Un Governo perfettamente inserito nella mediocrità trentennale da cui il Paese è stato umiliato e defraudato. Di Maurizio Ciotola

I punti del contratto di Governo tra Lega e Movimento 5 stelle non prevedono, e del resto come potrebbero, l’imponderabile, gli eventi drammatici, i disastri naturali e quelli determinati da imperizie umane. Pochi di noi conoscono le chiose del contratto, le note a corredo del testo principale, ma visto che dal suo inizio questo governo sembra essersi attestato su un atteggiamento di matrice sensazionalista, non dissimile da quelli che lo hanno preceduto, votato alla spettacolarizzazione, ma soprattutto determinato da annunci virtuosi e sottoscrizioni deplorevoli, non riusciamo ad intravedere i termini di una svolta. La gara dei due protagonisti, in perenne campagna elettorale, non giova al Paese, né sul piano reale del fare, né tanto meno su quello delle idee da realizzare, che sembrano proiettate a separare, frantumare, aizzare una società già logora, a causa dei venticinque anni di malgoverno e continue frodi. Una frantumazione sociale, reale, cui le parole violente ed insulse dei protagonisti attuali, sembrano voler accentuare ed esacerbare. In questa mediocrità, radicata da una costanza di tre decenni, la competenza cara ai tanti si è posta al servigio prezzolato di una delinquenza politica e di quella celata nei mercati finanziari, con cui i partiti a discapito delle istituzioni, sembra abbiano stretto un patto d’acciaio. Un accordo con cui è minata e sostituita qualsiasi ragionevolezza sociale, fino a surrogare i primari diritti dell’uomo, per rispondere a bilanci mai trasparenti in cui i “tagli” finanziari vengono effettuati nei confronti dei più deboli e dei senza voce. Il 14 agosto, neppure un mese fa, una struttura imponente e centrale nella viabilità del Paese, si è sgretolata portandosi via quarantatré vite umane e determinando quasi seicento sfollati, oltre all’immobilità di aziende operanti nell’area sottostante quel ponte, il ponte Morandi sul Polcevera. Solo oggi iniziamo a leggere i primi nomi degli indagati, cui non è stato neppure espresso un avviso di garanzia, ma nel segno di una “efficienza” ed “amore” per la propria terra, una serie di soggetti ha da subito incominciato a calcare l’acceleratore per la ricostruzione di quel ponte, del simbolo costituito, non certo della viabilità nel rispetto dei cittadini e dell’ambiente. Un’efficienza scatenata da un’emergenza, ovvero ciò in cui i predatori di questo Paese sono più capaci, false e mendaci ricostruzioni su cui è distolto il controllo degli affidamenti e l’erogazione finanziaria, ove i tecnici nelle certificazioni sono chiamati ad omettere ciò che viene realizzato e su come viene effettuato. Qualcuno ritiene utile indagare come il ponte Morandi fu realizzato cinquant’anni fa e sicuramente rileverebbe irregolarità, ma pochi oggi decidono di penetrare il sistema di scambio esistente nell’ambito delle costruzioni, delle manutenzioni delle infrastrutture statali in gestione diretta o in concessione. E'stato un triste spettacolo quello cui abbiamo assistito l’altro dì, dove il Presidente della Regione Liguria, il Sindaco di Genova, l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e l’architetto, nonché Senatore a vita, Renzo Piano, hanno voluto mostrare l’efficienza del Paese del non fare o del fare male. E'stata sconveniente la presenza dell’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e l’incomprensibile idea di un nuovo ponte. Il ponte sul Polcevera permetteva il transito di milioni di veicoli sopra le abitazioni di tanti genovesi, rendendo invivibile il loro quotidiano, travolto da rumori in qualsiasi ora della giornata, ma soprattutto dalle tonnellate di particelle inquinanti che ammorbavano l’aria sottostante. Più di uno studio di ingegneri ed architetti ha espresso un altro tipo di idea, non un ponte ma un tunnel, capace di contribuire sostanzialmente ad una riduzione del rumore e dell’inquinamento dell’area, lasciano una sky line naturale, non più antropizzata da una bruttura in sospensione. Il Movimento Cinque Stelle a nostro dire sembra ispirarsi o forse è espressione, di quelle porzioni della democrazia cristiana e del partito comunista di matrice gesuita, verso cui certo non esprimiamo avversione, ma che è stato sempre legate ad un becero pragmatismo antitetico a qualsiasi umanesimo rivoluzionario, cui i sostenitori dello stesso movimento sembravano ispirarsi. Maurizio Ciotola

