Salvini, il “condottiero” di una disastrosa guerra tra gli ultimi. Di Maurizio Ciotola

L’istituto repubblicano e democratico, che nella sua articolazione istituzionale cerca di contenere le spinte asimmetriche, di un esecutivo sorretto da forze politiche contrapposte, è in questi giorni impegnato a rimarcare i confini costituzionali di questo agire sconnesso. Se la forza centrifuga determinata dal leader della Lega, rende deforme l’operato unitario del Governo, la sponda mediatica nell’esaltare il suo agire nazionalista e reazionario, rincorre due fini, demolirlo sul piano umanistico, quanto democratico, e oscurare l’agire del movimento 5 stelle, vero obiettivo da abbattere. Sembra vi sia un patto stretto con il Pd, oramai privo di una matrice politica di sinistra, ma affarista e degenere, unitamente ai propositi di lotta finalizzati al controllo egemonico della propria area politica. Un'area per la quale il M5S ha costituito da sempre una sorta di costola alla sua sinistra, da eliminare, come da prassi abusata dal Pci ieri, in misura differente e se volete oggi avvilente, in accordo con il principio per cui, alla propria sinistra non possono esistere altre forze politiche. Diversamente, per quanto riguarda la coalizione di centro destra, di cui la Lega è parte integrante, che ha vissuto e prosperato, al pari del Pd, agendo su quella leva collaudata del sottobosco politico e burocratico in cui è innervato il malaffare, la corruzione e l’inefficienza, il Movimento 5 stelle ha costituito da sempre un pericolo reale alla ricerca di una legalità verso cui, viceversa il Pdl agendo sul piano legislativo, si è mostrato avverso. Se una forza sociale o politica non può esser abbattuta dall’esterno, alcuni strateghi insegnano che, in tal caso è meglio infiltrarsi e divenire attori dell’organizzazione politica da abbattere o indebolire. La storia ci regala innumerevoli esempi e la politica da sempre, ha esercitato questo metodo con strumenti non solo ideologici, sempre supportati da generose e illecite donazioni di denaro, che per chi cerca di raggiungere il fine, rappresentavano sempre un mezzo giustificato. Oggi è più probabile che, analoghi attori politici, non sappiano distinguere il mezzo dal fine, per evidenti volontà cognitive a cui sono anteposte quelle esplicite di lucro personale. Giungere al tavolo delle trattative blandendo la sciabola e i coltelli dietro una maschera da pirata, non pare un metodo i cui elementi riconoscibili possono condurre ad un confronto democratico libero e produttivo, piuttosto appare identificabile come un ricatto, che inevitabilmente consente l’approdo ad accordi di corto respiro. Se il problema dell’accoglimento dei profughi africani ha assunto negli anni l’evidente sproporzione, per cui il nostro Paese, naturale estensione europea nel Mediterraneo, si è dovuto prender carico di oneri in un contesto di degrado sociale ed economico già palese, questo problema non può e non deve esser affrontato agendo sulla pelle degli ultimi. su quella “merce umana” alla mercé delle organizzazioni a delinquere di stampo mafioso, di cui non si vuole distinguere origine e articolazione, ma della quale vediamo certamente gli effetti e i luoghi. Il ministro degli interni ha agito in modo irrituale in un contesto democratico, esacerbando gli animi al fine di mostrare il possibile “cadavere” dell’Aquarius, per abbattere l’opposizione di alcuni partner europei, con lo scopo di incassare il consenso dei deboli che, per natura preferiscono aggredire altri deboli, piuttosto che i loro burattinai. Questa “medaglia” cui il ministro Salvini si è voluto apporre sulla sua verde divisa, non condurrà ad una vittoria diplomatica e politica del nostro Paese sul versante europeo, quanto su quello interno, specifico per Salvini, nell’ambito dell’alleanza di centro destra. Ancora una volta i mezzi, che le massime istituzioni accreditano ad un ministro della repubblica, sembrano essere utilizzati per fini di natura personale, riconducibili alla realizzazione di una egemonia all’interno del centro destra, ovvero all’interno di una coalizione politica del Paese, senza che il Paese medesimo ne giovi. Per l’ennesima volta gli ultimi, aggrediti con il consenso degli ultimi, vengono utilizzati e sacrificati per finalità altrimenti raggiungibili attraverso un percorso diplomatico e politico di maggior efficacia, ma di modesto effetto mediatico. Le urla di Salvini captano il consenso, come riuscirono prima di lui Berlusconi e Renzi, ma nessuno di loro ha condotto e conduce politiche di ampio respiro, capaci di andare oltre se medesimi. Una politica da guitti, una reale politica populista, cui alternativamente parti della popolazione si sono innamorati e attraverso cui, hanno saputo demolire tutele e conservare privilegi, senza mai riuscire a progettare e tanto meno realizzare un futuro per il Paese. Il do ut des tra Salvini e le restanti parti politiche e affaristiche del Paese è esplicito, seppur non dichiarato, l’aver stilato un contratto politico tra le forze di Governo potrebbe apparire una tutela per i M5S, ma dobbiamo pur sempre ricordare che, qualsiasi effetto marginale, quell’effetto ultimo e in più, sul piano mediatico e dei consensi o dissensi sarà determinante nel catalizzare le opinioni finali, sul Governo medesimo. Un pericoloso gioco politico basato sull’assenza di fiducia tra gli attori di Governo, che oggi sembra estendersi alla strutturazione politica negli organi e nelle aziende controllate dallo Stato, la cui risultante non sarà certamente nulla, ma sicuramente disastrosa. Maurizio Ciotola

