Enel, il suo degrado e la fuga dall’Isola. Di Maurizio Ciotola

Il disimpegno dell’Enel in Sardegna costituisce l’ulteriore passo di un lento e continuo processo in atto da circa vent’anni. Lo spostamento della direzione da Cagliari a Torino pregiudica ancora una volta l’equilibrio e la distribuzione sul territorio nazionale dei centri direttivi delle aziende partecipate dallo Stato, per le quali l’etica negli investimenti, differentemente, dovrebbe portarle a condividere gli obiettivi economici e strategici nazionali di redistribuzione delle ricchezze sul territorio. Dopo che l’Enel Spa, ha costituito con specifico indirizzo politico, unitamente alla Cdp, la società Open Fiber allo scopo di posare lungo la Penisola e le Isole una rete in fibra ottica, al fine di consentire scambi di dati ad elevatissima velocità e così rendere indifferente qualsiasi differenza di postazione geografica, ci saremmo attesi una ricollocazione delle sedi di ogni direzione, in senso inverso a quello praticato per anni dalla stessa Enel, come da tutte le grandi aziende nazionali ed internazionali, abituate a insediare i loro centri direzionali al nord e a Roma. La Regione Sardegna, autonoma sulla carta, non è mai riuscita ad avere un peso significativo in ambito nazionale, riducendosi per l’indole dei suoi politici a ratificare quanto deciso in sedi non istituzionali e sempre esterne all’Isola medesima. Un atteggiamento servile e collaudato, cui da anni oltre alla politica ci ha abituato anche il sindacato confederale e unitario, prono anch’esso verso le decisioni scellerate delle tante aziende in “transito” sull’Isola. Equilibri politico-sindacali venduti come operazioni strategiche, la cui sedicente “lungimiranza” ci ha restituito una povertà industriale confrontabile con i paesi più poveri del Pianeta. Gli insediamenti dell’Enel sul territorio regionale sono ridotti al lumicino per quanto riguarda il contatto con l’utenza, mentre rimangono immutati quelli storici delle centrali di produzione, site nell’area sulcitana e nelle aste di produzione idroelettrica del Taloro e del Flumendosa. Nel Sulcis le due centrali a carbone restano in attività grazie ad una contrattualizzazione a termine con Terna per l’approvvigionamento della riserva terziaria, di cui vi è una quota parte corrispondente ad un corrispettivo monetario fisso, che prescinde dalla produzione effettiva, questa altalenante, perché dettata dagli esiti giornalieri del mercato elettrico. La contrattualizzazione iniziata nel 2016 avrà scadenza il 31 dicembre 2018, dopo di che sarà difficile pensare ad un mancato rinnovo, viste le condizioni immutate della rete e delle produzioni sull’Isola. Certo è che in una necessaria decarbonizzazione nazionale ed internazionale, le centrali Enel del Sulcis, come quelle di Eph a Fiumesanto, dovranno mutare sistema di approvvigionamento dell’energia primaria, ipoteticamente dal carbone al gnl, per la produzione di energia elettrica. Impegni economici cui nessuno degli operatori, Enel ed Eph, sembrano intenzionati ad accollarsi e che potrebbero mostrarsi privi di esito se, come inevitabilmente accadrà, la rete Sarda verrà connessa con un altro collegamento sottomarino alla Penisola attraverso la Sicilia, nell’ottica della sicurezza e della riduzione dei costi. Un’ulteriore connessione, che consentirà di esercire una rete in sicurezza prescindendo dalla necessità di contrattualizzazione, lasciando alle produzioni in campo la capacità di competere, ovvero vincere o soccombere, sul mercato nazionale. Tutto questo in un contesto drogato del mercato zonale, in cui la copertura del fabbisogno elettrico sardo è svolto in parte dalle energie rinnovabili ed in gran parte dalla centrale Sarlux (Saras), che produce energia elettrica bruciando i residui di raffinazione opportunamente trattati ed equiparata ad una produzione da energia rinnovabile. Le energie rinnovabili e la Sarlux, che costituiscono la copertura di quasi 2/3 del del fabbisogno isolano, non passano per il mercato dell’energia, ma per obbligo di legge le loro produzioni sono prioritarie e cedute ad un prezzo fisso, mediamente di molto superiore a quello di mercato. Va da se che, un ulteriore connessione, come quella in progetto, potrà consentire alle centrali Enel ed Eph, una ulteriore vita in un confronto di mercato più aperto, naturalmente dettato dal costo unitario di produzione della singola centrale. Un costo cui l’obsolescenza delle centrali isolane non potranno ridurre, se non in modo bovino e criminale nell’immediato, riducendo il personale. Per ora, al di là della evidente esigenza a garanzia della sicurezza energetica definita da Terna, la contrattualizzazione con l’Enel, sostiene di fatto la sopravvivenza delle centrali del Sulcis. Ma il Sulcis è anche martoriato, violentato dalla presenza di quello che fu un attivo polo industriale, con cui si è compromessa la salubrità del territorio e della popolazione, cui oltre ai residui di lavorazione, si sono aggiunti i residui nella discarica non autorizzata di materiale altamente tossico, depositato dall’Enel nell’ambito di trent’anni di esercizio e fino ad oggi custodito senza rilevarne la presenza alle autorità. La magistratura ha posto sotto sequestro un area di venticinquemila metri quadri, di proprietà dell’Enel, in cui giacciono circa quarantacinquemila tonnellate di rifiuti tossici accantonati dalla stessa società. Non possiamo continuare a sostenere un simile stupro, nei confronti del territorio, come nei confronti della popolazione, defraudata ed impoverita. La Regione Sardegna ha il dovere di proporre il nostro territorio come sede direzionale, in luogo della città prescelta nella Penisola, pretendendo anche il recupero immediato di quelle aree defraudate ed inquinate ad opera dell’Enel, oltre che degli altri siti industriali. Abbiamo la necessità di mutare il “passo”, richiedendo investimenti tecnologici avanzati per far fronte al degrado, che caratterizza le centrali elettriche dell’Enel in esercizio e le sue cabine primarie di distribuzione, abbandonate a se stesse. In ultimo la Sardegna, come altre aziende sembra abbiano compreso, costituisce il naturale laboratorio di sperimentazione tecnologica grazie alle sue caratteristiche congiunturali, uniche in ambito europeo. L’Enel dovrebbe investire nell’ambito della ricerca e dello sviluppo delle smart grid in Sardegna, fino a realizzare un centro pilota internazionale in cooperazione con le Università isolane, sul piano progettuale e della realizzazione. Ovvero una naturale evoluzione verso l’industria 4.0 anche in un ambito energetico, in cui l’intero Paese e l’Isola in particolare, sembrano essersi fermati al XIX secolo. Maurizio Ciotola

