Flat Tax? Meglio una riduzione delle aliquote esistenti. Di Maurizio Ciotola

Il prof. Mario Draghi, in una delle Conclusioni finali da Governatore della Banca d’Italia, affermò senza timore di smentita che, “un euro in più disponibile per un reddito familiare è utilizzato interamente per beni e servizi necessari alla famiglia. Un euro in più disponibile in una grande impresa, per il suo 10% verrebbe investito sul mercato, mentre il restante 90% troverebbe un utilizzo in ambito finanziario”. Ossia, qualsiasi sgravio fiscale per le famiglie si ripercuote sempre e nella sua interezza, sul mercato dei beni e dei servizi, incrementando in identica misura la loro domanda. Espresso in modo ancora più semplice, nel determinare una crescita della domanda vi sarebbe una conseguente dinamica di implementazione, non identicamente lineare, della domanda sul mercato del lavoro. Un eguale sgravio fiscale per le imprese, invece, non determinerebbe analoghe ricadute sul piano economico e sociale, visto che quell’euro per il 90% verrebbe investito sul mercato finanziario, non direttamente legato a quello del lavoro. L’esplicita nota del Governatore, rilevata dai tecnici, ma sfuggita ai sindacati e alla politica progressista, non è mai divenuta in ambito fiscale un parametro di azione per la politica economica del nostro Paese. La flat tax proposta e prevista dall’attuale Governo Conte, parrebbe rispondere in parte a questa indicazione, ma solo nella misura in cui questa dovesse riguardare solo i redditi delle persone fisiche, evidentemente espletandosi in una misura differente per le diverse fasce di reddito. Un' aliquota fissa per tutte le fasce di reddito, non incorrerebbe certo nell’incostituzionalità, poiché la sua progressività, in termini semplici, sarebbe determinata dal volume di reddito a cui è applicata, da cui deriverebbe un prelievo fiscale comunque progressivo in termini assoluti, ma avrebbe scarsi effetti sul mercato. La flat tax, nel ridurre il prelievo fiscale, in identica misura renderebbe disponibili allo stesso contribuente una quota del suo reddito. Conseguentemente, per le persone fisiche a basso reddito quell’importo residuale, reso disponibile, assumerebbe comunque un’entità minima, in taluni casi esigua, rispetto a quanto già in essere, il cui reimpiego sul mercato dei beni e dei servizi risulterebbe comunque irrisorio. Diversamente potrebbe accadere per gli alti redditi. L’importante è però comprendere chi e come, riutilizzerà sul mercato quel “risparmio” determinato dalla nuova aliquota unica. Perché il loro ipotizzato agire costituisce gli evidenti presupposti per una scelta razionale a favore o contraria all’adozione della flat-tax. I percettori di alto reddito, hanno di per se già soddisfatto bisogni primari e secondari, diversamente da quelli a basso reddito che, difficilmente riescono a soddisfare i primi e men che meno, i secondi. Conseguentemente, quella quota parte del reddito non versata nelle casse dello Stato, grazie all’aliquota “piatta”, troverà un differente impiego in funzione della soddisfazione dei beni e servizi primari e secondari, per i differenti percettori di reddito. Il paradosso è che, i percettori di alti redditi, paghi di aver già soddisfatto i bisogni citati, potranno decidere di impegnare quelle quote in ambito finanziario, con effetti nulli sulla domanda dei beni e dei servizi, del conseguente prelievo fiscale indiretto e, purtroppo, sul mercato del lavoro. Ovvero la progressività esistente, più che smantellata a favore di un’aliquota unica, andrebbe ridefinita optando per una riduzione sostanziale delle aliquote, già in essere per le basse e medie fasce di reddito e, solo in misura ridotta, per quelle ad alto reddito. In questo caso la crescita complessiva non risulterebbe nulla sul piano economico e quasi certamente su quello sociale, vista l’incisività che deriverebbe sui differenti attori di mercato. Maurizio Ciotola

