I pericoli dell’Occidente, tra egemonia e dittatura del pensiero. Di Maurizio Ciotola

Il vero rinnovo di una classe dirigente è sempre stato figlio di confronti aspri che, come narra la storia, sono per lo più degenerati in atti di violenza. E non sempre questi strappi hanno condotto a evoluzioni, sociali e civili, nel senso proprio del termine. Il XX secolo è stato testimone di plurimi fallimenti e involuzioni profonde. Ma non solo. E’ anche il secolo che, grazie al sodale contrasto di generazioni coese dallo spirito di libertà, ha visto nascere la democrazia e il suffragio universale. L’evoluzione scientifica già a pieno ritmo nel precedente secolo, ha subito nel XX un’accelerata senza eguali nella storia dell’umanità. Con una peculiarità altrettanto sconosciuta nella maggior parte delle aree del Pianeta, fino al secondo decennio del medesimo secolo, ovvero godere dei suoi frutti in termini popolari. La tecnologia è parte fondante dell’era capitalista, come di quella socialista, nei termini di ottimizzazione e incremento della mole produttiva, con il fine di soddisfare da un lato il mercato, e dall’altro determinarne la crescita attraverso la distribuzione dei redditi, garantita dalla moltiplicazione dei lavori e delle funzioni. Con una matrice consimile, seppur differente, oltre che divergente, così accadeva nel mercato capitalista e in quello bloccato socialista. Nel primo con una tensione preminente verso un modello darvinista, nel secondo attraverso l’applicazione di una visione non speculativa, regolata ed assistenziale. Gli esiti postumi esprimeranno il successo del modello capitalista, grazie anche all’acquisizione di significativi elementi caratterizzanti quello socialista, modulati attraverso una visione democratica e in alcuni casi meritocratica. Un processo di ibridazione consentito dalla forma democratica dei Paesi in cui il capitalismo era ed è modello discusso, ma insostituibile. Altresì la nostra visione democratica, frutto di un lungo processo socioculturale, segnato da traumi e sangue, non può e non poteva trovare applicazioni pedisseque, in altri Paesi, con tradizioni fortemente distanti dalle nostre. Analogamente, visto che supporre la società come un corpo omogeneo è in se un’utopia, anche nell’Occidente capitalista, esistevano e continuano ad esistere, enclave non completamente permeabili da tale modello. La mancata sincronizzazione tra la democrazia e i moti propri di una società ad elevato tasso di analfabetismo, in cui la tradizione è gabbia, non libero spazio dell’essere, ha visto nascere la “reazione” di enclave sociali e territoriali, strumentalmente ingaggiate in aspre lotte politiche. Moravia ci ricordava che il portare la “TV”, intesa come replicante di stereotipi, là dove l’analfabetismo è strutturale alla tradizione dominante, avrebbe condotto quelle stesse popolazioni a fratture socio culturali incolmabili, nel breve e medio periodo. Ampie aree del Pianeta, in cui il capitalismo o il comunismo sovietico non avevano ancora messo piede, hanno subito incisivi “innesti” culturali, spuri e devastanti, attuati con violenza e l’occupazione. Innesti o trapianti, che però non sono riusciti a contaminare in toto il corpo sociale centrale. Interruzioni che nell’aggredire tali evoluzioni, inserite in un continuum culturale, sono state causa di grandi fratture sociali. Molteplici processi evolutivi scanditi dalla ritmicità propria del corpo sociale, sono stati avviluppati da un corpo estraneo di natura ideologica e unitaria, nell’ambito delle due differenti visioni enunciate. Fratture da cui si è dispiegata una forte turbolenza sociale e politica, ove la violenza costituisce centralità. La nostra società ha subito un innesto culturale non molto differente. I protagonisti politici e sociali del Paese, in un’azione prevalentemente condivisa hanno saputo in parte accompagnare e mettere a nudo le fratture in corso e quelle potenziali, mutando e annullando gli stessi effetti dirompenti, attraverso un legiferare responsabile. Ma il “potere” economico/finanziario, che in quegli anni non coincideva pienamente con quello politico, ha sempre l’obiettivo di controllare le masse, soprattutto se queste divengono appetibile oggetto di arricchimento. Esso non incontra significativi contrasti in una democrazia bloccata, vieppiù ove la dialettica e le capacità di contrasto sono banalmente assenti. Se l’educazione, l’istruzione e in qualche misura la formazione, costituiscono forti ostacoli per una gestione massiva della popolazione, è evidente che questi indiscutibili pilastri sociali, diverranno il naturale obiettivo da abbattere, ridimensionare e uniformare. Gli espliciti regimi dittatoriali, riformano e piegano tali istituti ai loro fini, attraverso evidenti e palesi azioni repressive, di cui sono origine. L’egemonia culturale, nella sua accezione più democratica, costituisce la supremazia riconosciuta di un insieme di pensieri condivisi su altri, nell’evidente e libero riconoscimento. Quella stessa egemonia culturale può, in alcuni casi, mutare verso una “dittatura del pensiero” e degli usi, se essa stessa è espressione dell’affermazione, in via esclusiva e totalizzante, del pensiero dominante. Dal XX° secolo, o secolo breve, terminato nel 1989, siamo giunti all’inizio del XXI° navigando a vista, sotto il continuo implodere di “architetture istituzionali” consolidate negli anni, se non nei secoli. Di pari passo l’innovazione scientifica e la sua applicazione tecnologica, di cui non siamo riusciti a cogliere gli immediati effetti sulla società, ha intellettualmente compiuto uno strappo, nei confronti di quel processo educativo volto alla ricerca della consapevolezza sociale, egemonizzandolo. Nel contempo gli spazi di riflessione ed esercizio intellettuale sono stati chiusi o limitati a pochi attori centrali, in seguito ai tagli da parte dei governi. Uno scippo di risorse finanziarie, avvenuto allo scopo di assegnare e remunerare spazi intesi, volgarmente, come similari, ancorché legittimati da specifici professionisti. I luoghi di elaborazione, all’interno dei quali il confronto paritario definiva ulteriori evoluzioni di una idea politica o sociale originaria, sono stati soppressi, per dar voce ad istituti di un pensiero incasellato e sempre uguale a se stesso. In taluni casi, spudoratamente finanziati da pseudo-filantropi. Per contro, negli anni più recenti, abbiamo visto il risorgere di ulteriori spazi fuori da tali istituti, quasi sempre in contrapposizione con essi, ma il cui grado di elaborazione soffre di una continuità interrotta da circa trent’anni. Strutturati in modo fortemente instabile e altrettanto risibile, si esprimono sul piano intellettuale attraverso un esercizio al limite della pratica “alchemica”. Due mondi non dialoganti, separati da una insanabile frattura, che sono divenuti funzionali al raggiungimento di un obiettivo, la cui specifica architettura sociale è di per se apolitica, quanto priva di ideali antropocentrici. In perfetto e pragmatico asservimento alle funzionalità economiche e scientifiche, di cui agli attuali idealismi sottaciuti, ove l’umanità è regredita a strumento e la democrazia relegata alla mera funzione di gestione amministrativa. Maurizio Ciotola

