Sanità. Ats Sardegna: adottato il Piano Triennale dei Fabbisogni del Personale

Saranno 688 i professionisti del comparto e della dirigenza che l'Ats Sardegna - in base al documento di programmazione, assumerà nel corso del 2019. A questi si aggiungono, grazie allo sblocco del turnover del personale, 80 assunzioni per profili professionali da destinare al comparto amministrativo. Soddisfazione da parte del direttore generale dell'Ats Sardegna, Fulvio Moirano, che sottolinea: "con l'adozione del nuovo Piano dei Fabbisogni si completa il processo di stabilizzazione e di assunzione del personale, programmato per il biennio 2018/2019, che garantisce all'Azienda della Tutela della Salute di acquisire a tempo indeterminato 2.000 profili professionali".

Lo stato di salute della Sardegna secondo Maria Grazia Caligaris. Intervista di Maurizio Ciotola

Maria Grazia Caligaris è giornalista, ex consigliera regionale del Psi, docente, presidente dell’associazione Socialismo Diritti e Riforme, una donna passionale oltreché estremamente razionale, capace di scrutare la complessità per renderla esplicita e leggibile, senza svilirne i contenuti. Maria Grazia, quale è lo“stato di salute” della nostra regione? "Sono preoccupata per alcuni episodi, che mostrano la difficoltà dei cittadini nel vedere riconosciuti i propri diritti. Si trovano in uno stato di grave fragilità e debolezza, per questo disposti ad accettare qualunque situazione. Tanti non vedono alcuna prospettiva e appaiono già rassegnati, mentre altri sono ondivaghi e seguono, allo scopo di campare e riuscire a superare le proprie difficoltà, ciò che vedono come possibile aiuto diretto e personale". I partiti e i movimenti, che oggi raccolgono il maggiore consenso, richiamano la tutela dei diritti elementari per i cittadini italiani, con pericolose declinazioni. Qual è secondo te la deriva di questo agire? "Oggi la situazione internazionale è molto complessa, per cui lo Stato italiano è ad un bivio, per quanto riguarda le scelte da fare rispetto ai propri cittadini e a quelli del mondo. Bisogna trovare un equilibrio e rispettare chi è in difficoltà. E’ necessario restituire a chi scappa, la disponibilità della propria terra di origine, affinché essi stessi gestiscano la loro evoluzione. Vi è contraddittorietà nei sistemi sperimentati di accoglienza, perché mentre la si offre non si creano le condizioni perché essa sia umanamente accettabile. Gli stessi Stati che si preoccupano di accogliere i profughi, gli emigrati, sono quelli che, alimentano le guerre nei Paesi da cui queste persone fuggono. Sono indispensabili atti e scelte ad alto livello, scelte politiche, che offrano garanzie ai meno tutelati. Perché le tutele consentono ai cittadini che restano nel proprio Paese, di trovare il modo di esprimere la propria creatività nell’autogestione". Il populismo ha sempre fatto parte della politica di tutti i partiti, con maggior incidenza in quelli della sinistra storica e della destra sociale. Oggi vi è differenza? "In realtà il populismo di oggi tende a dare risposte alla pancia delle persone, senza alcuna visione politica di garanzia. Sono quelli che dicono: “ci rubano il lavoro”, “ci tolgono la libertà”, “ci costringono a diventare musulmani”, sono le paure. Fondano la loro visione del mondo sulle paure, che ciascuno di noi ha. Puntano alle paure della popolazione, che sta invecchiando, quindi più soggetta a fragilità. Avere paura è un fatto umano. Il punto sta nel non convogliare queste paure in una adesione politica, chiudendoci in noi stessi, alimentando forme di difesa prima che, le condizioni di effettivo pericolo si creino. Anche in questo caso la cultura ha un ruolo centrale. Un cittadino che si sente garantito nel proprio Stato, non può avere terrore di qualcosa che, teoricamente, potrebbe avvenire. Nell’alimentare queste paure, si pensa esclusivamente al fatto che l’altro, diverso da noi, costituisce un pericolo". Quanto nelle scuole la nostra carta costituzionale è trattata e fatta conoscere agli studenti? "In realtà nelle scuole, la Costituzione è un piatto quotidiano, perché è l’organizzazione stessa della scuola che favorisce la sua pratica. Mi riferisco al fatto che, a scuola bisogna rispettare le regole. convivere all’interno di una stessa aula con persone, che la pensano diversamente da noi, di realtà differenti e che si confrontano con tanti insegnanti, ciascuno dei quali è portatore di ulteriori valori. La scuola pubblica, mi riferisco soprattutto ad essa, è occasione di crescita nel rispetto dei valori