Le strane "regionarie" del M5S in Sardegna. Di Maurizio Ciotola

E’ partita prima del fischio di inizio la corsa interna con cui il M5S definirà la squadra candidata a governare la Sardegna dal prossimo febbraio 2019. Lunedì 24 alle ore 12 si è infatti conclusa la raccolta delle candidature, alla quale seguirà la fase vera e propria delle cosiddette "Regionarie". Gli iscritti sardi al Movimento potevano optare per le due possibilità: candidarsi come Consigliere, oppure direttamente come Presidente della Regione. Ora è tutto in mano allo Staff ma nessuno, eccetto gli addetti ai lavori, conosce e sa quali e chi sono le autocandidature. Un pò come registrarsi all’ufficio dell’anagrafe, senza aver nessun riscontro o la conferma della avvenuta registrazione, per cui di fronte ad un errore o ad una mancata registrazione, l’eventuale “scomparsa” dal globo terraqueo risulterebbe inesistente, almeno per la stessa anagrafe. Identicamente nessuno potrà mai sapere se, tra le autocandidature passate al vaglio dello staff del M5S, vi saranno degli “scomparsi”, che non avranno l’opportunità di mettersi a disposizione del movimento alle prossime elezioni regionali. Sappiamo che il regolamento interno dei Movimentisti vieta ogni forma di autopromozione ed autoincensamento, prima dell’esito delle “Regionarie”, da cui scaturiranno le candidature nelle modalità previste dalla piattaforma Rosseau. Ciò premesso osserviamo come da tempo, oramai, vi sia da parte della stampa locale il riconoscimento indiscusso dell’ex sindaco di Assemini Mario Puddu, quale candidato dello stesso Movimento alla presidenza della Regione. Noi sappiamo che tale riconoscimento ha sempre un’ambivalenza, è una sorta di do ut des e in molti casi, certamente più autorevoli, una sorta di indirizzo, se non un invito implicito rivolto alle forze politiche, in questo caso il M5S, a far propria tale indicazione. Di fronte a questo “invito”, che forza l’esito delle “regionarie”, il Movimento in sé poco avvezzo alle operazioni trasversali e poliedriche portatrici di altre finalità, dovrebbe chiedersi perché questo accade. Gli attivisti del Movimento hanno l’obbligo di cercare di comprendere quali sono le reali finalità di chi e per cosa spinge verso il riconoscimento biunivoco del candidato alla presidenza della Regione per il M5S. “Sardigna no est Italia”, dicono in tanti, ma molti dovrebbero ricordare che, Essa non lo è anche per quella accezione più negativa del confronto, ovvero il fatto che quest’Isola è un feudo cui le forze presenti e stratificate lavoreranno con dolo, fino ad impedire un vero e proprio cambiamento. E se il Movimento 5 stelle oggi può vantare una portata elettorale pari al 40% dei consensi del totale Isolano, con le prossime elezioni regionali ed un candidato Presidente non brillante, ma condiviso da molteplici attori estranei al Movimento, potrebbe non esservi tale riconoscimento da ampia parte di quella forte e popolare base elettorale, propria del M5S. Questa potrebbe essere indotta a esprimersi con un’astensione, fino a favorire, se non ingenuamente garantire, la vittoria di un’altra coalizione, questa sì fortemente radicata nei circuiti di potere e consenso clientelare. Il Movimento 5 stelle dovrebbe riprendere a percorrere il tracciato originario, quello che ha condotto questa forza a raccogliere un’ampia fascia di consensi e non mettersi in mano dei poteri forti de “noantri”, che in una reciprocità con l’ex sindaco Mario Puddu, sembrano voler dare vita ad un’orchestra obbligata a suonare lo spartito da loro assegnato, e di cui non intendono sicuramente che Mario Puddu divenga il direttore. Certo è che una trasparenza maggiore e un confronto vivo tra tutti i candidati alle “regionarie”, quanto una ufficialità dei motivi di esclusione nella fase preselettiva alle stesse, gioverebbe enormemente al M5S in questa fase non troppo rosea e poco chiara della sua breve storia. Maurizio Ciotola

