Catalogna e franchismo spagnolo. Di Maurizio Ciotola

Giudicare la scelta indipendentista del popolo catalano, che cerca di andare oltre il regno spagnolo non è argomento cui noi oggi intendiamo addentrarci, un po’ per incompetenza e un po’ per il rispetto della scelta del popolo catalano. Certo è che una scelta vi è stata, inequivocabilmente, accompagnata e seguita dalla discesa in piazza, per le vie, per le calle de Barcelona, senza un approccio violento da parte dei manifestanti, i quali forti della propria ragione non hanno temuto la violenza opposta dal potere dominante di Madrid. Abbiamo assistito tutti, inermi e inerti, alla violenza con cui la Guardia Civil ha agito, per chiara volontà del regnante, del parlamento spagnolo e di un governo per niente incline al dialogo e capace di comprendere la realtà mutata del regno, che vuole ostinarsi a governare con l’impiego della violenza, da cui forse la giovane democrazia spagnola, non si è ancora affrancata. In una Europa in cui è tenuta ai margini la Turchia, per incompatibilità democratiche, la cui violenza contro il dissenso non pare dissimile da quella esercitata in questi giorni in Catalogna, il silenzio delle istituzioni proprie dell’UE e quelle dei Paesi membri, è stato devastante, umiliante, violento. Se la Catalogna diverrà una repubblica indipendente o resterà vincolata in quanto “unità” autonoma del regno di Spagna, questo lo dirà il tempo; certo è che non il referendum per l’indipendenza ha minato le già deboli basi dell’Ue, quanto l’ennesima assenza di posizione politica in merito ad un fatto, in cui la libertà è stata soppressa con violenza. L’ombra del franchismo nelle istituzioni, la presenza della casa regnante, che di Franco è stata complice e del franchismo è stata parte, unitamente ad una costituzione incapace di riconoscere le ragioni di un popolo, quello catalano, per cui vengono messi sotto accusa i suoi democratici rappresentanti, non costituiscono elementi condivisibili in un contesto democratico e liberale cui è ancorata l’idea dell’Ue e i suoi regolamenti. Non un processo fatto su basi costituzionali così compromesse come quelle spagnole, potrà esser soggetto Puigdemont e gli altri rappresentanti della Catalogna, quanto un confronto in un contesto europeo in cui gli stessi rappresentanti catalani e le istituzioni spagnole dovranno trovare un accordo democratico, capace di emendare la Spagna dal fascismo franchista di cui ancora avvertiamo l’eco. Maurizio Ciotola

