Il punto del giorno. Ancona, una strage consentita

Non è sufficiente lo sdegno, non possiamo continuare a sentire la litania, sempre uguale, delle istituzioni, dopo tragedie inconcepibili per un Paese civile. Quelle stesse istituzioni e un’ampia area del circo mediatico che amplificano e impegnano risorse di enorme portata per scopi e fini non coincidenti con la sicurezza delle persone in questo nostro Paese. La cultura del rispetto, della dignità della vita, cui la Costituzione italiana richiama le Istituzioni dello Stato, è puntualmente disattesa ed espropriata attraverso mezzi e obiettivi antisociali a tutti ben noti. Cinque ragazzi ed una mamma hanno perso la vita perché è consentito, nonostante le norme, che i proprietari dei locali, pur di massimizzare gli introiti, disattendano ai criteri di sicurezza sanciti per legge. Una tragedia che non richiama solo quella di Torino, ma tutte le altre tragedie, quelle stragi pianificate dalla volontà di chi omette la sicurezza negli ambienti di divertimento, di lavoro o di riunione, vitali per qualsiasi società civile e democratica. Daniela Pongetti, 16 anni di Senigallia; Emma Fabini, 14 anni di Senigallia; Benedetta Vitali, 15 anni di Fano; Asia Nasoni, 14 anni di Senigallia; Eleonora Girolimini, 39 anni di Senigallia. Sono vittime di un capitalismo impazzito, incapace di restare al servizio dell’essere umano, perché utilizzato per sopraffarlo e privarlo dell’umanità ad esso intrinseca. La paura ha permesso, dall’origine dell’essere umano, la sua sopravvivenza, il panico pesca dalla sua irrazionalità più ancestrale, facilmente attivabile per cause anche banali, in un contesto generale di paure latenti. Ma questo non giustifica la specifica razionalità con cui è oramai radicato il disattendere le regole, per decuplicare le ricchezze a scapito degli altri. Cinque ragazzi e una mamma, anche lei giovanissima, hanno perso la vita, perché decuplicare il guadagno di alcuni ha avuto la meglio sulla sicurezza e la vita di altri. Questo oggi accade regolarmente nella società, che non sembra proiettata a modificare il trend, ma acuirlo, radicando l’esclusione, la precarietà e la disumanità. Maurizio Ciotola

Il punto del giorno: i "Gilet gialli", il detonatore dell’Occidente

Se nel ’68 la contaminazione tra i giovani dei paesi Occidentali presentò una inerzia legata ai mezzi allora a disposizione, per quanto riguarda la comunicazione e la sincronizzazione delle azioni, oggi questo ritardo è “scongiurato”, annullato. Ciò che da alcuni giorni accade in Francia, la discesa in campo dei "gilet gialli", in cui non vi sono solo i giovani contro il Governo e l’intera casta dominante, non può restare un fatto isolato. E'un detonatore. Le azioni di ribellione del popolo francese hanno da sempre costituito “il” detonatore europeo e dell’Occidente intero. Non rendersene conto o pressare sui media per occultare e minimizzare quanto accade, è ridicolo, denota una impreparazione e non conoscenza dei mezzi a disposizione, sul piano della comunicazione, da parte dell’intera società occidentale e nello specifico europea. Il tam tam liquido che da anni percorre la rete ha iniziato a materializzarsi nella società, nella più assoluta cecità di una classe politica e finanziaria tesa a massimizzare i propri profitti. Domani a Parigi ci sarà una manifestazione che, per come è prevista e per le misure di sicurezza prese dalle autorità, si preannuncia come un vero e proprio tsunami. Questa sera a Milano, alla “prima” al Teatro alla Scala, vi sono manifestanti dei centri sociali, che indossano anche loro, visibilmente e intenzionalmente, dei gilet gialli. La prima alla Scala è stata e ha rappresentato il luogo della contestazione per eccellenza, di cui ricordiamo i lanci di uova nel’68, contro coloro che, in quel momento rappresentavano e costituivano il potere in Italia. Milano nella sua dicotomica espressione è stato indubbiamente il centro italiano della finanza, quanto quello delle più avanzate rappresentanze sociali e politiche, luogo di lotta e progresso, di lavoro e sviluppo, di arte e scienza. Forse sarà il ’18, così lo ricorderemo e lo ricorderanno i nostri figli e i nipoti, certo è che ancora una volta l’umanità non sembra riuscire ad apprendere dai propri errori, dalla sua Storia. Riteniamo utile richiamare per gli smemorati, Marcuse, che nel 1964 ne “L’Uomo ad una dimensione”, nel concentrarsi sulla fusione di ragione e irrazionalità, di produttività e distruttività così esprime: "il tutto appare come la pura incarnazione della ragione. Eppure questa società, come tutto, è irrazionale". Maurizio Ciotola

Il punto del giorno. TyssenKrupp, 6 dicembre 2007

Undici anni dopo la tragedia di Torino alla TyssenKrupp, in cui persero la vita sette esseri umani arsi vivi, impegnati in un lavoro disumano svolto in condizioni di continuo pericolo, ricordiamo i nomi di questi martiri di una Repubblica fondata sul lavoro. Una Repubblica in cui è permesso alle aziende tutte e in particolare a quelle di questa entità, la pianificazione del loro esercizio in disastrosa assenza di sicurezza per il lavoratore/schiavo. Antonio Schiavone, aveva 36 e morì al momento dell’incidente; Giuseppe Demasi, con solo 26 anni di età, in cui tanti di noi studiano ancora costruendo il proprio futuro, fu l’ultimo a morire dopo 23 giorni di agonia, il 30 dicembre 2007. Angelo Laurino di 43 anni e Roberto Scola di 32, morirono in ospedale il giorno successivo, l’8 dicembre. Altri due ragazzi giovanissimi di 26 anni di età, Bruno Santino e Rosario Rodinò, morirono il 9 e il 19 dicembre; in ultimo, Rocco Marzo, il più “anziano”, con 54 anni di età, morì il 16 dicembre. Non vi fu alcuno sciopero nazionale di categoria e ancor meno generale dei lavoratori. Lo sdegno, certo, questo vi fu, grande e sonoro, ma terminò di lì a poco, per assumere una diversa entità negli altri casi di morti sul lavoro che, in dieci anni sono stati oltre tredicimila. Un’ecatombe. Quando la Confindustria parla attraverso i suoi rappresentanti, guardiamo sempre le ombre che emergono alle loro spalle. Quelle migliaia di morti, non incidentali, causati da imperizia, sfruttamento, mancata osservanza delle norme sulla sicurezza o di ipotetiche economicità aziendali, che devono essere tradotte in utili netti e cedole per gli azionisti. Quando osserviamo lo sdegno dei rappresentanti sindacali, emergono le stesse ombre di cui certo non sono causa, ma per le quali non hanno saputo spendere iniziative sufficienti, in grado di farle scomparire. Osservando le istituzioni, chi pretende il rigore di bilancio, andate a vedere quali e quante risorse sono messe a disposizione per garantire il rispetto della sicurezza nei luoghi di lavoro, in quei luoghi dove il popolo, noi tutti, ogni giorno ci troviamo a lavorare per consentire una normale vivibilità alle nostre famiglie. A quelle stesse famiglie di Torino e alle altre tredicimila a cui sono stati assassinati i loro congiunti nel normale esercizio del loro lavoro. Maurizio Ciotola