I nuovi schiavi dell’Occidente: mafia e neoliberismo “governano” la schiavitù degli immigrati. Di Maurizio Ciotola

La civiltà di una organizzazione sociale e politica è incentrata prima di tutto sul rispetto dei diritti umani, di tutti e non solo di alcuni. L’Italia insieme all’Europa è uscita da una devastazione bellica e dittatoriale, in cui questi diritti non ancora riconosciuti furono calpestati, violati, azzerati. Per anni dal dopoguerra il lungo cammino politico e sociale, ma soprattutto culturale, ha consentito ad un’ampia fascia della popolazione europea ed italiana, a introiettare, fare propri questi principi irrinunciabili. Opulenza e corruzione, agiatezza senza una equivalente crescita culturale, ha permesso lo smantellamento di quel fragile costrutto eretto su quei principi, fino a renderli oggi solo argomenti sulla carta, almeno in parte. Ha vinto il principio capitalista incentrato sul liberismo più spinto, che ha soppiantato quello capitalista socialdemocratico. Non sempre gli attori di questo sfascio si muovono all’unisono e quasi mai intendono farlo, ma concorrono sempre nel realizzare le brutture sociali e culturali di cui oggi siamo vittima. Aver smantellato lo stato sociale con il contributo principale dei suoi difensori, sinistra e sindacati, o l’aver inseguito il mito della governabilità a qualunque costo, sotto l’egida di un comitato tecnico europeo o sotto una politica neoliberista statunitense, ha consegnato il nostro Paese ad una destra di opposizione e di governo, diversa solo per collocazione, potremmo dire topografica, nell’emiciclo parlamentare. Solo una parte minoritaria della chiesa cattolica, una serie di organizzazioni sociali e religiose, ha saputo fare la differenza in un contesto monolitico, verso cui gli intellettuali a pagamento prestavano e prestano servizio senza porsi troppi scrupoli. In questa ipocrisia imperante, nella doppiezza tra il dire ed il fare, le sacche di povertà sono cresciute a dismisura, i poveri censiti hanno quasi raggiunto i dieci milioni di unità, mentre quelli sconosciuti, non censiti, dichiarati irregolari ed immigrati in fuga, sono divenuti negli anni di falsa accoglienza, centinaia di migliaia. Esseri umani soggetti ad ogni tipo di sfruttamento, ma soprattutto facile terreno di coltura per la malavita organizzata che, come per alcune imprese dedite allo sfruttamento, arruola uomini e donne per compiere servigi illegali, i primi nel controllo del territorio, le seconde nella prostituzione. Attività illegali gestite alla luce del sole da parte di organizzazioni malavitose, di cui non sappiamo quali propaggini penetrino lo Stato e fino a che punto nella sua articolazione. Una schiavitù palese di cui le istituzioni hanno coscienza, ma verso cui non hanno agito e non agiscono. Un esercito di schiavi condotti a “domicilio” dei loro sfruttatori, verso cui la politica e gli intellettuali al chilo, sono attenti solo al momento del loro ingresso, sempre pagato a caro prezzo sulla loro pelle. L'accoglienza in centri, che rasentano i lager di recente memoria, di “primo sfruttamento”, attraverso i quali molte organizzazioni, ingegnatesi nell’offrirla, battono cassa nei confronti dello Stato e di converso verso l’Europa, non prospettano agli immigrati alcun futuro, se non da semicarcerati utili per la riscossione dei proventi. Non esiste un serio percorso di integrazione culturale, sociale e lavorativa. e del resto se chi gestisce gran parte di questi flussi ha scopi differenti da quelli umanitari, non possiamo stupirci e tanto meno scandalizzarci, salvo gli ipocriti di cui come i cretini, le mamme sono sempre incinta. In Italia, denuncia la Caritas, l’Osservatorio Placido Rizzotto della Cgil e altri intellettuali non a pagamento, vi sono 80 epicentri, luoghi, in cui sono stati riscontrati fenomeni di sfruttamento e schiavitù per 400.000 lavoratori irregolari. Gli immigrati senza una identità in giro per il nostro paese sono almeno 600.000, con il fatto che, la loro possibile scomparsa, non riscontrata dalle autorità per un palese delitto, risulterebbe invisibile, inesistente. Esseri della cui scomparsa gli ipocriti politici ed intellettuali non si curano. Tra essi vi sono anche bambini, di cui non abbiamo notizia e il cui “utilizzo”, soprattutto per la vendita dei loro organi è conosciuto dalle autorità, ma di cui non è divulgata informazione. Un Paese in cui si insidia l’organizzazione mafiosa nelle sue istituzioni non è un Paese che può accogliere esseri umani in fuga, se non per farli divenire schiavi. Un Paese in cui il liberismo economico consente lo sfruttamento dei suoi cittadini, attua nei confronti degli immigrati uno sfruttamento disumano prossimo alla schiavitù, dove il liberismo economico si accoppia con il contesto mafioso, attraverso cui mantiene l’ordine senza scrupoli e senza timori. Un simile Paese è da riformare dalla sua base, partendo dalle scuole, dagli spazi culturali e non per approcci posticci. Questo è un Paese in cui chi combatte le mafie o lo sfruttamento sul lavoro, risulta esser gradito fino a quando non orienta la politica e le la società, perché a quel punto, in quel preciso momento la sua vita diventa a rischio, sotto l’aggressione mafiosa e l’assenza di una valida protezione da parte dello Stato. Una organizzazione sociale e politica, che ha al centro i valori umani, i suoi diritti, non deve temere l’aggressione mafiosa, politica o intellettuale che sia, ma non deve neppure veicolare ipocritamente il destino di tanti esseri umani nelle mani della delinquenza organizzata o dell’imprenditoria d’assalto, facendoli divenire i nuovi schiavi dell’Occidente. Maurizio Ciotola

