La Commissione parlamentare sull’uranio impoverito e il “negazionismo” militare. Di Maurizio Ciotola

La Commissione Parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito ha concluso le sue attività e presentato una relazione sull’operato svolto, che si completa con la denuncia alla Procura della Repubblica di Roma dei fatti specifici, emersi nel corso dell’inchiesta, per la valutazione delle eventuali ipotesi di reato. Il resoconto della Commissione è però articolato, la severità non meno dell’intransigenza, fanno emergere le ipotesi di reato, le irrispettose procedure "pro domo mea" in uso nei reparti militari in merito alle inosservanze della sicurezza per il personale militare e civile, operante nei teatri di guerra o nei poligoni di addestramento e difesa. Eemerge il “negazionismo” dei militari, queste sono le parole riportate nella relazione, di fronte alle constatazioni di fatti non rispondenti a quanto dichiarato in audizione. Ovvero ci si trova di fronte al comportamento omissivo e ostativo, dei vertici militari nei confronti della suprema rappresentanza democratica dello Stato, il Parlamento attraverso la sua Commissione di inchiesta, per cui è stato richiamato il mancato rispetto del 3 comma dell’art. 52 della Costituzione: "l’ordinamento delle Forze armate si ispira allo spirito democratico della Repubblica". E'un richiamo riportato nelle conclusioni finali attraverso cui, la Commissione ritiene opportuno e necessario rimarcare, a nostro avviso, l’arbitrio del quale alcuni organi dello Stato si rendono protagonisti, nell’inosservanza della Costituzione e delle leggi. Un comportamento, è opportuno ricordare in questa sede, che non presenta particolari differenze rispetto ad altri già rilevati negli anni passati, in merito a fatti di rilevanza penale, cui parti delle Forze armate sono stati responsabili e complici. L’accusa esplicita di “negazionismo”, ci pone di fronte alla rilevanza e al pericolo derivante dal comportamento di alcune parti specifiche delle Forze armate, su cui non è possibile non intervenire, sia sul piano giudiziario quanto su quello istituzionale, a tutela e nel rispetto della Costituzione. Il mancato rispetto verso la Commissione, per le omissioni e le negazioni emerse, è il mancato rispetto verso il Parlamento, le istituzioni dello Stato cui le Forze armate, nell’ambito del dettato costituzionale e di una democrazia compiuta, hanno il dovere di servire. Un negazionismo articolato, finalizzato a non far emergere gli usi e gli abusi nei poligoni militari e l’inosservanza delle procedure a tutela degli stessi militari esposti agli agenti inquinanti, dannosi per la salute, frutto del materiale bellico adottato negli stessi poligoni e nei teatri di guerra. L’utilizzo improprio di aree territoriali asservite ad uso militare, di cui è stato fatto scempio ambientale con ricadute per la salute dei militari e dei civili, ha determinato una condizione di inquinamento ambientale quasi irreversibile, causando morti e malati per neoplasie e patologie cardiovascolari. Solo nella penisola di Teulada, interdetta ai civili e mai sottoposta a bonifica, si possono trovare residuati di “munizioni di calibro superiore” (missili, artiglieria pesante e razzi) per un peso totale che potrebbe variare tra 1750 e 2950 tonnellate. La Commissione non opera solo un esame della grave situazione esistente, ma compie un importante sforzo nel promuovere la mutazione dell’utilizzo delle aree su cui insistono i poligoni militari, per un loro possibile impiego duale, militari/civili, con scopi civili, a tutela delle professionalità e del lavoro. Un differente ed auspicabile indirizzo più strutturato quindi, e funzionale ad una significativa crescita economica del territorio. Nella relazione non poteva mancare l’invito al Ministero della difesa, inerente ad un significativo ridimensionamento e relativa bonifica, delle ampie fasce di territorio assegnate ad uso militare già dagli anni ’50, nate in un diverso contesto geopolitico, oramai non più plausibile e soprattutto non più giustificabile. Un immenso lavoro cui la metodologia di indagine adottata, il contributo delle precedenti commissioni, della magistratura, degli uomini delle Forze armate ispirati ai principi della Costituzione, ha consentito di portare alla luce responsabilità ed inadempienze la cui gravità pregiudica la salute e la vita di tanti esseri umani, non meno della tenuta democratica del nostro Paese. Maurizio Ciotola

