Il 41 bis, la Costituzione e le opportunità politiche. Di Maurizio Ciotola

La Corte Costituzionale si è sempre espressa non ravvedendo l’intera illegittimità costituzionale del 41 bis dell’ordinamento penitenziario, il cosiddetto carcere duro, applicabile su decreto del Ministro della Giustizia, voluto da una estesa area politica, ma su cui l’illegittimità costituzionale ha trovato concordi più di un costituzionalista. Nel 1992 Francesco Cossiga, che nel 1975 sottrasse al Ministero l’esecutività di tale applicazione, all’ora ancora art. 90 della legge sull’O.P. del 1975, ponendola nelle mani di un militare, il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, dopo quasi vent’anni e da presidente della Repubblica, appose una nota con cui paventava l’incostituzionalità del decreto legge con cui si avviava l’applicazione del carcere duro nei confronti dei detenuti per reati di mafia. Dopo venticinque anni da quelle stragi, che vedono parti deviate dello Stato italiano ancora in giudizio e altre coinvolte in quelle che, di fatto, costituirono la tragedia della nostra Repubblica, il 41 bis persiste senza aver contribuito ad indurre i detenuti a ravvedersi per collaborare con la giustizia, tanto meno a ridurre o annullare il fenomeno mafioso. Perché, come riusciamo a constatare dopo vent’anni di 41 bis del delinquente Totò Riina, recentemente defunto e mai pentito, c’è chi per lui o con lui ha saputo gestire il suo immenso patrimonio, ancora in gran parte sconosciuto e l’organizzazione mafiosa, in barba allo Stato. In effetti possiamo ritenere l’art. 27 della Cost. soppresso de facto, poiché nella quasi totalità dei casi esso non è applicato, a prescindere dal 41 bis, che di suo invece, ratifica la sospensione degli istituti di garanzia costituzionale per atto politico. Il Parlamento, con un benestare trasversale, ha però legiferato e legifera in merito alla costruzione di nuovi e più grandi istituti penitenziari, in certi casi ancora meno rispondenti agli elementari diritti umani e universali, guardandosi bene dal realizzare una struttura capace di dare seguito al 27 Cost., ma con apposite aree per garantire l’applicazione del 41 bis. Le opportunità politiche hanno surclassato le idee e gli obiettivi figli degli ideali di libertà e giustizia, con i quali si è cercato di realizzare sistemi sociali, in cui pace, legalità e giustizia sociale costituiscono elementi fondanti. Alcune opinioni popolari e populiste, che determinano anche il voto, la guida dei governi e delle istituzioni, aborrono in gran parte la via della ricostruzione sociale attraverso il recupero e l’inclusione, aderendo in una accezione parafascista, all’esclusione, per chiudere un occhio sugli atteggiamenti di violenza di Stato esercitata sui “rei” per renderli “confessi”, sospendendo anche l’art. 13 Cost. Una impostazione incomprensibile sul piano laico, quanto religioso, in cui l’equità sembra esser figlia dell’umore cui il potere è soggetto per via delle pressioni sociali e mediatiche, che in un villaggio globale alterano qualsiasi percezione. Maurizio Ciotola

