Il silenzio e l’indifferenza, vero humus della violenza sulle donne. Di Maurizio Ciotola

In evidenza Il silenzio e l’indifferenza, vero humus della violenza sulle donne. Di Maurizio Ciotola
Il tema del convegno di venerdì 28 luglio, "la violenza si nasconde nel silenzio", organizzato da Patrizia Cuccu e Stefano Putzolu presso la sala del ristorante "il nuragico" a Cagliari, è stato di pressante e sconvolgente attualità. Ma l’attualità e la risonanza mediatica cui i fatti, i pochi emersi di un’ampia e variegata moltitudine di atti di violenza subiti dalle donne, mette a fuoco la banalità di come queste violenze hanno luogo, quasi sempre sradicando i fatti dai contesti, dai quali sono partoriti e di cui sono “figli” legittimi, purtroppo. In una inoppugnabile conduzione di Alessandra Addari, giornalista e direttrice di TCS Tv, le relatrici, Lisa Sole, criminologa, Antonella Fanunza, consellor, Maria Grazia Caligaris, presidente Socialismo diritti e riforme, Rina Taxiri, Psicologa, Alessandra Carbognin, sociologa e mediatrice familiare ed il relatore, Marco Perra, avvocato penalista, hanno “aperto” la “scatola” dei silenzi, che consente il perpetrarsi delle violenze sulle donne. La violenza espletata da un soggetto è di per se l’atto con cui il carnefice interviene sulla vittima, ed è altrettanto vero che, questi atti sono figli di un contesto socio-culturale più ampio, puntualmente trascurato e ignorato. La dott.ssa Lisa Sole definisce con una chiara sintesi la “mappa”, i passaggi, i momenti in cui nella società viene coltivato, in maniera non sempre cosciente, il terreno da cui tale violenza prende vita, in quanto avversione al diverso, al differente, alla differenza di genere. Ancora, quanto in una "costruzione" culturale, contestuale ad ogni strato sociale, apparentemente differente, ma sostanzialmente radicalmente identica, le battute "innocenti" e "spiritose", le assegnazioni dei compiti in famiglia, divisi in “ossequio” al genere e non all’equità o la competitività, che diviene avversione e rigetto dell’altro, contribuiscono in modo sostanziale, sottolinea la dott.ssa Sole, a definire e “formare” il carnefice e il silenzio, che è quasi un’omertà, dei parenti e dei vicini. Oppure quanto, l’assenza di autostima generata da umiliazioni e “bocciature” comportamentali, normalmente vissuti in ambito sociale, familiare, scolastico, generano una dipendenza psicologica, che inchioda la vittima al carnefice. Non manca il richiamo alla comunità più ampia, quella europea in cui pare che questo male sia condiviso: infatti il Consiglio d’Europa nell’analizzare i dati concernenti le cause di morte e invalidità delle donne, ha rilevato che al primo posto vi sono gli atti di violenza subita. Non sempre però si riesce ad avere una visione completa del fenomeno, nello specifico e, purtroppo, ancora meno in linea generale. L’avv. Marco Perra, illustra qual’è il ruolo dell’avvocato di fronte all’esposizione dei fatti delle sue assistite o della motivazione di semplici richieste di divorzio, per cause non definite o poco chiare. Far emergere quello che, per professionalità e soprattutto sensibilità umana, l’avvocato ha compreso essere i veri motivi di quelle richieste assume le caratteristiche maieutiche dell’ostetrica. Un lento lavoro, cui si susseguono momenti di rinuncia o ritrattazione completa, in studio, ma anche in tribunale, dove quasi mai la vittima espone i casi nella loro completezza e definizione rispetto alla già decurtata esposizione, fatta in camera caritatis allo stesso avvocato. Vi sono spesso anche problemi economici per cui l’avvio di una denuncia con relative spese legali è difficilmente sostenibile dalle vittime, donne quasi sempre non indipendenti sul piano economico. In questo caso la legge viene in soccorso alla vittima, per cui al giudice è