Macerata, l’Italia e i cattivi maestri. Di Maurizio Ciotola

I cattivi maestri sono sempre presenti, presenziano nelle istituzioni, in politica, ma soprattutto, in un mondo come il nostro, divenuto un “villaggio globale”, erompono sui media. Se nel 1989 sembrava finita la storia, le ideologie e le violenze ad esse impropriamente associate, negli anni successivi chi aveva perso questa “prospettiva” di dominio sui popoli, ha pensato di trovarne un’altra ancora più promettente, creando dei nuovi nemici che ha pensato di armare, militarmente e culturalmente. Oggi incominciamo a “cogliere” i tristi “frutti” di trent’anni trascorsi, in una quasi totale assenza di coscienza critica e azione intellettuale, con cui avremmo potuto neutralizzare questo ulteriore progetto teso a riportare la violenza al centro della società. Non poca responsabilità hanno gli intellettuali e i giornalisti, cui la capacità critica e di analisi ha lasciato il campo ad un sensazionalismo presentato in tutte le salse, in ogni ambito, pur di attrarre l’attenzione. Tanti cattivi maestri e un eccesso di allievi compiacenti, impegnati a dare un senso al loro ruolo, secondo una via distruttiva animata da una bruttura culturale di cui si sono resi portatori. Da una logorroica incapacità risolutiva, in cui era caduta tanta parte di quella politica sociale e di sinistra, si è giunti ad una brutalità risolutiva argomentata da scelte dicotomiche, in cui l’idea reazionaria di giustizia ha prevalso su gran parte del pensiero politico esistente. Abbiamo la necessità, sul piano laico, di rimetter mano e restituire vita alle analisi sociali, quanto alle azioni politiche capaci di allentare differenze e rompere steccati, aprire i recinti in cui una parte sempre più consistente e disperata della popolazione si trova rinchiusa. Dovrebbe essere un dovere religioso quello di elevare la volontà e la ricerca del perdono, per aspirare alla ricongiunzione degli esseri umani, piuttosto che esaltare ed inneggiare alla vendetta, quanto alla inaccettabile legge del taglione. Nessuno di noi può sottrarsi a questa sfida e nessuno è esente da responsabilità, in ambito culturale, educativo economico e sociale. Per anni si è inneggiato alla sicurezza dei cittadini, propugnando come soluzione l’incremento degli organi di polizia, la moltiplicazione delle armi e l’inasprimento della protezione alle frontiere, con spinte visibili e concrete, che ci hanno condotto ad atti di guerra sotto l’egida di organizzazioni militari prive di qualsiasi obiettivo pacifico. Ovunque nel nostro Paese è richiamata l’attenzione del Ministero degli Interni per garantire la sicurezza dei cittadini, quasi sempre ignorando le vere cause da cui è minata in modo irreversibile e per le quali sarebbe più opportuno richiedere invece, l’intervento del Ministero dell’Economia. Una disgregazione sociale e culturale su cui hanno avuto la meglio i “fascismi”, gli “-ismi” di sempre, attraverso cui, un sistema di potere poco benevolo nei confronti della popolazione amministrata, ha saputo riaffermare il proprio dominio, riducendo a formalità democrazia e sapere, esautorando cultura e scienza. I cattivi maestri sono quelli che, nell’occupare una grande visibilità sui giornali giustificano o ancor peggio, propongono scelte irresponsabili ed innaturali, pur di affermare il proprio disegno incentrato su un ego smisurato. Senza alcun dubbio i cattivi maestri sono coloro, che portano in piazza le masse ed inneggiano all’intransigenza, con cui mascherano la violenza per sradicare dal tessuto sociale chi ha opinioni differenti. Sono soprattutto coloro che, alimentano gli scontri verbali del confronto politico e sociale di cui si “cibano” i talk-show, in cui appunto, l’unico fine è lo show e l’audience. Lo sono i direttori dei giornali, che permettono la pubblicazione di articoli e titoli violenti, irrispettosi, offensivi, pur di garantirsi qualche copia in più ed istigare alla violenza. Sono i politici che, assoldano ed esaltano personaggi la cui notorietà e quindi il consenso, è figlio delle distorsioni dei principi di giustizia, equità e libertà. Siamo noi, quando di fronte alle minime ingiustizie quotidiane, voltiamo la faccia garantendo l’immunità ai malfattori, che spesso operano all’ombra delle istituzioni, nelle istituzioni, con le istituzioni. Questi cattivi maestri pullulano e si moltiplicano in una società pigra e indifferente, in cui è più “conveniente” adeguarsi, privandosi di capacità critica, piuttosto di intraprendere un faticoso ruolo attivo nella stessa. Del resto il potere riconosce e paga sempre, con denaro ed onorificenze e altrettanto spesso, con titoli ed incarichi. Dove l’ego prevale sul sociale, su ciò che può e deve esser condiviso, i cattivi maestri insieme ai loro allievi opportunisti, continueranno a costituire gli strumenti più idonei per il controllo della società. Ma se riusciremo a risvegliare quegli “anticorpi” culturali, oggi dormienti, ma pur sempre vivi, avremo la possibilità di smontare il progetto in atto con cui i poteri illiberali si apprestano a rimuovere i diritti umani, senza i quali non vi è più vita. Maurizio Ciotola