Giustizia. In Italia vi è equità tra accusa e difesa per un cittadino comune? Di Maurizio Ciotola

Sappiamo che, uno dei principi su cui si fonda qualsiasi Stato democratico è quello di una giustizia equa, esercitata in base alle leggi emesse dal Parlamento. E'chiaro che deve esservi una fonte primaria a cui il Parlamento deve rispondere nell’emissione delle leggi che, non possono essere declinate secondo una propria definizione di democrazia e di giustizia o in funzione delle maggioranze politiche esistenti. La Costituzione ha questo compito essenziale, cui le leggi devono rispondere e, ad essa quanto alle leggi, deve attenersi qualsiasi organo o cittadino dello Stato. E'la nostra Costituzione che, all’art. 3 sancisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, cui in linea di principio e teorica, vi sono pochi dubbi sul suo mancato rispetto nei tribunali della Repubblica. E'pur vero però che, l’ingranaggio giuridico cui un cittadino è costretto ad affrontare a causa di un procedimento penale o civile, di cui è parte accusata, fa emergere aspetti, che non pregiudicano l’uguaglianza di fronte alla legge, ma di fronte agli ostacoli di ordine economico e sociale, che nei fatti limitano l’uguaglianza in sé, fino a determinare un’evidente parzialità. Immaginiamo un cittadino di fronte a un’accusa generica, e analizziamo quali sono gli strumenti a disposizione dello stesso per una giusta difesa, rispetto all’accusa, al Pubblico Ministero, ovvero la Procura della Repubblica, che dispone a differenza, strumenti illimitati sul piano tecnico ed economico. Quale dovrà essere la disponibilità economica dell’imputato, per potersi avvalere di una difesa in grado di riuscire a dimostrare la sua innocenza? e altresì, di avvalersi di un legale, capace ad utilizzare le diverse accezioni interpretative insite negli articoli del codice di procedura penale/civile, per riuscire ad eludere l’aggressione giudiziaria e a non subire la condanna? Se la legge è uguale per tutti, è altresì significativo, ai fini del risultato finale, avere a disposizione una difesa in grado di misurarsi con l’accusa su un piano paritario e reale degli strumenti a disposizione. Se le misure economico-sociali del cittadino-imputato, sono minime o nulle, quali e quante saranno le possibilità affinché questi risulti non colpevole, e nello specifico dei casi penali, quante probabilità avrà egli di eludere la detenzione negli istituti di pena? Nei fatti vi è una differenza sempre più marcata tra cittadini abbienti e quelli meno abbienti, non solo sul piano della sanità, dell’istruzione, dell’alimentazione di qualità, ma anche e non in misura secondaria, per quanto riguarda la giustizia. Qualche giorno fa un noto magistrato, ex pm d’assalto, ha chiaramente dichiarato che, nelle carceri non si trovano colletti bianchi. Chi frequenta le carceri è perfettamente al corrente che in esse sono presenti una grande quantità di condannati per reati minori, furti esigui, rapine e spaccio di droga. E'altresì lampante che, chi ha la possibilità di accedere a studi di legali pluri-accreditati, ancorché costosi, riesce ad evitare il carcere, diversamente da chi può solo avvalersi di una cosiddetta difesa minimale o di ufficio. Se l’accusa, il pubblico ministero, ha a sua disposizione strumenti investigativi pressoché illimitati, nei confronti di qualunque cittadino della Repubblica imputato di un reato, ci chiediamo perché la difesa è invece delegata alle risorse dello stesso, che se non in alcuni rarissimi casi, per altro ben noti, sono ben distanti da quelle dell’accusa? Premesso che è utopistico immaginare una uguale disponibilità di risorse economiche per tutti, è sicuramente possibile però pensare di rendere disponibile, attraverso opportuni strumenti, economici ed investigativi, ma soprattutto di garanzia, una condizione egualitaria per la difesa di chiunque. Non uno Stato/mostro da cui difenderci, perché organizzato secondo un modello borbonico e opprimente, ma uno Stato capace di guardare al cittadino come un suo pilastro e non come ad un nemico. Non possiamo più respingere oltre, una completa revisione di questo stesso Stato/mostro, che è sempre più strumento delle diverse lobby antistato, grazie alle pesanti infiltrazioni di soggetti ad esse affiliati. Maurizio Ciotola

Lo stato di salute della Sardegna secondo Maria Grazia Caligaris. Intervista di Maurizio Ciotola