Il Pd e lo storytelling di Eugenio Scalfari. Di Maurizio Ciotola

Il più abile costruttore di Storytelling nell’Italia di quest’ultimo trentennio è sicuramente Eugenio Scalfari. Grandi storie il cui problema però sta sempre nell’epilogo finale della loro “narrazione”. Dal grande avvio, le “narrazioni” di Scalfari, si contorcono su se stesse e nel protrarsi di un “narrare” dispersivo, non giungono mai alla fine, almeno per mano dello stesso autore, che lascia più o meno deliberatamente agli altri la “decapitazione” finale del protagonista. Forse anche per l’ex sindaco di Firenze ed ex Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, finirà così, una bella storia che, aggrovigliatasi su se stessa per la insufficiente chiarezza del vero obiettivo finale, terminerà senza onori e glorie. Per altro, Scalfari è riuscito a ridare vita al suo nemico di sempre, Silvio Berlusconi, dato per finito in un’altra sua “narrazione” non conclusa, più o meno deliberatamente. Il fondatore de “La Repubblica”, forse unitamente al suo editore, ha da sempre voluto esser un protagonista della vita politica del Paese, un significativo co-produttore. Più Scalfari procederà nell’indirizzare “questa” storia già finita, più per Matteo Renzi, ancora giovane, sarà difficile riprendere un profilo politico di statura nazionale e soprattutto affidabile. Ognuno di noi, in modo più o meno evidente ha un cosiddetto “chiodo fisso”, cui alle volte neppure crediamo, ma esso in quanto ossessione, fa parte del nostro essere. Pensiamo che, attraverso lo storytelling del Partito democratico, cui in tanti si sono innamorati, seppur non più in giovane età, lo stesso Scalfari contribuisca, in quanto “narratore” di spicco e di riferimento a rendere gli attuali capitoli aggiuntivi, privi di appeal. Il Pd di oggi non sembra esser il partito dei moderati democristiani e neppure della storica area di sinistra della Dc, tanto meno un’area progressista, ma più che altro un’area liberista allo sbaraglio, come si suol dire, con poche idee e confuse. Neppure la legge elettorale, la cui forzatura è stata comunque inaccettabile, potrà garantire un futuro allo stesso partito, che ha azzerato la dialettica democratica per farla approvare. Il suo varo è stato un po‘ come rivolgere la “pistola” verso la propria tempia, dopo averla inizialmente puntata su soggetti distinti con l’intento di eliminarli. Le avvincenti storie del dott. Scalfari, in taluni casi molto belle e sicuramente sofisticate, risultano per gli stessi protagonisti che crea e di cui narra, poco comprensibili, generando così un groviglio nella storia, che tra errori di interpretazione e di attuazione, si conclude sempre in farsa, troppo spesso però con un’accezione drammatica per il Paese e per i suoi personaggi. Come si dice in Oriente, dobbiamo lasciar scorrere ciò da cui siamo attraversati, senza trattenere e lasciar che venga attratto solo ciò che è saliente, perché altrimenti con le dighe innaturali è possibile generare continui straripamenti devastanti, dai quali in pochi potranno salvarsi. Maurizio Ciotola