Flat Tax? Meglio una riduzione delle aliquote esistenti. Di Maurizio Ciotola

Il prof. Mario Draghi, in una delle Conclusioni finali da Governatore della Banca d’Italia, affermò senza timore di smentita che, “un euro in più disponibile per un reddito familiare è utilizzato interamente per beni e servizi necessari alla famiglia. Un euro in più disponibile in una grande impresa, per il suo 10% verrebbe investito sul mercato, mentre il restante 90% troverebbe un utilizzo in ambito finanziario”. Ossia, qualsiasi sgravio fiscale per le famiglie si ripercuote sempre e nella sua interezza, sul mercato dei beni e dei servizi, incrementando in identica misura la loro domanda. Espresso in modo ancora più semplice, nel determinare una crescita della domanda vi sarebbe una conseguente dinamica di implementazione, non identicamente lineare, della domanda sul mercato del lavoro. Un eguale sgravio fiscale per le imprese, invece, non determinerebbe analoghe ricadute sul piano economico e sociale, visto che quell’euro per il 90% verrebbe investito sul mercato finanziario, non direttamente legato a quello del lavoro. L’esplicita nota del Governatore, rilevata dai tecnici, ma sfuggita ai sindacati e alla politica progressista, non è mai divenuta in ambito fiscale un parametro di azione per la politica economica del nostro Paese. La flat tax proposta e prevista dall’attuale Governo Conte, parrebbe rispondere in parte a questa indicazione, ma solo nella misura in cui questa dovesse riguardare solo i redditi delle persone fisiche, evidentemente espletandosi in una misura differente per le diverse fasce di reddito. Un' aliquota fissa per tutte le fasce di reddito, non incorrerebbe certo nell’incostituzionalità, poiché la sua progressività, in termini semplici, sarebbe determinata dal volume di reddito a cui è applicata, da cui deriverebbe un prelievo fiscale comunque progressivo in termini assoluti, ma avrebbe scarsi effetti sul mercato. La flat tax, nel ridurre il prelievo fiscale, in identica misura renderebbe disponibili allo stesso contribuente una quota del suo reddito. Conseguentemente, per le persone fisiche a basso reddito quell’importo residuale, reso disponibile, assumerebbe comunque un’entità minima, in taluni casi esigua, rispetto a quanto già in essere, il cui reimpiego sul mercato dei beni e dei servizi risulterebbe comunque irrisorio. Diversamente potrebbe accadere per gli alti redditi. L’importante è però comprendere chi e come, riutilizzerà sul mercato quel “risparmio” determinato dalla nuova aliquota unica. Perché il loro ipotizzato agire costituisce gli evidenti presupposti per una scelta razionale a favore o contraria all’adozione della flat-tax. I percettori di alto reddito, hanno di per se già soddisfatto bisogni primari e secondari, diversamente da quelli a basso reddito che, difficilmente riescono a soddisfare i primi e men che meno, i secondi. Conseguentemente, quella quota parte del reddito non versata nelle casse dello Stato, grazie all’aliquota “piatta”, troverà un differente impiego in funzione della soddisfazione dei beni e servizi primari e secondari, per i differenti percettori di reddito. Il paradosso è che, i percettori di alti redditi, paghi di aver già soddisfatto i bisogni citati, potranno decidere di impegnare quelle quote in ambito finanziario, con effetti nulli sulla domanda dei beni e dei servizi, del conseguente prelievo fiscale indiretto e, purtroppo, sul mercato del lavoro. Ovvero la progressività esistente, più che smantellata a favore di un’aliquota unica, andrebbe ridefinita optando per una riduzione sostanziale delle aliquote, già in essere per le basse e medie fasce di reddito e, solo in misura ridotta, per quelle ad alto reddito. In questo caso la crescita complessiva non risulterebbe nulla sul piano economico e quasi certamente su quello sociale, vista l’incisività che deriverebbe sui differenti attori di mercato. Maurizio Ciotola