Serdiana. Confronto e dialogo sul tema dell'infanzia presso la Comunità la Collina

Venerdì 20 luglio, alle 18 e 30 presso la “Comunità la Collina”, si svolgerà un confronto e dialogo tra il direttore scientifico della ”Festa Bimbi a Bordo”, Mara Durante e don Ettore Cannavera, sul tema: "Nel mondo degli infiniti possibili della letteratura per l’infanzia". L’incontro tra la dott.ssa Mara Durante, pedagogista e studiosa di letteratura per l’infanzia e don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità la Collina, organizzatore di attività e recupero sociale e culturale per gli emarginati sociali, ha un significato importante, centrale per tutti noi, in un epoca di travolgimenti e stravolgimenti culturali, di cui siamo protagonisti più o meno consapevoli. La dott.ssa Durante saprà introdurci in quel mondo, di cui tutti siamo stati partecipi e del quale andremo a governare o abbiamo governato gli spazi e i tempi, per i figli diretti ed indiretti. In particolare, Mara Durante saprà condurci per mano nell’esporci un’aperta codifica di percezioni, cui la sua esperienza attiva tra i bimbi e con i bimbi le ha permesso, in un mondo di cui la letteratura, nella sua più ampia accezione del termine, è parte centrale. L’incontro, il dialogo laico con don Cannavera, la cui indiscutibile cura e capacità con la quale ha saputo dar vita ad una comunità di recupero di tale intensità e forza, non potrà non trovare importanti legami e origini con le fratture sociali, quanto culturali, di cui l’infanzia dei meno fortunati è stata protagonista. Quella stessa infanzia la cui “lettura” postuma, ci restituisce la cause di quelle fratture individuali, ma che altresì può esser vissuta socialmente, prevenendole, in un “ex-ducere” attivo di cui la scuola e la società è parte centrale, elemento fondante. Due testimonianze importanti, che riusciranno a trovare nel confronto di venerdì, i possibili punti di unione dei percorsi sociale e culturali a partire dall’infanzia, cui ogni essere umano affronta, per divenire membro attivo della società di cui siamo parte non “escludibile”. Maurizio Ciotola