Craxi, Renzi, capacità e fondamenti politici agli antipodi. Di Maurizio Ciotola

C’è una litania, che riecheggia nei luoghi della politica, tra la gente, sui giornali e che purtroppo sta diventando un credo, una verità costruita sulle affermazioni di alcuni, di cui denotiamo, oltre alla ignoranza storica e politica, un irrazionale accanimento, dopo venticinque anni, verso l’ex segretario socialista Bettino Craxi. L'accostamento improprio con l’attuale segretario del Pd, Matteo Renzi, ha lo scopo di riversare ulteriore fango su Bettino Craxi, le cui ragioni politiche, oggi dopo la dirompente campagna mediatico-giudiziaria scatenatasi nel 1992, hanno riconquistato terreno e solidità, senza vestire i panni della partigianeria politica, ma quelle proprie dello statista. E' improprio ed innaturale, accostare un ex sindaco, divenuto in modo rocambolesco presidente del consiglio dei ministri, ad un uomo che è cresciuto nel Partito socialista, all’ombra di Pietro Nenni, dopo aver ricoperto e militato nel Psi e nell’Internazioanle socialista negli anni in cui il globo, spartito dalle forze dei due blocchi politici, viveva a “pezzi” la terza guerra mondiale sul Pianeta. Bettino Craxi a differenza di Matteo Renzi, ha potuto compiere una militanza ed una crescita completa nel partito dei lavoratori, partendo dalle sezioni di periferia milanesi quali Sesto San Giovanni, ovvero la Stalingrado italiana. Un uomo che riuscì gradualmente a giungere in Parlamento, divenire segretario del partito nel 1976 e dopo quasi dieci anni, presidente del Consiglio dei ministri, con una maggioranza garantita dai cinque partiti, Psi, Dc, Pli, Pri e Psdi, in cui erano presenti altrettanti statisti, non può permetterci di accettare questo paragone improprio con l’attuale segretario del Pd, che dopo la tesi di laurea è finito nel Consiglio comunale di Firenze. Matteo Renzi per potersi sedere a palazzo Chigi è passato da Firenze al vaglio della Casa Bianca a Washington, attenendosi alle istruzioni che, da almeno venticinque anni e senza troppo pudore, gli Usa danno direttamente ai nostri presidenti del Consiglio. Renzi non governa un partito, ma bensì occupa la sua prima fila per aver guadagnato una immagine mediatica, spendibile, carismatica, che è agli antipodi con quella capacità politica propria di una classe dirigente cui i Nenni, i Pertini quanto i Togliatti, i Berlinguer quanto i Craxi, i Moro quanto gli Andreotti e i Cossiga, gli Ingrao, i Cossutta, i Romiti, i De Mita, i La Malfa, i Saragat, e ancora, gli Spadolini o i Martinazzoli, si sono formati e hanno permesso la ricostruzione di un Paese in miseria, distrutto dalla guerra e da vent’anni di brutalità fasciste, avallate da una casa regnante più che complice. Craxi come tanti uomini, tutti i leader, compiva delle scelte in autonomia, ma necessariamente condivise con il partito, per come esso era giustamente organizzato per statuto, in linea con quell’idea di partito richiamata in Costituzione, differente da quella degli attuali contenitori presenti sullo scenario politico. Partiti che non consentivano per statuto e personalità da cui erano incarnati, eccessi di controllo degli stessi, come avviene invece oggi nel Pd e da venticinque anni in Forza Italia. In quegli stessi partiti si animavano le correnti e le diversità, la cui confluenza verso un momento di condivisione, apportava necessariamente varianti, anche significative all’idea primaria. Anche nel Partito comunista, in cui il centralismo democratico impediva questo dinamismo delle diversità, era naturale confrontarsi su punti di differente visione, che però non trovavano mai, almeno pubblicamente, esternazione fuori dal partito. Chi ha seppellito Craxi non sono gli avversari, ma i suoi più vicini compagni e amici, a partire da Giuliano Amato passando da Claudio Martelli, per giungere alla nutrita schiera dei dirigenti di periferia, che dal Partito socialista hanno preso tanto senza mai restituire niente, in capacità o idee, tanto meno in denaro. Ma Bettino Craxi ha visto tra i suoi ex amici colui che ha costituito il capofila dei boia, Silvio Berlusconi e che con gli altri famelici becchini ha poi ha spartito la torta. La demolizione di Craxi, come quella di quella parte della classe dirigente del Paese che contava, in termini di idee e progettualità, trovò certo il consenso in una parte di esclusi ed incapaci politici, che gravitavano intorno alle istituzioni, ma essa ha origine nella divergenza e la non condivisione di un piano internazionale, industriale e politico, in cui l’Italia avrebbe e di fatti ha dovuto, cedere terreno, quote di proprietà e di mercato di grande consistenza a partners europei e statunitensi. Bettino Craxi, di cui come è dimostrato ed asserito dallo stesso giudice Gerardo D’Ambrosio: "...non vi sono prove e indizi su un arricchimento illecito di Bettino Craxi e della sua famiglia", ha governato un partito politico muovendosi in un