fondanti della Costituzione, in grado di trasferire la preparazione per il lavoro e una educazione per dar vita ad una società inclusiva. I ragazzi disabili o con oggettive difficoltà sono inseriti all’interno della scuola. Se poi vogliamo parlare di quanto si legga o si approfondisca ogni singolo tema, anche su questo possiamo dire che, la scuola da un grandissimo contributo. Perché è un luogo dove le persone si confrontano. discutono sulle lezioni, all’interno delle singole classi o in assemblea d’istituto. Ci sono le relazioni con i familiari. la scuola non è isolata e al suo interno è rappresentata la società. Abbiamo anche dei casi preoccupanti, certo, di giovani che sono fuori da logiche comportamentali. Non possiamo non discutere del bullismo. Come non si può negare che c’è una freddezza nelle relazioni. Ma questo è lo specchio di una società, che non da valore alla cultura, meno valore alla formazione e, di fatto, nega nella prassi quotidiana quei principi costituzionali che, sono alla base della nostra scelta di vivere insieme". L’art. 27 della Cost. richiama l’umanità e il senso rieducativo della pena detentiva, ma in larga parte non è applicato, cosa ne pensi? "L’art. 27 della Costituzione rappresenta un punto di riferimento fondamentale per il legislatore, perché qualunque norma emanata e che comporta una pena, deve tenere in considerazione il carcere come estrema ratio, a cui ricorrere quando c’è un problema all’interno della società. Sono contraria all’ergastolo, perché la ritengo una pena capitale, totalmente contraria al dettato costituzionale. Rappresenta una condanna a morte “mascherata”, nascosta. La nostra è una società che ha bisogno di far soffrire qualcuno, il condannato, per sentirsi compensata dal dolore inferto. Lo Stato deve assumersi una responsabilità. Se un cittadino commette un reato anche grave, deve occuparsi di chi lo commette e di chi lo subisce. Oggi non è così. Chi ha subito il danno, viene abbandonato a se stesso e vive tutto il periodo processuale come la soluzione alla propria perdita. Lo Stato dovrebbe creare una rete di assistenza per queste persone. Immaginiamo una donna vittima di violenza carnale, un ragazzo a cui è stato ucciso il padre, non possono esser lasciati soli. Invece il nostro Stato guarda alla pena come compensazione del danno. Gli ultimi avvenimenti che si sono verificati in Sardegna, in cui dei ragazzi hanno ucciso un altro ragazzo, mettono in luce una madre disperata, che vuole giustizia e un carcere duro per gli assassini. Da un certo punto di vista questa donna ha ragione, perché si sente soltanto una vittima, senza avere nessuno, una istituzione, al suo fianco in grado di aiutarla a superare questo momento. Il perdono si costruisce nel tempo. Sono sentimenti che ciascuno di noi ha sperimentato dentro di se, quando siamo stati traditi da un amico, abbandonati da un compagno o compagna, su cui avevamo riposto fiducia, e verso di loro non nutrivamo certo un desiderio di perdono. Solo successivamente e lentamente, recuperiamo la positività. Ecco io penso che le vittime abbiano estremo bisogno di aiuto. Sul fatto poi, che le pene inflitte debbano avere lo scopo di ripristinare l’equilibrio infranto, è un altro problema. Oggi però vi è una complicazione importante, rappresentata dal fattore droga. Nelle carceri vi sono persone in doppia diagnosi, con problemi psichici e di tossicodipendenza. Recuperare persone, con questo genere di vissuto è difficilissimo. più che metterli nel carcere è necessario creare delle piccole strutture specializzate, adeguate al loro recupero. Ristabilendo il rapporto con la famiglia di origine. Ad un condannato possiamo anche dare trent’anni di carcere, ma se non si è lavorato affinché diventi una persona diversa, appena tornerà nell’ambiente da cui è arrivato, che nel frattempo non è cambiato, ricadrà inevitabilmente nei medesimi reati. C’è un problema di rete sociale che in realtà, contrariamente a quanto si pensa, potrebbe restituire risvolti positivi sul piano economico e sociale, non ci pensiamo mai. Vediamo la struttura penitenziaria fondamentalmente legata agli agenti di polizia penitenziaria, non pensiamo che possono lavorarci, psicologi, sociologi, educatori, medici, équipe di sostegno. Il 40% della popolazione carceraria ha problemi psichici. Non esiste più solo il “vecchio” detenuto, reo, ma integro. Vi è poi l’irrisolto problema delle madri con i figli dentro le strutture penitenziarie. E i bambini non possono subire la pena a cui è stata destinata la madre. D’altra