Democratura. Di Maurizio Ciotola

Potremmo chiamarla “democratura”, che non indica un’età matura della democrazia, quanto un’ibridazione di quest’ultima con la dittatura, che agisce nell’ambito delle regole formali e della loro interpretazione. Il Quirinale, quale istituzione della Repubblica ed organo dello Stato, in questi anni è divenuto il più potente osservatorio politico del Paese, oltre che conoscitore non inerte. Al Quirinale si avvicenda ogni sette anni un Presidente eletto dal Parlamento e dagli istituti regionali, che a parte il suo segretario particolare, non muta o non incide sulla mutazione possibile di indirizzo degli staff e dei dipartimenti, che di questa istituzione costituiscono il corpo e l’anima. Il Presidente Sergio Mattarella, cui rinnoviamo la nostra stima, ha conosciuto quella fase repubblicana in cui la funzione di garanzia del Quirinale è stata assicurata da e in un equilibrio di poteri oggi inesistente. Un equilibrio formalmente assicurato da quella Carta Costituzionale, cui i denigratori più acerrimi e i demolitori più recenti, invece oggi si richiamano nell’approvare una evidente decisione politica non legittimata dal Parlamento. Certo è che, il Presidente Sergio Mattarella, come il Presidente Emerito Giorgio Napolitano, conoscitori di quel periodo di equilibrio, formalmente identificato con la prima repubblica, sanno perfettamente che, non solo il Presidente del Consiglio, ma anche i ministri e i sottosegretari, seppur formalmente presentati del presidente del Consiglio, venivano puntualmente indicati dai partiti che sostenevano il governo. Talvolta, nei momenti più bui della Repubblica, tale indicazione è stata frutto di una condivisione con i partiti di opposizione. Questo almeno fino all’elezione del Presidente Oscar Luigi Scalfaro, avvenuta in una forzatura dettata dalla strage di Capaci, in cui il giudice Falcone la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta persero la vita. Le scelte in ambito istituzionale, nel nostro Paese, ancora oggi una Repubblica Parlamentare, sono state da sempre prerogative esclusive del Parlamento, nella funzione istituzionale e politica specifica cui il dettato costituzionale garantiva e garantisce. Non il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è oggi in discussione, ma il Quirinale nelle sue funzioni e prerogative istituzionali, di cui vediamo compromessi i limiti e le azioni. Prerogative precedentemente garantite non solo dal dettato costituzionale, ma soprattutto dalla forza politica e democratica di cui il Parlamento, nei fatti, era espressione indiscussa e non solo sul piano formale. Il Presidente ha correttamente giustificato la sua azione, richiamando il pericolo dei mercati e la tutela dei risparmiatori, ma a molti sfugge che, quella stessa “dittatura” dei mercati ha ingenerato l’impoverimento e l’esclusione di ampie fasce della popolazione, accrescendone l’entità nel contesto del Paese, fino a renderla maggioritaria rispetto al resto della popolazione, ahinoi turbata dall’erosione dei risparmi. Egregio Presidente, oggi oltre a dover tutelare l’esistente, abbiamo la necessità di restituire sicurezza e sostegno a una parte maggioritaria di questo nostro Paese, in bilico tra il disastro e la rinascita. Lei, come tanti di noi cresciuti ed educati nel rispetto democratico, sa che è utopistico quanto fuorviante, pensare ad una rinascita economica, sociale e culturale, sotto l’esclusiva azione dei mercati di capitale, privi della necessaria accezione umanistica e democratica, cui solo la politica, moderando e dirigendone gli effetti, può restituire. Di queste funzioni il Quirinale si deve riappropriare, con il legittimo fine di garantire le istituzioni democratiche dello Stato, più che la dittatura dei mercati. Per questo siamo certi che Lei, nell’ambito della sua mitezza e fermezza democratica, non solo non è mai venuto meno al suo mandato, ma sappiamo essere capace di restituire all’Ufficio del Quirinale il suo originario ruolo istituzionale. Maurizio Ciotola

23 maggio 1992 - 23 maggio 2018, ventisei anni di dominio mafioso. Di Maurizio Ciotola