Maria Grazia Caligaris è giornalista, ex consigliera regionale del Psi, docente, presidente dell’associazione Socialismo Diritti e Riforme, una donna passionale oltreché estremamente razionale, capace di scrutare la complessità per renderla esplicita e leggibile, senza svilirne i contenuti. Maria Grazia, quale è lo“stato di salute” della nostra regione? "Sono preoccupata per alcuni episodi, che mostrano la difficoltà dei cittadini nel vedere riconosciuti i propri diritti. Si trovano in uno stato di grave fragilità e debolezza, per questo disposti ad accettare qualunque situazione. Tanti non vedono alcuna prospettiva e appaiono già rassegnati, mentre altri sono ondivaghi e seguono, allo scopo di campare e riuscire a superare le proprie difficoltà, ciò che vedono come possibile aiuto diretto e personale". I partiti e i movimenti, che oggi raccolgono il maggiore consenso, richiamano la tutela dei diritti elementari per i cittadini italiani, con pericolose declinazioni. Qual è secondo te la deriva di questo agire? "Oggi la situazione internazionale è molto complessa, per cui lo Stato italiano è ad un bivio, per quanto riguarda le scelte da fare rispetto ai propri cittadini e a quelli del mondo. Bisogna trovare un equilibrio e rispettare chi è in difficoltà. E’ necessario restituire a chi scappa, la disponibilità della propria terra di origine, affinché essi stessi gestiscano la loro evoluzione. Vi è contraddittorietà nei sistemi sperimentati di accoglienza, perché mentre la si offre non si creano le condizioni perché essa sia umanamente accettabile. Gli stessi Stati che si preoccupano di accogliere i profughi, gli emigrati, sono quelli che, alimentano le guerre nei Paesi da cui queste persone fuggono. Sono indispensabili atti e scelte ad alto livello, scelte politiche, che offrano garanzie ai meno tutelati. Perché le tutele consentono ai cittadini che restano nel proprio Paese, di trovare il modo di esprimere la propria creatività nell’autogestione". Il populismo ha sempre fatto parte della politica di tutti i partiti, con maggior incidenza in quelli della sinistra storica e della destra sociale. Oggi vi è differenza? "In realtà il populismo di oggi tende a dare risposte alla pancia delle persone, senza alcuna visione politica di garanzia. Sono quelli che dicono: “ci rubano il lavoro”, “ci tolgono la libertà”, “ci costringono a diventare musulmani”, sono le paure. Fondano la loro visione del mondo sulle paure, che ciascuno di noi ha. Puntano alle paure della popolazione, che sta invecchiando, quindi più soggetta a fragilità. Avere paura è un fatto umano. Il punto sta nel non convogliare queste paure in una adesione politica, chiudendoci in noi stessi, alimentando forme di difesa prima che, le condizioni di effettivo pericolo si creino. Anche in questo caso la cultura ha un ruolo centrale. Un cittadino che si sente garantito nel proprio Stato, non può avere terrore di qualcosa che, teoricamente, potrebbe avvenire. Nell’alimentare queste paure, si pensa esclusivamente al fatto che l’altro, diverso da noi, costituisce un pericolo". Quanto nelle scuole la nostra carta costituzionale è trattata e fatta conoscere agli studenti? "In realtà nelle scuole, la Costituzione è un piatto quotidiano, perché è l’organizzazione stessa della scuola che favorisce la sua pratica. Mi riferisco al fatto che, a scuola bisogna rispettare le regole. convivere all’interno di una stessa aula con persone, che la pensano diversamente da noi, di realtà differenti e che si confrontano con tanti insegnanti, ciascuno dei quali è portatore di ulteriori valori. La scuola pubblica, mi riferisco soprattutto ad essa, è occasione di crescita nel rispetto dei valori fondanti della Costituzione, in grado di trasferire la preparazione per il lavoro e una educazione per dar vita ad una società inclusiva. I ragazzi disabili o con oggettive difficoltà sono inseriti all’interno della scuola. Se poi vogliamo parlare di quanto si legga o si approfondisca ogni singolo tema, anche su questo possiamo dire che, la scuola da un grandissimo contributo. Perché è un luogo dove le persone si confrontano. discutono sulle lezioni, all’interno delle singole classi o in assemblea d’istituto. Ci sono le relazioni con i familiari. la scuola non è isolata e al suo interno è rappresentata la società. Abbiamo anche dei casi preoccupanti, certo, di giovani che sono fuori da logiche comportamentali. Non possiamo non discutere del bullismo. Come non si può negare che c’è una freddezza nelle relazioni. Ma questo è lo specchio di una società, che non da valore alla cultura, meno valore alla formazione e, di fatto, nega nella prassi quotidiana quei principi costituzionali che, sono alla base della nostra scelta di vivere insieme". L’art. 27 della Cost. richiama l’umanità e il senso rieducativo della pena detentiva, ma in larga parte non è applicato, cosa ne pensi? "L’art. 27 della Costituzione rappresenta un punto di riferimento fondamentale per il legislatore, perché qualunque norma emanata e che comporta una pena, deve tenere in considerazione il carcere come estrema ratio, a cui ricorrere quando c’è un problema all’interno della società. Sono contraria all’ergastolo, perché la ritengo una pena capitale, totalmente contraria al dettato costituzionale. Rappresenta una condanna a morte “mascherata”, nascosta. La nostra è una società che ha bisogno di far soffrire qualcuno, il condannato, per sentirsi compensata dal dolore inferto. Lo Stato deve assumersi una responsabilità. Se un cittadino commette un reato anche grave, deve occuparsi di chi lo commette e di chi lo subisce. Oggi non è così. Chi ha subito il danno, viene abbandonato a se stesso e vive tutto il periodo processuale come la soluzione alla propria perdita. Lo Stato dovrebbe creare una rete di assistenza per queste persone. Immaginiamo una donna vittima di violenza carnale, un ragazzo a cui è stato ucciso il padre, non possono esser lasciati soli. Invece il nostro Stato guarda alla pena come compensazione del danno. Gli ultimi avvenimenti che si sono verificati in Sardegna, in cui dei ragazzi hanno ucciso un altro ragazzo, mettono in luce una madre disperata, che vuole giustizia e un carcere duro per gli assassini. Da un certo punto di vista questa donna ha ragione, perché si sente soltanto una vittima, senza avere nessuno, una istituzione, al suo fianco in grado di aiutarla a superare questo momento. Il perdono si costruisce nel tempo. Sono sentimenti che ciascuno di noi ha sperimentato dentro di se, quando siamo stati traditi da un amico, abbandonati da un compagno o compagna, su cui avevamo riposto fiducia, e verso di loro non nutrivamo certo un desiderio di perdono. Solo successivamente e lentamente, recuperiamo la positività. Ecco io penso che le vittime abbiano estremo bisogno di aiuto. Sul fatto poi, che le pene inflitte debbano avere lo scopo di ripristinare l’equilibrio infranto, è un altro problema. Oggi però vi è una complicazione importante, rappresentata dal fattore droga. Nelle carceri vi sono persone in doppia diagnosi, con problemi psichici e di tossicodipendenza. Recuperare persone, con questo genere di vissuto è difficilissimo. più che metterli nel carcere è necessario creare delle piccole strutture specializzate, adeguate al loro recupero. Ristabilendo il rapporto con la famiglia di origine. Ad un condannato possiamo anche dare trent’anni di carcere, ma se non si è lavorato affinché diventi una persona diversa, appena tornerà nell’ambiente da cui è arrivato, che nel frattempo non è cambiato, ricadrà inevitabilmente nei medesimi reati. C’è un problema di rete sociale che in realtà, contrariamente a quanto si pensa, potrebbe restituire risvolti positivi sul piano economico e sociale, non ci pensiamo mai. Vediamo la struttura penitenziaria fondamentalmente legata agli agenti di polizia penitenziaria, non pensiamo che possono lavorarci, psicologi, sociologi, educatori, medici, équipe di sostegno. Il 40% della popolazione carceraria ha problemi psichici. Non esiste più solo il “vecchio” detenuto, reo, ma integro. Vi è poi l’irrisolto problema delle madri con i figli dentro le strutture penitenziarie. E i bambini non possono subire la pena a cui è stata destinata la madre. D’altra parte non è neanche ammissibile che i bambini vengano, in così tenera età, separati dalle madri, creando un ulteriore trauma. bisogna trovare situazioni in grado di garantire i bimbi ed offrire alle madri condizioni alternative alla propria detenzione, scontando la pena e ristabilendo un legame con la società. Terminata la detenzione il cittadino deve uscire dal carcere migliore, non può accadere il contrario, come purtroppo oggi avviene nella maggior parte dei casi, a causa delle esperienze traumatiche vissute in detenzione". E' possibile, un accesso agli sconti di pena in assenza di uno specifico percorso rieducativo? "Le nostre leggi stabiliscono uno sconto di pena, ma questo è possibile solo su attenta valutazione del magistrato, in merito al percorso rieducativo effettuato dal detenuto. Non accade perché questo è bello o per simpatia. Devono esserci determinate condizioni, oltreché la valutazione del percorso educativo. Può ovviamente accadere che, tale percorso non sia stato efficace, ma questi casi costituiscono percentuale irrisoria. Contrariamente alla vulgata comune, non esistono leggi svuota carceri. L’unico modo per svuotare le carceri è un provvedimento di indulto o amnistia. Non esistono leggi che possono aprire le carceri a detenuti condannati per affiliazioni alla criminalità di alto livello. Parlare di leggi “svuota carceri” è un modo per creare nell’opinione pubblica una condizione di insicurezza e minor tutela, inducendo la paura. Di conseguenza il motto che perversa è: “galera! galera!”