Un governo forte con i deboli e debole con le lobby. Di Maurizio Ciotola

Siamo passati da governi che, nel silenzio, hanno tenuto in ostaggio gli immigrati, adottando in taluni casi l’isola di Lampedusa in luogo della nave Diciotti, per passare all’attuale governo che, di questa prassi fa ostentazione. Seppur diversamente, nessuno dei governi passati, incluso quello in carica, sembra avere avuto forza nel contesto europeo ed internazionale, tanto che l’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, per rafforzare la sua voce inascoltata si procura degli ostaggi, innocenti ed inermi, già merce per la mafia nostrana ed internazionale. Azione riprorevole, inaccettabile sotto ogni aspetto e vieppiù sul piano dei diritti umani, che però sembra non avere effetto alcuno sulle sclerotizzate istituzioni nazionaliste dei Paesi di questa Unione monetaria europea, già occupati ad esercitare simili violenze ai loro confini. Gli immigrati classificati come clandestini da una legge contestata negli anni, la Bossi-Fini, mai modificata o cancellata dalle maggioranze susseguitesi al governo del Paese, non costituiscono una garanzia per le pensioni dei già cittadini italiani, giacché le loro prestazioni sono anonime e in nero, quanto per i datori di lavoro che, con un decimo del costo definito da un contratto legittimo, assoldano lavoratori ricattabili e sul piano anagrafico, inesistenti. Oramai gli stessi media mettono in minor risalto la notizia degli immigrati bloccati sulla nave Diciotti, ormeggiata nel porto di Catania; forse perché questa può divenire o è già affare di baratto con la Lega, in merito al dissenso sulla risoluzione del contratto di concessione governativa ad Autostrade per l’Italia. E vista l’entità degli scudi levatisi nei media e nelle istituzioni economiche, queste notizie sembrano costituire oggetto di possibile baratto in cambio di un dissenso al possibile ed auspicabile controllo proprietario dello Stato, di tutte quelle società che macinano utili dai servizi a rete assegnati in concessione, a discapito degli utenti finali, cittadini e piccole e medie imprese. Ancora una volta assistiamo alla debolezza intellettuale e politica di una classe dirigente e dei suoi servili maggiordomi, pronti a scagliarsi sui deboli, gli immigrati e a sostenere i forti, le grandi lobby, nello specifico Atlantia, proprietaria di Autostrade per l’Italia. Una società di cui solo il 30% è in mano ai Benetton, attraverso Edizione Holding, ma che il restante 70% è di proprietà di banche italiane, del fondo di investimento più grande del mondo, Blackrock, e di un flottante azionario, circa il 45%, internazionale. Ma questo argomento oggi fa parte della ribalta mediatica e politica in seguito alla strage di Genova per il crollo del ponte Morandi, che ha causato la morte di 43 persone e più 600 sfollati. Da qui però si può ripartire senza indugi nel rivedere tutte le concessioni governative, fino a rendere operativo il piano attraverso cui è possibile trasferire sotto il controllo maggioritario dello Stato, in modo diretto o indiretto, tutte le società che gestiscono servizi a rete: autostrade, acquedotti, l’intera rete elettrica e del gas, le reti ferroviarie e di telecomunicazione. Viceversa se consentiamo, come fino ad oggi è accaduto, che un governo in una democrazia continui ad esser forte con i deboli e debole con i forti, in nome di sclerotizzate e disumane teorie economiche e di sfruttamento, il nostro ruolo, quello di cittadini liberi è finito ed avrà, forse, meno valore di quello dei tanti cittadini oppressi da un sistema reazionario visibile ed identificabile. Maurizio Ciotola