Ventisei anni fa, un detonatore fece esplodere il tritolo da tempo costipato, sotto la strada che da Palermo conduce all’aeroporto di Capaci. Ventisei anni fa, dopo appena un anno di lavoro al ministero di Grazia e Giustizia, così si chiamava allora, il direttore degli affari penali appena nominato, il giudice Giovani Falcone, salta per aria in quella stessa strada, insieme alla moglie Francesca Morvillo, e l’intera scorta di agenti, lasciando sgomento l’intero Paese. Ventisei anni son passati dalla deflagrazione della cosiddetta prima repubblica, per cui differenti fattori furono propedeutici, ma per la quale due solo furono determinanti, la stage di Capaci e quella di via d’Amelio, in cui l’ultimo alfiere contro la mafia, Paolo Borsellino, perse la vita insieme all’intera scorta. Oggi non ricordiamo solo Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, insieme agli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, ma l’interruzione di quella lotta contro la mafia. Più generalmente contro le associazioni a delinquere di stampo mafioso, cui un gruppo di magistrati guidati da Falcone e Borsellino, cercarono di far emergere per estirparle dal tessuto malavitoso del nostro Paese. Un’attività, quella mafiosa, tenuta in vita da corpi estranei al nostro Paese, dei quali dopo il 1992 è divenuto ostaggio. Sarebbe sufficiente leggere non solo le “narrazioni” di Leonardo Sciascia, sui termini della mafiosità specifica delle organizzazioni a delinquere, la politica e le istituzioni, quanto i puntuali interventi derivanti dalla sua attività di Parlamentare indipendente, ancorché presidente della commissione di inchiesta sul caso Moro, o “Affaire Moro”, con cui soleva indicare l’intricato susseguirsi di fatti e azioni dopo e durante il sequestro di Aldo Moro, fino al suo assassinio. Far saltare i “bastioni” per mettere sotto scacco lo Stato è quel che è avvenuto il 23 maggio e il 19 luglio del 1992. Le operazioni susseguitesi, nel panico generale di una politica diversamente già sotto scacco ed imbrigliata, ancorché compromessa, furono cosa semplice. Gli attori politici di quella fase cruciale, vittime dell’aggressione, hanno taciuto e continueranno a tacere per il timore di perder la propria vita, forse assicurata da qualche documento che, nella fuga dai palazzi delle istituzioni, hanno fotocopiato o trattenuto a mo’ di salvaguardia personale. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli agenti che hanno compiuto il loro lavoro fino alla fine per far sì che i due giudici portassero a termine il loro operato, non meno della giudice Francesca Morvillo, il cui amore per Giovanni Falcone è stato per lui altrettanto centrale, hanno sacrificato la loro vita senza timore, con l’unico desiderio di veder trionfare la giustizia in un Paese dilaniato dal malaffare. Se vi è una terza repubblica all’orizzonte, ancora nessuno di noi può affrettarsi a dirlo. Quel che è certo è che, finora, abbiamo inalato per ventisei anni le polveri della prima, dilaniata dalle associazioni a delinquere di stampo mafioso, che nella cosiddetta seconda repubblica hanno avuto un ruolo centrale e di dominio indiscusso. Maurizio Ciotola

