre, è previsto inoltre un flash mob in piazza Santa Caterina. Al centro della campagna il contrasto della violenza di genere, con un occhio di riguardo verso appositi percorsi di educazione all'affettività, al rispetto e alle differenze. Tutto questo attraverso il sostegno alle strutture di prima assistenza e di accoglienza delle vittime, che non devono avere paura di denunciare. Tra i sostenitori della campagna, Amnesty International Sassari, Acos, Alisso, Andalas De Amistade, Anpi provinciale, Arci, Camera commercio Nord Sardegna, Cgil, CulTurritana, Emergency, Flc Cgil, Franco Mura Onlus, Giusta, Movimento Omosessuale Sardo, Musica Noa, noiDonne 2005, Ponti non Muri, S'Arza Teatro, Sioux, Udu, Voce Amica, Zoe - Progetto antispecista.

Oristano. Aumentano i casi di violenza sulle donne

I dati raccolti dalle Forze di Polizia, dal Centro antiviolenza Donna Eleonora, dai consultori e dalle strutture ospedaliere della Assl, in base a un protocollo d'intesa interistituzionale sottoscritto nel 2013, rivelano un aumento dei casi di violenza sulle donne. Sarebbero infatti 138 gli episodi totali registrati durante il primo semestre del 2017. Tra i centri maggiormente coinvolti nella ricezione di denunce e segnalazioni, il Centro antiviolenze di Oristano e le strutture sanitarie della Assl (tot. 86 casi). I casi rilevati dalle forze dell'ordine sono stati 52, 33 dei quali a seguito di una denuncia e sette di propria iniziativa. In base ai dati rilevati dalle forze dell'ordine emerge un calo degli episodi di violenza nel 2016, rispetto al 2015 (15 casi in meno) e rispetto al 2014 (22 casi in meno). Tra le violenze più ricorrenti quelle fisiche e psicologiche e quelle sessuali (il 3,57% di quelle rilevate dalle forze dell'ordine e il 6,36% di quelle rilevate dal centro antiviolenza e dalle strutture sanitarie). Di nazionalità italiana la maggior parte delle vittime. A commettere le violenze sono nella maggior parte dei casi i mariti e gli ex mariti, i conviventi e gli ex conviventi delle vittime.

Il silenzio e l’indifferenza, vero humus della violenza sulle donne. Di Maurizio Ciotola

Il tema del convegno di venerdì 28 luglio, "la violenza si nasconde nel silenzio", organizzato da Patrizia Cuccu e Stefano Putzolu presso la sala del ristorante "il nuragico" a Cagliari, è stato di pressante e sconvolgente attualità. Ma l’attualità e la risonanza mediatica cui i fatti, i pochi emersi di un’ampia e variegata moltitudine di atti di violenza subiti dalle donne, mette a fuoco la banalità di come queste violenze hanno luogo, quasi sempre sradicando i fatti dai contesti, dai quali sono partoriti e di cui sono “figli” legittimi, purtroppo. In una inoppugnabile conduzione di Alessandra Addari, giornalista e direttrice di TCS Tv, le relatrici, Lisa Sole, criminologa, Antonella Fanunza, consellor, Maria Grazia Caligaris, presidente Socialismo diritti e riforme, Rina Taxiri, Psicologa, Alessandra Carbognin, sociologa e mediatrice familiare ed il relatore, Marco Perra, avvocato penalista, hanno “aperto” la “scatola” dei silenzi, che consente il perpetrarsi delle violenze sulle donne. La violenza espletata da un soggetto è di per se l’atto con cui il carnefice interviene sulla vittima, ed è altrettanto vero che, questi atti sono figli di un contesto socio-culturale più ampio, puntualmente trascurato e ignorato. La dott.ssa Lisa Sole definisce con una chiara sintesi la “mappa”, i passaggi, i momenti in cui nella società viene coltivato, in maniera non sempre cosciente, il terreno da cui tale violenza prende vita, in quanto avversione al diverso, al differente, alla differenza di genere. Ancora, quanto in una "costruzione" culturale, contestuale ad ogni strato sociale, apparentemente differente, ma sostanzialmente radicalmente identica, le battute "innocenti" e "spiritose", le assegnazioni dei compiti in famiglia, divisi in “ossequio” al genere e non all’equità o la competitività, che diviene avversione e rigetto dell’altro, contribuiscono in modo sostanziale, sottolinea la dott.ssa Sole, a definire e “formare” il carnefice e il silenzio, che è quasi un’omertà, dei parenti e dei vicini. Oppure quanto, l’assenza di autostima generata da umiliazioni e “bocciature” comportamentali, normalmente