La Strage di Genova. Di Maurizio Ciotola

38 morti, 20 dispersi, 11 feriti e 600 persone evacuate, costituiscono una strage, in ogni caso. Il responsabile della strage non è il ponte Morandi o lo stesso progettista, che fece realizzare l’opera negli anni sessanta. E questi responsabili non sono ignoti. Chi esercisce una rete autostradale ha degli oneri specifici, dei compiti precisi ed è soggetto ad una sorveglianza altrettanto attenta. È evidente che, l’attenzione di chi esercisce e di chi sorveglia è venuta meno, non sappiamo se ignorata o mascherata, questo forse, lo rileveranno le indagini. Certo è che, chi esercisce una struttura adibita al transito di uomini e mezzi, la cui sicurezza per la viabilità deve essere garantita, non può certo ignorare le condizioni strutturali in cui essa grava e i necessari interventi per poterla esercire in sicurezza. Se questo non è possibile, la chiude al transito e trova altre soluzioni; in merito alle conseguenze dell’eventuale impatto per la collettività sarà l’amministrazione locale o statale a prevedere vie alternative o se forte di una sicurezza certa ed inequivocabile, imporrà la riapertura del viadotto. Questo non è avvenuto, il servizio di Autostrade per l’Italia, in merito alla porzione specifica ha continuato ad esser svolto con la relativa richiesta di pedaggi, a garanzia di una remunerazione priva di garanzia su quanto veniva venduto. Ovvero il “prodotto” offerto dalla società Autostrade non solo non era rispondente alle clausole previste, ma ha determinato una strage, evidente ed inequivocabile. Uno Stato efficiente e di diritto, perché il diritto non è solo e sempre quello degli “altri”, dei potenti, delle grandi lobby, ma anche quello dei cittadini, che questo nostro Stato sorreggono con i loro sacrifici e le loro morti, ha il compito di scioglier il rapporto contrattuale con la società che non ha offerto le garanzie richieste, con un evidente aggravio. Il diritto individuale, il principio di innocenza cui dovrà esser riconosciuto fino all’eventuale condanna, dei soggetti ritenuti responsabili di questa strage, non può e non deve fare il paio con la revoca immediata della concessione alla Società Autostrade per l’Italia, causata dal venir meno degli elementi di fiducia tra Stato e Società Autostrade garante dell’esercizio. Il tempo e i processi, quanto le commissioni d’inchiesta ministeriale e parlamentare, sapranno produrre atti, capi d’imputazione e condanne, in merito alle responsabilità penali e oggettive dei tecnici incaricati che non hanno saputo svolgere il loro lavoro. La risoluzione di un contratto di affidamento, in questo caso di una concessione, prescinde dalle responsabilità penali degli individui, che nell’esercizio della somministrazione del servizio sono incorsi. Non vi sono le condizioni fiduciarie tra Stato e la proprietà, che nel controllare la società Autostrade, non ha saputo tutelare e garantire la sicurezza su ciò che ha in affidamento, e per cui esercizio i termini fiduciari assumono un’importanza centrale. Da troppo tempo oramai assistiamo a gestioni finanziarie di apparati industriali o di servizi, cui l’avvicendarsi delle proprietà impone adeguamenti finanziari privi di piani industriali. In venticinque anni di massimizzazione degli utili, con relativa riduzione dei costi di gestione, mancati adeguamenti salariali e riduzioni degli interventi di sviluppo e manutenzione, questo nostro Paese è giunto al collasso e non in modo indolore; generando morti, il più delle volte stragi, non sempre eclatanti, riguardanti esclusivamente quella popolazione, che non partecipa ai dividendi e non ha saccheggiato il Paese, ma nel silenzio ha continuato a sorreggerlo. Se vi è una giustizia, questa non può prescindere dalle malversazioni poste in atto da tanti nell’esercizio delle loro funzioni, una strage come questa avrà i suoi colpevoli, ma nell’immediato e in assenza di fiducia verso la società che gestisce le Autostrade, lo Stato ha il dovere di impedire che vi siano altri colpevoli e soprattutto altri morti. Maurizio Ciotola

