Craxi, diciannove anni dopo, errori, intuizioni, attualità. Di Maurizio Ciotola

Diciannove anni dopo la morte del segretario socialista Bettino Craxi, non solo non vi sono suoi eredi politici, ma nei fatti il partito socialista, in cui hanno militato i più grandi statisti e pensatori politici italiani, non esiste più. Non esiste in quanto forza politica capace di porsi autonomamente a confronto con l’attualità e men che meno di indicare una via per un futuro imminente. Esistono in Europa e nel mondo forze politiche socialiste, di fatto contenitori vuoti, lenti ed incapaci di superare lo stallo tra una ideologia universale e l’attualità in cui tecnologia e derivante agire sociale si attestano. Il nuovo mondo o altro mondo, come qualcuno lo chiama, nello scivolare oltre quella cristallizzazione cara agli studiosi del novecento, di cui ci si è nutriti, ha la necessità di innervare il suo agire con categorie di pensiero aperte e condivise. A nostro avviso Bettino Craxi, intuì questa evoluzione di cui vide solo i primi embrioni sociali, quanto l’incalzare di un pensiero ed un agire che, su quelle basi acquisite si stava spingendo verso la rivoluzione attuale. Chi non comprese, cavalcando l’inerzia di cui paghiamo ancora drammaticamente gli effetti, furono quei partiti che, nell’assaltare la diligenza di Stato, ci hanno condotto fino al baratro dei nostri giorni. Lo sgretolamento dell’istituzione statale, sul piano politico e del diritto, iniziata dal 1993, non ha visto oppositori se non consapevoli e consensienti fautori a tutti i livelli istituzionali, nessuno escluso, con meschine finalità personali. Certo è che, per quanto l’intuizione di Craxi fosse esatta, il contesto dirigenziale del partito socialista si mostrò ben distante dall’averlo compreso, e ancor meno disposto ad intraprendere una mutazione politica, capace di accompagnare quell’ondata iniziale di questa evoluzione in corso. Nei fatti anche il segretario socialista fu vittima dei suoi stessi errori, soprattutto di quella volontà attraverso cui cercò di dare forma “fisica” a quel grande intuito, con un volume di consensi consacrato attraverso l’attribuzione di ruoli istituzionali, secondo accordi novecenteschi. Ovvero fece scadere la grande intuizione e contaminazione ideologica, cui il partito socialista negli anni è sempre stato la culla, attraverso un consolidamento in cui l’annientamento del Pci sarebbe stato parte determinante. Craxi riuscì negli anni di governo a mutare le condizioni di un Paese arretrato modernizzandolo, elevando e redistribuendo il reddito pro-capite, in un’ottica socialista, di cui meriti e capacità furono elementi portanti. Ma Craxi non si rese conto che non avrebbe mai potuto portare avanti tale disegno negli anni successivi, in cui il partito trionfante divenne una grande ed incontrollata imbarcazione, non più capace di veleggiare con la stessa agevolezza di cui inizialmente lui fu lo skipper. Gli anni in cui il partito fu preso d’assalto, sono anche frutto di una sopravvalutazione o eccesso di fiducia dello stesso Craxi, che nel seguire la sua intuizione, lasciò il partito in mano ai tanti mariuoli indifferenti a quelle aspirazioni. Il craxismo è stato un pensare ed agire veloce, di fronte ad eventi e mutazioni, le cui comprensioni necessitavano di grandi e intensi approfondimenti. Un pensiero articolato e profondo svincolato però da un’oziosità che lo avrebbe reso incapace di andare oltre se stesso, come di fatto avveniva negli altri partiti, Pci in primis. Il degrado del craxismo per contro, è partito da quell’arrembaggio in cui l’agire profittevole è subentrato all’agire stratificato e veloce. Ed esso ha generato il berlusconismo, il renzismo e il suo inopinato e antesignano contrario, il prodismo e il ciampismo. Da quella degenerazione le successive filiazioni, ulteriormente degradate quanto le sue opposizioni, non potevano che essere affette che da una più infima ed ulteriore degenerazione, come la storia recente ha mostrato. Il lasso di tempo dall’inizio dell’ondata, la frattura ideologica e sociale è tale per cui nessuno può oggi pensare di ricomporre una struttura di pensiero adottando vecchi o nuovi paradigmi, di cui non abbiamo ancora definito i criteri, ammesso sia ancora possibile farlo. Non esistono più corpi ideologici separati, ma individualità cui l’unico ritmo regolatore, in una società politica possibile, è dato dall’universalità e primazia dei diritti umani da cui è inderogabile ripartire. Maurizio Ciotola