Una politica del lavoro che genera morti. Di Maurizio Ciotola

256 morti e 653.000 denunce di infortunio sul lavoro in Italia dall’inizio del 2018, ai quali si dovrebbero aggiungere gli altri infortuni, nascosti o denunciati in luoghi differenti, da quelli in cui i malcapitati svolgevano il loro lavoro in nero. Questi dati costituiscono la cifra di quanto avviene, sul piano produttivo, nel nostro Paese, in cui per soddisfare una ripresa della richiesta, dopo la crisi degli ultimi anni, le imprese si accingono ad esasperare i loro cicli produttivi senza adeguare gli impianti già obsoleti. E'l’adeguamento ad un trend di crescita senza aver operato adeguati investimenti tecnologici, se non una evidente riduzione del personale operativo, in quantità e livello professionale, troppo spesso con l’affido delle parti operative più pesanti ed onerose, sul piano della sicurezza e delle prestazioni, ad imprese o “partite iva”. Non riusciamo ad avviare un’adeguata modernizzazione delle nostre industrie manifatturiere, troppo spesso imballate e funzionali a un circuito clientelare, politico-sindacale-imprenditoriale. Lo Stato, attraverso erogazioni di denaro mascherate, consente un asservimento e il mantenimento di un’occupazione a basso valore aggiunto, su cui è operato il vincolo politico sindacale, che rasenta metodi mafiosi. Neppure la crisi è riuscita a far mutare l’atteggiamento di questa simil-imprenditoria educata al connubio con quelle espressioni politiche e sindacali prive di prospettive e progetti, ma soprattutto senza coraggio e funzionali al proprio mantenimento. Ogni anno in questo Paese l’ecatombe sui posti di lavoro fa indignare autorità e istituzioni, strappare le vesti ai soliti sacerdoti del potere, che dopo aver espresso le condoglianze di rito alle famiglie dei malcapitati, si premurano di non deviare dalla strada fino a quel momento intrapresa. La politica ha necessità di sbandierare i numeri di una ripresa e spinge l’imprenditoria asservita a rispondere in tempi rapidi, operando sia una pressione sui sindacati, che allentano il controllo cui sono deputati, sia riducendo le risorse per i controlli degli istituti preposti e senza mai dimenticare di trovare le vie finanziarie, attraverso cui agevolare/premiare le imprese medesime. Un circolo vizioso in cui il lavoratore è vittima, privo di tutele reali, nella generale consapevolezza dei soggetti coinvolti. Questa ecatombe annuale è figlia di un’approssimazione politica e sindacale, in cui la regressione reale è mascherata da un apparente progresso formale, dove alla indeterminatezza delle responsabilità non sopperisce la modernizzazione degli impianti. In questi 25 anni l’unica nota positiva è giunta dalla legge per la sicurezza, d.Lgs. 81/08, in parte demolita con le varianti successive, e intorno alla quale è stata costruita una copiosa attività di formazione, ma le cui certificazioni formali sembrano attestare rispondenze non coerenti con quanto accade, per la copiosa quantità di incidenti sul lavoro, inaccettabili per un Paese civile. Maurizio Ciotola

Desertificazione politica e deficit democratico. Di Maurizio Ciotola

Vent’anni di leggi elettorali ibride, mai completamente maggioritarie, ma pur sempre con un forte premio di maggioranza hanno consentito che, minoranze elettorali senza alcun confronto governassero il Paese. Abbiamo avuto leggi elettorali al limite della costituzionalità e incostituzionali, tutte nate con lo scopo di reiterare la vittoria della coalizione generalmente al governo. Vi è una quantità di sedicenti politici, che è cresciuta in un contesto in cui il turpiloquio, quanto l’insulto e l’arroganza hanno costituito e costituiscono gli elementi formativi del loro percorso politico, piuttosto che il confronto e il dialogo. Un imbarbarimento che, negli anni ha portato questo nostro Paese ad essere un eterno palcoscenico per showman, il cui gradimento è attribuito da elementi esteriori, sicuramente esterni alla politica. Vi sono stati showman, che hanno agito per proprio conto e altri per interposta persona, in ogni caso alla guida o proni verso i gruppi di pressione che, accampano diritti di ipoteca sulle loro candidature ed ovviamente, sulla loro elezione. I partiti smembrati e non ricostituiti, se non come contenitori “acchiappavoti”, sono incapaci di metter in campo un progetto per il Paese, di tenuta sociale e culturale, quanto di sviluppo economico. Nel ratificare disposizioni, tradotte male in leggi, hanno consentito un continuo svuotamento delle casse dello Stato ed inversamente, reso inefficiente o indisponibili tutta una serie di servizi indispensabili per la vita di una società civile. Oggi, dopo due mesi dalle elezioni, non sembra esservi la possibilità politica della nascita di un governo di fiducia parlamentare, forse per uno tecnico imposto dal Presidente della Repubblica, cui per necessità godrà di una fiducia a tempo e limitata. Il turpiloquio continuo animato allo scopo di non garantire la governabilità, ha un fine specifico per alcuni e costituisce un mezzo abituale per altri. Molti peones, consci della loro impreparazione politica, in taluni casi accompagnata anche da una mediocre istruzione, hanno sviluppato un’azione politica da ultras, attraverso cui accreditarsi nei “partito-contenitore” con qualità di accalappia voti, piuttosto che come dirigenti politici di utilità per il Paese. Il ritorno al proporzionale ha messo in luce il deficit democratico, in cui è precipitato il Paese a causa dall’abuso permesso da leggi elettorali maggioritarie, argutamente destinate nel nostro contesto a garantire la “dittatura” della maggioranza. Dopo vent’anni di desertificazione politica e morte del confronto dialettico, avremmo dovuto prevedere le naturali difficoltà della rinascita di un dialogo democratico tra le diverse parti politiche, determinato dall’esito nuovo e differente di una legge elettorale prevalentemente proporzionale. Ma forse siamo di fronte ancora una volta ad una messa in scena da parte di chi, dopo anni di dominio in un’alternanza dopata, non intende cedere le redini del controllo del Paese, di cui è divenuto esperto nell’appropriarsi delle sue abbondanti risorse a discapito della popolazione, già impoverita e privata dei diritti. La transizione è appena iniziata e il cammino si preannuncia difficile, unico garante è il Presidente della Repubblica, il cui impegno consentirà al Paese di uscire dalla palude in cui l’ha spinta la trasversalità di regime, incentrata su quelle malversazioni politiche che hanno animato la cosiddetta seconda Repubblica. Maurizio Ciotola