crescendo di finanziamenti illeciti di cui tutti i partiti si giovavano e con cui il Partito socialista doveva confrontarsi, il Pci e la Dc in primis. Pensate che nel 1993, la legge emessa sul finanziamento dei partiti da soggetti non pubblici, poneva un divieto in tal senso, ma rendeva lecito il finanziamento al candidato singolo; ovvero un passaggio con cui viene azzerato il concetto di partito, come luogo di formazione e costruzione di idee e progetti, in cui i più capaci riuscivano ad emergere, indipendentemente dalla loro disponibilità finanziaria. Renzi è un uomo che, attraverso una opportuna costruzione mediatica e le sue banali affermazioni in merito al cambio generazionale, mai seguite da un progetto e da una idea per il Paese, ha costituito la testa d’ariete per rimuovere gli ultimi baluardi socialdemocratici, cui le nostre leggi e l’organizzazione dello Stato si rifaceva. Il ruolo di Craxi nel Medio Oriente, con gli altri leader dei partiti di governo e non solo, è stato determinante per raggiungere punti di equilibrio da cui partire, per aprire ad un periodo di pace e prosperità, in Palestina, Israele, Libano e nel Nord Africa in Libia, Tunisia, Egitto. La sua rimozione e quella di un altra schiera di leader di rilievo, partendo da Moro per terminare con Andreotti, ha spianato la strada ai falchi guerrafondai, che si annidano in MO, quanto negli Usa e nella stessa Europa, facendo fallire quel processo di pace di cui si erano gettate le basi. Il decisionismo attribuito a Bettino craxi è stato sempre frutto di momenti di condivisione con la segreteria del partito, con i principali interlocutori di governo e il Parlamento, non un mero esercizio di potere totalitario. La grande riforma di Craxi non ha mai previsto un annichilimento del Parlamento e la consegna del potere ad un unico interlocutore, sostenuto da un Parlamento privo del Senato della repubblica eletto con un sistema maggioritario. Prevedeva certo, la nascita di una repubblica Presidenziale, in cui gli equilibri tra i poteri dello stato non subivano comunque scossoni da pregiudicare la democrazia e certamente non venivano accentrati in modo univoco sul Presidente. Bisognerebbe rileggerla quella proposta, prima di associare identità ed azioni a quelle compiute in questi anni dallo scolaretto in scienze politiche. Craxi si muoveva con un partito che, nei momenti di massima gloria, ha toccato percentuali pari al 15% dei consensi, in mezzo a due colossi, la Dc e il Pci, che si giovavano del doppio dei consensi del Psi. Eppure in una dialettica non semplice, viva e animata, il Psi, che entrerà nella maggioranza di Governo negli anni sessanta, per periodi non continui e non sempre sereni si alternerà al governo del Paese, giunse nel 1979 a far eleggere Sandro Pertini, socialista ma non Nenniano, alla Presidenza della Repubblica e nel 1983 a guidare la Presidenza del Consiglio con Bettino Craxi. Ancora non troviamo paralleli con Matteo Renzi, che dal seggiolone si è trovato seduto nella poltrona di Palazzo Chigi, senza avere la minima conoscenza delle problematiche del Paese e del contesto internazionale, di cui forse ha letto e studiato sui banchi universitari. Non Craxi, ma il Psi, non tutto ovviamente, aveva ecceduto nella gestione dei finanziamenti illeciti, rendendo la questione morale una sorta di fatto "spirituale" tra non credenti. Di questo Craxi era consapevole, come tutti coloro che all’interno del partito occupavano ruoli dirigenziali, certamente la sua segreteria sbagliò a non rimuovere e frenare quella pratica, che di li a poco fu sventolata all’intero Paese come il male centrale della politica italiana. La questione morale enunciata da Berlinguer aveva una sua ragione nella politica italiana di quel periodo e nel suo stesso partito, il Pci, cui in parte le parole erano rivolte. Oggi la questione morale è divenuta la questio principale e dirimente, tra chi la pratica e chi non, tra i movimenti e i partiti presenti nello scenario politico del Paese. Certo è che il Pd non è esente dalle malversazioni in tal senso e che Matteo Renzi, non può essere ritenuto il responsabile di queste malversazioni, se non un suo frutto. Il Pd è un agglomerato di personalità, che hanno soffocato idee e capacità, perché vittime incapaci della pressione delle lobby, ma ancor di più in quanto vittime del mostro da loro sostenuto e in parte creato, grazie al quale alcuni di loro riuscirono a cavalcare l’onda del 1992 per proiettarsi nella cosiddetta seconda repubblica. L’idea del mondo cui Bettino Craxi si rifaceva e con cui insieme ad altri compagni del socialismo democratico internazionale è stato costruttore, sta riconquistando terreno, certo non potrà essere attuata con le modalità storiche e materiali cui lo stesso segretario del Psi, non differentemente dagli altri stava procedendo, com’è altrettanto certo che non sarà Matteo Renzi ad ereditarne il suo lascito politico. Maurizio Ciotola