La Tav, "corruzione ad alta velocità". Di Maurizio Ciotola

Nei primi anni novanta la sinistra, con inclusione dell’area riformista, condusse un serio e vitale confronto in merito all’idea di realizzazione della Tav in Italia. I tavoli attivi in ogni parte del Paese misero a nudo il deficit strutturale della rete ferroviaria esistente, evidenziando la sua assenza in ampia parte del territorio italiano, nel quale era ed è surrogata da vie stradali ed autostradali non sempre efficienti. In quegli anni si reputava una follia impegnare economicamente il Paese nella costruzione di una rete ferroviaria ad alta velocità, dedita all’esclusivo transito di passeggeri, quando sul medesimo territorio nazionale risultavano e risultano, assenti i collegamenti più essenziali. La Tav partì con tre General contractor per le tre aree nazionali, nord, centro e sud, in cui fu suddiviso il progetto e di cui le società capofila nella gestione delle stesse erano la Fiat, l’Eni e Impregilo. Ampia documentazione in merito alla loro costituzione, alla gestione degli appalti, alle consulenze di progetto, tra cui ricordiamo anche Nomisma, per passare all’affidamento dei lavori in appalto e subappalto ad imprese compromesse e sotto indagine per l’associazione a delinquere di stampo mafioso dei loro proprietari o amministratori, riporta il libro scritto dall’ex magistrato ed ex senatore Fernando Imposimato, insieme a Giuseppe Piasuro e Sandro Provvisionato: "Corruzione ad alta velocità", pubblicato nel 1996 da Koiné. La Tav, per quanto viene riportato e relativamente a quanto emerso dagli atti giudiziari pubblicati sul libro e ai flussi di denaro intercettati in merito al quantitativo di denaro “devoluto” per la corruzione, sovrasta di gran lunga quella che fu definita la madre di tutte le tangenti, che diede vita allo scandalo Enimont. Ieri un incidente disastroso a Bologna, su un’autostrada vitale per il Paese che attraversa un centro urbano, e un ulteriore incidente di lavoratori in nero, trasportati dai furgoni fatiscenti dei caporali, che assoldano anche autisti senza patente, ha messo ancora una volta a nudo il deficit strutturale del Paese nell’ambito dei trasporti, ma sopra tutto dell’educazione civica. Nel nostro Paese e non dico nulla di nuovo o di sconosciuto, le opere infrastrutturali costano mediamente, rispetto ad altre similari in Europa, almeno tre volte tanto per unità di realizzazione. L’esborso “dovuto” ai “parassiti”, che compaiono al momento dell’assegnazione del progetto per finire con l’appalto finale, è stratosferico oltreché illegale. La Tav deve essere fermata allo scopo di operare una verifica totale di tutto il flusso procedurale e di affidamento, che va dalla fase progettuale a quella di realizzazione. Da quegli importi già stanziati, ma non ancora erogati, devono saltare fuori almeno quei due terzi devoluti alle parti, che operano “mediazioni” con propositi corruttivi ai fini gestionali e autorizzativi. Non vi è alcuna impellenza affinchè si concludano dei cantieri pressochè inutili per il Paese, almeno per quanto riguarda la sicurezza e la differente modulazione del traffico umano e delle merci transitante su strada ed autostrada. Il nostro Paese ha bisogno di una cura del “ferro”, capace di rivitalizzare e realizzare un’efficiente e profonda capillarità attraverso la rete ferroviaria, con l’ulteriore scopo di ridurre inquinamento e consumi di carburante ed evidentemente gli incidenti. In trent’anni la sinistra si è appropriata di concetti predatori sul piano economico, ponendosi alla destra di quella che è stata una destra politica nel Paese. Gli ulteriori ultimi sviluppi hanno consentito che, gran parte della popolazione prendesse atto di questo disastro, fino a rifiutare quel progetto politico in cui gli individui nel venir privati della loro umanità, sono stati ceduti a gruppi di pressione ed interesse, con l’esclusivo fine di operare speculazioni a brevissimo termine. Borgo Panigale è uno dei drammi emersi, perché vistoso e spettacolare, in cui ha perso la vita un uomo, che conduceva il suo lavoro. uno dei tremila e cinquecento morti, che registriamo ogni anno sulle strade del nostro Paese. In questo vi è imprudenza e mancato rispetto delle regole, ma soprattutto la costrizione di dover utilizzare dei mezzi gommati su supporti stradali inadeguati e resi saturi da una politica dell’abbandono delle strutture ferroviarie. Il Governo Renzi e quello Gentiloni hanno operato una delle più grandi aberrazioni immaginabili, cui una sinistra critica e cosciente non avrebbe mai permesso: l’unificazione della rete ferroviaria e di quella stradale sotto un’unica gestione, un solo consiglio di amministrazione e un solo amministratore delegato, per la più grande base appaltante del Paese. Questo ultimo Governo, su cui siamo critici e attenti, ha però saputo interrompere questa follia, cui non immaginiamo dove ci avrebbe potuto condurre, se fino ad oggi, nonostante la separazione effettiva delle gestioni, ha comunque prevalso lo sviluppo della rete stradale a discapito di quella ferroviaria. La Tav deve essere fermata al fine di compiere una ispezione profonda sulla “macchina” appaltante e di gestione, iniziando dall’affidamento progettuale per finire su quello più critico e dispendioso della realizzazione. La sua fermata e revisione deve consentirci di ripartire per la realizzazione di una rete ferrroviaria ad lata velocità sull’intero territorio, per arrivare alla congiunzione con la rete europea ove non collimino solo i binari, ma sopra tutto le spese sostenute per la sua realizzazione. Maurizio Ciotola