Democratura. Di Maurizio Ciotola

Potremmo chiamarla “democratura”, che non indica un’età matura della democrazia, quanto un’ibridazione di quest’ultima con la dittatura, che agisce nell’ambito delle regole formali e della loro interpretazione. Il Quirinale, quale istituzione della Repubblica ed organo dello Stato, in questi anni è divenuto il più potente osservatorio politico del Paese, oltre che conoscitore non inerte. Al Quirinale si avvicenda ogni sette anni un Presidente eletto dal Parlamento e dagli istituti regionali, che a parte il suo segretario particolare, non muta o non incide sulla mutazione possibile di indirizzo degli staff e dei dipartimenti, che di questa istituzione costituiscono il corpo e l’anima. Il Presidente Sergio Mattarella, cui rinnoviamo la nostra stima, ha conosciuto quella fase repubblicana in cui la funzione di garanzia del Quirinale è stata assicurata da e in un equilibrio di poteri oggi inesistente. Un equilibrio formalmente assicurato da quella Carta Costituzionale, cui i denigratori più acerrimi e i demolitori più recenti, invece oggi si richiamano nell’approvare una evidente decisione politica non legittimata dal Parlamento. Certo è che, il Presidente Sergio Mattarella, come il Presidente Emerito Giorgio Napolitano, conoscitori di quel periodo di equilibrio, formalmente identificato con la prima repubblica, sanno perfettamente che, non solo il Presidente del Consiglio, ma anche i ministri e i sottosegretari, seppur formalmente presentati del presidente del Consiglio, venivano puntualmente indicati dai partiti che sostenevano il governo. Talvolta, nei momenti più bui della Repubblica, tale indicazione è stata frutto di una condivisione con i partiti di opposizione. Questo almeno fino all’elezione del Presidente Oscar Luigi Scalfaro, avvenuta in una forzatura dettata dalla strage di Capaci, in cui il giudice Falcone la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta persero la vita. Le scelte in ambito istituzionale, nel nostro Paese, ancora oggi una Repubblica Parlamentare, sono state da sempre prerogative esclusive del Parlamento, nella funzione istituzionale e politica specifica cui il dettato costituzionale garantiva e garantisce. Non il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è oggi in discussione, ma il Quirinale nelle sue funzioni e prerogative istituzionali, di cui vediamo compromessi i limiti e le azioni. Prerogative precedentemente garantite non solo dal dettato costituzionale, ma soprattutto dalla forza politica e democratica di cui il Parlamento, nei fatti, era espressione indiscussa e non solo sul piano formale. Il Presidente ha correttamente giustificato la sua azione, richiamando il pericolo dei mercati e la tutela dei risparmiatori, ma a molti sfugge che, quella stessa “dittatura” dei mercati ha ingenerato l’impoverimento e l’esclusione di ampie fasce della popolazione, accrescendone l’entità nel contesto del Paese, fino a renderla maggioritaria rispetto al resto della popolazione, ahinoi turbata dall’erosione dei risparmi. Egregio Presidente, oggi oltre a dover tutelare l’esistente, abbiamo la necessità di restituire sicurezza e sostegno a una parte maggioritaria di questo nostro Paese, in bilico tra il disastro e la rinascita. Lei, come tanti di noi cresciuti ed educati nel rispetto democratico, sa che è utopistico quanto fuorviante, pensare ad una rinascita economica, sociale e culturale, sotto l’esclusiva azione dei mercati di capitale, privi della necessaria accezione umanistica e democratica, cui solo la politica, moderando e dirigendone gli effetti, può restituire. Di queste funzioni il Quirinale si deve riappropriare, con il legittimo fine di garantire le istituzioni democratiche dello Stato, più che la dittatura dei mercati. Per questo siamo certi che Lei, nell’ambito della sua mitezza e fermezza democratica, non solo non è mai venuto meno al suo mandato, ma sappiamo essere capace di restituire all’Ufficio del Quirinale il suo originario ruolo istituzionale. Maurizio Ciotola

23 maggio 1992 - 23 maggio 2018, ventisei anni di dominio mafioso. Di Maurizio Ciotola