demandata la facoltà attraverso cui decidere l’assegnazione del gratuito patrocinio, a tutela della stessa. La dott.ssa Fanunza, punta il dito su i comportamenti che minano o demoliscono il nostro senso di autostima, fino ad impedirne lo sviluppo cosciente già in età adolescenziale e pre adolescenziale. I "cretino", gli "imbecille", il continuo stigmatizzare in famiglia, come a scuola, comportamenti e azioni non ritenute rispondenti all’uso e alla prassi, al contesto culturale in cui si espletano, costituiscono il tessuto su cui si impianta la sottostima e l’insicurezza degli individui, della donna in questo caso. Ma se la stampa racconta che l’ultimo femminicidio, compiuto a San Teodoro, è dovuto a delle “briciole del pane non raccolte”, non riusciamo a focalizzare la verità sulle cause, ci dice la dott. ssa Toxiri; fatto per cui quelle vittime che ancora subiscono non riusciranno ad associare ai fatti di cui sono vittima le giuste cause e non riconoscendole, non saranno neppure capaci di chiedere aiuto alle istituzioni, ai centri di volontariato, alla polizia. Fatti che, non riconoscibili o altrimenti definiti “normali” in un tessuto sociale definito da una prevalente cultura machista, non vengono denunciati o raccontati ai parenti o agli amici, vero ed ulteriore ostacolo al superamento della barriera grazie alla quale riesce a vivere la regola del silenzio, dell’indifferenza. Nel citare Gramsci, con il suo “odio” verso gli indifferenti, la dott.ssa Toxiri attribuisce a tale comportamento ampiamente diffuso, grandissima responsabilità nei casi di violenza di genere. Le donne in Italia e in Sardegna contano ancora troppo poco, sottolinea Maria Grazia Caligaris e se anche vengono emesse delle leggi a loro tutela, per le violenze subite, come la legge regionale n. 8 del 7 agosto 2007, che istituì i "centri antiviolenza e case di accoglienza per le donne vittime di violenza", ben poco possono fare quando è minata o resa impossibile la loro operatività a causa del taglio dei finanziamenti per il loro funzionamento. La famiglia ha un ruolo centrale nel dare una educazione ai propri figli, attraverso parole e fatti, diversamente delle istituzioni scolastiche, che possono agire sì, ma sempre con grande difficoltà nel cercare di garantire valore nell’essere diverso. In ultimo la dott.ssa Caligaris, punta il dito sul ruolo determinante dei modelli e degli stereotipi di cui le donne sono vittima, costruiti dalla pubblicità onnipresente nella nostra società commerciale. L’ultimo intervento, quello della dott.ssa Carbognin, ha avuto una funzione di sintesi dei punti esposti dagli altri relatori, ma non solo. Il valore della vita, la valorizzazione delle persone deve essere centrale, sottolinea, in una società in cui la condivisione e lo scambio è visto esclusivamente nell’ottica merce/denaro e non di una valorizzazione relazionale, su cui invece si articola qualsiasi contesto sociale e che non intende estinguersi, aggiungiamo noi. La sociologa, conclude con l’importante richiamo all’impianto della legge voluta e preparata dall’On. Anna Maria Busia, in merito all’esclusione del godimento dei beni della vittima da parte del carnefice, che fino ad oggi sottrae o esclude e amministra gli stessi di cui anche i figli sono beneficiari. L'importanza di questo convegno, grazie alla grande capacità di sintesi e comprensibilità dei relatori, è costituita dalla platea di persone comuni, che differentemente dagli addetti ai lavori, hanno potuto accrescere i pochi "strumenti" intellettuali, per riconoscere il paradigma vittima-carnefice in ambito domestico, che il più delle volte si consuma fino alla tragedia, nel silenzio e nell’indifferenza. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilDomenica, 30 Luglio 2017 09:52

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