Non accadrà nulla. Di Maurizio Ciotola

Non è accaduto niente quando, anche di fronte alle proteste, hanno modificato l’età pensionabile, portandola più o meno indiscriminatamente, per gli uomini e per le donne, alla soglia dei settant’anni di età. Non è accaduto niente quando, in un susseguirsi di governi a maggioranze differenti, si è smantellato un welfare, che si sorregge in parte e solo, per i lavoratori i cui contratti collettivi presentano un maggior potere di contrattazione, o per coloro che hanno un lavoro autonomo e la possibilità di dirottare una parte del reddito verso le assicurazioni e provvedere con onerose integrazioni. Non è accaduto nulla nel momento in cui le aliquote fiscali, in virtù della moltiplicazione degli enti a cui versare i tributi, Stato/Regione/Comune, la loro sommatoria ha sovrastato, quasi raddoppiato, il prelievo fiscale complessivo. Cosa è accaduto quando hanno cancellato dallo statuto dei lavoratori l’art. 18? Nulla, niente che potesse indurre il legislatore ad un ripensamento. Nulla è accaduto dopo che, le banche rese fallimentari da incompetenti e farabutti, sono state salvate con ingenti quantitativi di denaro, resi disponibili dallo Stato, grazie al prelievo predatorio attuato sui suoi contribuenti. Nulla accade dopo che vengono condannati responsabili della p.a. o delle istituzioni, nelle istituzioni, delle società partecipate dallo stato, di quelle che determinano disastri ambientali e morti sul lavoro. Niente avviene dopo che, con cadenza ininterrotta alcuni servizi giornalistici, sottopongono all’opinione pubblica i misfatti di una parte della classe dirigente, che è tesa a proteggersi e reiterare se stessa ad oltranza, indifferentemente da quanto viene denunciato, perché appunto, sanno che nulla accade. Nulla rimuove la maleducazione sconcertante, che si espande per divenire abitudine e consuetudine tra la gente, di ogni età e istruzione e niente vien fatto per arginarla e superarla. Niente è accaduto dopo venticinque anni di pieno conflitto di interessi, di un premier politico e le sue aziende televisive, editoriali, assicurative, bancarie. Nulla pare accada con la disoccupazione a due cifre e la fuga dei giovani dal Paese, quegli stessi giovani in cui investiamo per poi esser indifferenti alle loro capacità conseguite, pur di garantire la filiazione di un nepotismo con pochi eguali sul pianeta. Niente si muove e nessuno avvia una risoluzione per una delle massime incompiute e freno per l’economia, di cui la burocrazia costituisce l’ostacolo primario, nonché una funzione ideale per le organizzazioni malavitose, poco avvezze alla trasparenza. Niente sembra smuovere il cittadino medio di fronte alle incompiute o agli sprechi, agli scandali, cui la responsabilità evidente è di una classe politica priva di progettualità. Niente accade quando vengono sottratte al Paese le proprietà dei “gioielli” imprenditoriali, che concorrono nel mondo con soggetti economici di immani dimensioni, veicolando ovunque l’italianità. Nulla accade quando l’amministrazione comunale applica le aliquote massime per i tributi dovuti dal cittadino, in una evidente carenza di servizi e degrado architettonico, di cui un’insondabile bilancio comunale non vuole chiarire l’inefficienza palese, derivante dal rapporto tra contributi versati e servizi offerti. Nulla pare accadrà dopo che sarà approvata la nuova legge elettorale finalizzata al mantenimento di una classe politica, da cui gran parte della popolazione è stata portata alla fame. Nulla accadrà dopo la rimozione del governatore della Banca d’Italia, che ha reso esplicite le responsabilità dei banchieri e degli istituiti preposti ad agire dopo le sue segnalazioni, onde evitare la bancarotta delle stesse banche, poi salvate con i soldi dei contribuenti. Nulla accadrà dopo che in questo pavido Consiglio regionale, solo figuratamente in molti si sono stracciate le vesti di fronte ad una riforma sanitaria squilibrata e nei fatti incoerente con le problematiche di una territorialità devastata dall’assenza delle infrastrutture. Niente accade se scopriamo attraverso una commissione di inchiesta parlamentare, che lo Stato italiano nel richiedere un servizio militare inidoneo a qualsiasi prassi e regola, devastando la sicurezza e la salute dei suoi “figli”, nega e non riconosce agli stessi, questa sua mancanza di fronte alle loro invalidità o peggio ancora, alle loro morti. Nulla accade quando i giornalisti nell’espletare il loro mestiere, che non è quello del dattilografo, denunciano fatti e tentativi messi in atto dalle istituzioni, per mano dei loro attori politici a danno della collettività. Nulla accadrà quando verranno a prenderci per condurci in uno spazio privo di libertà e capacità di azione, perché saremo rimasti soli, inerti, di fronte alle già avvenute demolizioni sociali ed economiche, culturali, che hanno coinvolto gli altri e preceduto la nostra. Maurizio Ciotola