Cagliari mancata capitale europea della cultura del 2019. Di Maurizio Ciotola

Il 19 gennaio a Matera verrà inaugurato l’anno per cui la stessa città è stata consacrata, con evidente merito, capitale della cultura europea per il 2019. Ricordiamo di aver concorso, in quanto città di Cagliari, a quell’assegnazione, cui per meriti e criteri oggettivi, ma soprattutto per i progetti in campo, ha vinto la splendida Matera. Matera non è solo splendida per lascito o per un fatto storico. Matera è splendida perché l’impegno politico e culturale, incentrato sul progetto grazie a cui sono riusciti a conseguire quella assegnazione, non ha trovato nelle altre città candidate egual dimensione e prospettiva. L’amministrazione cittadina di Cagliari ha concorso senza un progetto e con una improvvisazione mascherata dagli innumerevoli spot, dai manifesti sparsi per la città, che proponevano o promuovevano agli stessi cagliaritani la loro città quale capitale della cultura. Nei fatti nessun progetto in tal senso è mai stato avviato e non ha più avuto seguito, men che meno dopo la mancata assegnazione, e ipotizzare una eventuale proposizione della città di Cagliari per una successiva opportunità. Vi è stata, more solito, la clientelare assegnazione di direzioni e gestioni dei teatri, degli enti lirici, dei centri museali, dello spettacolo in genere, senza passare per un piano organico in cui la complessa offerta all’esigente cittadino cagliaritano ed isolano, trovasse soddisfazione adeguata e comparabile. Non si è riusciti a portare, al centro del Mediterraneo l’attenzione europea e mondiale, attraverso Cagliari e la Sardegna. Un’auspicabile proposito in cui tale centralità avrebbe comportato una rinascita culturale, ancorché sociale ed economica, perché di cultura si vive bene e meglio. Un fallimento determinato dall’ennesimo scontro fratricida tra Ministero della cultura, comune di Cagliari e Regione Sardegna. Non si è riusciti, perché le basi cui la politica locale oggi manifesta, sono prive di una visione capace di concepire un ruolo differente da quello già assegnato e morto, cui la Regione Sardegna, il comune di Cagliari e la miriade di comunità locali, ripropongono per inerzia con evidente esito. Del resto come avrebbe potuto ambire a tale ruolo il comune di Cagliari, amministrato dal sindaco Massimo Zedda, che sulla morte dell’anfiteatro Romano di viale fra Ignazio, fulcro estivo di eccezionali spettacoli, ha condotto la sua prima campagna elettorale. Oggi quel sito, ridotto ad un mucchio di ruderi in cui sono presenti rifiuti di ogni tipo e strutture di cantiere abbandonate, non è neppure una meta cui il turista rivolge la sua attenzione, se non distrattamente e di passaggio. La ex Manifattura Tabacchi, contesa tra Comune e Regione, mai completamente recuperata, se non per una sua parte minore, non riesce ad essere una piattaforma per la città, né sul piano culturale ed artistico, né tanto meno su quello delle start-up, cui con testardaggine priva di senso, vorrebbe il presidente Pigliaru. Un piano per cui in città trovino il loro spazio gli artisti, gli artigiani, i laboratori teatrali, non solo non esiste, ma è rimosso dalle prospettive politiche di una amministrazione cittadina, che vive esclusivamente sulla commercializzazione folcloristica di peculiarità neppure autoctone. Quale presunzione, da cui è comunque scaturito un onere economico oltreché un fallimento organizzativo, portò questa amministrazione comunale a concorrere senza una seria pianificazione, che rendesse possibile tale assegnazione? Perché non si è cercato di crederci fino in fondo e condurre la città verso un possibile traguardo negli anni futuri? Perché, da come vediamo è oggi la città di Cagliari, non meno della Regione, non esiste una visione degli interventi basati su un progetto, se non quello del creare piccole clientele la dove servono per integrare lo scarto dei voti con le parti avverse, senza pensare in grande con un’ottica capace di dare centralità a questa città e a questa regione. E del resto, un caro amico è uso dire, come potrebbe essere altrimenti visto che a Cagliari è ostacolata la nascita dell’Accademia delle belle arti e altresì osteggiato se non aggredito il liceo artistico della stessa città? La bellezza naturale di quest’Isola, del sito in cui i nostri antenati hanno saputo ubicare e realizzare la città di Cagliari, non trova oggi risorse intellettuali e politiche capaci di valorizzarne le peculiarità naturali e culturali, a causa dell’approssimazione onerosa con cui esse sono amministrate. Un fallimento generale che meriterebbe una fermata al fine di comprendere quale meta si vuol raggiungere, piuttosto che inseguire un obiettivo di cui non si è artefici consapevoli, ma evidente strumento per alcuni. Maurizio Ciotola