Ventisei anni fa, un detonatore fece esplodere il tritolo da tempo costipato, sotto la strada che da Palermo conduce all’aeroporto di Capaci. Ventisei anni fa, dopo appena un anno di lavoro al ministero di Grazia e Giustizia, così si chiamava allora, il direttore degli affari penali appena nominato, il giudice Giovani Falcone, salta per aria in quella stessa strada, insieme alla moglie Francesca Morvillo, e l’intera scorta di agenti, lasciando sgomento l’intero Paese. Ventisei anni son passati dalla deflagrazione della cosiddetta prima repubblica, per cui differenti fattori furono propedeutici, ma per la quale due solo furono determinanti, la stage di Capaci e quella di via d’Amelio, in cui l’ultimo alfiere contro la mafia, Paolo Borsellino, perse la vita insieme all’intera scorta. Oggi non ricordiamo solo Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, insieme agli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, ma l’interruzione di quella lotta contro la mafia. Più generalmente contro le associazioni a delinquere di stampo mafioso, cui un gruppo di magistrati guidati da Falcone e Borsellino, cercarono di far emergere per estirparle dal tessuto malavitoso del nostro Paese. Un’attività, quella mafiosa, tenuta in vita da corpi estranei al nostro Paese, dei quali dopo il 1992 è divenuto ostaggio. Sarebbe sufficiente leggere non solo le “narrazioni” di Leonardo Sciascia, sui termini della mafiosità specifica delle organizzazioni a delinquere, la politica e le istituzioni, quanto i puntuali interventi derivanti dalla sua attività di Parlamentare indipendente, ancorché presidente della commissione di inchiesta sul caso Moro, o “Affaire Moro”, con cui soleva indicare l’intricato susseguirsi di fatti e azioni dopo e durante il sequestro di Aldo Moro, fino al suo assassinio. Far saltare i “bastioni” per mettere sotto scacco lo Stato è quel che è avvenuto il 23 maggio e il 19 luglio del 1992. Le operazioni susseguitesi, nel panico generale di una politica diversamente già sotto scacco ed imbrigliata, ancorché compromessa, furono cosa semplice. Gli attori politici di quella fase cruciale, vittime dell’aggressione, hanno taciuto e continueranno a tacere per il timore di perder la propria vita, forse assicurata da qualche documento che, nella fuga dai palazzi delle istituzioni, hanno fotocopiato o trattenuto a mo’ di salvaguardia personale. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli agenti che hanno compiuto il loro lavoro fino alla fine per far sì che i due giudici portassero a termine il loro operato, non meno della giudice Francesca Morvillo, il cui amore per Giovanni Falcone è stato per lui altrettanto centrale, hanno sacrificato la loro vita senza timore, con l’unico desiderio di veder trionfare la giustizia in un Paese dilaniato dal malaffare. Se vi è una terza repubblica all’orizzonte, ancora nessuno di noi può affrettarsi a dirlo. Quel che è certo è che, finora, abbiamo inalato per ventisei anni le polveri della prima, dilaniata dalle associazioni a delinquere di stampo mafioso, che nella cosiddetta seconda repubblica hanno avuto un ruolo centrale e di dominio indiscusso. Maurizio Ciotola