La democrazia è in bilico. Di Maurizio Ciotola

Non si tratta di un colpo di mano, come benevolmente tanti hanno avuto modo di attribuire all’azione di governo con cui si è deciso di porre la la fiducia sull'approvazione della legge elettorale, partorita dalla commissione bicamerale, di cui Rosato è membro. Si tratta di un vero e proprio colpo di stato, nella sostanza e nella forma, con cui la bizantina legge elettorale, che sta per essere varata, contravviene a specifici principi costituzionali, tra cui l’indicazione del primo ministro sulla scheda e che inoltre garantisce a leader non eleggibili e non inclusi nelle liste elettorali di comparire alla guida delle coalizioni che si presenteranno alle elezioni. Berlusconi in primis. Una legge elettorale proposta in limine, costruita ad hoc sulle forze politiche ancora presenti in parlamento e coese per il timore di perdere questa loro primazia fine a se stessa, di cui il Paese non ha mai giovato negli ultimi venticinque anni in cui istituzioni, welfare state, lavoro e ricchezza sociale sono stati demoliti. Una legge elettorale nata da una guerra politica scaturita dalla nascita di formazioni antisistema e dai fuoriusciti da quelle che, sono state per anni forze politiche egemoni nella conformazione in voga, ovvero quella del partito piglia tutto. La democrazia è in bilico, non per le scellerate affermazioni di un ministro degli interni, che fa rimpiangere Scelba, o perché le cosiddette forze populiste stanno conquistando una maggioranza relativa, ma perché chi è investito di alti ruoli istituzionali ha accantonato e disperso la cultura democratica a cui si è abbeverato, negli anni della sua istruzione e crescita. La democrazia è sotto scacco perché gran parte di chi siede in Parlamento o nei Consigli regionali, quanto in quelli comunali, è totalmente asservita a regole esterne alla democrazia istituzionale e che con arroganza si beffa della Costituzione Repubblicana. Sappiamo che il Presidente della Repubblica non ha alcun titolo per rimandare alle camere la legge elettorale eventualmente approvata, ma solo un forte potere di moral suasion. Non possiamo però pensare di passare altri cinque anni con un Parlamento eletto grazie ad una legge elettorale che sarà bocciata dalla Corte Costituzionale. Nessuno può abusare della Costituzione giocando sui tempi della sua applicazione, come un parlamento di legulei si appresta a fare e ha saputo compiere per quasi venticinque anni. Maurizio Ciotola