Gli Usa, la Fiat, i milioni di morti per inquinamento e la cecità politica. Di Maurizio Ciotola

6,5 milioni di morti l’anno per l’inquinamento atmosferico, smog, particolato. Questo è quanto risulta dai dati resi noti dallo studio della "Commission on Pollution and Healt", impegnati in un progetto mondiale che ha coinvolto oltre 40 autori di vari paesi del mondo. "L’inquinamento è molto di più che un problema ambientale, è una minaccia profonda e pervasiva che affligge molti aspetti della salute umana e del benessere. Merita attenzione da parte dei leader di tutto il mondo, della società civile, dei professionisti della salute, delle persone" - dichiara il co-direttore della Commissione, Philp Landrigan, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai. Noi in Italia però, abbiamo insignito di una ulteriore laurea ad honoris, l’a.d. della Fiat o Fca, Sergio Marchionne, che nella sua lectio magistralis, senza spiegare il perché, ha asserito che Fca non riteneva vincente od opportuno impegnarsi nella ricerca e sviluppo di auto elettriche o ibride, quanto di quelle automatizzate senza autista. In Italia le morti ogni anno per l’inquinamento atmosferico sono 416 mila, inoltre come possiamo osservare in questi giorni, nel nord del Paese in seguito agli eccessivi livelli di inquinamento, al superamento dei livelli dei pm10, vi è un allerta cui i sindaci delle città più coinvolte, Milano, Torino, limitano la circolazione delle stesse auto a combustione tradizionale: benzina e diesel. Il cambiamento di passo nell’utilizzo dei combustibili fossili per l’autotrazione, è un momento irrinunciabile in cui si stanno contrapponendo almeno due fronti economici e politici, istituzionali, che sulla commercializzazione del petrolio hanno costruito il loro dominio e il loro impero. La grande sfida parte dall’Oriente, Giappone, Cina e da una porzione dell’Ue, Germania e Francia, con punte di eccellenza anche negli Stati Uniti, che invece nella loro scelta di politica globale, costituiscono di fatto il paese capofila di quell’impero contrapposto al cambiamento. La mutazione, che comunque avverrà nel sistema di autotrazione, se non accompagnata, creerà unitamente a quello dell’automazione robotica, uno sconvolgimento sociale ed economico in cui è in gioco la primazia globale, che gli Usa irrimediabilmente perderanno. L’inasprirsi dei conflitti internazionali, l’esacerbarsi dei rapporti di forza cui la ridondanza mediatica, non sempre precisa e imparziale, potrà forse riuscire a determinare o avallare l’uso della violenza di stato contro altri stati, al fine di continuare a detenere quella primazia. Nei fatti, oggi essa è garantita solo dalle minacce di intervento militare e dalla supremazia indiscussa della forza bellica, con cui gli Usa sono in grado di tenere in scacco il Pianeta, il cui scatenarsi potrebbe condurci verso un abisso senza controllo. I ricavi del petrolio, cui solo le briciole vanno ai paesi mediorentali, africani o sudamericani, ove si effettua parte della sua estrazione, sono una porzione minore dell’incentivo al suo utilizzo. Il petrolio è legato a doppio mandato alla valuta del dollaro Usa, ovvero la riduzione della sua commercializzazione inciderebbe in modo determinante sul valore del dollaro, incrinando la solidità economica e politica degli stessi Usa. Fca auto ha trovato l’accordo con la Chrisler, in virtù della adozione di un piano industriale attraverso cui reiterare l’utilizzo di sistemi di trazione con motori a scoppio e così garantire l’utilizzo dei raffinati del petrolio, garantendo tutta la filiera di raffinazione e distribuzione. Fca è una spina nel fianco dell’Ue, un peso per cui la mutazione in corso subirà in parte un rallentamento, dalle conseguenze drammatiche per la nostra economia, ma minimale per quella degli altri paesi dell’Ue. E solo per questo, l’Università di Trento dovrebbe ritirare l’onorificenza. Il deficit Usa si sorregge sulla diffusione planetaria del dollaro, adottato come moneta universale di scambio e impiegato in tutte le transazioni commerciali per l’acquisto e la vendita dell’olio combustibile, oltre che per attribuirne il valore al barile. C’è di più, gli Usa sono riusciti ad incrementare le estrazioni sul loro territorio fino a divenire paese esportatore di petrolio, nonostante il loro primato nei consumi. In Italia, oltre al grande effetto sistemico ed industriale, determinato da Fca, vi è una contrapposizione tra due società, che nei fatti sono ancora affini al sistema politico italiano, l’Eni e l’Enel. L’Enel, da anni ha messo in campo la volontà di realizzare un sistema di fornitura energetica per la ricarica delle auto elettriche sul territorio, con un esito risibile a causa degli impedimenti e gli ostacoli frapposti dai tanti e diversi enti locali, ancora politicamente ed economicamente legati all’obsoleto sistema industriale, cui l’Eni è capofila. Sappiamo però che questo ritardo oltre a determinare le problematiche relative all’inquinamento e l’incremento di morti e malati, non potrà essere eterno, ma, ahìnoi, sufficiente lento per renderci vittime economiche e sociali di un sistema a cui non riusciremo ad agganciarci e partecipare a causa della incapacità prospettica e progettuale di una classe politica ed industriale egoista , ancorché suicida. Maurizio Ciotola