In Sardegna la nuova legge urbanistica regionale mette in calce il dispregio delle tutele ambientali. Di Maurizio Ciotola

Il varo della legge urbanistica sembra contenere i parametri propri di un rapporto clientelare, totalmente avulso alle reali esigenze di quest’Isola martoriata da una classe politica predatoria. Nell’estate del 2017 l’On. Soru portò a conoscenza dell’opinione pubblica le operazioni nascoste e palesemente incostituzionali derivanti dall’eventuale approvazione del Ppr, nello specifico al suo art. 43, con cui si indicavano i casi in cui allo stesso Ppr si poteva entrare in deroga, attuando accordi tra la presidenza della regione e i soggetti economici coinvolti. Lo abbiamo denunciato sulle pagine di questo giornale, e ancora intravediamo nello stesso art., se non modificato, un palese asservimento senza alcuna garanzia di tutela, affidata ad una soggettiva decisione del Presidente in carica. La storia e non solo quella isolana, ci fa comprendere la pericolosità di tale deroga, in cui il dispregio delle tutele è posto in calce. Sappiamo per altro che, nell’Isola gli immobili invenduti ed esistenti costituiscono una porzione di cospicua entità, non solo, ma di questi, inversamente, solo una piccola quantità costituisce oggetto apprezzabile per l’incremento turistico ed economico, a causa del loro utilizzo e della illiceità con cui esso avviene. I grandi flussi turistici sono sempre più orientati ad una fruizione “leggera”, dinamica e poco onerosa, incentrata sull’utilizzo di B&B, campeggi e case in affitto stagionale sulle coste dell’Isola. L’incremento registrato negli Hotel, non giustificherebbe ampliamenti come quelli previsti dall’incremento volumetrico, indicati dalla legge urbanistica al varo della maggioranza consiliare. Gli eventuali incrementi volumetrici previsti nelle città e nei paesi dell’Isola, per contro porterebbero ad una ulteriore deturpazione di brutture già edificate su concessione clientelare, privando il mercato delle nuove costruzioni di possibili acquirenti. Se una nuova legge urbanistica deve esser varata, questa dovrebbe condurre al riutilizzo e rifacimento di zone già urbanizzate, oggi in degrado; ovvero essa dovrebbe esser definita secondo un’accezione più globale in sinergia con l’identità dell’Isola medesima, per cui l’architettura e la bellezza espressa entrino in armonia con la natura, ancorché con la storia della Sardegna, senza deturparla o ancora violarla. In ultimo, ci chiediamo se questa maggioranza in Consiglio regionale, di cui le ultime elezioni politiche nazionali hanno messo in minoranza, sul piano delle opportunità politiche sia nei fatti legittimata al varo di questa legge che, a fine legislatura, sa più di ricco regalo ad entità immobiliari proiettate verso la speculazione edilizia del territorio. Maurizio Ciotola

