23 maggio 1992 - 23 maggio 2018, ventisei anni di dominio mafioso. Di Maurizio Ciotola

Ventisei anni fa, un detonatore fece esplodere il tritolo da tempo costipato, sotto la strada che da Palermo conduce all’aeroporto di Capaci. Ventisei anni fa, dopo appena un anno di lavoro al ministero di Grazia e Giustizia, così si chiamava allora, il direttore degli affari penali appena nominato, il giudice Giovani Falcone, salta per aria in quella stessa strada, insieme alla moglie Francesca Morvillo, e l’intera scorta di agenti, lasciando sgomento l’intero Paese. Ventisei anni son passati dalla deflagrazione della cosiddetta prima repubblica, per cui differenti fattori furono propedeutici, ma per la quale due solo furono determinanti, la stage di Capaci e quella di via d’Amelio, in cui l’ultimo alfiere contro la mafia, Paolo Borsellino, perse la vita insieme all’intera scorta. Oggi non ricordiamo solo Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, insieme agli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, ma l’interruzione di quella lotta contro la mafia. Più generalmente contro le associazioni a delinquere di stampo mafioso, cui un gruppo di magistrati guidati da Falcone e Borsellino, cercarono di far emergere per estirparle dal tessuto malavitoso del nostro Paese. Un’attività, quella mafiosa, tenuta in vita da corpi estranei al nostro Paese, dei quali dopo il 1992 è divenuto ostaggio. Sarebbe sufficiente leggere non solo le “narrazioni” di Leonardo Sciascia, sui termini della mafiosità specifica delle organizzazioni a delinquere, la politica e le istituzioni, quanto i puntuali interventi derivanti dalla sua attività di Parlamentare indipendente, ancorché presidente della commissione di inchiesta sul caso Moro, o “Affaire Moro”, con cui soleva indicare l’intricato susseguirsi di fatti e azioni dopo e durante il sequestro di Aldo Moro, fino al suo assassinio. Far saltare i “bastioni” per mettere sotto scacco lo Stato è quel che è avvenuto il 23 maggio e il 19 luglio del 1992. Le operazioni susseguitesi, nel panico generale di una politica diversamente già sotto scacco ed imbrigliata, ancorché compromessa, furono cosa semplice. Gli attori politici di quella fase cruciale, vittime dell’aggressione, hanno taciuto e continueranno a tacere per il timore di perder la propria vita, forse assicurata da qualche documento che, nella fuga dai palazzi delle istituzioni, hanno fotocopiato o trattenuto a mo’ di salvaguardia personale. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli agenti che hanno compiuto il loro lavoro fino alla fine per far sì che i due giudici portassero a termine il loro operato, non meno della giudice Francesca Morvillo, il cui amore per Giovanni Falcone è stato per lui altrettanto centrale, hanno sacrificato la loro vita senza timore, con l’unico desiderio di veder trionfare la giustizia in un Paese dilaniato dal malaffare. Se vi è una terza repubblica all’orizzonte, ancora nessuno di noi può affrettarsi a dirlo. Quel che è certo è che, finora, abbiamo inalato per ventisei anni le polveri della prima, dilaniata dalle associazioni a delinquere di stampo mafioso, che nella cosiddetta seconda repubblica hanno avuto un ruolo centrale e di dominio indiscusso. Maurizio Ciotola