. Come associazione (Socialismo diritti e riforme) svolgiamo parte delle nostre attività dentro gli istituti penitenziari, per noi la libertà e la vera sicurezza, si realizzano attraverso la giustizia sociale, fuori dalle carceri, realizzando una rete di assistenza sociale per chi si trova in difficoltà, con persone preparate e destinate a tale ruolo. Non possiamo avere 600 detenuti e otto educatori, così come non può esistere un’amministrazione comunale con tre o quattro assistenti sociali. Dobbiamo avere a disposizione gli strumenti, psicologi, équipe preparate e poter realizzare una serie di interventi mirati, che non possiamo uniformare. Ogni persona ha una sua storia, un suo vissuto, nasce in una determinata famiglia e ha vissuto in uno specifico ambiente". Esiste una causalità, nella mancata istituzione del percorso rieducativo, che ha lo scopo di imprimere un’accelerazione alla riduzione delle pene detentive? "Purtroppo c’è una mancanza di interesse a risolvere problematiche di natura sociale e culturale. Se andiamo a vedere, in carcere non ci sono colletti bianchi. Sono detenuti i corrieri della droga, gli spacciatori o altri per reati modesti. Il percorso rieducativo deve essere uno strumento, che consente una trasformazione. In questo senso la riduzione delle pene detentive, non è più una causalità, ma un traguardo. Nel percorso rieducativo il traguardo è ottenere dei benefici, perché sei diverso, perché sei cambiato. Tu stesso hai la consapevolezza di essere una persona nuova. Hai imparato cose nuove. Questo comporta anche una riorganizzazione della scuola e dell’università per portare queste persone a studiare, riflettere, confrontarsi. Oggi le strutture penitenziarie non sono adatte a favorire questo genere di relazioni. L’università deve entrare negli istituti penitenziari. Abbiamo giovani di grande intelligenza e capacità. Ovviamente non sono tutti, ma devono avere l’opportunità di compiere questa scelta. In carcere sono rarissime le persone che si laureano. Lo Stato deve fare delle scelte importanti, che incidono direttamente sul Pil. C’è chi dice che il proprio figlio onesto, ha studiato e nonostante ciò non trova lavoro. Sappiamo però che questo figlio può scegliere dove andare e cosa fare. Il problema esiste per “l’altro figlio”, quello che ha vissuto la negazione della propria esistenza e non è in grado di vederne un’altra". La legge è uguale per tutti, ma il cittadino di fronte ad essa appare sempre tutelato in egual misura in un processo giudiziario? "Sicuramente la legge è uguale per tutti; è anche vero però che, chi ha strumenti, mezzi economici e culturali, ha più possibilità, non dico di eludere la legge, ma di cogliere le fragilità all’interno del sistema giudiziario, allentando il grado di aggressione della legge. Il tribunale oggi è uno strumento molto sofisticato e tende a stritolare l’imputato, per via dell’importante peso dell’accusa nelle fasi processuali. Non è facile affrontare un processo, che mette a dura prova l’accusato. Ovviamente chi ha i mezzi economici può contare su un sostegno maggiore e la possibilità di avere a disposizione professionisti capaci, ovviamente costosi, in grado di trovare i dettagli che possono fare la differenza". La sanità costituisce un business importante per i Paesi occidentali, in Italia, in Sardegna. Negli anni sembra che i governi nazionali e regionali, di centro destra e centro sinistra, abbiano avuto un imperativo unico, in parziale, ma significativa discordanza con l’art. 32 della Costituzione. E'un periodo di declino umano e sociale? "Per esperienza personale, in questi mesi ho avuto modo di conoscere in modo meno superficiale il mondo della sanità isolana. In particolare mi riferisco all’oncologia e alla ginecologia oncologica, alla senologia. Il problema fondamentale della nostra sanità è l’umanizzazione. Questa manca all’interno delle grandi organizzazioni, dei grandi centri sanitari. Bisogna capovolgere l’idea. Ci deve essere un compenso, certo, deve esistere l’economicità di un sistema, chi però lavora per una sanità a misura umana, deve ricordarsi sempre di avere davanti a se una persona sofferente, che vive con ansia, con particolare partecipazione emotiva la propria condizione di fragilità. Questo deve essere preminente rispetto ai tagli, che si possono fare per migliorare economicamente il sistema. Oggi siamo di fronte ad una visione manageriale della sanità, che trascura questi aspetti. le lunghe attese, le liste d’attesa, i percorsi sempre accidentati e l’impossibilità di medici ed infermieri di operare in piena serenità. Purtroppo non sempre l’ospedale pubblico offre garanzie sotto questo profilo. Se si sceglie di tagliare e di ridurre le spese a prescindere della qualità del servizio che viene erogato, evidentemente si compie una scelta in contrasto con il principio costituzionale, che è il diritto alla salute, ma essa è anche una scelta contraria alla convivenza civile. Delinea cittadini di sere A e cittadini di serie B, per cui chi ha i soldi accede privatamente ad un servizio di qualità. Potrà sempre pagarsi il viaggio e il soggiorno fuori dall’Isola, con uno specialista di alto livello, trattenersi e portare con se un familiare. Chi non ha queste disponibilità, deve accontentarsi e fare una visita ad un anno di distanza, ammesso ci arrivi e nel frattempo non abbia tirato le cuoia. Perché molte malattie non si fermano in attesa della visita specialistica o di una biopsia, di un esame istologico. Devono essere rafforzati tutti quei servizi e quegli specialisti che offrono delle garanzie. Perché è impensabile che, chi ha delle qualità venga abbandonato a se stesso". Può ritenersi sufficiente cambiare i soggetti alla guida dei partiti del centro sinistra, senza avviare una seria riflessione sulla loro debacle? "Guardando la realtà, ritengo che bisogna ripristinare quello che prima costituiva la base dei partiti, le sezioni che avviavano elaborazioni nel quartiere, sul territorio. Ovvero riattivare il dialogo con il cittadino. Questo passaggio può avvenire solo se, i dirigenti vanno incontro agli iscritti e ai non iscritti. Non può essere un discorso di vertice, ma è necessario rendere protagonisti coloro che, nell’esprimere il voto sono partecipi alla politica del Paese. Attualmente sono minoranze di minoranze quelle che governano il Paese, se si prende in considerazione l’elettorato, tra chi si è astenuto, chi non ha votato e nell’ambito dei voti espressi vi è stata una ulteriore dispersione di voti. La quantità oggettiva di rappresentanza si è notevolmente ridotta. Bisogna ripristinare il dialogo e la riflessione ai vertici dei partiti. Non può esservi una discussione solo per stabilire se si devono fare o no le primarie, ammesso e non concesso che queste siano effettive e non celebrino chi è già stato designato. Le leadership dovrebbero nascere da gruppi di lavoro e dovrebbero essere i cittadini ad indicare chi deve essere il candidato. Le autocandidature non sono sempre foriere di aspetti positivi. La persona indicata dovrebbe essere una persona riconosciuta, per le sue qualità, le sue idee, per il grado di cultura. Oggi è difficile trovare un insegnante tra le fila politiche e tra i candidati. Si preferiscono gli avvocati, medici, grandi specialisti. Forse ripristinare una base che aderisce ad un progetto, capace di individuare la persona come portatrice di quei valori, creerebbe una condizione meno superficiale di partecipazione al voto. Perché è importante ricordare che, l’immagine non paga quanto i contenuti". Maurizio Ciotola