La violenza del processo giudiziario. Di Maurizio Ciotola

Parlare di giustizia e della giustizia negli stessi termini tecnici e politici con cui sulle pagine de L’Unione Sarda alcuni giorni fa è stato affrontato il tema, non è affare comune o agevole per chiunque. Ma visto che l’argomento trattato è rivolto ai suoi lettori di cultura ed estrazione più diversa, credo sia opportuno che, un uomo della strada debba restituire impressioni e percezioni, non sempre in sintonia con chi da tecnico e politico le avverte. Nei fatti la macchina giudiziaria e il mondo, che intorno ad esso ruota a garanzia del cittadino, non presenta la linearità o le pregiudizialità cui il dott. Mura e l’On. Maninchedda, nelle loro differenti quanto apprezzabili visioni, hanno dichiarato. Qualsiasi cittadino onesto e poco avvezzo alle diatribe giudiziarie che, per un ipotesi di reato diviene destinatario di un avviso di garanzia o scopre di esser iscritto sul registro degli indagati, precipita nella più completa disperazione. Uno smarrimento non dovuto al giudizio cui il processo giudiziario alla fine giungerà, quanto invece a ciò che il processo medesimo, nel suo iter, determinerà nei confronti dell’imputato, ancora né colpevole né non colpevole. Non dobbiamo certo rifarci al mai superato romanzo di Kafka, “il processo”, che in ogni caso sembra ancora essere uno strumento culturale importante per comprendere in cosa consista oggi, nell’Italia democratica e repubblicana, l’iter processuale cui il cittadino potrebbe trovarsi a dover affrontare. Se gli azzeccagarbugli, di manzoniana memoria, costituiscono ancora una parte non minoritaria dei legali che operano nei fori della repubblica, in parte lo dobbiamo alla radice culturale da cui sembra non ci si riesca emendare. E'altresì vero però che, la loro presenza è dovuta in misura maggiore da chi scientificamente non vuole perdere l’egemonia ed il controllo di una società, rendendola all’uopo ricattabile in virtù di una pianificata incoerenza legislativa, cui solo l’autonomia del magistrato, più che della magistratura, sembra sapersi districare, quando vi riesce. Il magistrato risponde solo alla legge e se, com’è ovvio, questa legge nell’ambito di una pertinenza costituzionale ha una sua connotazione politica, è evidente che, il magistrato a quella connotazione indirettamente risponde. Nell’incoerente e poco accessibile selva legislativa, qual è il nostro corpus juris, non sono presenti leggi con una univoca connotazione politica, cui le ulteriori modifiche, quando avvengono, generano un grado di conflittualità applicativa, su cui l’obbligo “facoltativo” dell’azione giudiziaria è necessariamente esercitato partendo da una probabile distopia del magistrato stesso. Questa distopia, che attinge da una selva volutamente incoerente esercitata in un abnorme contesto procedurale, diviene un campo minato per il cittadino, le cui paure si accrescono di fronte all’azione giudiziaria, benché certo della sua innocenza ed onestà. Forse, come dice l’on. Maninchedda, è probabile che vi siano magistrati cui l’esercizio dello sviluppo dei teoremi prevalga su quello della constatazione dei fatti, andando così a costituire una condizione pregiudiziale incompatibile con il ruolo svolto. E'anche vero però che, chi svolge le indagini deve comprendere il perché quei fatti si compiono con sequenza seriale negli ambienti specifici in cui indaga, non in quanto fatti sporadici o autonomi mossi in autonomia dal reo, per questo reiterabili o ancora in atto per mano di altri complici. Altresì gran parte dei nostri rappresentanti in Parlamento, dovrebbero compiere un serio lavoro sulla riorganizzazione legislativa e giudiziaria, per consentirci di condividere con le più evolute democrazie, una Giustizia chiara ed inequivocabile, una Giustizia uguale per tutti, il cui fine sia quello di consentire, nelle opportunità e nella linearità, un identico accesso ad ogni cittadino. Una pretesa probabilmente assurda visto che, il Parlamento fino ad oggi sembra sia stato popolato prevalentemente da corporazioni dei lavoratori e delle professioni, più che da rappresentanti indipendenti dei cittadini liberi. Un Parlamento che, con lo scopo di proteggere o agevolare specifici mestieri e in modo velato alcune irregolarità, scrive leggi delle quali nella loro singolarità non si ravvede certo l’incostituzionalità, ma che sono altresì capaci di costituire nella loro organica funzionalità, ambiti di incertezza giudiziaria superabile solo attraverso una autonoma interpretazione, che purtroppo per via delle aleatorietà intrinseche, genera più incertezze di quanto ne assolva. Maurizio Ciotola