In Sardegna, legge urbanistica e “bellezza” non coincidono. Di Maurizio Ciotola

Se "la bellezza salverà il mondo", come affermò Dostoevskij, la legge urbanistica al varo del Consiglio Regionale sardo, contribuirà invece a distruggerlo, il mondo e la Sardegna in primis. Forse vi è un’attenuante generica, ma non sufficiente, che consente in parte di assolvere brutture edili, realizzate allo scopo di accogliere famiglie senza tetto negli anni dell’immediato dopoguerra; un’attenuante non più ammissibile da almeno quarant’anni e men che mai oggi, in anni di coscienza su quello che è, e dovrebbe essere, lo sviluppo sostenibile. Le nostre coste al pari dei grandi centri urbani, hanno costituito un luogo di speculazione edilizia quasi mai garante del bello, della sostenibilità o della sobrietà. In Italia, dove fino a vent’anni fa il denaro depositato in banca dimezzava il suo valore originario, a causa di inflazione e perdita del potere di acquisto, ha spinto gli italiani ad investire sul mattone, unico bene di sicura rivalutazione negli anni. Il fatto è che il mercato immobiliare, come qualsiasi altro mercato, se limitato e finito nel numero di operazioni, per blocco delle costruzioni e del suo sviluppo, diviene asfittico, inaccessibile per ampie fasce di risparmiatori, bloccato nelle operazioni di compravendita e, soprattutto, fonte di disoccupazione e fallimento delle imprese edili. Di conseguenza i mutui bancari si riducono a numeri esigui, con un calo di movimentazione economica e rendimento praticamente nullo per i fondi proprietari dei mutui. Un quadro drammatico che, negli anni si è già forzatamente ridotto in termini di entità numeriche e capitali coinvolti, di cui dobbiamo prender atto e per sopravvivere, sicuramente mutare l’obiettivo del business, che come qualsiasi crescita non può essere eterno se non lo si diversifica. L’Ordine degli Architetti nazionale, da anni parla del recupero necessario delle periferie delle città, delle metropoli, quanto di quelle aree di mezzo tra i centri urbani e le zone industriali. Abbiamo ancora nei centri storici cittadini, edifici e infrastrutture incompiute dal dopoguerra, non meno di quella decadenza propria degli edifici figli di uno sviluppo economico veloce e povero, privi di alcuna bellezza, con cui si sono realizzati interi quartieri nelle metropoli o nei centri urbani di provincia, la cui falsa foga di rinnovamento ha eroso il capitale di bellezza da cui erano contraddistinte. La Sardegna, nei limiti delle dimensioni proprie dei suoi centri urbani, ha compiuto un’egual distruzione e annientamento della sua bellezza propria e originaria, con il fine di alimentare una speculazione edilizia, ahinoì, accompagnata da professionisti del calcolo del cemento armato pensato solo nelle sue forme canoniche e non sempre funzionali. Ma anche la Sardegna ha avuto in ritardo, rispetto a quanto è avvenuto in merito alle deturpazioni costiere della Penisola, una identica erosione della sua caratteristica bellezza costiera. Oggi in piena inversione di tendenza, cui si è giunti grazie alla consapevolezza ambientale e al crescente culto del bello, in quanto commistione con la natura piuttosto che, con il suo azzeramento, il Consiglio regionale di quest’Isola martoriata da speculatori e prenditori, sembrerebbe invece in procinto di varare una legge, con cui consentire a piccoli e grandi speculatori ulteriori distruzioni, chiudendo la strada a qualsiasi altro tipo di sviluppo. In ultimo ma siamo sicuri, che una maggioranza così dilaniata costituisca un buon viatico, come ci hanno mostrato i recenti fatti relativi alle riunioni-rissa, che si susseguono da mesi, nel Pd. O ancora, quale affidabilità può offrirci la miopia dei suoi alleati, intenti a valutare come schierarsi alle prossime elezioni regionali, vendendo il proprio voto in Consiglio, piuttosto che ad un vero piano urbanistico regionale? Per il bene della nostra Terra dobbiamo auspicare il rigetto di tale disegno di legge, in realtà scritto fuori dal Consiglio regionale, utile solo ad ulteriori speculazioni incapaci di creare sviluppo oltre che, morte economica e sociale sul territorio. Maurizio Ciotola

Il data base aperto e vincolante del mercato del lavoro, che nessuno vuole. Di Maurizio ciotola