Moby Prince, nessuna verità tra depistaggi e lauti risarcimenti alle compagnie. Di Maurizio Ciotola

Sono trascorsi quasi ventisette anni dal tragico incidente nella rada di Livorno, in cui dopo uno scontro tra la petroliera Agip Abruzzo e il traghetto Moby Prince, morirono carbonizzate 140 persone. Come ricordiamo, il traghetto della Navarma di Onorato, prese fuoco e tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio morirono carbonizzati, solo un marinaio riuscì a buttarsi a mare salvandosi, il mozzo Alessio Bertrand. Anni di indagine giudiziaria hanno fatto riemergere la pratica collaudata, attraverso cui con le opere di depistaggio si ergono muri, che impediscono l’accesso alla verità. Neppure questa Commissione d’inchiesta parlamentare è riuscita a render disponibile ai cittadini di questo Paese, ciò che è accaduto di fronte al porto di Livorno. La Commissione ha voluto concentrare l’attenzione sul perché dei ritardi del soccorso alla Moby prince, ha disposto perizie e messo in luce un aspetto a cui però, non si è dato il risalto che avrebbe meritato, ovvero l’accordo tra la Navarma di Onorato e l’Eni-Agip, sulla rinuncia reciproca alla pretesa dei danni vicendevolmente causati. Un documento complesso di cui non si ha possesso e la Commissione non è riuscita ad avere, ma che viene citato sulla base delle audizioni, nella sua complessa e puntuale articolazione sottoscritta due mesi dopo il giorno del disastro. Un accordo con cui le compagnie si impegnavano a costituire un fondo senza limitazione per rifondere i danni delle vittime, impegnandosi a stare congiuntamente in giudizio, qualora le famiglie delle vittime avessero avanzato richieste nei loro confronti ed evitare, ai loro preposti e dipendenti, laddove fosse stato possibile, eventuali procedimenti. In merito al medesimo “contratto” l’Eni-Agip si sarebbe accollata gli oneri di bonifica relativi ai danni ambientali provocati. Ciò che rende questo accordo inusuale è la data di sottoscrizione, avvenuta con le indagini della magistratura ancora in corso e senza aver ancora ben chiara la posizione in rada della Agip Abruzzo, che come emergerà successivamente dalle indagini, risulterà essere alla fonda in un’area interdetta. Emergono dalle perizie i chiari segni di una esplosione interna avvenuta sulla Moby Prince, la cui origine in un primo momento è attribuita ad esplosivo civile, poi a del gas. L’armatore Vincenzo Onorato all’audizione in Commissione, nega di aver mai subito minacce, ma emergono dati per cui nel giugno dello stesso anno la Navarma, per un altro traghetto, presentò l’esposto per un presunto attentato incendiario. E ancora, su conferma dello stesso Onorato, la Commissione apprende che, sulle navi della flotta Navarma, nei mesi successivi al disastro della Moby Prince, era presente personale per la sicurezza israeliano. La Moby Prince fu assicurata per un anomalo valore di 20 miliardi di lire, contro i 7 dichiarati a bilancio Navarma, e gli stessi furono liquidati interamente nel febbraio del 1992 ad indagini preliminari ancora in corso. Insomma una vera anomalia procedurale, che potrebbe esser avallata solo da un terzo garante, capace per autorità e dimensioni di sovrintendere in modo fermo e definitivo onde impedire lo scontro giudiziario tra i soggetti implicati nella strage. Una sorta di mediazione al fine di evitare di portare alla luce la verità, discrepanze scomode, che comunque emergeranno o pretese economiche, rifuse invece in tempi fulminei e decisamente irrituali. Sappiamo dalle indagini della magistratura che nello specchio d’acqua antistante Livorno stavano all’ancora un imprecisato numero di imbarcazioni militarizzate, ovvero navi mercantili utilizzate per scopi militari, tra cui trasporto d’armi e munizioni. Nel 1991 si era appena conclusa la prima guerra in Iraq e una quantità innumerevole di materiale bellico rientrava per esser smaltito. Del resto al confine con la periferia di Livorno sorge la base americana di Camp Darby, nata nel 1951 e che tuttora costituisce il principale deposito logistico americano, Setaf (Southern European Task Force), all’epoca iperattivo per l’evento bellico in corso in Iraq. Appare altresì ingiustificato ed incomprensibile, come sottolineeranno periti ed esperti, l’estensione della copertura assicurativa per la Moby Prince ad eventi di “guerra”, cui la tratta del Tirreno non prevedeva e che non avrebbe avuto senso neppure per eventi di matrice terroristica. Forse non riusciremo mai a conoscere la verità sulle cause della strage, ponendola in fila agli irrisolti casi delle altre stragi compiute nel nostro Paese. Non si è riusciti a comprendere quali furono le motivazioni del ritardo dei soccorsi, diversamente da quanto accade per l’Agip Abruzzo, cui invece dopo neanche venti minuti giunse in soccorso un rimorchiatore, su cui transitò l’intero equipaggio. Molte, troppe domande, cui l’assenza di incisività e determinazione della Commissione non ha permesso di ottenere risposte. Vi è sempre un area grigia, quella prospiciente le attività militari, cui la nostra Repubblica non ha mai saputo render chiarezza in occasione delle innumerevoli stragi di innocenti ed inermi cittadini. E'l’ennesima sconfitta della giustizia, l’ulteriore beffa alla democrazia, per cui ancora una volta il comportamento inqualificabile di uomini delle istituzioni, delle forze armate, rendono nebuloso ciò che per dovere e diritto dovrebbe esser conosciuto. E'quindi lecito porci una domanda: se la nostra sicurezza democratica, la libertà, l’incolumità quotidiana è garantita dalle forze armate, come possiamo ancora oggi accettare che alcune e specifiche loro azioni, continuano a costituire un vero ostacolo per la conoscenza della verità e la giustizia? Può forse una democrazia rinunciare o accettare che, tali istituzioni, forti e a cui è delegato il monopolio della forza, prevalgano eludendo le leggi a cui dovrebbero esser sottoposte? Se così non è, quali strumenti non ha adottato la Commissione parlamentare di inchiesta o di quali si è servita per non giungere alla verità? Maurizio Ciotola