parte non è neanche ammissibile che i bambini vengano, in così tenera età, separati dalle madri, creando un ulteriore trauma. bisogna trovare situazioni in grado di garantire i bimbi ed offrire alle madri condizioni alternative alla propria detenzione, scontando la pena e ristabilendo un legame con la società. Terminata la detenzione il cittadino deve uscire dal carcere migliore, non può accadere il contrario, come purtroppo oggi avviene nella maggior parte dei casi, a causa delle esperienze traumatiche vissute in detenzione". E' possibile, un accesso agli sconti di pena in assenza di uno specifico percorso rieducativo? "Le nostre leggi stabiliscono uno sconto di pena, ma questo è possibile solo su attenta valutazione del magistrato, in merito al percorso rieducativo effettuato dal detenuto. Non accade perché questo è bello o per simpatia. Devono esserci determinate condizioni, oltreché la valutazione del percorso educativo. Può ovviamente accadere che, tale percorso non sia stato efficace, ma questi casi costituiscono percentuale irrisoria. Contrariamente alla vulgata comune, non esistono leggi svuota carceri. L’unico modo per svuotare le carceri è un provvedimento di indulto o amnistia. Non esistono leggi che possono aprire le carceri a detenuti condannati per affiliazioni alla criminalità di alto livello. Parlare di leggi “svuota carceri” è un modo per creare nell’opinione pubblica una condizione di insicurezza e minor tutela, inducendo la paura. Di conseguenza il motto che perversa è: “galera! galera!”. Come associazione (Socialismo diritti e riforme) svolgiamo parte delle nostre attività dentro gli istituti penitenziari, per noi la libertà e la vera sicurezza, si realizzano attraverso la giustizia sociale, fuori dalle carceri, realizzando una rete di assistenza sociale per chi si trova in difficoltà, con persone preparate e destinate a tale ruolo. Non possiamo avere 600 detenuti e otto educatori, così come non può esistere un’amministrazione comunale con tre o quattro assistenti sociali. Dobbiamo avere a disposizione gli strumenti, psicologi, équipe preparate e poter realizzare una serie di interventi mirati, che non possiamo uniformare. Ogni persona ha una sua storia, un suo vissuto, nasce in una determinata famiglia e ha vissuto in uno specifico ambiente". Esiste una causalità, nella mancata istituzione del percorso rieducativo, che ha lo scopo di imprimere un’accelerazione alla riduzione delle pene detentive? "Purtroppo c’è una mancanza di interesse a risolvere problematiche di natura sociale e culturale. Se andiamo a vedere, in carcere non ci sono colletti bianchi. Sono detenuti i corrieri della droga, gli spacciatori o altri per reati modesti. Il percorso rieducativo deve essere uno strumento, che consente una trasformazione. In questo senso la riduzione delle pene detentive, non è più una causalità, ma un traguardo. Nel percorso rieducativo il traguardo è ottenere dei benefici, perché sei diverso, perché sei cambiato. Tu stesso hai la consapevolezza di essere una persona nuova. Hai imparato cose nuove. Questo comporta anche una riorganizzazione della scuola e dell’università per portare queste persone a studiare, riflettere, confrontarsi. Oggi le strutture penitenziarie non sono adatte a favorire questo genere di relazioni. L’università deve entrare negli istituti penitenziari. Abbiamo giovani di grande intelligenza e capacità. Ovviamente non sono tutti, ma devono avere l’opportunità di compiere questa scelta. In carcere sono rarissime le persone che si laureano. Lo Stato deve fare delle scelte importanti, che incidono direttamente sul Pil. C’è chi dice che il proprio figlio onesto, ha studiato e nonostante ciò non trova lavoro. Sappiamo però che questo figlio può scegliere dove andare e cosa fare. Il problema esiste per “l’altro figlio”, quello che ha vissuto la negazione della propria esistenza e non è in grado di vederne un’altra". La legge è uguale per tutti, ma il cittadino di fronte ad essa appare sempre tutelato in egual misura in un processo giudiziario? "Sicuramente la legge è uguale per tutti; è anche vero però che, chi ha strumenti, mezzi economici e culturali, ha più possibilità, non dico di eludere la legge, ma di cogliere le fragilità all’interno del sistema giudiziario, allentando il grado di aggressione della legge. Il tribunale oggi è uno strumento molto sofisticato e tende a stritolare l’imputato, per via dell’importante peso dell’accusa nelle fasi processuali. Non è facile affrontare un processo, che mette a dura prova l’accusato. Ovviamente