Una politica del lavoro che genera morti. Di Maurizio Ciotola

256 morti e 653.000 denunce di infortunio sul lavoro in Italia dall’inizio del 2018, ai quali si dovrebbero aggiungere gli altri infortuni, nascosti o denunciati in luoghi differenti, da quelli in cui i malcapitati svolgevano il loro lavoro in nero. Questi dati costituiscono la cifra di quanto avviene, sul piano produttivo, nel nostro Paese, in cui per soddisfare una ripresa della richiesta, dopo la crisi degli ultimi anni, le imprese si accingono ad esasperare i loro cicli produttivi senza adeguare gli impianti già obsoleti. E'l’adeguamento ad un trend di crescita senza aver operato adeguati investimenti tecnologici, se non una evidente riduzione del personale operativo, in quantità e livello professionale, troppo spesso con l’affido delle parti operative più pesanti ed onerose, sul piano della sicurezza e delle prestazioni, ad imprese o “partite iva”. Non riusciamo ad avviare un’adeguata modernizzazione delle nostre industrie manifatturiere, troppo spesso imballate e funzionali a un circuito clientelare, politico-sindacale-imprenditoriale. Lo Stato, attraverso erogazioni di denaro mascherate, consente un asservimento e il mantenimento di un’occupazione a basso valore aggiunto, su cui è operato il vincolo politico sindacale, che rasenta metodi mafiosi. Neppure la crisi è riuscita a far mutare l’atteggiamento di questa simil-imprenditoria educata al connubio con quelle espressioni politiche e sindacali prive di prospettive e progetti, ma soprattutto senza coraggio e funzionali al proprio mantenimento. Ogni anno in questo Paese l’ecatombe sui posti di lavoro fa indignare autorità e istituzioni, strappare le vesti ai soliti sacerdoti del potere, che dopo aver espresso le condoglianze di rito alle famiglie dei malcapitati, si premurano di non deviare dalla strada fino a quel momento intrapresa. La politica ha necessità di sbandierare i numeri di una ripresa e spinge l’imprenditoria asservita a rispondere in tempi rapidi, operando sia una pressione sui sindacati, che allentano il controllo cui sono deputati, sia riducendo le risorse per i controlli degli istituti preposti e senza mai dimenticare di trovare le vie finanziarie, attraverso cui agevolare/premiare le imprese medesime. Un circolo vizioso in cui il lavoratore è vittima, privo di tutele reali, nella generale consapevolezza dei soggetti coinvolti. Questa ecatombe annuale è figlia di un’approssimazione politica e sindacale, in cui la regressione reale è mascherata da un apparente progresso formale, dove alla indeterminatezza delle responsabilità non sopperisce la modernizzazione degli impianti. In questi 25 anni l’unica nota positiva è giunta dalla legge per la sicurezza, d.Lgs. 81/08, in parte demolita con le varianti successive, e intorno alla quale è stata costruita una copiosa attività di formazione, ma le cui certificazioni formali sembrano attestare rispondenze non coerenti con quanto accade, per la copiosa quantità di incidenti sul lavoro, inaccettabili per un Paese civile. Maurizio Ciotola

Desertificazione politica e deficit democratico. Di Maurizio Ciotola