Festival Emilio Lussu, la bellezza salverà il mondo. Di Maurizio Ciotola

La terza edizione del Festival-Premio Emilio Lussu è terminata domenica otto ottobre, ma il lascito di questa indimenticabile serata si congiunge in sinuosa bellezza con il suo avvio. L’apertura del Festival è stata dedicata a Emilio Lussu e Cicitu Masala, la sua chiusura a Cesare Pavese e Charles Boudelaire. Le opere lette in sala, quanto quelle premiate fuori concorso, presentavano connessioni evidenti con il pensiero e le opere dei grandissimi e differenti autori, in nome dei quali è stato chiuso il festival. Si è iniziato con la lettura della quinta edizione di “Tzacca stradoni” storie della mala cagliaritana, di Gianni Mascia. “Lucianetto Strappo” non è potuto uscire dalla prigione a causa del mancato permesso del giudice di sorveglianza, per cui di conseguenza non ha potuto dar voce agli episodi narrati nel libro. Ci ha pensato Gianni a leggere quella parte del racconto, che hanno fatto riemergere gli anni drammatici in cui l’eroina ha falcidiato più di una generazione nella nostra città, come nell’intero mondo occidentale. Il richiamo a fatti specifici, non troppo fantasiosi, quanto realistici, ha ricondotto la nostra attenzione ad un male che, con l’utilizzo di stupefacenti sintetici, oggi sta divorando ulteriori generazioni, marginalmente in Occidente e in modo pregnante nei paesi emergenti. La presentazione del libro di Natalia Fernàndez Diaz-Cabal, “Hijos de sarcoma” nella traduzione curata da Gianni Mascia, è avvenuta con il reading di alcune sue poesie in doppia lettura, lingua originale e italiano, da parte dell’attore Fausto Siddi e del poeta Gianni Mascia. Natalia non è potuta esser presente per i fatti che, in questi giorni hanno reso protagonista la Catalogna e la Spagna in un esercizio di libertà/oppressione, cui la nostra epoca storica, in Europa almeno, aveva dimenticato. Gianni, che delle poesie di Natalìa ha compiuto la “versione” in italiano, insieme ad un Fausto Siddi tuonante, hanno saputo portare l’essenza della poetessa catalana nei dettagli e nelle sue vive sfumature. Se la Poesia è vita, Natalìa, che ha attraversato un difficile periodo per la sua salute, grazie ad essa ha saputo ed è riuscita a restituire alla vita anche ciò che, il male da cui è stata aggredita, ha tentato di uccidere, superandolo. Una vitalità capace di render le sue poesie veicolo per l’elevazione interiore di tutti noi, oppressi da una cultura che pare voglia rinunciarvi, disprezzando la vita. E'stato conferito il premio alla carriera allo scrittore Guido Conti, premio Campiello 2009, autore di testi che hanno saputo esprimere il disagio adolescenziale, le problematiche dell’handicap e della vecchiaia, quanto la delicata purezza di un amore saffico. Guido Conti ha tenuto una “lectio magistralis” sulla letteratura, sul suo forte ruolo sociale, gli scritti di Lussu, quanto quelli di Arbasino e Kafka, richiamando di quest’ultimo la sua opera meno conosciuta, ma sicuramente la più grande, “La tana”. La letteratura parla di noi oggi, ricorda Conti, essa è un importante strumento di conoscenza che permette di esser là dove non potremo mai stare, uno strumento di conoscenza globale capace di ricondurci alle radici dell’umanità. Parla dell’importanza di Lussu in quanto autore e letterato, erroneamente classificato come autore di guerra con “un anno sull’altipiano”, in cui invece rende esplicita la stupidità umana e quanto essa riesca ad aver séguito grazie a comportamenti stupidi e irrazionali. Potremmo affermare, senza timore di smentita, che Lussu è stato un antesignano del grande messaggio umano, sociale e filosofico, cui Hannah Arendt attraverso la sua “banalità del male” ha donato al mondo intero. Lei cosciente di quanto il male, può esser veicolato senza ideologia o partecipazione, ma solo attraverso la reiterata esecuzione di ordini, cui ci asteniamo dal giudicare o con cui ci rifiutiamo di entrare in conflitto, stupidamente appunto. Di quella Grande guerra, che ha gettato le basi della seconda guerra mondiale vissuta dalla Arendt, il capitano Lussu impegnato al fronte, ha narrato in merito agli stupidi ordini di uno stato maggiore contraddistinto da una arroganza omicida. Stupidi ordini con i quali sono stati mandati allo sbaraglio migliaia di uomini, originariamente devoti ad una idealità e un’illusione, infangata nella sua disumana realizzazione. Guido Conti, ci parla delle terre solcate dal fiume Po, del loro naturale habitat, in nulla dissimile da quello delle pianure del Punjab in India. E non a caso le città della pianura Padana, oggi accolgono, tra gli altri cittadini perfettamente integrati, tantissimi indiani del Punjab. La letteratura come strumento di conoscenza e comprensione, di indagine interiore quanto di conoscenza sociale. La successiva proclamazione dei vincitori del Festival e dei numerosi ex equo, insieme all’impossibilità di premiare gli altri meritevoli testi di poesia e narrativa giunti alla giuria, connotano anche quest’anno il Premio Emilo Lussu, tra i più rilevanti in ambito nazionale ed internazionale. Un Festival-Premio, che punta lontano grazie alla volontà e sapiente gestione degli ideatori, Gianni Mascia e Alessandro Macis, al grande sforzo organizzativo di Patrizia Masala e all’impareggiabile staff tecnico e artistico dell’associazione “tra parola e musica” guidata dal musicista Andrea Congia. Il premio, che è anche un festival, appunto, ha avuto l’insostituibile e vivo apporto delle lettrici della “scuola di poesia popolare per la Pace”, Rita Carta, Patrizia Mocci, Lollo Manca e Maria Teresa Meloni, che in alternanza con le lettrici della Biblioteca Metropolitana Emilio Lussu, hanno animato le poesie e i racconti dei grandi autori, cui la III edizione del festival era dedicata. A s’annu chi benit, all’anné prochaine, to next year, el pròximo ano, nachstes jahr, aleam almuqbil, l’any que ve, agale sala, al prossimo anno. Maurizio Ciotola