Silenzi e abusi sessuali, le vittime senza voce. Di Maurizio Ciotola

Affermare che così fan tutti o così fan tutte è parte di un assolutismo del pensiero o di una verità ritagliata e minima, che non possiamo condividere. Certo è che l’abuso del potere da parte di chi lo detiene, anche solo temporaneamente, è un esercizio cui pochi si sottraggono e non solo in cambio di prestazioni sessuali. E'un do ut des culturale, che per alcuni si espleta dove e come si può, nell’ambito del loro esercizio professionale, quanto in quello generico di una vita vissuta senza averne apprezzato l’essenza e la natura. Pensate alla “violenza” di genere, che il Consiglio regionale sardo, non meno di altri enti locali in giro per l’Italia e dello stesso Parlamento, esercita negando la preferenza di genere. Dovremmo parlare della violenza cui le donne sono soggette dalle frustate verbali, di tanti uomini e tante donne concorrenti, che descrivono in modo immaginifico e spregevole, le “modalità” e le pratiche sessuali, che avrebbero consentito loro l’ascesa professionale, politica, manageriale, artistica, in realtà conquistate con il sudore ed il lavoro. Perché se la violenza subita a causa di un abuso di chi detiene un potere è condannabile e punibile, non altrettanto possiamo fare per quella che è figlia dell’ininterrotto vociare nei corridoi e nelle stanze in cui, per sminuire o screditare tal donna piuttosto che un’altra, tali “modalità” vengono costruite ed attribuite gratuitamente. Non vi è controllo a questo vociare a questo sparlare, a quest’offesa, che ferisce ogni donna rendendola tal volta ancora più cinica o il più delle volte rinunciataria, di una corsa legittima, che la condurrebbe alla naturale ascesa per capacità e saggezza. Un’arma brutale, machista, che non solo i maschi utilizzano per screditare e distruggere, ma che a volte impugnano nella stupidità, che è loro propria, per un “dono” ricevuto dalla rivale più accanita, non competitiva e per questo agguerrita, violenta. Il silenzio ci fa paura, sempre e per ogni aspetto sociale e politico, il silenzio ha i suoi momenti, che ingenerano analisi e riflessioni da cui però devono scaturire le denunce, i confronti, le aperture. Il silenzio della chiesa, il silenzio della politica, quello dei sindacati, degli ordini professionali, della scuola e dei media, questo ci spaventa. Un silenzio fatto di connivenza, di balbettii, vocine e risate. Un silenzio che abbiamo il dovere di rompere e parlare partendo dalla subordinazione imposta da un sistema economico e sociale, che ha barattato il denaro con la consapevolezza delle proprie scelte. Ci si è riappropriati di quel “pecunia non olet”, traslandolo in una società dell’immagine dove pur di esser in prima pagina su fb, sui giornali, in tv, tutto è lecito, ovviamente senza dimenticare la pecunia. Maurizio Ciotola

Catalogna e franchismo spagnolo. Di Maurizio Ciotola

Giudicare la scelta indipendentista del popolo catalano, che cerca di andare oltre il regno spagnolo non è argomento cui noi oggi intendiamo addentrarci, un po’ per incompetenza e un po’ per il rispetto della scelta del popolo catalano. Certo è che una scelta vi è stata, inequivocabilmente, accompagnata e seguita dalla discesa in piazza, per le vie, per le calle de Barcelona, senza un approccio violento da parte dei manifestanti, i quali forti della propria ragione non hanno temuto la violenza opposta dal potere dominante di Madrid. Abbiamo assistito tutti, inermi e inerti, alla violenza con cui la Guardia Civil ha agito, per chiara volontà del regnante, del parlamento spagnolo e di un governo per niente incline al dialogo e capace di comprendere la realtà mutata del regno, che vuole ostinarsi a governare con l’impiego della violenza, da cui forse la giovane democrazia spagnola, non si è ancora affrancata. In una Europa in cui è tenuta ai margini la Turchia, per incompatibilità democratiche, la cui violenza contro il dissenso non pare dissimile da quella esercitata in questi giorni in Catalogna, il silenzio delle istituzioni proprie dell’UE e quelle dei Paesi membri, è stato devastante, umiliante, violento. Se la Catalogna diverrà una repubblica indipendente o resterà vincolata in quanto “unità” autonoma del regno di Spagna, questo lo dirà il tempo; certo è che non il referendum per l’indipendenza ha minato le già deboli basi dell’Ue, quanto l’ennesima assenza di posizione politica in merito ad un fatto, in cui la libertà è stata soppressa con violenza. L’ombra del franchismo nelle istituzioni, la presenza della casa regnante, che di Franco è stata complice e del franchismo è stata parte, unitamente ad una costituzione incapace di riconoscere le ragioni di un popolo, quello catalano, per cui vengono messi sotto accusa i suoi democratici rappresentanti, non costituiscono elementi condivisibili in un contesto democratico e liberale cui è ancorata l’idea dell’Ue e i suoi regolamenti. Non un processo fatto su basi costituzionali così compromesse come quelle spagnole, potrà esser soggetto Puigdemont e gli altri rappresentanti della Catalogna, quanto un confronto in un contesto europeo in cui gli stessi rappresentanti catalani e le istituzioni spagnole dovranno trovare un accordo democratico, capace di emendare la Spagna dal fascismo franchista di cui ancora avvertiamo l’eco. Maurizio Ciotola