vissuti in ambito sociale, familiare, scolastico, generano una dipendenza psicologica, che inchioda la vittima al carnefice. Non manca il richiamo alla comunità più ampia, quella europea in cui pare che questo male sia condiviso: infatti il Consiglio d’Europa nell’analizzare i dati concernenti le cause di morte e invalidità delle donne, ha rilevato che al primo posto vi sono gli atti di violenza subita. Non sempre però si riesce ad avere una visione completa del fenomeno, nello specifico e, purtroppo, ancora meno in linea generale. L’avv. Marco Perra, illustra qual’è il ruolo dell’avvocato di fronte all’esposizione dei fatti delle sue assistite o della motivazione di semplici richieste di divorzio, per cause non definite o poco chiare. Far emergere quello che, per professionalità e soprattutto sensibilità umana, l’avvocato ha compreso essere i veri motivi di quelle richieste assume le caratteristiche maieutiche dell’ostetrica. Un lento lavoro, cui si susseguono momenti di rinuncia o ritrattazione completa, in studio, ma anche in tribunale, dove quasi mai la vittima espone i casi nella loro completezza e definizione rispetto alla già decurtata esposizione, fatta in camera caritatis allo stesso avvocato. Vi sono spesso anche problemi economici per cui l’avvio di una denuncia con relative spese legali è difficilmente sostenibile dalle vittime, donne quasi sempre non indipendenti sul piano economico. In questo caso la legge viene in soccorso alla vittima, per cui al giudice è demandata la facoltà attraverso cui decidere l’assegnazione del gratuito patrocinio, a tutela della stessa. La dott.ssa Fanunza, punta il dito su i comportamenti che minano o demoliscono il nostro senso di autostima, fino ad impedirne lo sviluppo cosciente già in età adolescenziale e pre adolescenziale. I "cretino", gli "imbecille", il continuo stigmatizzare in famiglia, come a scuola, comportamenti e azioni non ritenute rispondenti all’uso e alla prassi, al contesto culturale in cui si espletano, costituiscono il tessuto su cui si impianta la sottostima e l’insicurezza degli individui, della donna in questo caso. Ma se la stampa racconta che l’ultimo femminicidio, compiuto a San Teodoro, è dovuto a delle “briciole del pane non raccolte”, non riusciamo a focalizzare la verità sulle cause, ci dice la dott. ssa Toxiri; fatto per cui quelle vittime che ancora subiscono non riusciranno ad associare ai fatti di cui sono vittima le giuste cause e non riconoscendole, non saranno neppure capaci di chiedere aiuto alle istituzioni, ai centri di volontariato, alla polizia. Fatti che, non riconoscibili o altrimenti definiti “normali” in un tessuto sociale definito da una prevalente cultura machista, non vengono denunciati o raccontati ai parenti o agli amici, vero ed ulteriore ostacolo al superamento della barriera grazie alla quale riesce a vivere la regola del silenzio, dell’indifferenza. Nel citare Gramsci, con il suo “odio” verso gli indifferenti, la dott.ssa Toxiri attribuisce a tale comportamento ampiamente diffuso, grandissima responsabilità nei casi di violenza di genere. Le donne in Italia e in Sardegna contano ancora troppo poco, sottolinea Maria Grazia Caligaris e se anche vengono emesse delle leggi a loro tutela, per le violenze subite, come la legge regionale n. 8 del 7 agosto 2007, che istituì i "centri antiviolenza e case di accoglienza per le donne vittime di violenza", ben poco possono fare quando è minata o resa impossibile la loro operatività a causa del taglio dei finanziamenti per il loro funzionamento. La famiglia ha un ruolo centrale nel dare una educazione ai propri figli, attraverso parole e fatti, diversamente delle istituzioni scolastiche, che possono agire sì, ma sempre con grande difficoltà nel cercare di garantire valore nell’essere diverso. In ultimo la dott.ssa Caligaris, punta il dito sul ruolo determinante dei modelli e degli stereotipi di cui le donne sono vittima, costruiti dalla pubblicità onnipresente nella nostra società commerciale. L’ultimo intervento, quello della dott.ssa Carbognin, ha avuto una funzione di sintesi dei punti esposti dagli altri relatori, ma non solo. Il valore della vita, la valorizzazione delle persone deve essere