La Sardegna e il patto d’acciaio tra centro sinistra e centrodestra. Di Maurizio Ciotola

Se nella nostra terra l’immobilismo è strutturato, in parte è dovuto alla delega feudale che lo Stato ha contrapposto all’istituzione dell’Autonomia. Un patto tra il sistema lobbistico e clientelare con il governo centrale, mai messo in dubbio o sciolto negli avvicendamenti alla guida della Regione, governati anch’essi secondo una altrettanto strutturata alternanza. Una subordinazione culturale, ancorché economica, pagata con le erogazioni riconosciute e poi distribuite secondo il più banale ed evidente do ut des, devastante per qualunque crescita sociale. La preoccupazione che, tale sistema potesse saltare si è concretizzata il 5 marzo di quest’anno, dopo lo sgretolamento delle coalizioni di centro sinistra e di centrodestra alle elezioni politiche. Perché il 40% dei voti in dote ad un movimento ancora avulso e non strutturato, ma non ignaro dei legami feudali tra vassalli e valvassini, ha destato il forte timore in tutta quella quota della popolazione che, interagisce con i finanziamenti o fa parte della RAS. Immaginate cosa potrebbe significare compiere una seria e puntigliosa analisi, sul come e sul perché vengono impegnate le finanze a disposizione della RAS, nel coacervo trasversale di clientes improduttivi tenuti in vita da tali elargizioni. Un sistema che, in seguito a disponibilità finanziarie sempre più ridotte, in ottemperanza al patto di stabilità è diventato ancor più esclusivo, fin repulsivo. La cecità invece, questa di più ampia diffusione, che travalica l’arco alpino, non ha consentito di comprendere la rottura in atto di quel patto sociale figlio del dopoguerra. La stessa cecità con cui la classe politica nazionale e locale, ha rigettato o ignorato le cause della loro debacle elettorale, per cercare la soluzione in un ricambio alla guida degli stessi partiti, senza compiere vere analisi politiche. In Sardegna l’obiettivo non è quello di salvare i partiti o le coalizioni, quanto far si che, alla presidenza della Regione non giungano degli out sider, persone non formalmente inglobate nel sistema accolto e “istituzionalizzato” da quella delega feudale. I candidati in pectore di quel che resta del centro sinistra e dell’inesistente centrodestra, hanno sostanzialmente “sottoscritto” sul piano politico un patto ferreo che, non a sproposito, potremo definire “d’Acciaio”. Non v’è dubbio che, per via della “regola” dell’alternanza, ma soprattutto per quanto riguarda le macerie lasciate dall’attuale Giunta regionale, il Presidente in pectore, Christian Solinas, è l’uomo forte riconosciuto dal Segretario della Lega. per questo, e non casualmente, un’ampia fascia dei gestori delle clientele isolane di destra e sinistra, era assisa in prima fila al congresso del PSd’Az di questi giorni. Altresì non dobbiamo dimenticare che, il successo alle ultime elezioni comunali del Sindaco Massimo Zedda, è stato determinato dal significativo apporto dei voti del PSd’Az, con cui oggi esiste una ipocrita rottura: l’espulsione in Giunta, con il sostegno nella maggioranza. Ma senza un candidato forte del centro sinistra capace di catalizzare i voti, che in fuga non andrebbero mai alla coalizione che sostiene Solinas, quanto sicuramente al movimento cinque stelle, neppure il centro destra riuscirebbe nei suoi intenti. Ed ecco l’uomo forte, il sindaco di Cagliari appunto, che tanto ha titubato e poi, forse costretto da quel necessario sostegno del PSd’Az in Consiglio, ha accettato a scendere in campo con lo scopo primario di impedire la fuga dei voti verso il movimento cinque stelle, ancorché scongiurare la completa disfatta della stessa coalizione dopo gli anni di giunta Pigliaru. Questo tipo di intesa trasversale, cui siamo abituati da venticinque anni, si è sempre nutrito delle ricompense dispensate dal “vincitore” nei confronti del “vinto”, per cui anche questa volta, non dubitiamo nelle loro materializzarsi, in quanto elargizioni, nel contesto regionale. Forse anche questa volta il “feudo” è salvo, grazie al collaudato sodalizio attraverso il quale è garantito il complessivo ed inesorabile impoverimento della comunità regionale a scapito degli esclusi, delle classi più povere, della maggioranza dei sardi. Maurizio Ciotola