Non accadrà nulla. Di Maurizio Ciotola

Non è accaduto niente quando, anche di fronte alle proteste, hanno modificato l’età pensionabile, portandola più o meno indiscriminatamente, per gli uomini e per le donne, alla soglia dei settant’anni di età. Non è accaduto niente quando, in un susseguirsi di governi a maggioranze differenti, si è smantellato un welfare, che si sorregge in parte e solo, per i lavoratori i cui contratti collettivi presentano un maggior potere di contrattazione, o per coloro che hanno un lavoro autonomo e la possibilità di dirottare una parte del reddito verso le assicurazioni e provvedere con onerose integrazioni. Non è accaduto nulla nel momento in cui le aliquote fiscali, in virtù della moltiplicazione degli enti a cui versare i tributi, Stato/Regione/Comune, la loro sommatoria ha sovrastato, quasi raddoppiato, il prelievo fiscale complessivo. Cosa è accaduto quando hanno cancellato dallo statuto dei lavoratori l’art. 18? Nulla, niente che potesse indurre il legislatore ad un ripensamento. Nulla è accaduto dopo che, le banche rese fallimentari da incompetenti e farabutti, sono state salvate con ingenti quantitativi di denaro, resi disponibili dallo Stato, grazie al prelievo predatorio attuato sui suoi contribuenti. Nulla accade dopo che vengono condannati responsabili della p.a. o delle istituzioni, nelle istituzioni, delle società partecipate dallo stato, di quelle che determinano disastri ambientali e morti sul lavoro. Niente avviene dopo che, con cadenza ininterrotta alcuni servizi giornalistici, sottopongono all’opinione pubblica i misfatti di una parte della classe dirigente, che è tesa a proteggersi e reiterare se stessa ad oltranza, indifferentemente da quanto viene denunciato, perché appunto, sanno che nulla accade. Nulla rimuove la maleducazione sconcertante, che si espande per divenire abitudine e consuetudine tra la gente, di ogni età e istruzione e niente vien fatto per arginarla e superarla. Niente è accaduto dopo venticinque anni di pieno conflitto di interessi, di un premier politico e le sue aziende televisive, editoriali, assicurative, bancarie. Nulla pare accada con la disoccupazione a due cifre e la fuga dei giovani dal Paese, quegli stessi giovani in cui investiamo per poi esser indifferenti alle loro capacità conseguite, pur di garantire la filiazione di un nepotismo con pochi eguali sul pianeta. Niente si muove e nessuno avvia una risoluzione per una delle massime incompiute e freno per l’economia, di cui la burocrazia costituisce l’ostacolo primario, nonché una funzione ideale per le organizzazioni malavitose, poco avvezze alla trasparenza. Niente sembra smuovere il cittadino medio di fronte alle incompiute o agli sprechi, agli scandali, cui la responsabilità evidente è di una classe politica priva di progettualità. Niente accade quando vengono sottratte al Paese le proprietà dei “gioielli” imprenditoriali, che concorrono nel mondo con soggetti economici di immani dimensioni, veicolando ovunque l’italianità. Nulla accade quando l’amministrazione comunale applica le aliquote massime per i tributi dovuti dal cittadino, in una evidente carenza di servizi e degrado architettonico, di cui un’insondabile bilancio comunale non vuole chiarire l’inefficienza palese, derivante dal rapporto tra contributi versati e servizi offerti. Nulla pare accadrà dopo che sarà approvata la nuova legge elettorale finalizzata al mantenimento di una classe politica, da cui gran parte della popolazione è stata portata alla fame. Nulla accadrà dopo la rimozione del governatore della Banca d’Italia, che ha reso esplicite le responsabilità dei banchieri e degli istituiti preposti ad agire dopo le sue segnalazioni, onde evitare la bancarotta delle stesse banche, poi salvate con i soldi dei contribuenti. Nulla accadrà dopo che in questo pavido Consiglio regionale, solo figuratamente in molti si sono stracciate le vesti di fronte ad una riforma sanitaria squilibrata e nei fatti incoerente con le problematiche di una territorialità devastata dall’assenza delle infrastrutture. Niente accade se scopriamo attraverso una commissione di inchiesta parlamentare, che lo Stato italiano nel richiedere un servizio militare inidoneo a qualsiasi prassi e regola, devastando la sicurezza e la salute dei suoi “figli”, nega e non riconosce agli stessi, questa sua mancanza di fronte alle loro invalidità o peggio ancora, alle loro morti. Nulla accade quando i giornalisti nell’espletare il loro mestiere, che non è quello del dattilografo, denunciano fatti e tentativi messi in atto dalle istituzioni, per mano dei loro attori politici a danno della collettività. Nulla accadrà quando verranno a prenderci per condurci in uno spazio privo di libertà e capacità di azione, perché saremo rimasti soli, inerti, di fronte alle già avvenute demolizioni sociali ed economiche, culturali, che hanno coinvolto gli altri e preceduto la nostra. Maurizio Ciotola