Grazie Faber

Per chi ha vissuto gli anni dell’adolescenza, dell’educazione alla vita nel periodo fervido e controverso degli anni d’oro in cui i cantautori riuscivano a dare il meglio, legando le loro canzoni al contesto vissuto, oggi ricade un triste anniversario. Vent’anni fa ci lasciava Fabrizio De’ Andrè, che abbiamo amato come pochi cantautori e poeti; vent’anni fa seppur non più adolescenti, avvertivamo una frattura, la morte e la scomparsa di un’epoca di cui siamo stati figli e fratelli. Le sue poesie cui la musica accompagnava in un’armonia in continua evoluzione, attribuiva a quelle parole e ad ogni interpretazione nuove accezioni e profondità, a cui la sua voce riusciva a dare incommensurabile ampiezza. Elencare duecento canzoni, una o alcune, grazie a cui abbiamo acquisito ulteriore consapevolezza del nostro cammino sociale, avrebbe poco senso in questo contesto, che cerca di cogliere quel lascito immortale di cui Faber è autore e interprete. Molti anni fa un conoscente d’Oltralpe mi fece osservare il grande valore della musica e delle canzoni scritte e cantate dai cantautori italiani, come fatto unico in sé a livello mondiale, nella specificità e in quel momento storico dell’Occidente. Un valore in più sul piano culturale da cui diverse generazioni sono state investite e di cui hanno umanamente e socialmente saputo trarre vantaggio. Fabrizio è stato il Principe libero di tanti, compreso il mio, il cantautore attraverso cui era possibile scorgere quello spazio di comprensione libera e vasta grazie alla quale era ed è percepibile una estensione della libertà, sul piano fisico ed intellettuale, ogni volta che ascoltiamo o leggiamo i testi delle sue canzoni. Nella “Guerra di Piero” implode un’intera visione incomprensibile e tuttora dominante dell’umanità, che Faber con un effetto poetico immediato e profondo ha saputo rendere esplicito a chiunque. in “un giudice” e ne “il Gorilla”, vacilla l’imparzialità della giustizia, della sua istituzione di cui l’essere umano diventa parte piegando la sua applicazione neutrale. “Don Raffae’” è lo specchio più recente dei tempi in cui la melliflua commistione tra istituzioni e malavita organizzata, in un riconoscimento sociale manifesto, è divenuto fatto conclamato. Ma come dicevo richiamando solo alcune di queste opere facciamo torto alle altre centinaia di cui Fabrizio è autore, mai solitario, almeno nella condivisione dei fatti, che si dispiegavano ai suoi come a i nostri occhi, ma di cui lui riuscì ad essere interprete eccelso ed unico. Quando questa mattina Radio Radicale, nel rendergli omaggio ha mandato in onda il suo intervento prima del concerto svolto in piazza Navona a Roma, a sostegno dei referendum promossi dai radicali, lui fu chiaro: <> Ecco questo era Faber, uno a cui non fregava un cazzo se le sue canzoni, forti e destrutturanti in un mondo cristallizzato di soldatini e generali, incutevano sgomento o fastidio. Un principe libero, un uomo senza padroni, come dovremmo esser tutti, capace di restituirci il messaggio di verità cui la nostra società ha sempre voluto contrastare o annullare. Una verità che le sue canzoni rivitalizzano in noi ogni volta che le udiamo, le cantiamo, le amiamo. Vent’anni senza il Principe libero, non possono condurci a riaccettare la prigionia da cui lui con impegno e amore ha saputo liberarci, perché il suo “testamento” scritto durante l’intera vita vissuta, è come una sorgente inesauribile a cui possiamo attingere in ogni momento. In ogni sua canzone, in ogni sua poesia è presente quella chiave che ci consente di aprire la porta della cella in cui troppo spesso ci siamo rinchiusi. Grazie Faber. Maurizio Ciotola