Rigurgiti fascisti e azioni posticce: la legge Fiano. Di Maurizio Ciotola

Qualche settimana fa la Camera dei Deputati approvava la legge Fiano, con cui si vieta l’esposizione delle immagini nazi-fasciste, di Mussolini, di Hitler e il saluto romano. Un provvedimento che ha sicuramente un suo valore, ma sfugge come mai in più di settant’anni non ve ne sia stato uno identico, nei termini e nella fattispecie. Il reato di apologia del fascismo, di propaganda e ricostruzione del partito fascista è previsto dalla Costituzione e con la legge 645 del 1952. Si dispone un divieto, ma non si cura il male e forse lo si acuisce in tempi come quelli attuali. Lo Stato italiano, ha cercato prevalentemente di “educare” i suoi cittadini attraverso divieti e consensi, limitando risorse nell’istruzione, che a tutti i livelli, è sempre di più finalizzata a formare persone adatte ai ruoli definiti nella struttura sociale, istituzionale e aziendale. L’istruzione è stata esonerata da suo compito principale per cedere il passo alla formazione, all’utilità economico-funzionale che ne deriva, in deroga all’autonomia intellettuale di giudizio, consapevolezza e conoscenza, cui in senso ampio è propria della sua funzione. Il ritiro dal suo compito essenziale e precipuo è dettato da un’evidente taglio dei finanziamenti e degli investimenti, almeno in prima istanza e sul piano apparente. E sì, perché il vero e sostanziale fattore che ha determinato la sua trasformazione in “formazione”, è dettato da chi definisce i programmi e i corsi in ottemperanza al modello sociale e politico voluto. Con l'adeguamento di una ampia fascia di docenti, in modo rilevante nelle Università, verso la formazione utile piuttosto che l’istruzione fondante per il libero cittadino, è stata piegata qualsiasi volontà di analisi e discernimento non consoni agli ambiti di studio previsti dal ministero o dal rettorato. Un Paese che vuole restare civile e democratico, ma soprattutto libero, deve investire in risorse intellettuali ed economiche nell’istruzione e nella cultura. Uno Stato in cui la propria classe dirigente è incapace di avere una visione globale della società in mutazione, adotta il sistema dei divieti e dei consensi, scippando qualsiasi capacità di determinazione al cittadino, lasciandogli “l’opportunità” di scelta propria di un sistema binario o manicheo. Quando in un Paese crescono le adesioni ad una ideologia fascista e reazionaria, la soluzione non può trovarsi nel divieto di esposizione delle immagini che la richiamano, quanto nell’intervento finalizzato a restituire un sistema istruttivo e culturale in grado di generare gli anticorpi verso questo abominio. Maurizio Ciotola

Cagliari. Festival premio Emilio Lussu, prima giornata della III edizione. Di Maurizio Ciotola