chi ha i mezzi economici può contare su un sostegno maggiore e la possibilità di avere a disposizione professionisti capaci, ovviamente costosi, in grado di trovare i dettagli che possono fare la differenza". La sanità costituisce un business importante per i Paesi occidentali, in Italia, in Sardegna. Negli anni sembra che i governi nazionali e regionali, di centro destra e centro sinistra, abbiano avuto un imperativo unico, in parziale, ma significativa discordanza con l’art. 32 della Costituzione. E'un periodo di declino umano e sociale? "Per esperienza personale, in questi mesi ho avuto modo di conoscere in modo meno superficiale il mondo della sanità isolana. In particolare mi riferisco all’oncologia e alla ginecologia oncologica, alla senologia. Il problema fondamentale della nostra sanità è l’umanizzazione. Questa manca all’interno delle grandi organizzazioni, dei grandi centri sanitari. Bisogna capovolgere l’idea. Ci deve essere un compenso, certo, deve esistere l’economicità di un sistema, chi però lavora per una sanità a misura umana, deve ricordarsi sempre di avere davanti a se una persona sofferente, che vive con ansia, con particolare partecipazione emotiva la propria condizione di fragilità. Questo deve essere preminente rispetto ai tagli, che si possono fare per migliorare economicamente il sistema. Oggi siamo di fronte ad una visione manageriale della sanità, che trascura questi aspetti. le lunghe attese, le liste d’attesa, i percorsi sempre accidentati e l’impossibilità di medici ed infermieri di operare in piena serenità. Purtroppo non sempre l’ospedale pubblico offre garanzie sotto questo profilo. Se si sceglie di tagliare e di ridurre le spese a prescindere della qualità del servizio che viene erogato, evidentemente si compie una scelta in contrasto con il principio costituzionale, che è il diritto alla salute, ma essa è anche una scelta contraria alla convivenza civile. Delinea cittadini di sere A e cittadini di serie B, per cui chi ha i soldi accede privatamente ad un servizio di qualità. Potrà sempre pagarsi il viaggio e il soggiorno fuori dall’Isola, con uno specialista di alto livello, trattenersi e portare con se un familiare. Chi non ha queste disponibilità, deve accontentarsi e fare una visita ad un anno di distanza, ammesso ci arrivi e nel frattempo non abbia tirato le cuoia. Perché molte malattie non si fermano in attesa della visita specialistica o di una biopsia, di un esame istologico. Devono essere rafforzati tutti quei servizi e quegli specialisti che offrono delle garanzie. Perché è impensabile che, chi ha delle qualità venga abbandonato a se stesso". Può ritenersi sufficiente cambiare i soggetti alla guida dei partiti del centro sinistra, senza avviare una seria riflessione sulla loro debacle? "Guardando la realtà, ritengo che bisogna ripristinare quello che prima costituiva la base dei partiti, le sezioni che avviavano elaborazioni nel quartiere, sul territorio. Ovvero riattivare il dialogo con il cittadino. Questo passaggio può avvenire solo se, i dirigenti vanno incontro agli iscritti e ai non iscritti. Non può essere un discorso di vertice, ma è necessario rendere protagonisti coloro che, nell’esprimere il voto sono partecipi alla politica del Paese. Attualmente sono minoranze di minoranze quelle che governano il Paese, se si prende in considerazione l’elettorato, tra chi si è astenuto, chi non ha votato e nell’ambito dei voti espressi vi è stata una ulteriore dispersione di voti. La quantità oggettiva di rappresentanza si è notevolmente ridotta. Bisogna ripristinare il dialogo e la riflessione ai vertici dei partiti. Non può esservi una discussione solo per stabilire se si devono fare o no le primarie, ammesso e non concesso che queste siano effettive e non celebrino chi è già stato designato. Le leadership dovrebbero nascere da gruppi di lavoro e dovrebbero essere i cittadini ad indicare chi deve essere il candidato. Le autocandidature non sono sempre foriere di aspetti positivi. La persona indicata dovrebbe essere una persona riconosciuta, per le sue qualità, le sue idee, per il grado di cultura. Oggi è difficile trovare un insegnante tra le fila politiche e tra i candidati. Si preferiscono gli avvocati, medici, grandi specialisti. Forse ripristinare una base che aderisce ad un progetto, capace di individuare la persona come portatrice di quei valori, creerebbe una condizione meno superficiale di partecipazione al voto. Perché è importante ricordare che, l’immagine non paga quanto i contenuti". Maurizio Ciotola

