"Il proposito di un’azienda non è più soltanto e soprattutto il profitto degli azionisti." Di Maurizio Ciotola

In evidenza "Il proposito di un’azienda non è più soltanto e soprattutto il profitto degli azionisti." Di Maurizio Ciotola

Questa è la nuova “dichiarazione di principi” della Business Roundtable, grande associazione delle Corporate Statunitensi.

Ci siamo tutti meravigliati di fronte a questa inversione di tendenza nel Paese in cui il liberismo economico, il profitto e la centralità degli azionisti, secondo la scuola di Milton Friedman, vengono anteposti a qualsiasi altro criterio di governance aziendale.

Un pensiero la cui attuazione, dagli anni settanta ad oggi, ha distrutto imprese e soprattutto vite umane, affogate nella povertà.

Un’onda che ha travolto il mercato europeo dopo la fine della contrapposizione tra i blocchi, Occidente/Oriente, al di qua e al di la del Muro.

La nostra Costituzione riconosce e intende l’impresa nei suoi due aspetti macroscopici: quello strettamente economico-finanziario e quello sociale.

In più l’Italia ha avuto uno dei più grandi industriali illuminati del Pianeta, Adriano Olivetti, che sul ruolo sociale dell’impresa sviluppò la sua.

Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta, l’Olivetti fu la più grande azienda italiana, prima della FIAT, internazionalizzata e tecnicamente avanzata.

Adriano andò negli Stati Uniti con lo scopo di studiare ed approfondire i metodi di lavoro, riuscendo a definire un “suo” modello.

Mise al centro le persone, delineando tutele e servizi, investendo in cultura e istruzione; definendo il dialogo tra le strutture operative e la dirigenza, quale via principale di governance aziendale.

Nel 1959 l’Olivetti fu la prima azienda al mondo a produrre il computer mainframe, Elea 9000.

La frattura tra l’Olivetti e Confindustria fu totale, essendo quest’ultima refrattaria ai suoi metodi organizzativi.

Né i sindacati né i partiti politici sostennero i suoi metodi.

La tutela della maternità, il diritto allo studio, gli asili aziendali, la sanità, le colonie per i figli dei dipendenti, la pulizia e la bellezza architettonica degli ambienti di lavoro, la differenziazione stagionale e personale degli orari di lavoro, erano all’Olivetti già realtà prima degli anni sessanta.

Sarebbe sufficiente leggere il discorso di Adriano all’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli, la sua grande sfida nel sud del Paese.

La bellezza architettonica dello stabilimento produttivo, che avrebbe dovuto permettere l’ingresso della luce e alleviare lo spirito dei lavoratori, “costretti” a stare nel suo interno.

Per Olivetti le prestazioni dei lavoratori, ripagate in moneta e servizi, entravano in secondo ordine rispetto al primo, costituito dalle esigenze e gli affetti delle loro famiglie.

Dopo la sua morte, nel 1960, i “seguaci” sul piano industriale si contano sulla punta delle dita, pur costituendo delle eccellenze mondiali.

Gli osanna degli intellettuali si sprecano, pur non costituendo un punto di riferimento per Confindustria, tanto meno per i sindacati o per i partiti politici.

Ivrea, già sede dell’Olivetti, è oggi patrimonio mondiale Unesco, come città industriale del XX secolo, ma da questo riconoscimento, come del lascito olivettiano, non riusciamo a trarne vantaggio per ripartire e restituire nell’attuale contesto, una vitalità economica al nostro Paese.

Preferiamo, come sempre, guardare meravigliati altrove.

Forse per questo, vista la decadenza intellettuale e politica, possiamo ben sperare nell’appropriazione acritica di tali principi da parte di una classe dirigente senza basi, che fa propri quelli altrui secondo un’affiliazione passiva.

Maurizio ciotola

Ultima modifica ilDomenica, 15 Settembre 2019 19:53

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