L’emergenza meningite in Sardegna, una tragica cartina di tornasole dell’inefficienza sanitaria regionale

In queste ore stiamo assistendo all’incompetenza gestionale di una organizzazione sanitaria, di cui la Regione ha voluto modificare l’articolazione, prescindendo dal compito specifico del suo esistere. L’Azienda regionale sanitaria, non è stata in grado di prevenire e far fronte all’emergenza meningite, che da mesi ha incominciato a colpire tra i giovani di questa regione. La lentezza e l’irresponsabile inazione è propria di questa macchina pubblica, in cui chi ha funzioni dirigenziali non riesce a dar seguito o forse a definire un vero e proprio programma d’azione. Nei fatti però, l’Ats ha moltiplicato dalle prime battute della sua esistenza, dopo l’approvazione della riforma, le sue funzioni apicali con i relativi costi dei diversi dirigenti responsabili. Assistiamo ad una indisponibilità nelle strutture preposte alla vaccinazione del vaccino contro il meningococco B, per cui le file di attesa per le vaccinazioni giungono ad agosto/settembre del 2018. Lo stesso vaccino, reperibile in commercio ad un costo di 140 euro, pari al doppio di quello offerto dall’azienda pubblica, circa 90 euro, non è più disponibile presso le farmacie della città di Cagliari e della regione. Una società civile non può accettare una simile inefficienza, da una struttura tenuta in vita dagli stessi contribuenti con ingente apporto economico. Non può accettare la moltiplicazione di funzioni apicali, in cui figure incapaci percepiscono redditi sostanziosi per decapitare la funzionalità aziendale e non per fornire un servizio al cittadino. I Sardi dovrebbero ribaltare una situazione con cui l’attuale Giunta Regionale ha demolito la sanità pubblica, la sua già precaria efficienza con lo scopo di trasferire sulla sanità privata, a costi triplicati, la medesima prestazione. Non è populismo dire che, non è accettabile chiedere 90 euro per un vaccino da cui dipende la vita di un individuo, dei ragazzi in particolare, e per contro pagare milioni di euro ai dirigenti di una organizzazione incapace di affrontare le emergenze, orientata soprattutto a trasferire con costi triplicati, i sevizi prima offerti dalla medesima struttura pubblica. Chiediamo con quale visione e convinzione questa Giunta, a parole vicina alla classe più disagiata, ha consentito e voluto con forza una riforma, che crea differenze insuperabili tra chi può accedere a strutture sanitarie e chi no. Chiediamo come riescono a giustificare, il Presidente Pigliaru, l’Ass. Arru, il direttore dell’Ats Moriano, un costo di 90 euro per una famiglia di quattro componenti, con il cui reddito riesce a mala pena a tirare a campare, e che vorrebbero vedere i propri figli crescere senza vederli falcidiati dal meningococco di tipo B? hanno forse meno diritto di chi può permettersi di pagare i 90 o i 140 euro presso una farmacia? Ma soprattutto, com’è possibile che in tutti questi mesi non è stata avviata una campagna di vaccinazione preventiva per il meningococco B, causa di morti contingenti e tragiche, ma invece si è mostrata una intransigenza, giusta seppur spropositata, per altre vaccinazioni di gravità non comparabile? Maurizio ciotola
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