centrale, sottolinea, in una società in cui la condivisione e lo scambio è visto esclusivamente nell’ottica merce/denaro e non di una valorizzazione relazionale, su cui invece si articola qualsiasi contesto sociale e che non intende estinguersi, aggiungiamo noi. La sociologa, conclude con l’importante richiamo all’impianto della legge voluta e preparata dall’On. Anna Maria Busia, in merito all’esclusione del godimento dei beni della vittima da parte del carnefice, che fino ad oggi sottrae o esclude e amministra gli stessi di cui anche i figli sono beneficiari. L'importanza di questo convegno, grazie alla grande capacità di sintesi e comprensibilità dei relatori, è costituita dalla platea di persone comuni, che differentemente dagli addetti ai lavori, hanno potuto accrescere i pochi "strumenti" intellettuali, per riconoscere il paradigma vittima-carnefice in ambito domestico, che il più delle volte si consuma fino alla tragedia, nel silenzio e nell’indifferenza. Maurizio Ciotola

Il silenzio e l’indifferenza, vero humus della violenza sulle donne. Di Maurizio Ciotola

Il tema del convegno di venerdì 28 luglio, "la violenza si nasconde nel silenzio", organizzato da Patrizia Cuccu e Stefano Putzolu presso la sala del ristorante "il nuragico" a Cagliari, è stato di pressante e sconvolgente attualità. Ma l’attualità e la risonanza mediatica cui i fatti, i pochi emersi di un’ampia e variegata moltitudine di atti di violenza subiti dalle donne, mette a fuoco la banalità di come queste violenze hanno luogo, quasi sempre sradicando i fatti dai contesti, dai quali sono partoriti e di cui sono “figli” legittimi, purtroppo. In una inoppugnabile conduzione di Alessandra Addari, giornalista e direttrice di TCS Tv, le relatrici, Lisa Sole, criminologa, Antonella Fanunza, consellor, Maria Grazia Caligaris, presidente Socialismo diritti e riforme, Rina Taxiri, Psicologa, Alessandra Carbognin, sociologa e mediatrice familiare ed il relatore, Marco Perra, avvocato penalista, hanno “aperto” la “scatola” dei silenzi, che consente il perpetrarsi delle violenze sulle donne. La violenza espletata da un soggetto è di per se l’atto con cui il carnefice interviene sulla vittima, ed è altrettanto vero che, questi atti sono figli di un contesto socio-culturale più ampio, puntualmente trascurato e ignorato. La dott.ssa Lisa Sole definisce con una chiara sintesi la “mappa”, i passaggi, i momenti in cui nella società viene coltivato, in maniera non sempre cosciente, il terreno da cui tale violenza prende vita, in quanto avversione al diverso, al differente, alla differenza di genere. Ancora, quanto in una "costruzione" culturale, contestuale ad ogni strato sociale, apparentemente differente, ma sostanzialmente radicalmente identica, le battute "innocenti" e "spiritose", le assegnazioni dei compiti in famiglia, divisi in “ossequio” al genere e non all’equità o la competitività, che diviene avversione e rigetto dell’altro, contribuiscono in modo sostanziale, sottolinea la dott.ssa Sole, a definire e “formare” il carnefice e il silenzio, che è quasi un’omertà, dei parenti e dei vicini. Oppure quanto, l’assenza di autostima generata da umiliazioni e “bocciature” comportamentali, normalmente vissuti in ambito sociale, familiare, scolastico, generano una dipendenza psicologica, che inchioda la vittima al carnefice. Non manca il richiamo alla comunità più ampia, quella europea in cui pare che questo male sia condiviso: infatti il Consiglio d’Europa nell’analizzare i dati concernenti le cause di morte e invalidità delle donne, ha rilevato che al primo posto vi sono gli atti di violenza subita. Non sempre però si riesce ad avere una visione completa del fenomeno, nello specifico e, purtroppo, ancora meno in linea generale. L’avv. Marco Perra, illustra qual’è il ruolo dell’avvocato di fronte all’esposizione dei fatti delle sue assistite o della motivazione di semplici richieste di divorzio, per cause non definite o poco chiare. Far emergere quello che, per professionalità e soprattutto sensibilità umana, l’avvocato ha compreso essere i veri motivi di quelle richieste assume le caratteristiche maieutiche dell’ostetrica. Un lento lavoro, cui si susseguono momenti di rinuncia o ritrattazione completa, in