Il mondo del lavoro è cambiato ed è in continua evoluzione, ciò non di meno i diritti civili prima ancora che specifici, non necessitano di alcun superamento e del resto, come potrebbero in questa auspicata evoluzione. I diritti di tutela non possono ammettere ambiti in cui essi vengono sospesi o annullati, altresì non possiamo accettare o veicolare opportunamente un dumping sociale verso cui ci sta spingendo un’imprenditoria incosciente e senza qualità, tanto più senza etica. Il Partito Democratico e i sindacati hanno fallito perché, il primo è stato spinto e sponzorizzato da un capitalismo senza regole, i secondi perché intenti a proteggere solo élite di lavoratori tutelati e soprattutto pensionati, estranei al mondo del lavoro, ma purtroppo significativi azionisti di riferimento dei sindacati medesimi. Se esiste un mercato del lavoro, questo deve esser visibile ed evidente per i lavoratori, che devono conoscere in tempo reale e globale, la domanda e le tipologie di lavoro presenti sul territorio, nel Paese e nell’intera Europa. Un mercato del lavoro in cui i diritti del conoscere per poter aderire alla domanda di lavoro, devono consentire al lavoratore di accedere all’intero aggregato, definito nelle tipologie specifiche, della domanda presente sul territorio, senza che questa venga nascosta e gestita da operatori del settore, che solo sulla carta appaiono imparziali. Il Sen. prof. Pietro Ichino, comunista e poi diessino, propose una riforma in tal senso, con esito negativo, al punto di finire egli stesso emarginato dal centro sinistra e dai sindacati. Quando la Confindustria o i tanti esperti parlanti, ci espongono il teorema della fine del lavoro a tempo indeterminato, in realtà non hanno mai voluto renderlo mobile con le clausole specifiche, per cui il lavoratore possa accedere agli stessi strumenti di conoscenza in possesso dei datori di lavoro, in merito alla domanda di lavoro presente sul territorio e nel Paese. Questo ha consentito una frammentarietà e una precarietà al ribasso, attraverso cui sono stati veicolati gli effetti di un dumping sociale, contravvenendo in modo palese ai diritti civili e del lavoro. Fino a quando tali domande saranno rese frammentarie e governate da società con scopi di lucro, dai sindacati con scopi clientelari unitamente ai partiti politici, e dalle istituzioni organizzate per rendere indisponibile tale servizio, gli unici che andranno a perdere reddito e professionalità, per accettare umiliazioni e miserabili compensi, saranno i lavoratori. La gestione controllata dell’offerta, quanto della domanda di lavoro, business delle agenzie di lavoro, dei sindacati e dei partiti politici, consente a questi di assegnare ed offrire agli adepti e ai fedeli, financo a chi paga per le agenzie di lavoro, i posti disponibili come una sorta di elargizione generata da uno pseudo sforzo ed impegno, cui il lavoratore dovrà attenersi versando l’obolo, sia esso monetario quanto elettorale. E'possibile organizzare e rendere disponibile una banca dati, per tipologie e categorie di lavoro, quanto per territorio e nazionalità, in cui i datori di lavoro devono essere obbligati ad inserire le loro richieste, che saranno rese visibili all’intera popolazione abile al lavoro. Sarebbe un vero mercato libero in cui la domanda sarà costretta ad incontrare un’offerta non più al ribasso, come oggi avviene per quella voluta privazione di conoscenza riguardante la quantità e la qualità delle domanda dei datori di lavoro. Sarebbe l’unica rivoluzione possibile, che costringerebbe i sindacati a compiere il loro lavoro originario, quello di scrittura dei contratti e del rispetto delle tutele dei lavoratori, piuttosto che quello di ufficio di collocazione su base clientelare. Garantirebbe ai lavoratori un reddito di tutto rispetto, legato ovviamente alle loro qualità e capacità professionali, privando altresì i partiti politici del loro potere di vincolo su base clientelare, fino ad azzerare il mondo delle agenzie di lavoro intermedie, che svolgono un vero e proprio ruolo di caporalato legalizzato. Qualsiasi complessità ha la necessità di venire mostrata e conosciuta ai fini di esser resa disponibile, attraverso ambiti trasparenti e diretti, diversamente da come oggi accade, celata e veicolata da organismi intermedi, che attraverso la loro gestione cercano di trarre vantaggio e denaro a danno di altri, in spregio agli irrinunciabili diritti umani e civili. Maurizio Ciotola