Una politica del lavoro che genera morti. Di Maurizio Ciotola

256 morti e 653.000 denunce di infortunio sul lavoro in Italia dall’inizio del 2018, ai quali si dovrebbero aggiungere gli altri infortuni, nascosti o denunciati in luoghi differenti, da quelli in cui i malcapitati svolgevano il loro lavoro in nero. Questi dati costituiscono la cifra di quanto avviene, sul piano produttivo, nel nostro Paese, in cui per soddisfare una ripresa della richiesta, dopo la crisi degli ultimi anni, le imprese si accingono ad esasperare i loro cicli produttivi senza adeguare gli impianti già obsoleti. E'l’adeguamento ad un trend di crescita senza aver operato adeguati investimenti tecnologici, se non una evidente riduzione del personale operativo, in quantità e livello professionale, troppo spesso con l’affido delle parti operative più pesanti ed onerose, sul piano della sicurezza e delle prestazioni, ad imprese o “partite iva”. Non riusciamo ad avviare un’adeguata modernizzazione delle nostre industrie manifatturiere, troppo spesso imballate e funzionali a un circuito clientelare, politico-sindacale-imprenditoriale. Lo Stato, attraverso erogazioni di denaro mascherate, consente un asservimento e il mantenimento di un’occupazione a basso valore aggiunto, su cui è operato il vincolo politico sindacale, che rasenta metodi mafiosi. Neppure la crisi è riuscita a far mutare l’atteggiamento di questa simil-imprenditoria educata al connubio con quelle espressioni politiche e sindacali prive di prospettive e progetti, ma soprattutto senza coraggio e funzionali al proprio mantenimento. Ogni anno in questo Paese l’ecatombe sui posti di lavoro fa indignare autorità e istituzioni, strappare le vesti ai soliti sacerdoti del potere, che dopo aver espresso le condoglianze di rito alle famiglie dei malcapitati, si premurano di non deviare dalla strada fino a quel momento intrapresa. La politica ha necessità di sbandierare i numeri di una ripresa e spinge l’imprenditoria asservita a rispondere in tempi rapidi, operando sia una pressione sui sindacati, che allentano il controllo cui sono deputati, sia riducendo le risorse per i controlli degli istituti preposti e senza mai dimenticare di trovare le vie finanziarie, attraverso cui agevolare/premiare le imprese medesime. Un circolo vizioso in cui il lavoratore è vittima, privo di tutele reali, nella generale consapevolezza dei soggetti coinvolti. Questa ecatombe annuale è figlia di un’approssimazione politica e sindacale, in cui la regressione reale è mascherata da un apparente progresso formale, dove alla indeterminatezza delle responsabilità non sopperisce la modernizzazione degli impianti. In questi 25 anni l’unica nota positiva è giunta dalla legge per la sicurezza, d.Lgs. 81/08, in parte demolita con le varianti successive, e intorno alla quale è stata costruita una copiosa attività di formazione, ma le cui certificazioni formali sembrano attestare rispondenze non coerenti con quanto accade, per la copiosa quantità di incidenti sul lavoro, inaccettabili per un Paese civile. Maurizio Ciotola