Sanità. I sindaci della Gallura sul piede di guerra

Capeggiati dal sindaco di Tempio, andrea Biancareddu, dieci sindaci della Gallura hanno minacciato di dimettersi qualora la Regione non ritorni sui suoi passi in merito alla decisione di declassare l'ospedale Paolo Dettori di Tempio. La loro protesta è stata portata sul tavolo del prefetto di Sassari, Giuseppe Marani, in un incontro che si è svolto in Prefettura, a Sassari. Alla base del malcontento dei sindaci la riorganizzazione dei servizi sanitari, vissuta come una penalizzazione per tutto il territorio. Nelle intenzioni dei sindaci il coinvolgimento del prefetto dovrebbe agevolare un dialogo con il governo regionale e quello nazionale. In particolare, per il primo cittadino di Tempio non sono state mantenute le promesse e non sono state applicate le leggi, con un forte discrimine per il territorio e i suoi abitanti che, per quanto riguarda il diritto alla salute, sarebbero meno fortunati di quelli residenti nel capoluogo isolano. Ragioni che ora rendono non più procrastinabili le dimissioni degli amministratori locali se la Regione non dimostra concretamente di ravvedersi, restituendo al territorio la dignità che merita.

Cagliari. Lotta alle fake news in sanità

Lunedì 1° ottobre, alle 10, nella sala conferenze dell’Ordine dei medici e degli odontoiatri - via dei Carroz, n. 14 - il presidente Raimondo Ibba e il Consiglio direttivo presentano la campagna volta a contrastare la diffusione di false notizie e di terapie non scientificamente validate, inerenti la salute dei cittadini. Nel corso dei lavori di presentazione della campagna e della attività, rilanciate su scala nazionale dalla Fnomceo (Federazione nazionale ordini dei medici e degli odontoiatri), vengono presentate in anteprima le slide e i manifesti che verranno apposti nel capoluogo in luoghi di forte visibilità. Tra gli slogan, ripresi da comportamenti reali, “HO CURATO IL CANCRO CON IL BICARBONATO DI SODIO” e “CREDEVO FOSSE UN VERO DENTISTA, MA NON LO ERA. AVEVO UN TUMORE ALLA BOCCA NON DIAGNOSTICATO”. Sono solo alcuni dei temi lanciati dalla Federazione nazionale degli Ordini. Approdano anche a Cagliari le iniziative e i manifesti, tese a sensibilizzare i cittadini sui gravi rischi che si corrono nel prestare attenzione alle notizie riguardanti la salute, non attendibili e mai certificate che circolano su internet.