L’Italia democratica, tra oligarchia e povertà. Di Maurizio Ciotola

Cinque milioni di poveri, un triste record che non si raggiungeva dal 2005, data di un altro triste record, determinati da un percorso di impoverimento pianificato. In realtà non ci siamo mai discostati gran che, da quel 2005 e neppure dagli anni novanta, periodo in cui la percezione del disastro e la sua constatazione era già sotto gli occhi di tutti. Basterebbe sfogliare la folta documentazione fornita da chi con i poveri ha a che fare, piuttosto che chi dei poveri parla per questioni statistiche, non sempre esenti da pressioni governative. Se si è giunti a cogliere questo dato allarmante, con un’evidente sottostima, attribuibile ai sistemi di campionamento statistici adottati, non è dovuto ad un destino cinico e baro. La meraviglia della controtendenza rispetto all’incremento della crescita o forse dovremmo dire della non decrescita, stupisce alcuni politici e molti economisti, ma non tutti a dire il vero. Perché oramai anche i più sprovveduti hanno banalmente compreso la “statistica del pollo”, di chi lo mangia per intero e chi ne avverte solo l’odore. Esiste una documentazione puntuale da parte delle organizzazioni volontarie e caritatevoli, Caritas in primis, da cui era ed è possibile capire quello che stava avvenendo. Sarebbe stato sufficiente entrare nelle borgate e nelle periferie in degrado, nei paesi impoveriti, ascoltare gli ultimi, quegli ultimi della fila senza più voce e soprattutto senza “interpreti” o rappresentanti, per capire ciò che è avvenuto in questi anni. Sarebbe bastato aderire alla politica con toni critici e libertari, incentrati sui problemi sociali, che sono poi i problemi di tutti, non solo di chi sta male. Invece abbiamo attraversato venticinque anni in un battage di qualunquismo, che per dotarsi di radici storiche e politiche ha adottato bandiere e parole proprie di quegli schieramenti politici che, dopo il disastro dell’industrializzazione selvaggia e le due guerre mondiali, hanno saputo generare uno stato sociale poco più che sufficiente e una redistribuzione del reddito accettabile. Prima di quest’alternanza qualunquista, vi sono stati gli anni del trionfo di una socialdemocrazia in cui l’Europa è prosperata e grazie a cui si è unita trovando più di un’intesa. Gli Usa e il sistema capitalistico occidentale, hanno accettato la socialdemocrazia come prezzo da pagare, per riunire il blocco europeo occidentale contro il blocco sovietico comunista. Finita la contrapposizione, le elite capitaliste, statunitensi quanto europee, sono passate all’incasso. In tanti hanno compreso e in tantissimi hanno colto l’opportunità per condividere questo progetto di distruzione sociale, incarnando ruoli storicamente avversi a tale smantellamento, pur di raccoglierne le briciole in denaro, notorietà e in potere apparente. Questa distruzione accompagnata in modo sistemico da una classe politica più o meno corrotta, ma soprattutto al soldo dei registi della demolizione, ha prodotto una reazione popolare forte e in certi casi violenta, probabilmente inaccettabile, di cui gran parte delle responsabilità sono da attribuire agli schieramenti politici, che hanno governato e sventrato il Paese per venticinque anni. Con i poveri bisogna parlare e soprattutto capire che, quella loro condizione di povertà non è determinata solo dalla privazione del reddito, quanto da una tristezza del vivere cui il ritiro del sistema Stato, in quanto a servizi offerti, è determinante. Dei poveri non si può solo parlare restando dentro la torre d’avorio in cui i servizi e i redditi sono più che garantiti a loro discapito. Una società equa e civile, che si rende conto di quanto è divenuta corta la “coperta”, cerca di compattarsi per avvolgere tutti, piuttosto che coprire solo alcuni ed escludere tutti gli altri. La coperta del Pil forse è cresciuta, ma coloro che di essa usufruiscono sono sempre meno, perché le regole, i diritti sociali e i principi umanistici sono stati banditi dalla politica, banalmente intenta a proteggere l’oligarchia predominante in questo insostituibile sistema democratico. Solo attraverso la via democratica è possibile ridimensionare il peso indiscusso di questa oligarchia, che nel contesto attuale è solo in parte priva dei supporti politici su cui si reggeva, ma di cui sta cercando di riappropriarsi, diversamente, per poter esercitare il proprio dominio indiscusso e dare continuità al progetto di distruzione sociale avviato da quasi trent’anni. Maurizio Ciotola

Salvini, il “condottiero” di una disastrosa guerra tra gli ultimi. Di Maurizio Ciotola