Un silente colpo di stato. Di Maurizio Ciotola

Se il Sen. Gian Piero Scanu fosse stato il presidente della Commissione d’Inchiesta sul sistema bancario, costituita in limite di legislatura, per produrre tutto ciò che le commissioni parlamentari hanno sempre prodotto, ovvero il nulla, avrebbe avuto sicuramente un Collegio garantito, similmente a quello offerto al Sen. Casini a Bologna. Ma il Sen. Scanu, tignoso e preciso, uomo che ha constato con i suoi occhi gli sfaceli determinati dai militari sulla nostra Isola e che, non pago, è andato ad interrogare i diretti responsabili, ponendoli più di una volta di fronte alle loro mendaci dichiarazioni, ha creato un precedente inaccettabile per una politica in cui tutti urlano, ma nessuno agisce. Non solo, il Sen. Scanu ha messo in luce le responsabilità militari nell’utilizzo delle munizioni all’uranio impoverito ed è riuscito a far approvare con la legge di bilancio, un emendamento grazie a cui è stato attribuito il controllo sanitario ai Comuni sui quali si compiono le esercitazioni e, quasi con “oltraggio”, trasferito ai militari l’obbligo di bonifica. In un Paese sotto scacco sul piano militare, in cui il recente governo Monti assegnò il ministero della difesa ad un alto ufficiale della Marina militare, già con ruoli di coordinamento all’interno della Nato, la politica debole fatta di parvenù e corrotti, non ha alcun ruolo se non il sottomettersi. Negli anni passati, quasi in tutti i governi esistiti dall’inizio dell’età repubblicana, tra i sottosegretari alla difesa vi è sempre stato, a rotazione, un parlamentare sardo. Sottosegretari sardi, che mai hanno garantito il rispetto delle leggi esistenti nei luoghi in cui tali esercitazioni avevan luogo, magari poco distanti dai collegi elettorali in cui sono stati eletti. Di fatto hanno sempre semmai garantito, l’immunità al corpo militare, avallando lo scempio di cui paghiamo e pagheremo nel tempo, per l’impatto sull’ambiente e la popolazione. Anche un altro senatore, Roberto Cotti del M5S, va incontro alla medesima “rottamazione” cui sembra destinato il senatore Scanu, quasi a comprova che, per quanto riguarda l’operato militare, è tassativamente vietato portare alla luce gli scempi, cui una parte degli uomini delle forze armate si rendono colpevoli nell’immunità accordata. Non è più necessario compier dei colpi di stato eclatanti, attraverso vistose e tristemente conosciute ritualità, con cui nella storia il potere si è affermato a prescindere dal consenso e dalla libertà, in barba alla democrazia. Oggi è sufficiente impedire una rappresentanza Parlamentare in grado di agire in tutela e nel rispetto delle leggi della democrazia, dalla sua Costituzione, che in un gioco trasversale, qualche mese fa parte del Parlamento, avrebbe voluto distruggere. E'altresì sufficiente togliere la voce ai giornalisti, a quelli che di fronte a questo scempio democratico operano una denuncia e avviano una inchiesta, con l’onnipresente ricatto dell’esclusione. La Sardegna, l’Italia, deve sollevarsi per divenire protagonista del proprio destino, ha il dovere di evitare di subirlo per mano di chi ci ha venduto; ha venduto la nostra salute, il nostro ambiente, il nostro futuro per elemosinare uno scranno nelle Istituzioni, che ancora, loro contribuiranno a svilire, a render vacue ed impotenti. Maurizio Ciotola