Enel, il suo degrado e la fuga dall’Isola. Di Maurizio Ciotola

Il disimpegno dell’Enel in Sardegna costituisce l’ulteriore passo di un lento e continuo processo in atto da circa vent’anni. Lo spostamento della direzione da Cagliari a Torino pregiudica ancora una volta l’equilibrio e la distribuzione sul territorio nazionale dei centri direttivi delle aziende partecipate dallo Stato, per le quali l’etica negli investimenti, differentemente, dovrebbe portarle a condividere gli obiettivi economici e strategici nazionali di redistribuzione delle ricchezze sul territorio. Dopo che l’Enel Spa, ha costituito con specifico indirizzo politico, unitamente alla Cdp, la società Open Fiber allo scopo di posare lungo la Penisola e le Isole una rete in fibra ottica, al fine di consentire scambi di dati ad elevatissima velocità e così rendere indifferente qualsiasi differenza di postazione geografica, ci saremmo attesi una ricollocazione delle sedi di ogni direzione, in senso inverso a quello praticato per anni dalla stessa Enel, come da tutte le grandi aziende nazionali ed internazionali, abituate a insediare i loro centri direzionali al nord e a Roma. La Regione Sardegna, autonoma sulla carta, non è mai riuscita ad avere un peso significativo in ambito nazionale, riducendosi per l’indole dei suoi politici a ratificare quanto deciso in sedi non istituzionali e sempre esterne all’Isola medesima. Un atteggiamento servile e collaudato, cui da anni oltre alla politica ci ha abituato anche il sindacato confederale e unitario, prono anch’esso verso le decisioni scellerate delle tante aziende in “transito” sull’Isola. Equilibri politico-sindacali venduti come operazioni strategiche, la cui sedicente “lungimiranza” ci ha restituito una povertà industriale confrontabile con i paesi più poveri del Pianeta. Gli insediamenti dell’Enel sul territorio regionale sono ridotti al lumicino per quanto riguarda il contatto con l’utenza, mentre rimangono immutati quelli storici delle centrali di produzione, site nell’area sulcitana e nelle aste di produzione idroelettrica del Taloro e del Flumendosa. Nel Sulcis le due centrali a carbone restano in attività grazie ad una contrattualizzazione a termine con Terna per l’approvvigionamento della riserva terziaria, di cui vi è una quota parte corrispondente ad un corrispettivo monetario fisso, che prescinde dalla produzione effettiva, questa altalenante, perché dettata dagli esiti giornalieri del mercato elettrico. La contrattualizzazione iniziata nel 2016 avrà scadenza il 31 dicembre 2018, dopo di che sarà difficile pensare ad un mancato rinnovo, viste le condizioni immutate della rete e delle produzioni sull’Isola. Certo è che in una necessaria decarbonizzazione nazionale ed internazionale, le centrali Enel del Sulcis, come quelle di Eph a Fiumesanto, dovranno mutare sistema di approvvigionamento dell’energia primaria, ipoteticamente dal carbone al gnl, per la produzione di energia elettrica. Impegni economici cui nessuno degli operatori, Enel ed Eph, sembrano intenzionati ad accollarsi e che potrebbero mostrarsi privi di esito se, come inevitabilmente accadrà, la rete Sarda verrà connessa con un altro collegamento sottomarino alla Penisola attraverso la Sicilia, nell’ottica della sicurezza e della riduzione dei costi. Un’ulteriore connessione, che consentirà di esercire una rete