Il punto del giorno. Sardegna, la campagna elettorale regionale e le sue miserie

È la cultura politica che è divenuta flusso corrente in questi ultimi trent’anni, per cui onde poter spendere mediaticamente i risultati di millantati obiettivi raggiunti, vengono moltiplicate le conferenze stampa con lo scopo di render noti gli annunci, ma non i fatti. Ricordiamo, nei tempi passati e comunque dove l’etica politica ha avuto modo di sopravvivere, che gli effetti mediatici e di propaganda, le conferenze stampa, meglio le inaugurazioni, avvenivano alla conclusione di un progetto frutto della legislatura volta al termine, costituendo così il punto forte della imminente propaganda elettorale. Così come nel resto del Paese, la Sardegna, i suoi politici in questo specifico caso, sono perfettamente allineati al trend nazionale, incentrato sugli annunci, che tal volta i sardi superano di gran lunga. Così è al termine di questa legislatura, in cui gli annunci si moltiplicano al pari delle nomine, al pari di una intensa e mirata attività in Consiglio regionale, in cui si cerca di posizionare ed assegnare tutto ciò che è possibile, prima di perdere irrimediabilmente il controllo politico dell’istituzione regionale, con gli annessi enti e le società in house. In questa campagna, iniziata e avviata da circa un mese, un ulteriore candidato, nonché attore istituzionale, utilizza il comune di Cagliari, di cui è sindaco, per mostrare l’intensità di un agire, che nei sette anni di amministrazione passata non abbiamo rilevato, almeno nell’intensità con cui i recenti annunci sembrano voler dare. Il sindaco di Cagliari ha sì, uno strumento in più per poter compiere la sua propaganda, che non consiste nel poco che ha realizzato, per cui non riuscirebbe neppure a confermare i consensi ricevuti in passato, ma per quanto riguarda i progetti futuri che mette in cantiere, o annuncia di mettere in cantiere, la cui eventuale verifica avverrà solo dopo le elezioni. Così, e sempre in modo maldestro, fa anche l’ex assessore per tre legislature regionali Paolo Maninchedda, che annuncia la necessità di una riforma della Regione, di quella stessa Regione di cui è stato amministratore, con maggioranze e programmi differenti, per circa quindici anni. Per non parlare delle sbrigative, quanto effimere operazioni con cui si rende esacerbante il primato clientelare di questa giunta, di cui già contestammo l’insediamento, per l’assenza di un’etica nella sostituzione della candidata vincitrice alle primarie, Francesca Barracciu, ed imposto così Francesco Pigliaru. Non si può proporre in fine legislatura, ad un mese dalle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale e del Presidente, il reinsediamento della provincia di Olbia per recuperare voti e poltrone politiche, in un’area forte, in cui il centro sinistra è minoritario. Impegnare il Consiglio, su richiesta del Presidente della Regione Francesco Pigliaru, su questo fronte, che richiederebbe ulteriore tempo per una accettabile discussione e confronto, ha dell’incomprensibile. A Roma si dice, quando le persone devono sedersi là dove non vi sono posizioni assegnate: << a li’ meglio posti...>> scatenando così un corri corri verso i posti liberi e migliori. Questo sta accadendo oggi in Sardegna, in una Regione amministrata dal Pd e alleati, nei confronti dei quali Massimo Zedda nel tacere un eventuale disappunto, si rende erede già desueto e consunto, in una drammatica continuità di cui non era parte. Un tafferuglio politico che non potrà far altro che determinare un risultato inverso, certamente, ma con lo scopo di cristallizzare la macchina amministrativa regionale, fino a renderla ingovernabile per una qualsiasi maggioranza diversa dall’attuale. Maurizio Ciotola

Il punto del giorno. Cancro e mortalità, il triste primato della Sardegna. Di Maurizio Ciotola