La Maddalena. Manifestazione a difesa dell'ospedale

Cittadini dell'isola di La Maddalena e molte altre persone provenienti da diverse zone della Sardegna di sono date appuntamento nell'isola per rivendicare il loro diritto alla sanità pubblica per loro rappresentato dall'esistenza dell'ospedale "Paolo Merlo". L'iniziativa, organizzata da Caminera Noa, in collaborazione con il comitato civico, ha messo insieme quasi 500 persone. Tra loro anche il primo cittadino di La Maddalena, Luca Montella. La manifestazione, che si è svolta nel piazzale che fronteggia il piccolo ospedale dell'isola, ha visto tra i partecipanti anche gli attivisti di A Foras che hanno sottolineato il loro disappunto contro la chiusura del Merlo, a fronte della riapertura della scuola della marina per gli ufficiali del Qatar.

La Regione Sardegna, i fallimenti e i deliri di fine legislatura. Di Maurizio Ciotola

Qualsiasi fine legislatura giunta a naturale scadenza deve necessariamente, non solo sul piano regolamentare, ma su quello delle opportunità politiche, congelare o astenersi dal legiferare e dal deliberare, se non per quanto di stretta necessità circoscritta agli affari correnti. L’avviare o portare a conclusione riforme incompiute, approvazioni di leggi la cui ampia e complessa discussione ha impedito la loro approvazione durante la legislatura corrente, è ancora una volta un approccio emergenziale, furbesco, da predatori senza scrupoli. Altresì le nomine dirigenziali, le assunzioni, la stipula di contratti e convenzioni in tale periodo, dovrebbero essere rigettati invocando la loro nullità per i vizi presenti, che con un termine potremo sintetizzare di carattere “clientelare”. La Regione Sardegna, in autonomia, more solito, in questo ultimo lembo di legislatura normalmente giunta al termine, attraverso la sua maggioranza e le opposizioni parte della medesima “medaglia”, si apprestano a chiudere un ciclo con una serie di approvazioni, leggi e promozioni, che pongono questo presunto governo dell’onestà, in linea con tutti quelli da cui è stato preceduto. Sia la Giunta, che il Consiglio, posti in mora con le ultime elezioni nazionali, hanno proseguito senza avviare la men che minima riflessione sul disastro politico di cui, per la nostra regione sono stati la causa ultima, seppur non esclusiva. Non solo non è stato avviato alcun progetto inerente uno sviluppo industriale in linea con l’evoluzione globale, capace di offrire interesse e di conseguenza spazi occupazionali, ma nel ricalcare il sentiero oramai non più percorribile, ci si è incentrati sull’accanimento “terapeutico” allo scopo di protrarre la inevitabile “morte” economica della Regione. Non è stato compiuto un passo per quel che riguarda quelle servitù militari, “grazie” alle quali ampie zone della regione sono impraticabili per devastazione ambientale; altresì, in antitesi agli annunci è stato sostanzialmente confermato il vecchio modello industriale manifatturiero, proprio dell’inizio de XIX secolo, senza pretendere la sua mutazione tipologica o il suo evolversi verso un’impronta moderna e automatizzata, cui altre realtà industriali occidentali hanno preteso. Non è stato varato alcun piano per consentire una continuazione abitativa nei piccoli agglomerati urbani del centro Sardegna, cui diversamente attraverso