in sicurezza prescindendo dalla necessità di contrattualizzazione, lasciando alle produzioni in campo la capacità di competere, ovvero vincere o soccombere, sul mercato nazionale. Tutto questo in un contesto drogato del mercato zonale, in cui la copertura del fabbisogno elettrico sardo è svolto in parte dalle energie rinnovabili ed in gran parte dalla centrale Sarlux (Saras), che produce energia elettrica bruciando i residui di raffinazione opportunamente trattati ed equiparata ad una produzione da energia rinnovabile. Le energie rinnovabili e la Sarlux, che costituiscono la copertura di quasi 2/3 del del fabbisogno isolano, non passano per il mercato dell’energia, ma per obbligo di legge le loro produzioni sono prioritarie e cedute ad un prezzo fisso, mediamente di molto superiore a quello di mercato. Va da se che, un ulteriore connessione, come quella in progetto, potrà consentire alle centrali Enel ed Eph, una ulteriore vita in un confronto di mercato più aperto, naturalmente dettato dal costo unitario di produzione della singola centrale. Un costo cui l’obsolescenza delle centrali isolane non potranno ridurre, se non in modo bovino e criminale nell’immediato, riducendo il personale. Per ora, al di là della evidente esigenza a garanzia della sicurezza energetica definita da Terna, la contrattualizzazione con l’Enel, sostiene di fatto la sopravvivenza delle centrali del Sulcis. Ma il Sulcis è anche martoriato, violentato dalla presenza di quello che fu un attivo polo industriale, con cui si è compromessa la salubrità del territorio e della popolazione, cui oltre ai residui di lavorazione, si sono aggiunti i residui nella discarica non autorizzata di materiale altamente tossico, depositato dall’Enel nell’ambito di trent’anni di esercizio e fino ad oggi custodito senza rilevarne la presenza alle autorità. La magistratura ha posto sotto sequestro un area di venticinquemila metri quadri, di proprietà dell’Enel, in cui giacciono circa quarantacinquemila tonnellate di rifiuti tossici accantonati dalla stessa società. Non possiamo continuare a sostenere un simile stupro, nei confronti del territorio, come nei confronti della popolazione, defraudata ed impoverita. La Regione Sardegna ha il dovere di proporre il nostro territorio come sede direzionale, in luogo della città prescelta nella Penisola, pretendendo anche il recupero immediato di quelle aree defraudate ed inquinate ad opera dell’Enel, oltre che degli altri siti industriali. Abbiamo la necessità di mutare il “passo”, richiedendo investimenti tecnologici avanzati per far fronte al degrado, che caratterizza le centrali elettriche dell’Enel in esercizio e le sue cabine primarie di distribuzione, abbandonate a se stesse. In ultimo la Sardegna, come altre aziende sembra abbiano compreso, costituisce il naturale laboratorio di sperimentazione tecnologica grazie alle sue caratteristiche congiunturali, uniche in ambito europeo. L’Enel dovrebbe investire nell’ambito della ricerca e dello sviluppo delle smart grid in Sardegna, fino a realizzare un centro pilota internazionale in cooperazione con le Università isolane, sul piano progettuale e della realizzazione. Ovvero una naturale evoluzione verso l’industria 4.0 anche in un ambito energetico, in cui l’intero Paese e l’Isola in particolare, sembrano essersi fermati al XIX secolo. Maurizio Ciotola