Desertificazione politica e deficit democratico. Di Maurizio Ciotola

Vent’anni di leggi elettorali ibride, mai completamente maggioritarie, ma pur sempre con un forte premio di maggioranza hanno consentito che, minoranze elettorali senza alcun confronto governassero il Paese. Abbiamo avuto leggi elettorali al limite della costituzionalità e incostituzionali, tutte nate con lo scopo di reiterare la vittoria della coalizione generalmente al governo. Vi è una quantità di sedicenti politici, che è cresciuta in un contesto in cui il turpiloquio, quanto l’insulto e l’arroganza hanno costituito e costituiscono gli elementi formativi del loro percorso politico, piuttosto che il confronto e il dialogo. Un imbarbarimento che, negli anni ha portato questo nostro Paese ad essere un eterno palcoscenico per showman, il cui gradimento è attribuito da elementi esteriori, sicuramente esterni alla politica. Vi sono stati showman, che hanno agito per proprio conto e altri per interposta persona, in ogni caso alla guida o proni verso i gruppi di pressione che, accampano diritti di ipoteca sulle loro candidature ed ovviamente, sulla loro elezione. I partiti smembrati e non ricostituiti, se non come contenitori “acchiappavoti”, sono incapaci di metter in campo un progetto per il Paese, di tenuta sociale e culturale, quanto di sviluppo economico. Nel ratificare disposizioni, tradotte male in leggi, hanno consentito un continuo svuotamento delle casse dello Stato ed inversamente, reso inefficiente o indisponibili tutta una serie di servizi indispensabili per la vita di una società civile. Oggi, dopo due mesi dalle elezioni, non sembra esservi la possibilità politica della nascita di un governo di fiducia parlamentare, forse per uno tecnico imposto dal Presidente della Repubblica, cui per necessità godrà di una fiducia a tempo e limitata. Il turpiloquio continuo animato allo scopo di non garantire la governabilità, ha un fine specifico per alcuni e costituisce un mezzo abituale per altri. Molti peones, consci della loro impreparazione politica, in taluni casi accompagnata anche da una mediocre istruzione, hanno sviluppato un’azione politica da ultras, attraverso cui accreditarsi nei “partito-contenitore” con qualità di accalappia voti, piuttosto che come dirigenti politici di utilità per il Paese. Il ritorno al proporzionale ha messo in luce il deficit democratico, in cui è precipitato il Paese a causa dall’abuso permesso da leggi elettorali maggioritarie, argutamente destinate nel nostro contesto a garantire la “dittatura” della maggioranza. Dopo vent’anni di desertificazione politica e morte del confronto dialettico, avremmo dovuto prevedere le naturali difficoltà della rinascita di un dialogo democratico tra le diverse parti politiche, determinato dall’esito nuovo e differente di una legge elettorale prevalentemente proporzionale. Ma forse siamo di fronte ancora una volta ad una messa in scena da parte di chi, dopo anni di dominio in un’alternanza dopata, non intende cedere le redini del controllo del Paese, di cui è divenuto esperto nell’appropriarsi delle sue abbondanti risorse a discapito della popolazione, già impoverita e privata dei diritti. La transizione è appena iniziata e il cammino si preannuncia difficile, unico garante è il Presidente della Repubblica, il cui impegno consentirà al Paese di uscire dalla palude in cui l’ha spinta la trasversalità di regime, incentrata su quelle malversazioni politiche che hanno animato la cosiddetta seconda Repubblica. Maurizio Ciotola