RWM Italia. Di Maurizio Ciotola

In questo mondo di esasperante mercificazione del tutto, di sfrenata produzione e consumo, l’attenzione non può ricadere solo sulla qualità del prodotto, ma sull’eticità della sua fabbricazione ed utilizzo. Su cosa si produce e quali sono le finalità ultime di quella produzione, questo è un dovere civile cui una società come la nostra non può sottrarsi. Non potrebbe e non dovrebbe sottrarsi, perché in pratica questa opulenta società occidentale, che ostenta il primato democratico, è anche la più ipocrita. Riusciamo a conformare e plasmare il pensiero scientifico fino a renderlo ineluttabile e necessario. La scientificità dei processi e dei modelli da adottare e adottati, vive di vita autonoma, indipendente dalle finalità umane da cui e per cui sono stati generati. E'scientifico un modello economico, come uno sociale, in cui le astrazioni necessarie per renderlo tale, consentono una velata aderenza alla realtà. La scienza è centrale per l’umanità intera, ma questa non può prescindere da essa. In un mondo capitalista qual è il nostro, la produzione di una determinata merce, che consente la sopravvivenza di una parte della società, ma determina la scomparsa di una parte di essa, non può essere accettata. La separazione concettuale dalla merce prodotta, rispetto alle “mani” e alle “menti” che la producono, ha il fine di esentare gli operatori, in modo alquanto ipocrita, dagli effetti della merce prodotta. Questo accade in gran parte della produzione odierna delle merci e in modo specifico, per quanto riguarda la produzione di armi ed esplosivi. Una società in cui la povertà e la precarietà sono dominanti, risulta la più idonea ad accettare qualsiasi compromesso per risollevarsi dalle condizioni di invivibilità in cui versa o per non divenirlo. Risulta così lecito, mandare i ragazzi in età scolare a lavorare per accantonare reddito o impegnare una parte dei lavoratori nella produzione di armi che, utilizzate altrove, annullano la vita di altri esseri umani distanti e non visibili. Diviene altresì ammissibile non rispettare i limiti sanciti per l’inquinamento ambientale, che determinano altrettante morti indirette e a scadenza indipendente nel tempo. Ovvero dopo un periodo in cui la nostra società occidentale, già artefice e partecipe di due guerre mondiali, ha cercato di inserire nella scienza economica un portato etico, siamo oggi ricaduti in una negazione di tale portato e principio. Alla fine degli anni ottanta, le socialdemocrazie europee riuscirono ad ottimizzare quel portato etico nell’economia, non solo nei confronti degli operatori medesimi, ma anche degli utilizzatori finali. La fabbrica di testate esplosive per le bombe, oggi sganciate sulla popolazione dello Yemen, la RWM Italia a Domusnovas, è uno dei tanti casi di azzeramento etico, cui l’intera società dovrebbe ribellarsi. Una ribellione, che però non può esclusivamente partire dal rifiuto dell’insediamento di quello stabilimento sul suolo Italiano, Sardo nello specifico; ma dalla costruzione di un tessuto economico, sviluppato in antitesi rispetto ai principi di impoverimento, di cui l’intera società occidentale è stata vittima e complice. La demolizione di un welfare, l’incapacità di sviluppare e accogliere differenti sistemi di produzione, quanto la cecità delle parti sociali, che hanno accettato questo nuovo modello di schiavitù, ancor più nel pensiero che nell’azione, rende vincente il ricatto di un sistema capitalistico avulso a qualsiasi modello etico. L’Italia è un Paese che, ricava forti introiti e guadagni dalla produzione e vendita di materiale bellico, in partnership con altre democrazie insediate nel consiglio di sicurezza dell’Onu. Non produciamo materiale bellico per strutturare una difesa, in aderenza ai principi della nostra Costituzione Repubblicana, ma per speculare sulla loro vendita in giro per il Pianeta, dove seminiamo dolore e morte. Il nostro è quello stesso Paese in cui gli “operatori” politici e sociali, con una mano distribuiscono morte e con l’altra accolgono una parte dei fuggiaschi dai luoghi in cui quella morte è divenuta mercato. La RWM dovrebbe esser messa al bando, come le altre centinaia di società produttrici di materiale bellico insistenti sul nostro territorio, senza però gettare sul lastrico migliaia di famiglie. Ovvero a quei lavoratori, a quelle famiglie, deve esser fornito lo strumento per rifiutare quel lavoro che genera morte, non attraverso un piano assistenziale, ma bensì avviando una revisione complessiva del modello economico, che negli anni abbiamo accettato in modo inconsapevole e attuato in misura scientifica. Maurizio Ciotola

