Gabriele il gatto e i topolini. Di Rosaria Floris

In evidenza Gabriele il gatto e i topolini. Di Rosaria Floris
Chissà quanti, lungo la via Roma avevano notato un uomo appoggiato ad una colonna del porticato di fronte alla Rinascente con un gatto e dei topolini bianchi, sdraiati su uno sgabello passando senza porsi domande, senza fermarsi, solo uno sguardo distratto, un frettoloso commento e qualche centesimo fatto scivolare sulla ciottola. Anche quella mattina come tante altre mattine, andavo a passeggiare per le strade della mia amata Cagliari. Camminavo lentamente assorta dai pensieri, ogni tanto uno sguardo alle vetrine dei tanti negozi della via Roma, senza dar loro molta attenzione. I pensieri erano altrove quel giorno, volavano lontano su ali di vento portandomi ricordi di un tempo passato quando su quella via non camminavo da sola, quando la sua mano teneva stretta la mia. Parlavamo sommessamente, di questo e di quello, piccoli rimproveri, gelosie che finivano poi in allegre sonore risate seduti al tavolino di uno dei tanti bar della via a gustarci un buon caffè. Sono sola, mi ripetevo, ora sono sola. Nella carta di identità c’era scritto “Libera”, non vedova e da donna libera andavo per strade, per sentieri di pietre e di speranze di vita. Era Estate, quella mattina il sole non scaldava, grasse nuvole lo avvolgevano impedendogli di far uscire i suoi brucianti raggi. L’odore del mare copriva l’aria, al porto era giunta una enorme nave da crociera con assetati croceristi vogliosi di assaltare come pirati i negozi di souvenir. I profumi di cucina fuoruscivano prepotenti dai piccoli ristoranti dello storico quartiere Marina. Era quasi ora di pranzo e quel profumo di carne, di pesce arrosto e di sugo di pomodoro e basilico, meglio detto “sa bagna”, invitava i passanti e naturalmente i tanti turisti. Arrivai finalmente, tra un pensiero e un profumo, alla Rinascente e proprio lì vidi Gabriele e la sua “strana famiglia”. La curiosità era tanta e con garbo gli chiesi se potevo porgli qualche domanda in merito a quella così strana famigliola. La storia di Gabriele, una storia come tante che fa parte della nostra città. Storia di solitudine, di disagio, di povertà e di abbandono morale e sociale. Quella di Gabriele però aveva un qualcosa in più “tutto iniziò quasi dieci anni fa mentre mi recavo a fare commissioni, incontrai un giovane che mi volle vendere un topolino. Lo teneva per la coda, penzolava in aria e quasi mi faceva pena. Voleva vendere un topo a me che a casa vivevo con i gatti, venderlo proprio a me, andavo dicendomi. Gli risposi di no e proseguii per la mia strada. Ma nel ripassare, finite le commissioni, lo ritrovai ancora con il topolino tra le mani e preso a compassione, lo comprai. Cosa farne di quell’esserino, il gatto lo avrebbe mangiato? Oppure avrebbe solo giocato, ma poi lo avrebbe ucciso. Ci pensai tutta una notte e mi venne un idea. Misi il topolino in una gabbietta e il gatto vicino. Pian pianino il gatto prima con una zampata, poi annusando, sembrava accettarlo. Aprii la gabbietta e il topolino andò a rifugiarsi proprio tra le sue zampe. Sembrava che avesse freddo e all’improvviso scomparve tra quel folto pelo. E così divennero amici e come si dice da noi in sardo “ s’abbisongiu portara sa beccia a curri”, e una volta addomesticati, mi trovai un posticino in questa via Roma e da allora sono qui, ogni giorno. Oggi i turisti stanno a guardare meravigliati e qualche soldino arriva, e così la giornata è fatta, dico io. Ora sono qui e, come vede, i miei gatti stanno bene. La mamma si chiama Luigia e quest’altra gatta è sua figlia e questi micetti sono nati da poco, vivono e dormono con i topolini ai quali non ho dato nome.” Un modo di vivere la vita, darle un senso perché possa essere serenamente vissuta. Poco importa se poi questa famiglia sia composta di gatti e topolini, l’importante è riuscire a viverla amandola. Rosaria Floris
Ultima modifica ilDomenica, 26 Giugno 2016 09:51

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