Quando Carlo Antonio Angioni ha incominciato a narrare “il cinghiale del diavolo” di Emilio Lussu, accompagnato dalla nuvola sonora di Andrea Congia, abbiamo incominciato a sentire i rumori delle campagne in cui i cacciatori con i loro cani cercavano di ammazzare il cinghiale. Siamo scivolati lì, insieme al pathos di zio Pietro, il capo caccia e al suo cane ferito Senza paura, per poi sederci nella grande capanna insieme agli altri cacciatori intenti a rispondere al capocaccia sulla battuta del giorno, su come hanno agito di fronte a quel cinghiale, che è parso da subito, posseduto dal demonio. Abbiamo sentito il calore e lo spostamento dell’aria, gli odori e gli umori dei cacciatori sopraffatti di fronte a quel cinghiale “segnato” da una croce, posseduto da uno spirito che gli consentì di passare indenne le diverse aggressioni dei cani e agli spari degli stessi cacciatori. Un filmato in 3D non avrebbe saputo reggere il confronto con quella sublime interpretazione, cui Carlo Angioni in piena simbiosi con Andrea Congia, con grande maestria teatrale ha saputo dare alle diverse voci e umori degli uomini e degli animali. Lo spazio intorno a lui si apriva in quella campagna di cui il racconto narra, con il protagonismo di una musica capace di restituirci gli spazi della sua narrazione e di quella immensità cui la natura in Sardegna è solita mostrare. Un’apertura del Festival che ci ha permesso di entrare immediatamente in diretto contatto con un Emilio Lussu ancora incredulo, che scrisse di quel “cinghiale” asserragliato in campagna, non diversamente dall’uomo in trincea, capace di riuscire a sfuggire alle pallottole sparate dai cacciatori. Il graphic novel animato, proiettato sullo schermo al termine della narrazione, ma in perfetta continuità con essa, ci ha portato tra le trincee di quell’Altipiano della grande Guerra vissuta e descritta nelle sue atrocità dallo stesso Lusssu e di tutti quegli uomini mandati allo sbaraglio a morire in nome di una patria, che non conoscevano e di cui non avevano mai avvertito l’esistenza. Argomento che riprende Cicitu Masala, nel video proiettato in continuità con il graphic novel, in un suo intervento in cui contestò ad Emilio Lussu l’affermazione "la Sardegna è una nazione mancata" per correggerla, con giusta cognizione, che nei fatti la "Sardegna è uno Stato mancato, non una nazione mancata". Marco Gallus ha presentato il Web doc su Cicitu Masala, da lui curato su richiesta della famiglia Masala e che ha chiamato “S’Istoria”, rifacendosi alla grande opera di “controstoria” della Sardegna scritta da Cicitu. Un grande archivio non sequenziale ma richiamabile per argomenti, sui quali Cicitu si è espresso o scritto lunghe e ricche opere. L'intervento iniziale di Cicitu ripreso nel filmato proiettatoo, richiama la necessità, per i sardi, di dover incominciare a “camminare” con le proprie gambe, non più quelle dei fenici, dei romani, degli aragonesi o in ultimo, degli italiani. Quell’autonomia cui, consapevolmente, non riusciva a riscontrare nella società isolana e alla quale faceva appello, richiamando il coraggio per una scelta in cui l’impegno e lo sforzo subentrino a quella dipendenza culturale e assistenziale, per secoli motrice aliena delle nostre scelte. Una superlativa lettura in “limba” di Gianni Mascia e in versione italiana di Carlo Alberto Argiolas, hanno omaggiato in finale il grande Francesco Masala, pensatore, filosofo e storico della nostra terra, che troppo spesso divora in un cannibalismo culturale ed etnico, i suoi autori stimati ed apprezzati nell’intero pianeta. Una prassi non dissimile da quella specifica del provincialismo culturale, in cui gli intellettuali italiani puntualmente ricadono o all’interno del quale si trincerano, con estrema linearità ci ricorda Daniela Marcheschi. Svolgere il mestiere di critico comporta un onere che non fa la coppia o il paio con la simpatia o la benevolenza altrui, anzi, ma questo non può ostacolare o far deviare il critico dalle sue scelte, nelle sue analisi. E'esplicita la Marcheschi, se il critico vuol far carriera sulle opere altrui non ha che da adattarsi al main stream, di cui diventa componente e da cui è sostenuto. La sua “Antologia dei poeti italiani”, oggi alla quinta ristampa, parla di ventuno autori, intensi, umani, poco apprezzati da una borghesia intellettuale che disprezza il popolo. Punta l’indice su come il mercato letterario ha trasformato e svuotato di contenuti le opere proposte da autori che sono chiamati, come in una produzione seriale, a pubblicare un libro ogni anno. Racconta come alcune case editrici, che stanno sul mercato, gettano allo sbaraglio giovani autori, cui al successo del primo libro, non segue il secondo e per cui esclusi vengono marginalizzati, persi. Accusa l’assenza di un contesto di crescita intellettuale in cui gli autori in un confronto continuo evolvono, generando bellezze poetiche, come avveniva ed è avvenuto nel nostro Paese, in cui gli autori, i poeti e gli scrittori potevano attendere dieci vent’anni prima di pubblicare una nuova opera, senza per questo veder sminuito o annullato il loro valore. Su un altro punto importante si sofferma la Marcheschi, ovvero in merito all’assunto, assurdo e incomprensibile, antistorico, per cui uno scrittore od un poeta, non debba svolgere nessun altro lavoro se non quello specifico dello scrittore o del poeta. Come la vulgata comune porta a pensare e a credere, differentemente da quello che la storia ci narra, ove un doppio impegno, solitamente in piena contrapposizione o comunque non legato allo specifico ingegno dello scrittore o del poeta, ha costituito da sempre la normalità. La serata, iniziata con la lettura del Cinghiale del diavolo, di Emilio Lussu, non poteva che concludersi con la lettura di un brano dell’opera che lo ha reso famoso, “un anno sull’altipiano”, ove viene messa in risalto la stupidità che animava le linee militari, partendo dai loro capi, in cui l’esaltazione aveva soppresso ragione ed amore per la vita. Maurizio Ciotola