Vent’anni di leggi elettorali ibride, mai completamente maggioritarie, ma pur sempre con un forte premio di maggioranza hanno consentito che, minoranze elettorali senza alcun confronto governassero il Paese. Abbiamo avuto leggi elettorali al limite della costituzionalità e incostituzionali, tutte nate con lo scopo di reiterare la vittoria della coalizione generalmente al governo. Vi è una quantità di sedicenti politici, che è cresciuta in un contesto in cui il turpiloquio, quanto l’insulto e l’arroganza hanno costituito e costituiscono gli elementi formativi del loro percorso politico, piuttosto che il confronto e il dialogo. Un imbarbarimento che, negli anni ha portato questo nostro Paese ad essere un eterno palcoscenico per showman, il cui gradimento è attribuito da elementi esteriori, sicuramente esterni alla politica. Vi sono stati showman, che hanno agito per proprio conto e altri per interposta persona, in ogni caso alla guida o proni verso i gruppi di pressione che, accampano diritti di ipoteca sulle loro candidature ed ovviamente, sulla loro elezione. I partiti smembrati e non ricostituiti, se non come contenitori “acchiappavoti”, sono incapaci di metter in campo un progetto per il Paese, di tenuta sociale e culturale, quanto di sviluppo economico. Nel ratificare disposizioni, tradotte male in leggi, hanno consentito un continuo svuotamento delle casse dello Stato ed inversamente, reso inefficiente o indisponibili tutta una serie di servizi indispensabili per la vita di una società civile. Oggi, dopo due mesi dalle elezioni, non sembra esservi la possibilità politica della nascita di un governo di fiducia parlamentare, forse per uno tecnico imposto dal Presidente della Repubblica, cui per necessità godrà di una fiducia a tempo e limitata. Il turpiloquio continuo animato allo scopo di non garantire la governabilità, ha un fine specifico per alcuni e costituisce un mezzo abituale per altri. Molti peones, consci della loro impreparazione politica, in taluni casi accompagnata anche da una mediocre istruzione, hanno sviluppato un’azione politica da ultras, attraverso cui accreditarsi nei “partito-contenitore” con qualità di accalappia voti, piuttosto che come dirigenti politici di utilità per il Paese. Il ritorno al proporzionale ha messo in luce il deficit democratico, in cui è precipitato il Paese a causa dall’abuso permesso da leggi elettorali maggioritarie, argutamente destinate nel nostro contesto a garantire la “dittatura” della maggioranza. Dopo vent’anni di desertificazione politica e morte del confronto dialettico, avremmo dovuto prevedere le naturali difficoltà della rinascita di un dialogo democratico tra le diverse parti politiche, determinato dall’esito nuovo e differente di una legge elettorale prevalentemente proporzionale. Ma forse siamo di fronte ancora una volta ad una messa in scena da parte di chi, dopo anni di dominio in un’alternanza dopata, non intende cedere le redini del controllo del Paese, di cui è divenuto esperto nell’appropriarsi delle sue abbondanti risorse a discapito della popolazione, già impoverita e privata dei diritti. La transizione è appena iniziata e il cammino si preannuncia difficile, unico garante è il Presidente della Repubblica, il cui impegno consentirà al Paese di uscire dalla palude in cui l’ha spinta la trasversalità di regime, incentrata su quelle malversazioni politiche che hanno animato la cosiddetta seconda Repubblica. Maurizio Ciotola