In Sardegna la nuova legge urbanistica regionale mette in calce il dispregio delle tutele ambientali. Di Maurizio Ciotola

Il varo della legge urbanistica sembra contenere i parametri propri di un rapporto clientelare, totalmente avulso alle reali esigenze di quest’Isola martoriata da una classe politica predatoria. Nell’estate del 2017 l’On. Soru portò a conoscenza dell’opinione pubblica le operazioni nascoste e palesemente incostituzionali derivanti dall’eventuale approvazione del Ppr, nello specifico al suo art. 43, con cui si indicavano i casi in cui allo stesso Ppr si poteva entrare in deroga, attuando accordi tra la presidenza della regione e i soggetti economici coinvolti. Lo abbiamo denunciato sulle pagine di questo giornale, e ancora intravediamo nello stesso art., se non modificato, un palese asservimento senza alcuna garanzia di tutela, affidata ad una soggettiva decisione del Presidente in carica. La storia e non solo quella isolana, ci fa comprendere la pericolosità di tale deroga, in cui il dispregio delle tutele è posto in calce. Sappiamo per altro che, nell’Isola gli immobili invenduti ed esistenti costituiscono una porzione di cospicua entità, non solo, ma di questi, inversamente, solo una piccola quantità costituisce oggetto apprezzabile per l’incremento turistico ed economico, a causa del loro utilizzo e della illiceità con cui esso avviene. I grandi flussi turistici sono sempre più orientati ad una fruizione “leggera”, dinamica e poco onerosa, incentrata sull’utilizzo di B&B, campeggi e case in affitto stagionale sulle coste dell’Isola. L’incremento registrato negli Hotel, non giustificherebbe ampliamenti come quelli previsti dall’incremento volumetrico, indicati dalla legge urbanistica al varo della maggioranza consiliare. Gli eventuali incrementi volumetrici previsti nelle città e nei paesi dell’Isola, per contro porterebbero ad una ulteriore deturpazione di brutture già edificate su concessione clientelare, privando il mercato delle nuove costruzioni di possibili acquirenti. Se una nuova legge urbanistica deve esser varata, questa dovrebbe condurre al riutilizzo e rifacimento di zone già urbanizzate, oggi in degrado; ovvero essa dovrebbe esser definita secondo un’accezione più globale in sinergia con l’identità dell’Isola medesima, per cui l’architettura e la bellezza espressa entrino in armonia con la natura, ancorché con la storia della Sardegna, senza deturparla o ancora violarla. In ultimo, ci chiediamo se questa maggioranza in Consiglio regionale, di cui le ultime elezioni politiche nazionali hanno messo in minoranza, sul piano delle opportunità politiche sia nei fatti legittimata al varo di questa legge che, a fine legislatura, sa più di ricco regalo ad entità immobiliari proiettate verso la speculazione edilizia del territorio. Maurizio Ciotola