I casi di tumori nell’Isola sono in aumento sostanziale (dati Aiom) e in più abbiamo il triste primato nazionale per quanto riguarda l’indice di mortalità, condiviso solo con la Campania, la terra dei fuochi, appunto. E'semplice evitare di rendere esplicite le cause di questi tumori, per focalizzare l’attenzione sulla mancata o scarsa prevenzione, quale effetto dell’elevata mortalità. Ovvero attribuire l’inevitabilità del male, come effetto naturale e non prevedibile, nei confronti del quale qualche volta solo le cure possono eludere la sua evoluzione o protrarre la degenza e ritardare la morte, nella maggioranza dei casi. I dati forniti sono aggregati per l’intero territorio e, diversamente da quanto si chiede con l’istituzione di un registro dei tumori per aree territoriali, ufficialmente non vengono resi noti i territori di provenienza dei colpiti dalle neoplasie. Eppure sappiamo che il territorio di quest’Isola è tra i più inquinati del Paese, per cause attribuibili ad una industria irrispettosa del territorio, quanto ad un esercizio militare, ampiamente documentato, per cui esistono aree sottratte all’utilizzo civile, non più praticabili e tanto meno bonificabili. Nel Sulcis esistono industrie che trattano gli scarti di acciaieria provenienti dal resto del mondo, i cui limiti di radioattività più volte è stato superato e sì, prontamente bloccato all’ingresso dello stabilimento, ma non della regione. A Portovesme è stata posta sotto sequestro dalla magistratura una grande area in cui l’Enel per oltre trent’anni ha riposto e nascosto, tonnellate di materiale altamente inquinante senza alcun contenimento precauzionale, e di cui non sono ancora noti gli effetti inquinanti nel terreno e nelle falde acquifere. Una enorme area agricola e le annesse falde acquifere, che si sviluppa intorno all’aeroporto militare di Decimomannu è stata compromessa nel tempo, a causa del mancato contenimento nei serbatoi del carburante per gli aerei, come le inchieste mai concluse hanno mostrato e posto in risalto. L’intera aerea di Portotorres, di Sarroch e di Macchiareddu, su cui è ancora in corso l’inchiesta sulla Fluorsid, sono aree ad alto rischio ambientale, inserite nelle mappe dell’Ispra. L'intero sottosuolo del fondo marino dello stagno di Santa Gilla presenta, come documentato dall’Arpas, indici di inquinamento superiori ai limiti consentiti per legge, diversamente dall’acqua sovrastante, che seppur inquinata mantiene quegli stessi indici al di sotto dei limiti. Sappiamo altresì, perché è stato documentato e denunciato, che la grande piovosità cui generalmente l’area di Capoterra e Sarroch è soggetta, determina dei rilasci a mare e nelle aree circostanti, di sostanze inquinanti presenti negli stabilimenti della Saras e degli altri impianti acquisiti. Per quanto riguarda le aree del Salto di Quirra, nelle quali per decenni si sono svolte esercitazioni militari sulla cui liceità, in merito ai danni ambientali provocati, sono state aperte inchieste dal Tribunale di Tempio, dal giudice dott. Fiordalisi, ancora oggi non vi è una sentenza. Del resto, dopo il primo tentativo di manipolazione dei dati rilevati ad opera dei periti, poi denunciati dallo stesso dott. Fiordalisi, che da circa un anno è stato “trasferito”, promosso in Cassazione, non abbiamo notizia di come procede l’inchiesta. Per altro, il monitoraggio ambientale demandato all’Arpas sembra fare acqua da tutte le parti, come altresì incomprensibile è l’attribuzione della manutenzione ed esercizio delle centraline di rilevamento degli inquinanti, ad una società posseduta al 100% da una industria ad elevatissimo impatto ambientale nella regione e soprattutto nel golfo di Cagliari. Nell’area metropolitana di Cagliari, su cui grava quasi la metà della popolazione sarda, è assente una mobilità elettrica o un sistema alternativo ed efficiente di trasporti, attraverso cui soppiantare l’utilizzo dell’automobile da parte dei cittadini. I fanghi rossi alla periferia di Iglesias, come la devastazione nel sito industriale di Ottana, non meno della legge che riconosce il Sulcis un sito altamente inquinato, o il comune di Portoscuso che vieta la coltivazione negli orti domestici, unitamente a quanto prima elencato e omesso per esigenza di sintesi, lasciano pochi dubbi su ciò che è stata fino ad oggi la politica ambientale in questa regione, il cui grado di servilismo ha pochi eguali. Però, in effetti, a pensarci bene con un po’ di movimento e una prevenzione accurata, anziché morire subito potremmo morire con qualche giorno di vita in più. Giorni che, per altro, nessuno spende per denunciare e ribaltare la devastazione ambientale provocata dalle industrie inquinanti o dalle continue esercitazioni militari sperimentali. Maurizio Ciotola