L’Ilva e il conservatorismo dei sindacati guidati dal ministro Calenda. Di Maurizio Ciotola

Ancora una volta sull’Ilva di Taranto, la politica, il Pd in primis, con Michele Emiliano e Carlo Calenda, strumentalizza o gioca, se preferite, su una vicenda drammatica, tragica, di cui oltre ai politici una parte predominante dei sindacati è pienamente responsabile. Nel 2012 Concita De Gregorio, nel suo libro "Io vi maledico", racconta le vicende dei lavoratori e apre il suo viaggio a Taranto tra i malati di cancro con le parole che riportiamo: "...sotto la casa di una famiglia sterminata dal tumore ho trovato una lapide, fatta mettere dall’ultimo dei morti quando era ancora vivo e combattivo, quando sperava che non sarebbe toccato anche a lui. Io vi maledico, ha scritto sulla pietra. Maledico voi che sapete cosa ci state facendo, voi che lo fate e voi che guardate in silenzio, i colpevoli e gli indifferenti, i padroni e i politici, i sindacati e i preti. Voi che pensate solo a voi stessi e non ci ascoltate". Sono parole che potremmo utilizzare e riportare ovunque l’industria del “ricatto” nel realizzare impianti similari, grazie a politica e sindacato, magistrati, militari, clero e industriali, eludono controlli ed ottengono sconti sulle soglie di inquinamento seminando morte per raccogliere profitti. Similmente avviene da noi in Sardegna con immensa tristezza e consapevolezza, cui sembra non si riesca ribellarsi. Domenica 14 gennaio il giornale della Confindustria, riportava uno splendido articolo sull’irrinunciabile salvaguardia ecologica, per quanto riguarda la salute del Pianeta e degli esseri umani, e in quanto all’opportunità offerta ad un sistema produttivo, che deve ripensare se stesso. L’Ilva è una realtà che si contrappone a qualsiasi idea di sviluppo. è un luogo in cui lo sfruttamento degli uomini, degli impianti, del territorio è connotato dall’assenza di un futuro. un presente garantito attraverso i “rinnovi” di quelle “agevolazioni”, in ambito ecologico, finanziario e fiscale, con evidente e spudorata cadenza elettorale. L’Ilva, dovrebbe saperlo Maurizio Landini, è un impianto incapace di rispettare i parametri di sicurezza e ambiente per il territorio circostante, all’interno del quale gli operatori lavorano in condizioni al limite della legalità, per ciò che concerne la sicurezza e la salubrità dell’ambiente di lavoro. Pochi pensano, che la chiusura dell’Ilva costituisca la risoluzione dei problemi presenti oggi sul territorio pugliese, noi men che meno, ma sappiamo altresì che, il piano industriale con cui è necessario rinnovare radicalmente gli impianti in essere, non può essere rinviato o come tristemente accade, esser oggetto di trattativa elettorale. La modernizzazione degli impianti, che dovranno operare nel rispetto delle soglie di inquinamento ambientale, quelle reali e non quelle artefatte ad usum specifico del legislatore, non può essere rimandata oltre, sempre che si voglia garantire uno sviluppo per il territorio e l’intero Paese. Questi sono aspetti fondanti per un futuro industriale da offrire ad una popolazione oggi martoriata, condotta all’incapienza e sottoposta ai ricatti. Non il ricatto del "prendere o lasciare", con cui è proposta la mera conservazione di uno status industriale immutato, che sarebbe rifiutato anche laddove lo sviluppo industriale è appena agli inizi. Il ministro Calenda insieme alle componenti di maggioranza dei sindacati, cavalcano una politica immobile, tesa a salvaguardare specifiche categorie di lavoratori, attraverso una condiscendente accettazione di condizioni esistenti in contrapposizione ad un ricatto paventato dalla perdita del salario. Non offrono una strada per il futuro, ma uno spazio a ridosso di un dirupo per il presente, garantendo profitti milionari agli industriali, che prendono il controllo delle aziende senza apprezzabili investimenti. Tessono un vincolo clientelare attraverso la gestione degli ammortizzatori sociali, in piena coerenza con i fini di cui sono strumento. Vorremmo una politica e un’azione sindacale più seria, orientata al benessere dell’insieme della popolazione di questo Stato, non una farsa in cui l’illusoria e temporanea soddisfazione dei pochi si trasforma in maledizione per tanti. Maurizio Ciotola

