Vogliamo parlare dell' 8 marzo? Di Rosaria Floris

In evidenza Vogliamo parlare dell' 8 marzo?  Di Rosaria Floris
Si sentiva stanca, era quasi buio e l'autobus tardava ad arrivare. Aveva un po' di paura, era l'ora del crepuscolo, l'ora dei lupi, quando le donne non dovrebbero andare in giro da sole, così avrebbe detto la nonna ai suoi tempi. Accanto a lei, un poco più distanti, alcuni marinai, un uomo con palloncini e bandierine e ancora più in la, accovacciato per terra, Sahil un extracomunitario con tutta la sua piccola bottega racchiusa in un enorme borsone di tela blu. Sentiva freddo, il vento le sollevava la gonna provocandole leggeri brividi, mentre le foglie cadute turbinavano in piccoli mulinelli andandosi a posare sulle enormi scarpe di Sahil. L'autobus tardava e il cielo stava assumendo un aspetto minaccioso, non prometteva niente di buono. L'unico lampione che avrebbe dovuto illuminare quel tratto di strada, era spento. Si era trattenuta più del solito la sera, al Centro di Solidarietà. Nelle orecchie sentiva ancora il chiacchiericcio misto a pianto, dell'ultimo "ascolto" della mattina. Una mamma con la figlia di nazionalità Rumena, ospiti in un campo alla periferia della città, avevano bisogno urgente di aiuto. Una suora dell'ordine di Maria Teresa le aveva accompagnate al Centro. Le condizioni della madre sembravano gravi. Bisognava correre al più vicino ospedale. Entrarono quasi subito al Pronto Soccorso, per fortuna trovarono un medico che le accolse con grande umanità. Nina gli raccontò i motivi per i quali aveva deciso di portarla in ospedale. Da diversi giorni la poveretta, accusava forti dolori addominali e aveva febbre, la figliola non sapeva dove portarla, in quanto prive del permesso di soggiorno, avevano paura di rivolgersi alle autorità competenti. Fu una suora ad accorgersi dello stato della donna in una di quelle visite quotidiane al campo di accoglienza, posto alla periferia della città. Portava loro viveri, medicinali e indumenti. Faticò un poco prima di convincerla a lasciare quella povera e insana baracca. La convinse la figlia e insieme si recarono al Centro di solidarietà, sperando di trovare il medico volontario di turno. Purtroppo la mattina era assente, ma trovarono Nina che, senza indugiare, la portò al più vicino pronto soccorso . Erano le quattordici quando lasciò l'ospedale, stanca e affamata. Non c'era nessun pericolo di vita, tutto era sotto controllo. Suo marito a casa l'aspettava, preoccupato, vista l'ora. Ma ecco che arriva l'autobus. Trova subito posto a sedere, socchiude gli occhi e cerca di riposare. Cullata da sordi rumori, ripensa ai fatti accaduti in quella giornata. La mattina era stata più lunga del solito per via di quel caso urgente, ma tante altre situazioni di disagio la preoccupavano. Tanti casi da portare in discussione, tante persone, tante famiglie attendevano risposte a tanti accorati richiami. Nina prestava opera di volontariato presso un Centro di solidarietà due volte alla settimana. Il pomeriggio generalmente non andava, ma questa volta era proprio necessaria la sua presenza. Il Centro era distante e la strada da percorrere era tanta. Bisognava prendere l'autobus e ogni volta era come fare un piccolo viaggio. Tante e tante piccole cose accadevano in quel breve percorso. Nina riusciva quasi sempre a recepire quei silenzi, guardando gli occhi dei passeggeri. Molti erano messaggi di disperazione quelli che leggeva, altri invece di curiosità e di voglia di vivere. Molti i giovani determinati a cambiare il mondo. In primavera, scendeva dal bus alla fermata dei Giardini Pubblici e percorreva a piedi l'erta salita, colorata e profumata dal profumo dei fiori d'Acacia. Amava quel vecchio caro quartiere di Castello con le bianche imponenti torri, ne osservava i pendii, i ciuffi di muschi e i bianchi fiori del cappero. La strada lastricata da lucenti graniti, abbelliva quel camminare in solitudine. A volte le sembrava di udire anche il suono di una storica antica campana del periodo Pisano: "Su sonu de sa campana mala" rintocchi tristi e lenti che