Il punto del giorno. Energia 4.1 versus l’inadeguatezza politica, industriale e sindacale

Il tema dell’energia è un argomento quanto mai caustico, in un Paese in cui dalla sua costituzione repubblicana la politica è in simbiosi con l’Eni. Ovvero qualsiasi politica, ancorché energetica, passa al varo dei tavoli della direzione dell’ex Ente nazionale idrocarburi, che dagli idrocarburi appunto, non intende dissociarsi. Il business energetico, quanto il suo controllo è elemento strategico per qualsiasi Stato, la cui libertà è più sostanziale, nell’ambito della sua costituzione formale, quanto più è in grado di detenere il controllo di tale fonte primaria. Enrico Mattei è stato il fautore indiscusso di questa politica nazionale ed internazionale, grazie alla quale l’Italia è riuscita ad emergere nel mondo, svincolandosi dalla dipendenza energetica, cui i possessori delle fonti avrebbero voluto sottomettere. Gli accordi con la Libia di Gheddafi, nonché il suo avvento nel sovvertire le istituzioni, fu un fatto centrale nel Mediterraneo, non meno del finanziamento oramai dimostrabile con cui l’Eni di Mattei, sostenne la rivoluzione algerina contro la Francia. Gli immensi giacimenti di petrolio presenti sul pianeta, hanno consentito un suo ampio utilizzo a basso costo in ambito industriale e domestico, cui si deve una evidente rivoluzione epocale, i cui effetti distruttivi però sono oggi conclamati, pur essendo già noti dagli anni sessanta. Idrocarburi, gas, combustibili fossili quali il carbone, la produzione di energia elettrica attraverso le insicure centrali nucleari, sono oggi messi al bando da una società che ha compreso quale irreversibile percorso è stato intrapreso dall’umanità. La trasformazione industriale in corso da almeno vent’anni, si mostra oggi sempre più incalzante, con la evidente determinazione di sconvolgimenti sociali ed economici, di cui abbiamo già avuto modo di verificare i primi effetti. Preoccupa la grande incapacità, quanto l’assenza di volontà di una élite politica ed imprenditoriale, nello stare avanti ai tempi e quindi progettare una ipotesi di transizione, che se accompagnata sul piano politico e sociale, garantirà un ulteriore benessere, oltreché una superiore qualità della vita per l’intera popolazione. Purtroppo invece, il refrain trentennale che alberga la politica industriale italiana e sarda, è: "sporchi, maledetti e subito", in un connubio deprimente con i “prenditori” costituitosi in corporazione. In Sardegna l’Eni non è più presente, se non in modo marginale, ma ha lasciato lo spazio industriale e di influenza politica alla Saras spa, che oltre a raffinare il petrolio in prevalenza di origine libica, utilizza i suoi scarti in un complesso ciclo di adattamento, per il funzionamento del secondo polo di generazione elettrica dell’Isola, dopo quello di Fiumesanto. Un polo energetico, quello della Saras (Sarlux), remunerato dal 1993 secondo gli standard di una produzione ad energia alternativa, parimenti all’eolico ed al fotovoltaico. Se la decarbonizzazione è un obiettivo auspicabile per l’intera popolazione europea, oltreché sarda, per cui i poli energetici di Fiumesanto di EPh e quello del Sulcis di Enel spa, dovranno mutare la loro fonte primaria nel breve termine e ridurre la quantità di energia prodotta nel lungo termine, resta incomprensibile perché tale trasformazione non deve essere altresì pretesa per il polo Sarlux, di cui i residui del petrolio sono impropriamente equiparati a fonti energetiche alternative. La politica fino ad oggi condotta in questa nostra Regione è avvezza a vizi sostanziali di cui oggi paghiamo pesantemente gli effetti, sul piano economico, industriale e della salute. Ieri abbiamo preso coscienza attraverso il programma televisivo di Rai 3, “Presadiretta”, che in Sardegna esiste un comune nel quale, con oculatezza e capacità, si è saputo costruire una rete elettrica interna, in cui la produzione diffusa costituisce l’elemento principale attraverso cui si sostiene. Il comune di Benetutti è un esempio pilota cui la Regione deve tendere, e verso cui le innovazioni tecnologiche ci condurranno senza indugi. Lo stesso prof. Alfonso Damiano, della facoltà di ingegneria dell’Università di Cagliari, ha mostrato gli stadi della ricerca attuale, in ambito di produzione diffusa e smart grid, nelle sue applicazioni sperimentali ad Ottana e nella collaborazione con l’azienda energetica del Comune di Benetutti. Se domani si dovesse passare con uno swich più o meno rapido e più o meno graduale, dalle condizioni di produzione e distribuzione attuali a quelle paventate e veritiere, cui il prof. Damiano ci ha mostrato, il trauma economico e sociale, cui l’intera classe politica, sindacale ed industriale non hanno saputo e voluto orientarsi, sarà drammatico. E del resto ciò verso cui evolve la tecnologia nello specifico ambito energetico è auspicabile oltreché benefico, diversamente dall’inadeguatezza cui l’élite politica ed industriale, non meno di quella sindacale, nel trincerarsi in una improbabile conservazione, trascinano verso l’abisso l’intera società. Maurizio Ciotola