La democrazia è in bilico. Di Maurizio Ciotola

Non si tratta di un colpo di mano, come benevolmente tanti hanno avuto modo di attribuire all’azione di governo con cui si è deciso di porre la la fiducia sull'approvazione della legge elettorale, partorita dalla commissione bicamerale, di cui Rosato è membro. Si tratta di un vero e proprio colpo di stato, nella sostanza e nella forma, con cui la bizantina legge elettorale, che sta per essere varata, contravviene a specifici principi costituzionali, tra cui l’indicazione del primo ministro sulla scheda e che inoltre garantisce a leader non eleggibili e non inclusi nelle liste elettorali di comparire alla guida delle coalizioni che si presenteranno alle elezioni. Berlusconi in primis. Una legge elettorale proposta in limine, costruita ad hoc sulle forze politiche ancora presenti in parlamento e coese per il timore di perdere questa loro primazia fine a se stessa, di cui il Paese non ha mai giovato negli ultimi venticinque anni in cui istituzioni, welfare state, lavoro e ricchezza sociale sono stati demoliti. Una legge elettorale nata da una guerra politica scaturita dalla nascita di formazioni antisistema e dai fuoriusciti da quelle che, sono state per anni forze politiche egemoni nella conformazione in voga, ovvero quella del partito piglia tutto. La democrazia è in bilico, non per le scellerate affermazioni di un ministro degli interni, che fa rimpiangere Scelba, o perché le cosiddette forze populiste stanno conquistando una maggioranza relativa, ma perché chi è investito di alti ruoli istituzionali ha accantonato e disperso la cultura democratica a cui si è abbeverato, negli anni della sua istruzione e crescita. La democrazia è sotto scacco perché gran parte di chi siede in Parlamento o nei Consigli regionali, quanto in quelli comunali, è totalmente asservita a regole esterne alla democrazia istituzionale e che con arroganza si beffa della Costituzione Repubblicana. Sappiamo che il Presidente della Repubblica non ha alcun titolo per rimandare alle camere la legge elettorale eventualmente approvata, ma solo un forte potere di moral suasion. Non possiamo però pensare di passare altri cinque anni con un Parlamento eletto grazie ad una legge elettorale che sarà bocciata dalla Corte Costituzionale. Nessuno può abusare della Costituzione giocando sui tempi della sua applicazione, come un parlamento di legulei si appresta a fare e ha saputo compiere per quasi venticinque anni. Maurizio Ciotola
Sottoscrivi questo feed RSS

Cagliari