studio, ma anche in tribunale, dove quasi mai la vittima espone i casi nella loro completezza e definizione rispetto alla già decurtata esposizione, fatta in camera caritatis allo stesso avvocato. Vi sono spesso anche problemi economici per cui l’avvio di una denuncia con relative spese legali è difficilmente sostenibile dalle vittime, donne quasi sempre non indipendenti sul piano economico. In questo caso la legge viene in soccorso alla vittima, per cui al giudice è demandata la facoltà attraverso cui decidere l’assegnazione del gratuito patrocinio, a tutela della stessa. La dott.ssa Fanunza, punta il dito su i comportamenti che minano o demoliscono il nostro senso di autostima, fino ad impedirne lo sviluppo cosciente già in età adolescenziale e pre adolescenziale. I "cretino", gli "imbecille", il continuo stigmatizzare in famiglia, come a scuola, comportamenti e azioni non ritenute rispondenti all’uso e alla prassi, al contesto culturale in cui si espletano, costituiscono il tessuto su cui si impianta la sottostima e l’insicurezza degli individui, della donna in questo caso. Ma se la stampa racconta che l’ultimo femminicidio, compiuto a San Teodoro, è dovuto a delle “briciole del pane non raccolte”, non riusciamo a focalizzare la verità sulle cause, ci dice la dott. ssa Toxiri; fatto per cui quelle vittime che ancora subiscono non riusciranno ad associare ai fatti di cui sono vittima le giuste cause e non riconoscendole, non saranno neppure capaci di chiedere aiuto alle istituzioni, ai centri di volontariato, alla polizia. Fatti che, non riconoscibili o altrimenti definiti “normali” in un tessuto sociale definito da una prevalente cultura machista, non vengono denunciati o raccontati ai parenti o agli amici, vero ed ulteriore ostacolo al superamento della barriera grazie alla quale riesce a vivere la regola del silenzio, dell’indifferenza. Nel citare Gramsci, con il suo “odio” verso gli indifferenti, la dott.ssa Toxiri attribuisce a tale comportamento ampiamente diffuso, grandissima responsabilità nei casi di violenza di genere. Le donne in Italia e in Sardegna contano ancora troppo poco, sottolinea Maria Grazia Caligaris e se anche vengono emesse delle leggi a loro tutela, per le violenze subite, come la legge regionale n. 8 del 7 agosto 2007, che istituì i "centri antiviolenza e case di accoglienza per le donne vittime di violenza", ben poco possono fare quando è minata o resa impossibile la loro operatività a causa del taglio dei finanziamenti per il loro funzionamento. La famiglia ha un ruolo centrale nel dare una educazione ai propri figli, attraverso parole e fatti, diversamente delle istituzioni scolastiche, che possono agire sì, ma sempre con grande difficoltà nel cercare di garantire valore nell’essere diverso. In ultimo la dott.ssa Caligaris, punta il dito sul ruolo determinante dei modelli e degli stereotipi di cui le donne sono vittima, costruiti dalla pubblicità onnipresente nella nostra società commerciale. L’ultimo intervento, quello della dott.ssa Carbognin, ha avuto una funzione di sintesi dei punti esposti dagli altri relatori, ma non solo. Il valore della vita, la valorizzazione delle persone deve essere centrale, sottolinea, in una società in cui la condivisione e lo scambio è visto esclusivamente nell’ottica merce/denaro e non di una valorizzazione relazionale, su cui invece si articola qualsiasi contesto sociale e che non intende estinguersi, aggiungiamo noi. La sociologa, conclude con l’importante richiamo all’impianto della legge voluta e preparata dall’On. Anna Maria Busia, in merito all’esclusione del godimento dei beni della vittima da parte del carnefice, che fino ad oggi sottrae o esclude e amministra gli stessi di cui anche i figli sono beneficiari. L'importanza di questo convegno, grazie alla grande capacità di sintesi e comprensibilità dei relatori, è costituita dalla platea di persone comuni, che differentemente dagli addetti ai lavori, hanno potuto accrescere i pochi "strumenti" intellettuali, per riconoscere il paradigma vittima-carnefice in ambito domestico, che il più delle volte si consuma fino alla tragedia, nel silenzio e nell’indifferenza. Maurizio Ciotola
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