L’On. Arru e il ripopolamento del centro Sardegna, ovvietà e ombre. Di Maurizio Ciotola

Il problema dello spopolamento dell’interno della Sardegna è presente nella discussione politica in modo esplicito e diffuso da almeno venticinque anni. L’On. Arru, assessore alla Sanità della Regione Sardegna, in una compiuta analisi ha esternato il possibile ed eventuale contributo per il ripopolamento del territorio, auspicando gli insediamenti di immigrati extracomunitari. Un modo per “valorizzare” il drammatico flusso di immigrazione dal Nord Africa, sempre più intenso e in atto da tempo a causa di guerre e sfruttamenti nei loro Paesi d’origine, di cui non siamo parte esente. L’assessore però, come brillantemente ha dichiarato questa mattina in una intervista a Radio 24, al programma “I funamboli”, ha puntualizzato ciò che è stato taciuto del suo discorso originario. Ovvero egli afferma la necessità di ricreare sul territorio, attualmente semi abbandonato e dilaniato nelle sue strutture aggiungiamo noi, un tessuto economico e di welfare al fine di rendere vivibile ciò che oggi non lo è più. Si spinge a parlare della necessità di una rinascita di tutte quelle strutture sociali ed industriali, che garantiscono la vivibilità e crescita della popolazione nei paesi e villaggi sempre più deserti e popolati solo da pensionati ed ottuagenari. Sono affermazioni ovvie, quanto condivisibili, noi avremmo aggiunto anche la necessità di realizzare una rete di collegamenti efficiente sul piano strutturale e dei vettori, che nei fatti oggi nella loro altrettanto evidente decadenza, costituiscono veri e propri impedimenti socio economici per l’intera area regionale. Ma di tutto ciò l’aspetto risibile, del contesto in cui e del come si sono svolte queste dichiarazioni, affermazioni simil-scientifiche dell’assessore, è quello per cui l’On. Arru sembra parlare da osservatore distaccato e irresponsabile di quanto accade nella nostra regione. Ci permettiamo di ricordare allo stesso On. Arru che, l’esser “assessore” non è un titolo onorifico, ma esecutivo e di governo regionale, come per altro egli sa perfettamente, vista la durezza e irrazionalità con cui ha attuato la riforma sanitaria regionale. Una riforma, che ha diretto in esatta opposizione alla dichiarazione con cui ha espresso un’idea di pianificazione per il ripopolamento dell’interno della Sardegna. Perché, On. Assessore, ci sfugge la motivazione per la quale una popolazione in fuga dalla miseria dovrebbe andare a vivere in luoghi in cui questa si sta affermando sempre di più. E se, come egli stesso ha puntualizzato a Radio 24, non si tratta di una deportazione degli immigrati verso il centro Sardegna, ma di una loro libera scelta, ci chiediamo quali sono oggi gli “elementi” che farebbero optare per questa scelta, vista la loro demolizione funzionale e strutturale, di cui lo stesso Arru è ideatore e partecipe. Oppure esistono altre spinte per proporre questo tipo di scelta, come ad esempio il cercare di “vendere” un progetto di fattibilità all’Unione Europea, con relativa assegnazione di fondi per lo specifico scopo, ovviamente previo “trasferimento” delle persone oggi “custodite” e “concentrate” nei diversi centri di accoglienza? Il centro Sardegna, esimio Assessore, diverrà territorio da cui nessuno fuggirà e verso cui tanti tenderanno ad abitare, nel momento in cui le politiche svolte fino ad oggi avranno una seria inversione di tendenza, finalizzata alla ricostruzione e allo sviluppo, non grazie ad una deportazione mascherata, finalizzata alla riscossione di incentivi europei. Maurizio Ciotola