La violenza del processo giudiziario. Di Maurizio Ciotola

Parlare di giustizia e della giustizia negli stessi termini tecnici e politici con cui sulle pagine de L’Unione Sarda alcuni giorni fa è stato affrontato il tema, non è affare comune o agevole per chiunque. Ma visto che l’argomento trattato è rivolto ai suoi lettori di cultura ed estrazione più diversa, credo sia opportuno che, un uomo della strada debba restituire impressioni e percezioni, non sempre in sintonia con chi da tecnico e politico le avverte. Nei fatti la macchina giudiziaria e il mondo, che intorno ad esso ruota a garanzia del cittadino, non presenta la linearità o le pregiudizialità cui il dott. Mura e l’On. Maninchedda, nelle loro differenti quanto apprezzabili visioni, hanno dichiarato. Qualsiasi cittadino onesto e poco avvezzo alle diatribe giudiziarie che, per un ipotesi di reato diviene destinatario di un avviso di garanzia o scopre di esser iscritto sul registro degli indagati, precipita nella più completa disperazione. Uno smarrimento non dovuto al giudizio cui il processo giudiziario alla fine giungerà, quanto invece a ciò che il processo medesimo, nel suo iter, determinerà nei confronti dell’imputato, ancora né colpevole né non colpevole. Non dobbiamo certo rifarci al mai superato romanzo di Kafka, “il processo”, che in ogni caso sembra ancora essere uno strumento culturale importante per comprendere in cosa consista oggi, nell’Italia democratica e repubblicana, l’iter processuale cui il cittadino potrebbe trovarsi a dover affrontare. Se gli azzeccagarbugli, di manzoniana memoria, costituiscono ancora una parte non minoritaria dei legali che operano nei fori della repubblica, in parte lo dobbiamo alla radice culturale da cui sembra non ci si riesca emendare. E'altresì vero però che, la loro presenza è dovuta in misura maggiore da chi scientificamente non vuole perdere l’egemonia ed il controllo di una società, rendendola all’uopo ricattabile in virtù di una pianificata incoerenza legislativa, cui solo l’autonomia del magistrato, più che della magistratura, sembra sapersi districare, quando vi riesce. Il magistrato risponde solo alla legge e se, com’è ovvio, questa legge nell’ambito di una pertinenza costituzionale ha una sua connotazione politica, è evidente che, il magistrato a quella connotazione indirettamente risponde. Nell’incoerente e poco accessibile selva legislativa, qual è il nostro corpus juris, non sono presenti leggi con una univoca connotazione politica, cui le ulteriori modifiche, quando avvengono, generano un grado di conflittualità applicativa, su cui l’obbligo “facoltativo” dell’azione giudiziaria è necessariamente esercitato partendo da una probabile distopia del magistrato stesso. Questa distopia, che attinge da una selva volutamente incoerente esercitata in un abnorme contesto procedurale, diviene un campo minato per il cittadino, le cui paure si accrescono di fronte all’azione giudiziaria, benché certo della sua innocenza ed onestà. Forse, come dice l’on. Maninchedda, è probabile che vi siano magistrati cui l’esercizio dello sviluppo dei teoremi prevalga su quello della constatazione dei fatti, andando così a costituire una condizione pregiudiziale incompatibile con il ruolo svolto. E'anche vero però che, chi svolge le indagini deve comprendere il perché quei fatti si compiono con sequenza seriale negli ambienti specifici in cui indaga, non in quanto fatti sporadici o autonomi mossi in autonomia dal reo, per questo reiterabili o ancora in atto per mano di altri complici. Altresì gran parte dei nostri rappresentanti in Parlamento, dovrebbero compiere un serio lavoro sulla riorganizzazione legislativa e giudiziaria, per consentirci di condividere con le più evolute democrazie, una Giustizia chiara ed inequivocabile, una Giustizia uguale per tutti, il cui fine sia quello di consentire, nelle opportunità e nella linearità, un identico accesso ad ogni cittadino. Una pretesa probabilmente assurda visto che, il Parlamento fino ad oggi sembra sia stato popolato prevalentemente da corporazioni dei lavoratori e delle professioni, più che da rappresentanti indipendenti dei cittadini liberi. Un Parlamento che, con lo scopo di proteggere o agevolare specifici mestieri e in modo velato alcune irregolarità, scrive leggi delle quali nella loro singolarità non si ravvede certo l’incostituzionalità, ma che sono altresì capaci di costituire nella loro organica funzionalità, ambiti di incertezza giudiziaria superabile solo attraverso una autonoma interpretazione, che purtroppo per via delle aleatorietà intrinseche, genera più incertezze di quanto ne assolva. Maurizio Ciotola