L’istituto repubblicano e democratico, che nella sua articolazione istituzionale cerca di contenere le spinte asimmetriche, di un esecutivo sorretto da forze politiche contrapposte, è in questi giorni impegnato a rimarcare i confini costituzionali di questo agire sconnesso. Se la forza centrifuga determinata dal leader della Lega, rende deforme l’operato unitario del Governo, la sponda mediatica nell’esaltare il suo agire nazionalista e reazionario, rincorre due fini, demolirlo sul piano umanistico, quanto democratico, e oscurare l’agire del movimento 5 stelle, vero obiettivo da abbattere. Sembra vi sia un patto stretto con il Pd, oramai privo di una matrice politica di sinistra, ma affarista e degenere, unitamente ai propositi di lotta finalizzati al controllo egemonico della propria area politica. Un'area per la quale il M5S ha costituito da sempre una sorta di costola alla sua sinistra, da eliminare, come da prassi abusata dal Pci ieri, in misura differente e se volete oggi avvilente, in accordo con il principio per cui, alla propria sinistra non possono esistere altre forze politiche. Diversamente, per quanto riguarda la coalizione di centro destra, di cui la Lega è parte integrante, che ha vissuto e prosperato, al pari del Pd, agendo su quella leva collaudata del sottobosco politico e burocratico in cui è innervato il malaffare, la corruzione e l’inefficienza, il Movimento 5 stelle ha costituito da sempre un pericolo reale alla ricerca di una legalità verso cui, viceversa il Pdl agendo sul piano legislativo, si è mostrato avverso. Se una forza sociale o politica non può esser abbattuta dall’esterno, alcuni strateghi insegnano che, in tal caso è meglio infiltrarsi e divenire attori dell’organizzazione politica da abbattere o indebolire. La storia ci regala innumerevoli esempi e la politica da sempre, ha esercitato questo metodo con strumenti non solo ideologici, sempre supportati da generose e illecite donazioni di denaro, che per chi cerca di raggiungere il fine, rappresentavano sempre un mezzo giustificato. Oggi è più probabile che, analoghi attori politici, non sappiano distinguere il mezzo dal fine, per evidenti volontà cognitive a cui sono anteposte quelle esplicite di lucro personale. Giungere al tavolo delle trattative blandendo la sciabola e i coltelli dietro una maschera da pirata, non pare un metodo i cui elementi riconoscibili possono condurre ad un confronto democratico libero e produttivo, piuttosto appare identificabile come un ricatto, che inevitabilmente consente l’approdo ad accordi di corto respiro. Se il problema dell’accoglimento dei profughi africani ha assunto negli anni l’evidente sproporzione, per cui il nostro Paese, naturale estensione europea nel Mediterraneo, si è dovuto prender carico di oneri in un contesto di degrado sociale ed economico già palese, questo problema non può e non deve esser affrontato agendo sulla pelle degli ultimi. su quella “merce umana” alla mercé delle organizzazioni a delinquere di stampo mafioso, di cui non si vuole distinguere origine e articolazione, ma della quale vediamo certamente gli effetti e i luoghi. Il ministro degli interni ha agito in modo irrituale in un contesto democratico, esacerbando gli animi al fine di mostrare il possibile “cadavere” dell’Aquarius, per abbattere l’opposizione di alcuni partner europei, con lo scopo di incassare il consenso dei deboli che, per natura preferiscono aggredire altri deboli, piuttosto che i loro burattinai. Questa “medaglia” cui il ministro Salvini si è voluto apporre sulla sua verde divisa, non condurrà ad una vittoria diplomatica e politica del nostro Paese sul versante europeo, quanto su quello interno, specifico per Salvini, nell’ambito dell’alleanza di centro destra. Ancora una volta i mezzi, che le massime istituzioni accreditano ad un ministro della repubblica, sembrano essere utilizzati per fini di natura personale, riconducibili alla realizzazione di una egemonia all’interno del centro destra, ovvero all’interno di una coalizione politica del Paese, senza che il Paese medesimo ne giovi. Per l’ennesima volta gli ultimi, aggrediti con il consenso degli ultimi, vengono utilizzati e sacrificati per finalità altrimenti raggiungibili attraverso un percorso diplomatico e politico di maggior efficacia, ma di modesto effetto mediatico. Le urla di Salvini captano il consenso, come riuscirono prima di lui Berlusconi e Renzi, ma nessuno di loro ha condotto e conduce politiche di ampio respiro, capaci di andare oltre se medesimi. Una politica da guitti, una reale politica populista, cui alternativamente parti della popolazione si sono innamorati e attraverso cui, hanno saputo demolire tutele e conservare privilegi, senza mai riuscire a progettare e tanto meno realizzare un futuro per il Paese. Il do ut des tra Salvini e le restanti parti politiche e affaristiche del Paese è esplicito, seppur non dichiarato, l’aver stilato un contratto politico tra le forze di Governo potrebbe apparire una tutela per i M5S, ma dobbiamo pur sempre ricordare che, qualsiasi effetto marginale, quell’effetto ultimo e in più, sul piano mediatico e dei consensi o dissensi sarà determinante nel catalizzare le opinioni finali, sul Governo medesimo. Un pericoloso gioco politico basato sull’assenza di fiducia tra gli attori di Governo, che oggi sembra estendersi alla strutturazione politica negli organi e nelle aziende controllate dallo Stato, la cui risultante non sarà certamente nulla, ma sicuramente disastrosa. Maurizio Ciotola

I nuovi schiavi dell’Occidente: mafia e neoliberismo “governano” la schiavitù degli immigrati. Di Maurizio Ciotola