Ex Alcoa e Ilva: Calenda e Pigliaru attuano la loro schizofrenia politica. Di Maurizio Ciotola

Alcoa e Ilva costituiscono due casi analoghi di industrie inefficienti e decotte, il cui sfruttamento ha prevalso sulla loro innovazione ed adeguatezza ambientale. Il Ministro Calenda in questi giorni ha fortemente spinto affinché queste due industrie, una chiusa da alcuni anni e l’altra in esercizio provvisorio, riprendano a produrre a prescindere dalle cause, non rimosse, che ne hanno determinato fermata e rallentamento. Per quanto riguarda la Sardegna, in quell’area sulcitana compromessa sul piano ambientale dal 1992 e mai risanata, l’ex Alcoa sembrerebbe aver trovato i suoi acquirenti. Fatto per cui, allo scopo del suo riavvio, la Regione Sardegna con la sua legge finanziaria in discussione, ha previsto un stanziamento di 8 milioni di euro, senza neppur aver preso visione del piano industriale, che la nuova proprietà non ha presentato. Parallelamente, in merito all’Ilva di Taranto, il ministro Calenda rompe il tavolo con chi, diversamente invece, Regione e altri attori politici locali, chiede un piano di risanamento industriale, nonché la decarbonizzazione dei forni con lo scopo di ridurre l’impatto ambientale, disastroso per Taranto e per il territorio circostante. La Regione Sardegna, il suo Presidente Pigliaru invece ha deciso di devolvere, donare, un contributo per la ripresa della produzione dell’ex Alcoa, senza discutere di risanamento ambientale ed innovazione tecnologica di uno stabilimento, che adotta tecnologie degli anni sessanta. Per contro, ieri Pigliaru ha giustamente finanziato con 12 milioni di euro, un importante progetto laboratorio, che permetterà una riduzione dei costi energetici per le Università di Cagliari e di Sassari, con lo studio, ancorché lo sviluppo, di smart grid ridotte e locali, sviluppate all’interno dei poli universitari. Sappiamo che l’autonomia di cui l’Università gode, può espletarsi anche nella autonomia di gestione delle sue risorse, ma noi siamo certi e andremo a verificarlo in futuro, che tutti i 12 milioni verranno impiegati allo scopo per cui dalla Regione sono stati elargiti. Identicamente il Signor Ministro, Carlo Calenda, poco tempo fa ha dato un’importante e necessaria spinta politica ed economica allo sviluppo di quell’industria definita 4.0, di cui tra l’altro in Italia abbiamo dei leader mondiali, sia nella produzione di macchine utensili interamente robotizzate, che nella realizzazione di impianti industriali totalmente robotizzati. Per l’industria dell’acciaio, giusto per trovare una analogia con il necessario sviluppo tecnologico dell’ottocentesca fabbrica dell’Ilva, in Italia risiede una delle più importanti industrie mondiali di settore, che realizzano acciaierie ultra moderne e interamente robotizzate, la Danieli e c. Spa. Ovvero non mancano le competenze e la conoscenza del problema, ma solo le volontà e soprattutto la capacità di svincolarsi dai “cicli” di riproduzione viziosa, cari a certa politica e ai clientes, come ai peones. A noi sfugge quale sia il principio per cui la Regione Autonoma della Sardegna debba stanziare 8 milioni di euro per il riavvio di uno stabilimento, senza aver preso visione del piano industriale e preteso il risanamento ambientale non procrastinabile. Azioni e interventi da propaganda elettorale, cui sia il Ministro, che il Presidente della Regione attuano in schizofrenica contrapposizione con le necessarie scelte di innovazione, per altro annunciate e auspicate, che potrebbero dare un futuro certo a qualsiasi ciclo produttivo, Ilva ed ex Alcoa comprese. Maurizio Ciotola