L’emergenza meningite in Sardegna, una tragica cartina di tornasole dell’inefficienza sanitaria regionale

In queste ore stiamo assistendo all’incompetenza gestionale di una organizzazione sanitaria, di cui la Regione ha voluto modificare l’articolazione, prescindendo dal compito specifico del suo esistere. L’Azienda regionale sanitaria, non è stata in grado di prevenire e far fronte all’emergenza meningite, che da mesi ha incominciato a colpire tra i giovani di questa regione. La lentezza e l’irresponsabile inazione è propria di questa macchina pubblica, in cui chi ha funzioni dirigenziali non riesce a dar seguito o forse a definire un vero e proprio programma d’azione. Nei fatti però, l’Ats ha moltiplicato dalle prime battute della sua esistenza, dopo l’approvazione della riforma, le sue funzioni apicali con i relativi costi dei diversi dirigenti responsabili. Assistiamo ad una indisponibilità nelle strutture preposte alla vaccinazione del vaccino contro il meningococco B, per cui le file di attesa per le vaccinazioni giungono ad agosto/settembre del 2018. Lo stesso vaccino, reperibile in commercio ad un costo di 140 euro, pari al doppio di quello offerto dall’azienda pubblica, circa 90 euro, non è più disponibile presso le farmacie della città di Cagliari e della regione. Una società civile non può accettare una simile inefficienza, da una struttura tenuta in vita dagli stessi contribuenti con ingente apporto economico. Non può accettare la moltiplicazione di funzioni apicali, in cui figure incapaci percepiscono redditi sostanziosi per decapitare la funzionalità aziendale e non per fornire un servizio al cittadino. I Sardi dovrebbero ribaltare una situazione con cui l’attuale Giunta Regionale ha demolito la sanità pubblica, la sua già precaria efficienza con lo scopo di trasferire sulla sanità privata, a costi triplicati, la medesima prestazione. Non è populismo dire che, non è accettabile chiedere 90 euro per un vaccino da cui dipende la vita di un individuo, dei ragazzi in particolare, e per contro pagare milioni di euro ai dirigenti di una organizzazione incapace di affrontare le emergenze, orientata soprattutto a trasferire con costi triplicati, i sevizi prima offerti dalla medesima struttura pubblica. Chiediamo con quale visione e convinzione questa Giunta, a parole vicina alla classe più disagiata, ha consentito e voluto con forza una riforma, che crea differenze insuperabili tra chi può accedere a strutture sanitarie e chi no. Chiediamo come riescono a giustificare, il Presidente Pigliaru, l’Ass. Arru, il direttore dell’Ats Moriano, un costo di 90 euro per una famiglia di quattro componenti, con il cui reddito riesce a mala pena a tirare a campare, e che vorrebbero vedere i propri figli crescere senza vederli falcidiati dal meningococco di tipo B? hanno forse meno diritto di chi può permettersi di pagare i 90 o i 140 euro presso una farmacia? Ma soprattutto, com’è possibile che in tutti questi mesi non è stata avviata una campagna di vaccinazione preventiva per il meningococco B, causa di morti contingenti e tragiche, ma invece si è mostrata una intransigenza, giusta seppur spropositata, per altre vaccinazioni di gravità non comparabile? Maurizio ciotola