Cagliari. Terza edizione del Festival - premio Emilio Lussu

Si svolgerà a Cagliari, nella sala polifunzionale del parco di Monte Claro nei giorni 6, 7 e 8 ottobre 2017, la III edizione del “Festival-premio Emilio Lussu” per la poesia, letteratura, cinema e musica, sotto la direzione artistica di Gianni Mascia e Alessandro Macis. Quest’anno il Festival sarà dedicato ai poeti, Charles Baudelaire, Umberto Saba, Francesco Masala e agli scrittori, Cesare Pavese, Italo Svevo ed Emilio Lussu. Durante l’intero festival sarà possibile visitare la mostra sui poeti e gli scrittori ai quali è dedicata la manifestazione, allestita e curata dalla biblioteca “Emilio Lussu” (orari: dalle 18:30 alle 22:00). Una tre giorni che inizia con la serata dedicata alla poesia di Francesco Masala e all’opera di Emilio Lussu (6 ottobre). A seguire (sabato 7 ottobre) è la volta della poesia di Umberto Saba e dell'opera di Italo Svevo. Si conclude domenica 8 ottobre con la poesia di Charles Baudelaire e la narrativa di Cesare Pavese. In particolare per lo spettacolo di narrazione del 6 ottobre saranno protagoniste le musiche di scena de “il cinghiale del diavolo” di Emilio Lussu, con Carlo Antonio Angioni regista e voce recitante, Andrea Congia alla chitarra classica, aprirà il Festival. Seguirà la presentazione de “S’Istoria” <>, interamente dedicato a Francesco (Cicitu) Masala, ideato e curato da Marco Gallus. Di Salvatore Amara verrà presentato il suo ultimo libro, “Un salto nel blues” e la serata proseguirà con il grande contributo dell’intervento dell’associazione “Sa Lingua Bia”. Durante l’intera serata inaugurale sarà presente la poetessa e critica letteraria, Daniela Marcheschi, di cui verrà presentata la sua opera, “Antologia dei poeti italiani”, Le allieve della “Scuola popolare per la Pace” leggeranno le poesie presentate al premio. La giornata successiva, sabato 7 ottobre, sarà dedicata alle poesie di Umbero Saba e curata da Daniela Marcheschi, mentre la parte dedicata all’opera di Italo Svevo verrà curata da Alessandro Macis, con il reading di Lorima Mema e Andrea Congia. interverrà Rossana Abis e i Brebos. Gianni Mascia e Alessandro Macis, presenteranno il IV° numero della rivista letteraria “Coloris de Limbas” da loro diretta, mentre le interpretazioni poetiche degli autori a cui è dedicato il festival saranno curate dal gruppo di lettura della Biblioteca metropolitana di Cagliari “Emilio Lussu”. L’ultima serata di domenica 8 ottobre si aprirà con un reading di Gianni Mascia accompagnato alla chitarra da Andrea Congia e la presentazione del libro “Figli di sarcoma” di Natalia Fernandez Diaz-Cabal e traduzione curata da Gianni Mascia, avverrà con il reading dell’attore Fausto Siddi. La serata si avvierà alla conclusione con la proclamazione dei vincitori della III edizione del Premio Lussu, cui seguirà un loro reading con Tamara Pes, Giancarlo Secci e Michela Floris. Il festival si concluderà con il conferimento del premio alla carriera allo scrittore Guido Conti, (premio Campiello 2009) autore del libro innovativo “il grande fiume Po” (Mondadori, 2012), di favole per bambini, de “La palla contro il muro” (Guanda, 2007)in cui narra le tematiche del disagio adolescenziale in un contesto di separazione della famiglia o con “il taglio della lingua” (Guanda, 2000) in cui affronta le problematiche dell’handicap e non ultimo con “Le bocche della nostra sete” (Mondadori 2010) in cui ha saputo con grande maestria “poetica” parlare dell’amore fra due donne, investendolo di infinita purezza. Maurizio Ciotola