la sottrazione di servizi, dei trasporti pubblici, scuole e servizi sanitari, per non parlare del mancato mantenimento e sviluppo di quelli infrastrutturali, è stata decretata la loro morte. La metanizzazione dell’Isola, oramai inutile, ha subìto modifiche derivanti da fortissime pressioni, che hanno insistito sulla Presidenza e soprattutto la sua candidatura, un patto ante litteram, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi, ovvero il nulla. Più determinante, anzi l’unica azione forte e devastante, la cui intransigenza non avrebbe potuto trovare eguali in governi di matrice illiberale e di destra, è stata la messa in campo della riforma sanitaria. Ha stupito nelle sue modalità di attuazione in difformità e autonomia rispetto al D.M.70/15, il raddoppio dei posti letto nelle strutture private, cui sappiamo in gran parte essere destinati alla struttura del Mater Olbia, la cui realizzazione fu partorita dal San Raffaele di Milano, con un ampia erogazione di capitali da parte del Banco di Sardegna. Una forte esposizione cui il Presidente del Banco di Sardegna ha sicuramente sofferto e tuttora soffre, per conto della Banca e dei suoi azionisti di cui è presidente. Una sofferenza, che sarà appianata o quanto meno per cui verrà avviato il piano di rientro, quando il Mater Olbia, sarà funzionante e pienamente inserito nella riforma sanitaria, fortemente voluta dall’Assessore Luigi Arru, fratello del Presidente del Banco di Sardegna. Qualcuno spera ancora nell’approvazione della legge sull’Urbanistica e, in Consiglio come tra i partiti senza più elettori ed iscritti, nei sindacati, si conta di portare a termine un ulteriore stupro, perché “due euro” che non sfamano e non concedono alcun futuro, sono sul piano clientelare più “utili” di progetti a lungo termine, lungimiranti e innovativi. Non ci si rende conto che tale approvazione porterebbe con se l’epigrafe da ascrivere sulla lapide che verrà apposta sulla tomba politica dell’attuale maggioranza, quanto su quella di una “opposizione” tacita e alleata. Non vi sarà alcun futuro per il Partito democratico, per la sinistra in senso lato, se non si riuscirà a mettere in discussione gli ottusi atteggiamenti fideistici, posti in essere in ossequio ai tecnicismi capaci di reiterare modelli avulsi alla società e alla sua evoluzione. Non potrà esservi alcun futuro se questa Giunta, e in ultimo il suo Presidente, nel continuare a negare l’istituzione di un registro regionale delle malattie tumorali, prosegue indifferente nell’esoso finanziamento alle Università della Regione, che sembrano volte ad assegnare cattedre per docenti ordinari piuttosto che, insegnamenti ai suoi allievi, in un contesto regionale senza sbocchi. E'assente un piano complesso di rinascita, evolutivo sul piano umano ed economico se non per porzioni disarmoniche, finalizzate ad un abuso delle risorse pubbliche. Trent’anni di delirio non si cancellano di botto, trent’anni di abusi e ritorsioni attuate in nome di un neoliberismo mai posto in essere, non saranno superati con un colpo di spugna o con la prossima legislatura, ma non di meno è necessario voltar pagina per riuscire a ri-centrare la politica sulle esigenze umane, nella loro articolazione più complessa, senza estromettere nessuno o privilegiare i soliti noti. Maurizio Ciotola