Quartu Sant’Elena, la periferia degradata dell’Area metropolitana. Di Maurizio Ciotola

L’urbanizzazione che nel dopoguerra ha preso piede in tutta la nazione ha in parte procurato disastri, brutture e violenze urbane, quanto sociali. Alla nostra Isola non sono state risparmiate identiche violenze, vieppiù per mano degli autoctoni, seppur non sempre professionisti o impresari. Dopo quasi settantrè anni da quando è partita la ricostruzione in Sardegna, a Cagliari, vi sono aree ancora la cui devastazione risale allo spezzonamento del 1943. Nel frattempo però il tessuto urbano oggi inscritto nell’Area metropolitana, di cui Cagliari e altri centri urbani fanno parte, è cresciuto a dismisura, in modo convulso e disordinato, con lacune nei servizi e nei collegamenti, in linea con le zone più arretrate del Paese. Ma nell’area vasta, in quest’area metropolitana, oltre al capoluogo è presente la terza città dell’Isola, Quartu S.E., che costituisce un vero punto singolare sul piano edilizio, infrastrutturale e sociale, verso cui sembra non ricadere l’attenzione delle amministrazioni. Quartu S.E. si è sviluppata negli ultimi quarant’anni senza un vero piano urbanistico, sotto l’aggressione di imprenditori edili medi e piccoli, che dal suo nucleo originale hanno portato l’estensione della città sul litorale del golfo. Una estensione rapida e convulsa, costituita per lo più da abusivismi in gran parte risanati, cui i servizi sono sempre stati centellinati o non forniti, seppur dovuti dopo l’avvenuta legalizzazione. Lo stesso centro storico, asfittico e compresso da una urbanizzazione che non trova e non ha mai voluto trovare con esso continuità, non riesce ad aver peso sul piano culturale e delle tradizioni, se non per un mero fatto folkloristico cui destano l’attenzione gli autoctoni più che i turisti. L’amministrazione di Quartu S.E. non ha mai avuto un peso politico commisurato alle sue reali dimensioni, fino a restare in ombra alla Città capoluogo verso cui, diversamente dagli altri paesi ad essa limitrofi, sembra esservi una soggezione culturale. Le amministrazioni di Quartu S.E., compresa quella in corso, non sono mai riuscite a dare omogeneità alla città sul piano dei servizi, della sua viabilità e dei trasporti, tanto meno su quello architettonico e funzionale. Esistono rioni le cui diversità non offrono peculiarità, ma disfunzionalità tali da renderli non comunicanti e avulsi alla città di cui fanno parte. Quartu è una città che, salvo la sua estensione sul litorale, proiettato verso Villasimius, non ha un contatto diretto con il mare e quando si avviò un tentativo con l’estensione dalla sua periferia ad est - Pizz’è Serra - questo non rappresentò un contatto, ma una vera e propria aggressione verso il mare. La città non ha una pertinenza reale sullo stagno di Molentargius, se non figurativa, vista la devastazione del medesimo parco nelle sue aree a ridosso della zona urbana, con cui la popolazione qualche mese fa ha dovuto fare i conti, senza una vera attenzione del Comune, dell’Area metropolitana e della Magistratura. Il suo litorale, sviluppatosi con le seconde case dei cagliaritani, che del rispetto ambientale e demaniale si sono fatte beffa, si è poi esteso per un ampia fascia verso l’interno, divenendo ambito di residenza stabile per oltre ventimila cittadini, in prevalenza giovani famiglie con figli. Qui i servizi non latitano, sono del tutto inesistenti. Fatta eccezione per la presenza di alcuni insediamenti scolastici del ciclo primario di pubblica pertinenza, tutto il resto è lasciato all’iniziativa privata ad elevata selezione economica, in un ambito dove il benessere non è centrale, ma di pochi. I rioni nati a ridosso della SS 554, presentano soluzioni irrazionali e abbandonate al caso, comunque incompatibili con una città europea di pari dimensioni e senza andare troppo oltre, con i ridenti paesini circostanti e la città capoluogo. Il comune di Quartu S.E., oggi amministrato da una giunta ibrida e un sindaco voluto dal Pd, poi sfiduciato, ha costituito da sempre un interessante bacino elettorale tendenzialmente di sinistra, che però non ha saputo dare mai risposte di sinistra allo sviluppo della città e la sua amministrazione. Le succedutesi amministrazioni comunali, i suoi sindaci proiettati dopo il primo o secondo mandato a ricoprire un posto in consiglio regionale e lì scomparire, sono state da sempre incapaci nel gestire lo sviluppo urbano e il suo riassetto. Quello che sul territorio quartese è ancora apprezzabile, è tutto ciò su cui l’amministrazione e l’imprenditoria selvaggia non ha ancora messo mano o dove, al confine con altre amministrazioni, il comune si è dovuto necessariamente confrontare per migliorarlo. Quartu è una città rumorosa, benché piccola, altresì incapace di creare una viabilità urbana scorrevole e ridotta nel suo centro congestionato. E'sfregiata dalla decadenza di edifici riprodotti in scala, a cui è stato concesso prima di estirpare l’antica radice urbana, per poi divenire memoria delle brutture architettoniche moltiplicatesi negli anni. Quartu S.E. non è solo dei quartesi, ma dell’estesa area metropolitana, dell’intera Isola e per questo il suo recupero infrastrutturale e architettonico, viste le dimensioni, deve godere di un impegno esteso alle responsabilità politiche regionali. Un impegno ed una forza con cui riuscire a sgretolare quella malsana commistione storica, tra l’amministrazione e chi si abbevera alle risorse comunali, incapace di restituire vivibilità e bellezza alla città medesima. Maurizio Ciotola