annunciavano avvenute esecuzioni di morte. Non era più tanto giovane Nina e percorrere quel tratto di strada a piedi, la faceva ansimare costringendola a piccole soste ricordando dei versi da lei scritti: "Porta di Castello aperta sulle rosee lagune e sul mare increspato, sfumato di viola, dame e cavalieri con abiti di velluto e pizzi, mi invitano ad entrare. I tetti rossi delle case, i lampioni accesi e il vento che bacia il mio viso, in silenzio ascolto…. il mistero della notte, il mistero di Castello". La notte prima, aveva messo la sveglia un’ora in avanti, le sei, anziché le sette. Ma la mattina fece fatica ad alzarsi, non ne aveva proprio voglia. Avrebbe voluto ancora godersi il tepore del letto e finire quel sogno bruscamente interrotto. Entrando in cucina, la trovò allagata, la lavastoviglie perdeva di brutto; armata di coraggio e buona volontà, prese gli attrezzi: straccio, secchio, paletta e scopa e dopo un'ora di vera lotta, si proclamò vincitrice. Mise poi sui fornelli il caffè, controllò il frigo se mancava qualcosa per il pranzo e finalmente andò in bagno per una veloce doccia. Apparecchiò anche il tavolo. Tutto sembrava a posto. Prese la borsa e dopo aver salutato suo marito con mille e mille raccomandazioni, uscì di casa. Mentre stava ad aspettare l'autobus, la fermata stava sotto casa , si accorse che non si era cambiata le scarpe, ai piedi portava ancora le vecchie pantofole. Tornò indietro, aprì la porta cercando di non far rumore, ma subito un urlo: “ spegni la luce, chiudi la porta, sono le sette, possibile che ti dimentichi sempre tutto?” Finalmente con le scarpe ai piedi, il telefonino e la cartella ritornò alla fermata . Arrivata al Centro, Giovanna, sua compagna nel volontariato, le ricordò che oggi era l'otto marzo la festa delle donne e che la sera dovevavo obbligatoriamente "festeggiare". Nina l'aveva dimenticato, eppure ci stava pensando da una settimana a quel giorno. Si sarebbe fatta i capelli, avrebbe indossato un abitino nuovo e sarebbe andata in pizzeria con le amiche. Adesso era proprio tardi, si ricordò di avere ancora il cellulare spento, suo marito senz'altro la stava chiamando, vista l'ora tarda. Alla fermata, proprio quasi vicino alla lunga scalinata del Bastione di San Remy, l'autobus fece una fermata non prevista. Nina sonnecchiava e non si accorse di niente. Una mano le toccò una spalla, due grandi occhi grigi pieni di gratitudine la guardavano, si voltò di scatto e riconobbe quella ragazza rumena che la mattina aveva accompagnato in ospedale assieme alla madre. Stava rientrando al campo, sua madre stava meglio. Le prese la mano e fece il cenno di baciarla, Nina, si alzò e la strinse a se. Un giovane disperato stava per buttarsi giù dal Bastione. Ecco il perchè della fermata. Tutto finì per il meglio grazie a Dio, ma ci volle l'aiuto di tante persone per dissuadere quel giovane dal compiere tale gesto. Finalmente rientrava a casa, la serata volgeva al termine, era sfinita. Ancora un piccolo pensiero all'otto marzo, alla ricorrenza non festeggiata. Una piccola riflessione era d'obbligo mentre infilava la chiave nella toppa: "noi donne non abbiamo bisogno di un solo giorno all'anno per essere ricordate e festeggiate, ogni giorno della nostra vita dovrebbe essere ricordato, comunque è bello che ci abbiano dedicato un giorno e che questo venga festeggiato o meglio, onorato, ricordando quante e quante donne hanno dato la vita, e quante ancora nel mondo per la stessa libertà, parità e dignità negata muoiono. Nina, oggi una donna nel volontariato, ieri donna nella lotta per la conquista dei diritti, per la parità e le pari dignità. Donna del '68 che ha urlato per le piazze d'Italia, che ha pianto, sofferto, amato. Donna del terzo millennio, che ancora da' qualche briciola di vita per contribuire alla salvezza del mondo. Questa volta con un credo più profondo e più intenso.. Alle amiche, avrebbe fatto loro una telefonata per scusarsi magari, domani. Rosaria Floris
Ultima modifica ilMercoledì, 08 Marzo 2017 16:12

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