Caro Presidente Pigliaru non siamo in vendita. Di Maurizio Ciotola

Rappezzamenti, toppe, rinvenimenti, con queste termini possiamo definire in sintesi i piani regionali sviluppati a proposito della struttura produttiva isolana o almeno di quel che resta. Il mantenimento di una condizione di degrado senza prospettive è garantito da un continuo transito di risorse che, dal lontano e ridente fiume, con cui gli anni addietro sono stati finanziati innumerevoli iniziative senza progetto, è oggi divenuto un ruscello. In questa nostra Isola la campagna elettorale per il rinnovamento del Consiglio regionale e del Presidente della Regione, ha sempre annunciato la svolta, una vera svolta, diversa dalla precedente, ma in sostanza sempre identica. Nei fatti queste promesse elettorali, delle quali non si ha alcun riscontro di una loro attuazione, hanno sempre gettato fumo negli occhi del cittadino elettore con lo scopo di garantire lo status quo degli “emiri” locali, ovviamente avversi a qualunque modifica degli assetti di potere e controllo, attraverso cui disperdono e rapinano le risorse comuni. Ancora oggi dopo l’ennesimo annuncio, frutto dell’impegno per far ripartire l’ex Alcoa nello storico stabilimento, che non ha mai conosciuto innovazione tecnologica dai tempi dell’Alsar, le promesse senza futuro sono reiterate. Ovvero assistiamo al rappezzamento, rinvenimento sarebbe meglio dire, di una attività cui i molteplici fattori essenziali e a contorno, non sono in grado di renderla appetibile sul mercato, a meno di un reimpiego degli ex dipendenti con contratti capestro e in condizione di schiavitù. Su cui, siamo certi che, pur di garantire un successo politico, i sindacati o parte di essi, saranno disposti ad apporre la firma per condividere la gloria. Un’azione, in antitesi con i propositi e la propaganda pre-elettorale, che lo stesso Presidente Pigliaru enunciò quattro anni fa e a cui ancora oggi, prontamente è uso richiamarsi a giustificazione del suo operato. In effetti però, la coalizione che lo ha sostenuto dopo averlo apparentemente ripescato, previa rimozione di un candidato non gradito, con la sua scelta sembra aver voluto consacrare la conservazione di una condizione disastrosa per ampia parte della popolazione. Una scelta altamente remunerativa per quegli “emiri” e la loro corte dei miracoli, che da sempre e per interposta persona “governano” la Regione. Se il settore manifatturiero può ancora essere una importante risorsa per l’economia della nostra regione e del nostro Paese, esso non può certo ripartire con le modalità e gli impianti concepiti nella metà del secolo scorso. Si parla tanto di industria 4.0 di cui vengono definite ed enunciate le peculiarità teoriche, ma poi nei fatti siamo ben distanti dall’assistere a trasformazioni o sviluppi in tal senso. Parimenti, quali sono le trasformazioni in corso nell’ambito della produzione energetica locale, dopo l’annunciato piano nazionale di abbandono del carbone quale risorsa primaria per la produzione di energia elettrica? O ancora, cosa accade nelle aree più inquinate e più depresse della Regione, se non un tentativo di rinvenimento “bocca a bocca” per le imprese morenti o già morte, con ulteriore perdita di fiducia e speranza da parte degli operatori locali cui non si schiude nessun orizzonte futuro. Quale piano dei trasporti è stato avviato da questa Giunta, capace di operare in tutte le direzioni consistenti tagli, ma non un vero e utile spending review, per poi premiare o salvaguardare assessori inadempienti garantendo loro incarichi di vertice nelle Autorità regionali o in società in house della Regione? Proviamo a compiere una indagine tra le consulenze degli assessorati regionali, in sè semplice grazie alla trasparenza imposta per legge e capire qual è il dispendio di risorse, che unite a quelli permanenti della dirigenza regionale, costituiscono una enormità inaccettabile per una Regione in cui la disperazione è palese, al di là delle statistiche ad usum delfini. Dobbiamo altresì comprendere che, non vi sarà nessun “salvatore”, il quale accreditandosi come tale, saprà o vorrà liberarci da questo sistema malsano, in cui annega disperdendosi il novanta per cento delle risorse dei cittadini comuni a discapito del loro benessere, della loro salute, in sintesi del loro futuro. Solo un’azione di coraggio e se volete, anche una scelta sarà certo determinante, ma non nella misura in cui vien chiesto di optare per tizio o per caio, ma una scelta attraverso la quale si deve dar senso e valore alla nostra vita, divenendo partecipi e protagonisti di questo cambiamento, ovunque, in ogni ambito, in qualunque sede ed indifferentemente, con coraggio e soprattutto senza venderci. Maurizio Ciotola
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