Africa. Di Maia Cortex

la sera per raggiungere l”house”, percorrevo sempre il sentiero che si affacciava sul mare del Golfo, in cui il puzzo di sostanze organiche putrescenti non era mai assente. capitava di inciampare sui sassi o altri corpi, in quella stradina disconnessa e buia, da cui intravedevo le mille luci della città unirsi a quelle delle industrie con le loro fiamme accese e rosse esuberanti dai camini. non ero la sola a passarvi la sera, con Alice e Clara qualche volta percorrevamo quei pochi chilometri in silenzio, raramente interrotto da qualche battuta sguaiata che adescava una risata. sorridere per rendere meno doloroso e schifoso il nostro lavoro, ogni notte, senza riposi, impossibile dopo una certa età. a volte l’odore del mare era inebriante, travolgente, trascinava nel sogno. riuscivo ad entrare fisicamente in quei mondi attraversati solo nelle letture, che alcuni pomeriggi riuscivo a fare, strappando via il tempo alla desolazione. venticinque anni compiuti ad agosto, da nove a battere, prima in alcune case di lusso, poi per le strade di una città in cui la doppia veste ipocrita e simil borghese costituiva la consuetudine. fino a due anni fa mi capitava di vomitare quasi dopo ogni rapporto. credo di essermi sbattuta con la quasi totalità dei notabili e dei politici della città, che apprezzavano i miei occhi e il loro contrasto con il colore della pelle. inizialmente venivamo portate alle feste notturne, passando per la “house” dove ci facevano indossare abiti di fine fattura, per esser poi condotte con dei furgoni nelle ville sul litorale o della città, in cui fino alla mattina successiva era richiesta la nostra prestazione. l’orgia era la pratica più ambita, ma la più costosa, anche se noi venivamo pagate solo pochi euro in più. nella villa sul colle, in cui venivamo portate almeno due volte al mese, questa prassi, differentemente dalle altre feste quasi mai sistematiche, era la consuetudine. quando partii alla ricerca della fortuna, di una vita migliore, che quella vissuta fino a quel momento mi pareva un inferno, l’anticamera della morte, non avevo ancora ben presenti le differenti sembianze di un inferno sempre mutevole, in cui il dolore ci tiene in vita per assaporare la sconfitta in punto di morte. del resto di venditori di illusioni l’umanità ne ha dispensato in ogni epoca, in qualsiasi momento. in alcuni casi attraverso il viandante che, inseguendo una meta riusciva a trascinarsi dietro seguaci di ogni sorta. in altri casi, attraverso una sistemica organizzazione strutturata, in cui rispondenza e adeguatezza, in profonda sottomissione, dispensano gioia e offrono salvezza alla stessa stregua di un falsario. non cercavo la salvezza, ma un modo di vivere meno doloroso e faticoso, soprattutto cercavo amore. le immagini rapiscono i nostri sensi, soggiogano la ragionevolezza quanto la riflessione, divenendo solo impeto e fuga dalla realtà conosciuta, divenendo una molla, che ci lancia verso una traiettoria sconosciuta per il raggiungimento di una meta migliore. così ci parve l’Europa, così immaginavo l’Italia, di cui i miei nonni raccontavano la sera in quelle catapecchie, che non erano più capanne e ancor meno edifici, ma orride costruzioni distrutte e rattoppate. distrutte dalle bande militari, che non rispondevano a nessuno Stato, a nessun fine politico, a nessuna idea, se non quella predatoria del momento che, il successivo, non riuscivano neppure ad immaginare. avevo tredici anni, forse, quando a Gelemsò arrivarono i combattenti di non so quale fazione del partito ribelle, e misero a ferro e fuoco la città. ci nascondemmo nel “buco”, scavato anni prima da mio padre sotto la nostra baracca, in attesa della notte più propizia per raggiungere il sentiero che ci avrebbe portato a Mechara o a Lik’ì. riuscirono a scovarci la sera stessa del loro ingresso a Gelemsò, e del resto non sarebbe potuto esser altrimenti, visto che, l’ottanta per cento dei suoi abitanti aveva un egual rifugio, una buca vera e propria, scavata sotto il pavimento per trovar riparo durante le frequenti scorrerie militari. nessuna truppa però prima di allora, oltre alle razzie veloci e superficiali, si concentrò in modo così pedante su ogni singola casa, svuotando i miseri contenuti per poi dargli fuoco. mia madre aveva appena trent’anni, morì sotto la violenza di un gruppo di sei o sette militi, che la stuprarono sistematicamente. vidi le sue lacrime farsi un tutt’uno con il sangue che dal suo corpo lacerato fuoriusciva. quando chiuse gli occhi non se ne resero neppure conto, continuarono imperterriti come se tra le mani avessero una bambola inanimata. cercai di fuggire, mi presero e, gettata mia madre fuori dalla baracca, iniziarono con me. un dolore inenarrabile, mi lacerarono la vagina e l’ano, e solo per una rappresaglia area di non so quale forza militare, riuscii a salvarmi, grazie alla loro immediata fuga. in pochi minuti Gelemsò fumante si ritrovò con i suoi cadaveri, un’ulteriore decimazione e le laceranti ferite lasciate sui vivi, che ancora non sapevano di esserlo. mio padre partito tre anni prima chiamato alle armi dal governo in carica e poi disperso. due mie sorelle più grandi raggiunsero Addis Abeba, mentre io e la mamma rimaste a Gelemsò, cercavamo di ricostruire o tenere viva una flebile fiammella di riferimento per una famiglia smembrata. usai la “buca” come fossa per seppellire il corpo violato e stupendo della mamma, tutt’intorno i riti erano più o meno identici. vidi una schiera di persone arrotolare le loro cose e incamminarsi sulla strada per Awash. gettai le ultime pietre ed in fretta e furia mi accodai, con i pochi stracci rimasti. non riuscivo a tenere il passo, per il dolore che sempre più si faceva violento. guardai per terra e le mie gambe, il sangue si depositava con crescente frequenza. sentii una mano sorreggermi, riconobbi Asabi. quando mi svegliai in una specie di giaciglio, vicino a tanti altri tra cui accorrevano uomini e donne, capii di esser finita in un ospedale provvisorio, da campo o qualcosa di simile. il dolore dei punti sulla vagina era terrificante. una volta al giorno mi davano un farmaco, che sembrava alleviare quei dolori, per riprendere dopo qualche ora con ugual intensità, se non superiore, almeno così avvertivo dopo quelle poche ore di tregua. in dieci giorni fui di nuovo in grado di stare in piedi, andai via e nessuno mi trattenne. stavo ad una ventina di chilometri da Awash, mi infilai nella carovana ininterrotta di fuggiaschi, che erano intenzionati ad arrivarci, intraprendendo quel cammino solitario. ritrovai Asabi e unimmo la nostra disperazione per superare quei tragici momenti, attraversati senza tutele e protezione, in balia degli eventi. eravamo soggette ad occhiate continue da parte di alcuni ragazzi deputati al reclutamento di prostitute, temevo la rapissero, perché lei quattro anni più di me era già donna. la notte ci rinchiudevamo in una baracca nella periferia a sud, che Asabi occupò appena giunta ad Awash. non potevamo vivere a lungo in quel modo, con la continua paura di esser rapite e portate via su quei camion, che la notte si fermavano ai bordi del paese. dopo alcuni mesi di angoscia notturna, il via vai di soldati e bande armate terminò. la notte non si udivano più sparatorie ai margini del paese o le urla delle ragazze rapite. la vita sembrava aver ripreso a scorrere nel suo alveo abituale, arido e doloroso, polveroso e meschino, in cui però si insinuava un filo