Sanità. La bufera su Arru non accenna a diminuire. Di Antonello Lai

Dopo il veto da parte del nuovo Governo rispetto alla bocciatura della rete ospedaliera, l'opposizione lancia i suoi strali all'indirizzo dell'intera Giunta Regionale, rea di aver distrutto la sanità nell'isola attraverso anche l'istituzione dell'ATS, "un carrozzone - secondo il vice presidente della commissione sanità (il forzista Tocco)- che non avrebbe cambiato né le sorti del settore, tantomeno la riorganizzazione di tutto il settore, senza né capo né coda". Sempre secondo l'opposizione il piano della Giunta Pigliaru avrebbe prodotto invece la riduzione dei servizi nei piccoli ospedali, contribuendo alla scomparsa di strutture complesse ma integrate nel territorio. La sanità sarda sarebbe quindi, secondo l'opposizione, una ragnatela di nuovi dipartimenti e strutture in contraddizione alla normativa. Il governatore Pigliaru difende strettamente l'operato di Luigi Arru. "Il ministero - dice Pigliaru - ci ha sempre chiesto di chiudere i piccoli ospedali e di tagliare i servizi. Noi non ci siamo stati a questa logica - prosegue - e nel rispetto del Decreto Ministeriale 70, si è riusciti a salvare alcuni ospedali indispensabili". Contrattacca anche l'Udc Rubiu, che punta il dito sulla bocciatura della riforma varata dalla Giunta di centro sinistra. Rubiu va giù duro: "è il più grande pasticcio politico della legislatura, con una confusione ed un disordine senza precedenti" e prosegue: "un riordino, quello della sanità sarda, che pone rilievi di legittimità su una normativa contestata da minoranza, sindaci e territori. Secondo Rubiu il governo sardo avrebbe applicato questa riorganizzazione senza l'avvallo del ministero con arroganza e incompetenza, assegnando nomine ai primari, assumendo nuovo personale e dando nuovi incarichi. Per paolo Truzzu di Fratelli d'Italia, sono necessarie le dimissioni in tronco dell'assessore Arru. Avrebbe mentito a tutti i sardi, asserendo che la bocciatura sarebbe arrivata dal nuovo governo, mentre i rilievi arrivano da ben prima che Conte si fosse insediato. L'assessore Arru intanto si difende come può: sottolinea i successi dell'elisoccorso, anche se ammette che la rete delle ambulanze ha parecchie falle, parla di una razionalizzazione degli interventi per cercare di ottimizzare i fondi a disposizione e fa comprendere che è meglio puntare sui servizi d'eccellenza, piuttosto che garantire posti letto spesso - a parere suo - vuoti e inutili. Arru sa bene che il suo assessorato è in pericolo. D'altra parte è quello più appetibile per la gestione del denaro pubblico e fa gola a tanti. Non solo all'opposizione. Gli interessi sono davvero enormi e lui corre il rischio continuamente di essere attaccato, come accade quotidianamente ad ogni ora del giorno. Ma anche a casa sua ci sono i nemici e lui lo sa molto bene. Talvolta sono loro il pericolo maggiore. Ma questo è tutto un'altro discorso. Antonello Lai

Bocciatura riordino Rete ospedaliera. Ganau: "un attentato all'Autonomia della nostra Regione”

"La bocciatura da parte del Ministero della Salute della legge di riordino della Rete ospedaliera rappresenta un gravissimo attentato all'autonomia della nostra Regione". A dichiararlo é il presidente del Consiglio regionale, Gianfranco Ganau, intervenendo in merito al parere espresso dal Ministero della Salute sulla legge di riordino della Rete ospedaliera regionale. "Alla nostra isola – sottolinea Ganau – che pur paga in proprio i costi della santità, viene impedito di utilizzare quegli spazi di discrezionalità, previsti nel DM 70 cui si fa riferimento nel parare ministeriale, in modo da rendere compatibile il sistema sanitario regionale con le peculiari caratteristiche orografiche e demografiche della Sardegna. Il provvedimento del Consiglio Regionale, a differenza di quanto strumentalmente sostenuto da alcuni in questi mesi, ha garantito la presenza dei presidi di riferimento in tutto il territorio, prevedendo una razionalizzazione dell'intero sistema ed un rafforzamento dei servizi offerti nella stragrande maggioranza dei casi. Per questo, aldilà di alcune piccole modifiche tecniche, la proposta deve essere difesa come la più adatta ad offrire risposte adeguate alle richieste sanitarie nella nostra Regione. E sia chiaro a tutti – aggiunge ancora Ganau – che la piena applicazione del DM 70 attuerebbe la condizione di un pesante ridimensionamento dei servizi sanitari offerti nei territori e la chiusura degli ospedali di Iglesias, Guspini, Isili, Muravera, Bosa, La Maddalena, Tempio, Ozieri, Ghilarza e Lanusei. Mi auguro – conclude - che la difesa delle scelte del Consiglio diventi una battaglia di tutti i sardi in grado di superare le differenze politiche e di schieramento".
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