La civiltà di una organizzazione sociale e politica è incentrata prima di tutto sul rispetto dei diritti umani, di tutti e non solo di alcuni. L’Italia insieme all’Europa è uscita da una devastazione bellica e dittatoriale, in cui questi diritti non ancora riconosciuti furono calpestati, violati, azzerati. Per anni dal dopoguerra il lungo cammino politico e sociale, ma soprattutto culturale, ha consentito ad un’ampia fascia della popolazione europea ed italiana, a introiettare, fare propri questi principi irrinunciabili. Opulenza e corruzione, agiatezza senza una equivalente crescita culturale, ha permesso lo smantellamento di quel fragile costrutto eretto su quei principi, fino a renderli oggi solo argomenti sulla carta, almeno in parte. Ha vinto il principio capitalista incentrato sul liberismo più spinto, che ha soppiantato quello capitalista socialdemocratico. Non sempre gli attori di questo sfascio si muovono all’unisono e quasi mai intendono farlo, ma concorrono sempre nel realizzare le brutture sociali e culturali di cui oggi siamo vittima. Aver smantellato lo stato sociale con il contributo principale dei suoi difensori, sinistra e sindacati, o l’aver inseguito il mito della governabilità a qualunque costo, sotto l’egida di un comitato tecnico europeo o sotto una politica neoliberista statunitense, ha consegnato il nostro Paese ad una destra di opposizione e di governo, diversa solo per collocazione, potremmo dire topografica, nell’emiciclo parlamentare. Solo una parte minoritaria della chiesa cattolica, una serie di organizzazioni sociali e religiose, ha saputo fare la differenza in un contesto monolitico, verso cui gli intellettuali a pagamento prestavano e prestano servizio senza porsi troppi scrupoli. In questa ipocrisia imperante, nella doppiezza tra il dire ed il fare, le sacche di povertà sono cresciute a dismisura, i poveri censiti hanno quasi raggiunto i dieci milioni di unità, mentre quelli sconosciuti, non censiti, dichiarati irregolari ed immigrati in fuga, sono divenuti negli anni di falsa accoglienza, centinaia di migliaia. Esseri umani soggetti ad ogni tipo di sfruttamento, ma soprattutto facile terreno di coltura per la malavita organizzata che, come per alcune imprese dedite allo sfruttamento, arruola uomini e donne per compiere servigi illegali, i primi nel controllo del territorio, le seconde nella prostituzione. Attività illegali gestite alla luce del sole da parte di organizzazioni malavitose, di cui non sappiamo quali propaggini penetrino lo Stato e fino a che punto nella sua articolazione. Una schiavitù palese di cui le istituzioni hanno coscienza, ma verso cui non hanno agito e non agiscono. Un esercito di schiavi condotti a “domicilio” dei loro sfruttatori, verso cui la politica e gli intellettuali al chilo, sono attenti solo al momento del loro ingresso, sempre pagato a caro prezzo sulla loro pelle. L'accoglienza in centri, che rasentano i lager di recente memoria, di “primo sfruttamento”, attraverso i quali molte organizzazioni, ingegnatesi nell’offrirla, battono cassa nei confronti dello Stato e di converso verso l’Europa, non prospettano agli immigrati alcun futuro, se non da semicarcerati utili per la riscossione dei proventi. Non esiste un serio percorso di integrazione culturale, sociale e lavorativa. e del resto se chi gestisce gran parte di questi flussi ha scopi differenti da quelli umanitari, non possiamo stupirci e tanto meno scandalizzarci, salvo gli ipocriti di cui come i cretini, le mamme sono sempre incinta. In Italia, denuncia la Caritas, l’Osservatorio Placido Rizzotto della Cgil e altri intellettuali non a pagamento, vi sono 80 epicentri, luoghi, in cui sono stati riscontrati fenomeni di sfruttamento e schiavitù per 400.000 lavoratori irregolari. Gli immigrati senza una identità in giro per il nostro paese sono almeno 600.000, con il fatto che, la loro possibile scomparsa, non riscontrata dalle autorità per un palese delitto, risulterebbe invisibile, inesistente. Esseri della cui scomparsa gli ipocriti politici ed intellettuali non si curano. Tra essi vi sono anche bambini, di cui non abbiamo notizia e il cui “utilizzo”, soprattutto per la vendita dei loro organi è conosciuto dalle autorità, ma di cui non è divulgata informazione. Un Paese in cui si insidia l’organizzazione mafiosa nelle sue istituzioni non è un Paese che può accogliere esseri umani in fuga, se non per farli divenire schiavi. Un Paese in cui il liberismo economico consente lo sfruttamento dei suoi cittadini, attua nei confronti degli immigrati uno sfruttamento disumano prossimo alla schiavitù, dove il liberismo economico si accoppia con il contesto mafioso, attraverso cui mantiene l’ordine senza scrupoli e senza timori. Un simile Paese è da riformare dalla sua base, partendo dalle scuole, dagli spazi culturali e non per approcci posticci. Questo è un Paese in cui chi combatte le mafie o lo sfruttamento sul lavoro, risulta esser gradito fino a quando non orienta la politica e le la società, perché a quel punto, in quel preciso momento la sua vita diventa a rischio, sotto l’aggressione mafiosa e l’assenza di una valida protezione da parte dello Stato. Una organizzazione sociale e politica, che ha al centro i valori umani, i suoi diritti, non deve temere l’aggressione mafiosa, politica o intellettuale che sia, ma non deve neppure veicolare ipocritamente il destino di tanti esseri umani nelle mani della delinquenza organizzata o dell’imprenditoria d’assalto, facendoli divenire i nuovi schiavi dell’Occidente. Maurizio Ciotola
Sottoscrivi questo feed RSS

23°C

Cagliari

Rain

Humidity: 59%

Wind: 17.70 km/h

  • 18 Oct 2018 23°C 17°C
  • 19 Oct 2018 24°C 20°C