Ipocrisie. Di Maurizio Ciotola

L’ipocrisia di questo opulente Occidente di cui siamo parte centrale, costituisce un atteggiamento fluente tra quella popolazione e, soprattutto, tra coloro i quali non hanno mai voluto mostrare la realtà su cui si erge il nostro benessere. Per le strade del nostro Paese, nelle metropoli, ma anche nelle piccole e misere città di provincia, è visibile quale grado di degrado è stato raggiunto, per quel che riguarda la povertà diffusa. I letti disseminati per le vie, sotto i portici, nei ripari urbani, si contano a centinaia, nel silenzio di una popolazione che urla per non cadere nelle medesime condizioni, ma che nulla fa per invertire la tendenza verso un destino di povertà. Vedere e toccare con mano le condizioni di povertà e miseria, diffuse in una delle nazioni più ricche del pianeta, qual è l’Italia, è sconcertante. Sapere che nel resto d’Europa, in Francia, nella metropoli londinese, in Grecia, e non meno nelle grandi metropoli statunitensi, la povertà è una condizione diffusa e in crescita, dovrebbe farci comprendere quale percorso è stato approvato dalla comunità dei politici e della classe dirigente, che ha avuto buon gioco nel manovrare e deviare ingenti somme di denaro, senza investire per un futuro di crescita e miglioramento diffuso. Abbiamo posto a soqquadro l’Africa ed il Medio Oriente, con interventi militari finalizzati al guadagno di pochi, sulla pelle di molti, dissanguato le casse degli Stati senza riuscire a compiere significative trasformazioni, per far crescere i grandi fondi di investimento che gestiscono la finanza occidentale, senza curarsi della loro disumanità. Degli investimenti effettuati nessuno o pochi si sono curati della loro eticità, pur di avere elevati interessi di ritorno. Poco ci si cura del lavoro che ognuno svolge o dell’acquisto effettuato per soddisfare il nostro ego, pur di guadagnare un euro in più o spenderne alcuni in meno. A Natale, però, per star egoisticamente bene, decidiamo di contribuire alle forme spettacolari e strumentali con cui si organizzano le raccolte di doni sotto i riflettori dei media. Riusciamo ad indire una battaglia europea su chi e perché, deve accogliere trenta o quaranta profughi che vagano a bordo di una nave di soccorso, pur di non renderci disponibili ad ospitarli senza tanti suoni di fanfara. E' vero che il novanta per cento dei centri di accoglienza gestiti nel sud Italia sono in mano alla criminalità organizzata, che quegli stessi centri con un numero di accolti immutato negli anni, per l’assenza di un percorso di integrazione, costituiscono dei bancomat per la mafia. Lo ricorda don Ettore Cannavera, che l’accoglienza è puro business, e non solo quella degli immigrati, aggiungiamo noi. Fino a quando vedremo persone che in nome di una umanità, scendono in piazza solo a comando o per richiamare l’attenzione su alcuni casi disperati, solitamente quelli più dibattuti sui media, non possiamo sperare in una effettiva presa di coscienza e in un cambiamento culturale e sociale. Se l’anno passato la regione Sardegna non è riuscita a mettere a frutto quasi un milione di euro per i settecento senza tetto della nostra Isola, così come evidenziò la Caritas locale, è evidente che qualsiasi attenzione o dichiarazione mediatica è perfettamente strumentale ed eticamente inaccettabile. La Sardegna, l’Italia, l’Europa e l’intero Occidente, oggi sono divenute macchine sociali indifferenti a qualsiasi principio di umanità, cui gli stessi esseri umani hanno abdicato in nome di un obiettivo di cui non comprendiamo il fine e per cui siamo sicuri non si giungerà a compimento. Perché queste distorsioni sociali, come constatiamo e abbiamo constatato nei secoli, conducono ad inevitabili fratture la cui entità è commisurata al numero di persone coinvolte, quanto ai mezzi a loro disposizione. Per altro non vi saranno contenitori forzati o blindati che sapranno contenerne la deflagrazione interna ed esterna, verso cui stiamo andando ciecamente incontro. Maurizio Ciotola