L’Affaire Moro raccontato ai miei figli. Di Maurizio Ciotola

Se dovessi raccontare ai miei figli chi rapì e poi uccise Aldo Moro, dopo una lunga e non silenziosa prigionia, farei un distinguo necessario, onde impedire che il tempo e l’uniformato pensiero sradichi la verità. Il primo distinguo necessario avrebbe lo scopo di chiarire a chi, oggi quindicenne, tenderebbe ad attribuire agli stessi terroristi le operazioni materiali e la loro pianificazione strategica. Ovviamente farei ben presente che, questo distinguo, la separazione dei ruoli, non esime da responsabilità gli esecutori materiali e quelli ideologici, per i delitti commessi. Sicuramente gli direi, in questo approccio iniziale con i fatti della politica e la sclerosi dello Stato, che le brigate rosse hanno parzialmente eseguito all’atto del rapimento, la strage degli uomini di scorta all’On. Moro, per poi dopo i 55 giorni di prigionia assassinare l’uomo politico, senza troppi ma ed eccessivi se. Sempre delle Br è la responsabilità materiale di quanto è stato compiuto e ancora loro è quella morale per il silenzio in cui oggi perseverano allo scopo di garantirsi la libertà, la vita e in troppi casi la notorietà. Ma vi è una responsabilità morale da cui tanti, troppi uomini dello Stato, delle sue istituzioni, non potranno mai emendarsi e per la cui omissione collettiva sono doppiamente responsabili. Si è parlato di un Grande Vecchio, direi ai miei ragazzi, che nello sgranar gli occhi immagineranno un matusalemme privo di umanità e indifferente ai diritti umani. Confermerei che, pur non trattandosi di un vecchio, di un matusalemme, ma di un insieme di soggetti della politica nazionale ed internazionale, le attenzioni di questo gruppo di uomini nei confronti dei diritti umani era ed è assente, ancor oggi in mutate condizioni dei soggetti e del contesto geopolitico di azione. Cercherei di non sollecitare troppo l’immaginazione di due adolescenti, naturalmente protesi a fantasticare sul caso, come per altri più attuali, cercando di ricondurre la vicenda all’inadempienza umana e politica degli uomini del partito di cui Moro era il Presidente, la Democrazia cristiana e alla disumana rigidità di un partito ancora legato alle efferatezze dell’Unione Sovietica, il Partito comunista italiano. Farei loro presente l’impegno politico del segretario del partito Socialista italiano, Bettino Craxi, che attraverso i molteplici canali disponibili del partito, ma non solo di quello socialista, cercò di salvare l’uomo, Aldo Moro, il cui impegno e le cui scelte non potevano implicare in uno Stato democratico e civile, una simile esecuzione capitale, decretata dall’ignavia dei suoi sodali di partito e dai suoi avversari politici. Una singolarità politica, quella di Craxi, che pur trovando un’ampia fascia di sostenitori trasversali tra la popolazione, è stata rigettata ed avversata in sede politica ed istituzionale. Lo Stato Italiano, attraverso le sue istituzioni, gli uomini investiti del ruolo di rappresentanza esecutiva e parlamentare, è stato responsabile del martirio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta. Direi loro che, in quei giorni lo Stato repubblicano e democratico è morto sotto la pressione ideologica e materiale, di un sistema impegnato a reprimere quanto di diverso stava emergendo rispetto alle regole fissate nel “gioco” e nella spartizione del potere nazionale ed internazionale. Non avrei remore nel raccontare ai miei amati figli e ai loro amici, che quelle stesse persone con ruoli istituzionali e politici, non sempre centrali, probabilmente hanno in seguito “usufruito” della “rendita” derivante dalla conoscenza di quel segreto di Stato in cui è racchiuso l’Affaire Moro, come lo apostrofò il grande Leonardo Sciascia, membro della Commissione di inchiesta sul caso. Ricorderei loro che, la moglie e i figli di Aldo Moro, non vollero più incontrare nessuno degli attori istituzionali e politici, rifiutando al suo funerale le esequie di Stato e la presenza di politici e delle istituzioni, fatta eccezione per il segretario Socialista, Bettino Craxi. La moglie di Aldo Moro accusò espressamente tanti di loro, a partire dal Presidente Cossiga, allora ministro degli Interni. Quel Francesco Cossiga, perno dell’organizzazione “Stay behind”, cresciuto e “allevato” nel ranch politico del Presidente Antonio Segni, avvezzo alle “esercitazioni” e simulazioni domestiche dei colpi di stato. Ancora direi loro che, l’Affaire Moro non chiuse una fase oscura della Repubblica, ma che in un contesto di ricatti e di equilibri, questa continuò a permeare la vita politica del Paese fino a i nostri giorni. Parlerei delle numerose stragi compiute da una manovalanza armata di cui gli ideologi e loro affini hanno avuto ruoli più o meno visibili nelle Istituzioni. E in ultimo chiederei con forza ai miei figli di tener vivo il dibattito e la ricerca della verità, fino a pretendere la pubblicazione degli atti secretati per quanto concerne l’intero filone stragista, di cui Moro è stato vittima scelta. E se l’On. Aldo Moro fu, senza dubbio alcuno, uno dei principali artefici della democrazia repubblicana dell’Italia post fascista, è altresì chiaro che la sua eliminazione fisica segnò una deviazione significativa alla progressiva trasformazione democratica del Paese, di cui ancora oggi avvertiamo il grande deficit. Nient’altro direi ai miei figli. Maurizio Ciotola
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