Le strane "regionarie" del M5S in Sardegna. Di Maurizio Ciotola

E’ partita prima del fischio di inizio la corsa interna con cui il M5S definirà la squadra candidata a governare la Sardegna dal prossimo febbraio 2019. Lunedì 24 alle ore 12 si è infatti conclusa la raccolta delle candidature, alla quale seguirà la fase vera e propria delle cosiddette "Regionarie". Gli iscritti sardi al Movimento potevano optare per le due possibilità: candidarsi come Consigliere, oppure direttamente come Presidente della Regione. Ora è tutto in mano allo Staff ma nessuno, eccetto gli addetti ai lavori, conosce e sa quali e chi sono le autocandidature. Un pò come registrarsi all’ufficio dell’anagrafe, senza aver nessun riscontro o la conferma della avvenuta registrazione, per cui di fronte ad un errore o ad una mancata registrazione, l’eventuale “scomparsa” dal globo terraqueo risulterebbe inesistente, almeno per la stessa anagrafe. Identicamente nessuno potrà mai sapere se, tra le autocandidature passate al vaglio dello staff del M5S, vi saranno degli “scomparsi”, che non avranno l’opportunità di mettersi a disposizione del movimento alle prossime elezioni regionali. Sappiamo che il regolamento interno dei Movimentisti vieta ogni forma di autopromozione ed autoincensamento, prima dell’esito delle “Regionarie”, da cui scaturiranno le candidature nelle modalità previste dalla piattaforma Rosseau. Ciò premesso osserviamo come da tempo, oramai, vi sia da parte della stampa locale il riconoscimento indiscusso dell’ex sindaco di Assemini Mario Puddu, quale candidato dello stesso Movimento alla presidenza della Regione. Noi sappiamo che tale riconoscimento ha sempre un’ambivalenza, è una sorta di do ut des e in molti casi, certamente più autorevoli, una sorta di indirizzo, se non un invito implicito rivolto alle forze politiche, in questo caso il M5S, a far propria tale indicazione. Di fronte a questo “invito”, che forza l’esito delle “regionarie”, il Movimento in sé poco avvezzo alle operazioni trasversali e poliedriche portatrici di altre finalità, dovrebbe chiedersi perché questo accade. Gli attivisti del Movimento hanno l’obbligo di cercare di comprendere quali sono le reali finalità di chi e per cosa spinge verso il riconoscimento biunivoco del candidato alla presidenza della Regione per il M5S. “Sardigna no est Italia”, dicono in tanti, ma molti dovrebbero ricordare che, Essa non lo è anche per quella accezione più negativa del confronto, ovvero il fatto che quest’Isola è un feudo cui le forze presenti e stratificate lavoreranno con dolo, fino ad impedire un vero e proprio cambiamento. E se il Movimento 5 stelle oggi può vantare una portata elettorale pari al 40% dei consensi del totale Isolano, con le prossime elezioni regionali ed un candidato Presidente non brillante, ma condiviso da molteplici attori estranei al Movimento, potrebbe non esservi tale riconoscimento da ampia parte di quella forte e popolare base elettorale, propria del M5S. Questa potrebbe essere indotta a esprimersi con un’astensione, fino a favorire, se non ingenuamente garantire, la vittoria di un’altra coalizione, questa sì fortemente radicata nei circuiti di potere e consenso clientelare. Il Movimento 5 stelle dovrebbe riprendere a percorrere il tracciato originario, quello che ha condotto questa forza a raccogliere un’ampia fascia di consensi e non mettersi in mano dei poteri forti de “noantri”, che in una reciprocità con l’ex sindaco Mario Puddu, sembrano voler dare vita ad un’orchestra obbligata a suonare lo spartito da loro assegnato, e di cui non intendono sicuramente che Mario Puddu divenga il direttore. Certo è che una trasparenza maggiore e un confronto vivo tra tutti i candidati alle “regionarie”, quanto una ufficialità dei motivi di esclusione nella fase preselettiva alle stesse, gioverebbe enormemente al M5S in questa fase non troppo rosea e poco chiara della sua breve storia. Maurizio Ciotola

Serdiana. Confronto e dialogo sul tema dell'infanzia presso la Comunità la Collina

Venerdì 20 luglio, alle 18 e 30 presso la “Comunità la Collina”, si svolgerà un confronto e dialogo tra il direttore scientifico della ”Festa Bimbi a Bordo”, Mara Durante e don Ettore Cannavera, sul tema: "Nel mondo degli infiniti possibili della letteratura per l’infanzia". L’incontro tra la dott.ssa Mara Durante, pedagogista e studiosa di letteratura per l’infanzia e don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità la Collina, organizzatore di attività e recupero sociale e culturale per gli emarginati sociali, ha un significato importante, centrale per tutti noi, in un epoca di travolgimenti e stravolgimenti culturali, di cui siamo protagonisti più o meno consapevoli. La dott.ssa Durante saprà introdurci in quel mondo, di cui tutti siamo stati partecipi e del quale andremo a governare o abbiamo governato gli spazi e i tempi, per i figli diretti ed indiretti. In particolare, Mara Durante saprà condurci per mano nell’esporci un’aperta codifica di percezioni, cui la sua esperienza attiva tra i bimbi e con i bimbi le ha permesso, in un mondo di cui la letteratura, nella sua più ampia accezione del termine, è parte centrale. L’incontro, il dialogo laico con don Cannavera, la cui indiscutibile cura e capacità con la quale ha saputo dar vita ad una comunità di recupero di tale intensità e forza, non potrà non trovare importanti legami e origini con le fratture sociali, quanto culturali, di cui l’infanzia dei meno fortunati è stata protagonista. Quella stessa infanzia la cui “lettura” postuma, ci restituisce la cause di quelle fratture individuali, ma che altresì può esser vissuta socialmente, prevenendole, in un “ex-ducere” attivo di cui la scuola e la società è parte centrale, elemento fondante. Due testimonianze importanti, che riusciranno a trovare nel confronto di venerdì, i possibili punti di unione dei percorsi sociale e culturali a partire dall’infanzia, cui ogni essere umano affronta, per divenire membro attivo della società di cui siamo parte non “escludibile”. Maurizio Ciotola