Il punto del giorno. I club di calcio, gli ultras e la violenza organizzata. Di Maurizio Ciotola

Ancora un morto in un assalto organizzato, come puntualmente accade prima o dopo le partite di calcio, quasi tutte della serie A. In questo nostro Paese civile, gli scontri e le distruzioni, cui i tifosi ultras delle squadre di calcio sono artefici, non sempre i mandanti, costituiscono una costante pluridecennale. Ma dopo i morti lasciati sul campo da atti di vera e propria guerriglia organizzata fuori dagli stadi, tutti tendono a minimizzare e l’effetto mediatico di sdegno dura solo i giorni, quelli che intercorrono tra una giornata e l’altra del campionato. Se i giocatori sono i nuovi gladiatori e gli stadi le nuove arene, i club sportivi costituiscono i principali responsabili di questa degenerazione che parte da lontano. Il denaro ha reso il calcio dei professionisti, più che lo specchio della società, lo stereotipo cui guardano tanti con ammirazione e ispirazione. Un mondo intorno a cui girano premialità e finanziamenti in gran parte sottratti agli oneri fiscali, o dove i grandi flussi di denaro costituiscono il miglior modo per ripulire il denaro sporco. Una parte di questa immensa fluidità è utilizzata per finanziare i tifosi “professionisti”, gli ultras. La gestione disciplinare della federazione, nell’ambito delle leggi esistenti, sottrae alla giustizia, quanto alla ufficialità, la denuncia mediatica delle malversazioni che coinvolgono i club delle società di calcio, impegnate nelle alte serie del campionato. La devastante ricaduta sociale, come la altrettanto sconcertante dipendenza politica, consente l’esistenza di ambiti malavitosi organizzati al latere o all’interno delle società sportive, in cui i veri amanti del calcio soccombono o abbandonano. Poco meno di vent’anni fa, in una tratta ferroviaria del sud Italia, furono predisposti dei vagoni adibiti all’utilizzo degli ultras in transito tra una città e l’altra; e come normalmente accadeva quegli stessi tifosi furono chiusi con sigilli all’interno dei vagoni, purtroppo, accidentalmente scoppiò un incendio in cui morirono quattro persone e vi furono numerosi feriti. Negli anni le morti degli agenti della polizia, dei passanti, dei tanti tifosi non ultras, costituiscono una vera ecatombe generata da una violenza puntualmente sostenuta, tollerata e gestita. Una violenza per il cui contenimento lo Stato italiano impegna enormi risorse, senza venire a capo di una soluzione radicale. Gli ultras non sono più (lo sono mai stati?) tifosi che sono disposti a seguire la loro squadra ovunque, ma dei veri professionisti pagati e addestrati allo scopo, ovvero dei corpi violenti speciali, attivabili in tante situazioni e non solo quelle calcistiche. La colorazione politica di cui molto spesso si tingono, rende inequivocabile la "versatilità"del loro agire, rappresentando dei veri e propri squadroni "pronti all’uso" e utili allo scopo di alcuni. La Federazione Gioco Calcio ancora una volta, non ha ritenuto di doversi fermare di fronte all’ennesimo fatto di violenza e di morte; parimenti lo Stato italiano attraverso le sue istituzioni, dalla più alta ai nostri rappresentanti in Parlamento, non hanno espresso specifiche accuse o determinato imposizioni, tra cui l’inequivocabile serrata degli stadi per almeno una giornata. Lo Stato democratico ha già perso quando dimostra di esser ostaggio di simili poteri, perché incapace di imporre una decisione, quanto di pianificare una soluzione agendo sugli attori principali di questa disastrosa deriva: i club sportivi e i loro potenti azionisti. Maurizio Ciotola
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