In Sardegna la nuova legge urbanistica regionale mette in calce il dispregio delle tutele ambientali. Di Maurizio Ciotola

Il varo della legge urbanistica sembra contenere i parametri propri di un rapporto clientelare, totalmente avulso alle reali esigenze di quest’Isola martoriata da una classe politica predatoria. Nell’estate del 2017 l’On. Soru portò a conoscenza dell’opinione pubblica le operazioni nascoste e palesemente incostituzionali derivanti dall’eventuale approvazione del Ppr, nello specifico al suo art. 43, con cui si indicavano i casi in cui allo stesso Ppr si poteva entrare in deroga, attuando accordi tra la presidenza della regione e i soggetti economici coinvolti. Lo abbiamo denunciato sulle pagine di questo giornale, e ancora intravediamo nello stesso art., se non modificato, un palese asservimento senza alcuna garanzia di tutela, affidata ad una soggettiva decisione del Presidente in carica. La storia e non solo quella isolana, ci fa comprendere la pericolosità di tale deroga, in cui il dispregio delle tutele è posto in calce. Sappiamo per altro che, nell’Isola gli immobili invenduti ed esistenti costituiscono una porzione di cospicua entità, non solo, ma di questi, inversamente, solo una piccola quantità costituisce oggetto apprezzabile per l’incremento turistico ed economico, a causa del loro utilizzo e della illiceità con cui esso avviene. I grandi flussi turistici sono sempre più orientati ad una fruizione “leggera”, dinamica e poco onerosa, incentrata sull’utilizzo di B&B, campeggi e case in affitto stagionale sulle coste dell’Isola. L’incremento registrato negli Hotel, non giustificherebbe ampliamenti come quelli previsti dall’incremento volumetrico, indicati dalla legge urbanistica al varo della maggioranza consiliare. Gli eventuali incrementi volumetrici previsti nelle città e nei paesi dell’Isola, per contro porterebbero ad una ulteriore deturpazione di brutture già edificate su concessione clientelare, privando il mercato delle nuove costruzioni di possibili acquirenti. Se una nuova legge urbanistica deve esser varata, questa dovrebbe condurre al riutilizzo e rifacimento di zone già urbanizzate, oggi in degrado; ovvero essa dovrebbe esser definita secondo un’accezione più globale in sinergia con l’identità dell’Isola medesima, per cui l’architettura e la bellezza espressa entrino in armonia con la natura, ancorché con la storia della Sardegna, senza deturparla o ancora violarla. In ultimo, ci chiediamo se questa maggioranza in Consiglio regionale, di cui le ultime elezioni politiche nazionali hanno messo in minoranza, sul piano delle opportunità politiche sia nei fatti legittimata al varo di questa legge che, a fine legislatura, sa più di ricco regalo ad entità immobiliari proiettate verso la speculazione edilizia del territorio. Maurizio Ciotola
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