di speranza. dopo due anni Asabi prese marito, ed ebbe il primo figlio, io entrai a far parte della sua nuova famiglia. il compagno, suo coetaneo, giunse anche lui ad Awash, orfano e solo, qualche mese dopo di noi ed iniziare il cammino per una nuova vita. Ammar, questo il suo nome, era molto bello, a me piaceva, gentile e affettuoso. Asabi comprese che anche io piacevo a lui, ma non fece niente e non disse mai nulla. fu una mattina in cui Asabi con il fanciullo sulle spalle, uscì alle quattro per andare a lavorare nei campi insieme alle altre donne, mentre io a servizio presso la famiglia dell’autorità governativa etiopica nella città di Asawi, riuscivo a dormire un’ora in più. Ammar, si alzava sempre con Asabi, e usciva alcuni minuti dopo di lei. non quella mattina però. io avevo compiuto sedici anni, già completamente formata e fisicamente a mio agio, avevo sempre modo di farmi desiderare dalla gioventù di Asawi. in alcune occasioni anche da Ammar. lui mi vide seminuda sul letto, e nel fingermi addormentata mi rigirai facendo emergere l’intero corpo nudo. sentii i suoi passi, mi voltai con un sorriso. facemmo l’amore in un modo che non ho avuto più modo di vivere, per la gioia e quel senso di pienezza che, l’unione dei nostri corpi riuscì a darmi. nel silenzio ci alzammo e con discrezione senza mai guardarci negli occhi, ognuno di noi uscì per andare a lavorare. fu un gioco che durò, non in modo continuativo, per alcuni mesi, fino a quando Asabi, intuì, senza aver mai la certezza. e una mattina, nel totale mutismo di Ammar, mi disse che era giunta l’ora di trovarmi un marito, perché da loro non potevo più restare. lo guardai, si alzò ed uscì da quella piccola baracca di quattro o cinque metri per cinque in cui, dormivamo e mangiavamo, dove lui faceva l’amore con la moglie alla sera e con me alla mattina. raccolsi ancora una volta i miei quattro stracci, giacché non ho avuto mai nulla di più, e uscii per andare a lavoro. chiesi al maggiordomo se potevo dormire per qualche giorno lì, alla casa del sindaco. non mi disse di si, ma non negò la possibilità. compresi che, la concessione necessitava di un pagamento, uno scambio di cui mi fu subito chiara la natura. non vi rimasi pochi giorni. mi fu concesso un ripostiglio ove a stento riuscivo a sdraiarmi per dormire e per cui avrei dovuto “pagare” l’affitto, mensilmente, poi settimanalmente, fino a dover sottostare a richieste che rasentavano la quotidianità. erano già trascorsi tre anni dalla morte di mia madre, dalla fuga da Gelemsò, da quella violenza, che non mi abbandonò mai. in quei tre anni la guerriglia aveva preso vie differenti, ma era pur sempre presente, sotto altre forme di abusi. da pochi mesi avevano istituto una corsa settimanale con un autobus diretto ad Addis Abeba. partiva alle quattro del mattino del martedì. ci pensai in modo sempre più ricorrente. decisi la notte del lunedì, dopo l’ennesimo abuso, il pagamento dell’affitto. scelsi di liberarmi da quella servitù e la notte sognai Addis Abeba, bianca e luminosa, gentile e gioiosa. alle quattro con i miei stracci salii sull’autobus, ma non compresi l’entità di quella decisione, di cui mi sfuggiva l’orizzonte e che in realtà non vedevo. avevo solo sentito parlare di Europa. un’Europa, una terra fertile e sicura, di un’Italia, di cui nonna mi raccontava, ove l’acqua scorreva in ogni casa, dove il cibo era reperibile ovunque in grandi quantità. vidi quell’Europa, quell’Italia, nelle tv ad Addis Abeba, nei bar in cui mi affacciavo per chiedere un pezzo di pane, che nessuno mi ha mai dato gratis. non riuscivo più a stare in un Paese violento e sudicio, in cui la povertà dilagava quanto la violenza. attraversai quella che gli europei chiamano Africa, la terra in cui sono nata e in fin dei conti, a cui appartengo. giunsi nella Cirenaica libica, dove si diceva vi fosse una porta diretta per l’Europa. alcuni incominciarono a portare fuori dai gruppi dei fuggiaschi, le donne, quelle più giovani, le più belle. mi trovai insieme a una ventina di ragazze, più o meno della mia stessa età, ma nessuna di loro era etiopica. si avvicinò un tipo cui gli altri militari, al suo passaggio, facevano largo. mi afferrò toccando ogni parte del mio corpo, per poi farmi spogliare, scattò più di una foto con il telefonino. dieci minuti dopo mi ritrovai sulla sua jeep e condotta a casa sua. mi lavarono e vestirono, con una piccola valigia e pochi vestiti, fui condotta all’aeroporto di Bengasi. la sera stessa giunsi a Roma, come una viaggiatrice qualsiasi. mangiai di tutto. mi dissero che, all’aeroporto di Roma mi avrebbero preso in carico degli amici. la mattina successiva giunsi in un posto dove altre ragazze come me venivano curate e massaggiate, una specie di ospedale, che ricordava quelle immagini viste in tv dove le signore europee passavano gran parte del loro tempo. questo mi fece credere la tv. tutte insieme a metà giornata fummo condotte in una specie di mensa dove c’era cibo in abbondanza. fui avvicinata e portata in una stanza che compresi esser la mia, un bagnetto, un armadio e la tv. non credevo ai miei occhi. in quarantotto ore la mia vita era cambiata in un modo sconvolgente, grazie all’Europa, all’Italia. c’era anche un orologio e un telefonino nella stanza, alle 18 bussarono, entrò una signora e un’interprete che traduceva in etiopico le sue parole. capii che, alle 20, dopo essermi vestita con uno degli abiti presenti nell’armadio mi sarei dovuta recare al piano terra. da li su un furgone ci avrebbero portato ad una festa in una villa romana. avrei dovuto tenere compagnia a chi la richiedeva, sorridere sempre, senza mai rifiutare le persone che si sarebbero avvicinate. questo fu il mio nuovo inizio a sedici anni, che nel passaporto si trasformarono in diciotto. adesso a venticinque anni, in una sorta di semi-libertà che comporta i disagi del vivere in un ghetto, da cui ogni giorno devo condurmi alla “casa” per lavorare, vomito ogni giorno. ogni tanto in quella passeggiata solitaria, al buio con la luce delle stelle, mi sembra di vedere mia madre. la sento accanto ogni giorno e ci sono i momenti in cui desidero raggiungerla. spero sempre che, il giorno in cui mi concedo per l’ennesima volta, sia l’ultimo, ma dopo questa illusione passeggera mi riportano alla “casa”, da dove al mattino presto in senso inverso, ripercorro quello stesso sentiero in cui l’odore del mare forza le mie narici e percorre il mio corpo, ridestandolo dal torpore. questa mattina è intenso e forte, piacevole, a maggio è sempre così. non ricordo che giorno è oggi, ma non importa. sfilo gli indumenti e li poso con calma, piegandoli in ordine, mettendo affianco le scarpette in tela ancora nuove, un regalo della mia vicina. l’acqua è fresca e in quel punto il fondale pare sia particolarmente profondo. un cartello lo dice: <>, ma tante altre volte ho visto ragazzi tuffarvisi. li imitai desiderando vestirmi della loro giovialità e desiderandoli, decisi. tre, quattro cerchi concentrici su quella superficie ancora piatta, non increspata dal vento, quello stesso vento che in Sardegna tutto spazza. alcune bollicine e il silenzio interrotto dal lento rifrangersi dei piccolissimi flutti. quasi in contemporanea il vento incominciò ad alzarsi, ad incalzare, portando sul suo dorso il nobile odore di una donna etiope, di quell’erede dell’umanità generata, da cui nei secoli è stata umiliata e rifiutata. Maia Cortex
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