In Sardegna, legge urbanistica e “bellezza” non coincidono. Di Maurizio Ciotola

Se "la bellezza salverà il mondo", come affermò Dostoevskij, la legge urbanistica al varo del Consiglio Regionale sardo, contribuirà invece a distruggerlo, il mondo e la Sardegna in primis. Forse vi è un’attenuante generica, ma non sufficiente, che consente in parte di assolvere brutture edili, realizzate allo scopo di accogliere famiglie senza tetto negli anni dell’immediato dopoguerra; un’attenuante non più ammissibile da almeno quarant’anni e men che mai oggi, in anni di coscienza su quello che è, e dovrebbe essere, lo sviluppo sostenibile. Le nostre coste al pari dei grandi centri urbani, hanno costituito un luogo di speculazione edilizia quasi mai garante del bello, della sostenibilità o della sobrietà. In Italia, dove fino a vent’anni fa il denaro depositato in banca dimezzava il suo valore originario, a causa di inflazione e perdita del potere di acquisto, ha spinto gli italiani ad investire sul mattone, unico bene di sicura rivalutazione negli anni. Il fatto è che il mercato immobiliare, come qualsiasi altro mercato, se limitato e finito nel numero di operazioni, per blocco delle costruzioni e del suo sviluppo, diviene asfittico, inaccessibile per ampie fasce di risparmiatori, bloccato nelle operazioni di compravendita e, soprattutto, fonte di disoccupazione e fallimento delle imprese edili. Di conseguenza i mutui bancari si riducono a numeri esigui, con un calo di movimentazione economica e rendimento praticamente nullo per i fondi proprietari dei mutui. Un quadro drammatico che, negli anni si è già forzatamente ridotto in termini di entità numeriche e capitali coinvolti, di cui dobbiamo prender atto e per sopravvivere, sicuramente mutare l’obiettivo del business, che come qualsiasi crescita non può essere eterno se non lo si diversifica. L’Ordine degli Architetti nazionale, da anni parla del recupero necessario delle periferie delle città, delle metropoli, quanto di quelle aree di mezzo tra i centri urbani e le zone industriali. Abbiamo ancora nei centri storici cittadini, edifici e infrastrutture incompiute dal dopoguerra, non meno di quella decadenza propria degli edifici figli di uno sviluppo economico veloce e povero, privi di alcuna bellezza, con cui si sono realizzati interi quartieri nelle metropoli o nei centri urbani di provincia, la cui falsa foga di rinnovamento ha eroso il capitale di bellezza da cui erano contraddistinte. La Sardegna, nei limiti delle dimensioni proprie dei suoi centri urbani, ha compiuto un’egual distruzione e annientamento della sua bellezza propria e originaria, con il fine di alimentare una speculazione edilizia, ahinoì, accompagnata da professionisti del calcolo del cemento armato pensato solo nelle sue forme canoniche e non sempre funzionali. Ma anche la Sardegna ha avuto in ritardo, rispetto a quanto è avvenuto in merito alle deturpazioni costiere della Penisola, una identica erosione della sua caratteristica bellezza costiera. Oggi in piena inversione di tendenza, cui si è giunti grazie alla consapevolezza ambientale e al crescente culto del bello, in quanto commistione con la natura piuttosto che, con il suo azzeramento, il Consiglio regionale di quest’Isola martoriata da speculatori e prenditori, sembrerebbe invece in procinto di varare una legge, con cui consentire a piccoli e grandi speculatori ulteriori distruzioni, chiudendo la strada a qualsiasi altro tipo di sviluppo. In ultimo ma siamo sicuri, che una maggioranza così dilaniata costituisca un buon viatico, come ci hanno mostrato i recenti fatti relativi alle riunioni-rissa, che si susseguono da mesi, nel Pd. O ancora, quale affidabilità può offrirci la miopia dei suoi alleati, intenti a valutare come schierarsi alle prossime elezioni regionali, vendendo il proprio voto in Consiglio, piuttosto che ad un vero piano urbanistico regionale? Per il bene della nostra Terra dobbiamo auspicare il rigetto di tale disegno di legge, in realtà scritto fuori dal Consiglio regionale, utile solo ad ulteriori speculazioni incapaci di creare sviluppo oltre che, morte economica e sociale sul territorio. Maurizio Ciotola
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