Doppia preferenza di genere versus femminicidi politici. Di Maurizio Ciotola

La doppia preferenza di genere dovrà entrare a far parte della legge regionale statutaria, almeno questo è quello che, dopo l’avvenuta approvazione in commissione Autonomia, verrà discusso e votato in Consiglio Regionale. Un importante passo per una Regione che, ancora non è riuscita a smarcarsi da una evidente avversità politica verso il genere femminile. Questa giusta rimozione di ostacoli, di per sé interni ai partiti, è quanto richiede la società civile, che da tempo sollecita una garanzia d’accesso alla vita politica ed istituzionale per le donne. Il successivo passaggio in Consiglio per la modifica della statutaria, garantito nei tempi dal Presidente Ganau, presenta l’insidia del voto segreto, la cui espressa richiesta nella precedente legislatura ha affossato la medesima riforma. Dell’utilizzo di questo strumento, la votazione segreta in Consiglio per motivazioni non inerenti la persona, resa possibile dall’esistente regolamento, mette in allerta l’On. Anna Maria Busia, prima firmataria della modifica statutaria in oggetto e già promotrice della doppia preferenza di genere ben prima di entrare in Consiglio regionale. E' sempre l’On. Busia che rimarca l’importanza di questa riforma e della necessità di consentire l’accesso democratico alle donne in Consiglio, seppur questa stessa modifica non garantirà il loro ingresso nella stanza dei “bottoni”. Questo strumento non costituirà la soluzione ultima, ma un importante passo di attenzione e inclusione per le donne, da sempre estromesse da importanti attività e ruoli dirigenziali, dichiara l’On Busia fino a richiamare il veto posto dai partiti verso le stesse donne, come avvenuto nello specifico del Partito democratico regionale, in merito al negato accesso alle donne nella stanza dei “bottoni”. L’attuale vita politica in Consiglio Regionale, come nell’intera società, non è costruita a misura di donna, se non per una donna “eroina”, che accetta di “vincere” in una organizzazione sociale e del lavoro costruita a misura dell’uomo, per l’uomo. Questo Anna Maria Busia denuncia in piena consapevolezza, da donna, professionista affermata e consigliere regionale. E in Consiglio Regionale, in cui le donne sono solo quattro su sessanta consiglieri, lei agisce promuovendo leggi con lo scopo di ridisegnare il sistema in modo equo. Ci accorgiamo purtroppo che, l’incidenza delle sue azioni, in un Consiglio a dominio maschile e non sempre illuminato, dietro il mascherato apprezzamento, trova una opposizione reale, determinata da un dissenso in sede di votazione finale, magari segreta. Il richiamo al veto sulle donne in merito all’accesso nella stanza dei “bottoni”, ci ha consentito di porre delle domande in merito a quanto avvenuto in seno alla coalizione di centro sinistra, che ha vinto le elezioni regionali con Francesco Pigliaru, dopo l’estromissione della candidata scelta democraticamente alle primarie interne alla coalizione, Francesca Barracciu. Abbiamo necessariamente evidenziato che, se la cultura dei partiti, inclusi quelli alla guida della Regione, è la stessa, come possiamo pensare di modificare un sistema avverso al genere femminile? E se sulla candidatura alla presidenza regionale è stato perpetuato un “femminicidio politico” su Francesca Barracciu, come lo stesso Sen. Gian Piero Scanu lo ha definito, quante probabilità esistono per l’approvazione di una riforma, se quelle stesse persone che hanno attuato quel femminicidio politico, siedono oggi in Consiglio Regionale? E ancora, possiamo pensare ad una legge ad hoc al fine di garantire l’avvicendarsi o l’ingresso in quelle stanze dei bottoni alle donne, quanto invece ad un’ulteriore azione, come dice l’On. Busia, che consiste in una forte spinta culturale veicolata dall’istruzione. In quanto alla modifica della statutaria non è lecito dubitare dell’onesta intellettuale dei cinquantasei consiglieri regionali, tanto meno della calendarizzazione della sua discussione in aula, prevista solo dopo la votazione sulla ridefinizione della rete ospedaliera. Siamo certi del contrario e per cui crediamo che, questo dubbio si dissolverà sicuramente nel momento stesso in cui non verrà richiesta la votazione segreta e altresì quando verificheremo che, la calendarizzazione della stessa discussione, non includa in se un ricatto politico legato alla votazione da cui in aula sarà preceduta. Maurizio Ciotola
Sottoscrivi questo feed RSS

Cagliari