Quartu Sant’Elena, gli abusi e il suo degrado. Di Maurizio Ciotola

Se in Sardegna i riferimenti “istituzionali” in merito alla pessima gestione politica ed amministrativa, erano e sono rappresentati dalla RAS, da oggi sappiamo che tale malagestio è affiancata dall’amministrazione di Quartu Sant’Elena. La chiusura del collegamento diretto della città di Quartu S.E., con la spiaggia del Poetto e l’arteria viaria che la unisce con Cagliari e la litoranea per Villasimius, mette in evidenza le dimensioni della sua disfatta gestionale. Quartu S.E. è per quantità di popolazione ed indotto economico, la terza città della Sardegna, ma a parte i balzelli che necessariamente impone ai suoi residenti, la restituzione in termini infrastrutturali e culturali è poco più che nulla. L’elezione del Sindaco Stefano Delunas, avvenuta grazie alla candidatura nel centrosinistra, ma con cui non governa per dissapori sin dal suo insediamento, ha costituito il punto di non ritorno del degrado quartese. La città, come sappiamo, ha moltiplicato negli anni i suoi abitanti, assorbendo un’ampia fascia di cittadini cagliaritani e tanti giovani, per cui i costi degli immobili di Cagliari erano e sono proibitivi. La grande area costiera quartese a pochi minuti dal capoluogo, dove per tanti è stato possibile realizzare costruzioni accoglienti, con annessi cortili a breve distanza dalle spiagge del litorale, oggi costituisce più di un terzo dell’intera popolazione cittadina. Ma nè il centro urbano e ancor meno il suo litorale sembrano godere di servizi degni di tale nome. Le strade dissestate o non asfaltate, la devastazione edile, di cui la città e il suo litorale sono ancora oggi oggetto, quanto la conurbazione apparente ed incompleta ed in ultimo, il senso estetico di una edificazione sguaiata, chiama in causa un fra west amministrativo, di cui Delunas è solo l’ultimo gestore in ordine di tempo. E'una città in cui le regole seppur presenti, sono puntualmente ignorate o dove le irregolarità, possono essere sottratte alle sanzioni pecuniari e alle legittime demolizioni. Negli stessi giorni in cui è stata chiusa viale Colombo, la Guardia di Finanza ha monitorato gli ingressi degli impiegati agli uffici comunali, rilevando almeno due gravi irregolarità. Un ulteriore fatto attraverso cui emerge la condizione per la quale, non solo la politica della città è responsabile, quanto la malversazione di alcuni componenti dell’amministrazione medesima. Del resto le condizioni di abbandono sono visibili a chiunque, e se non potevano sfuggire al Sindaco, alla sua Giunta, come al Consiglio, in misura più definita, non sarebbero dovute sfuggire ai tecnici e funzionari dell’amministrazione, che sulla città vigilano. Al pari non è plausibile che, solo in seguito alla caduta del cornicione del “ponticello” incriminato in viale Colombo, l’ufficio tecnico dello stesso comune, prenda atto del pericolo di un suo cedimento. Certo è che, se risponde a verità quanto riporta il leader del Polo Civico Tonino Pani, in merito alle parole del Sindaco Delunas, che parla di "sperimentazione di un’area pedonale"per viale Colombo, capiamo di essere ancora una volta di fronte ad una improvvisazione politica. Una sperimentazione che avrebbe sicuramente ragione di esistere, per la bellezza naturale che quella strada frantuma ed interrompe, con il suo transito di mezzi, ma che per essere attuata, necessiterebbe di ulteriori infrastrutture alternative, al momento inesistenti e men che meno previste. Quartu S.E. detiene il triste record di incompiute, di incidenti stradali, di mancati rispetti ambientali, di abusivismo edile o edificazioni avulse al più elementare piano di urbanizzazione, attraverso cui è pensata qualsiasi città e la sua graduale conurbazione. E'una città che vive in simbiosi con il Capoluogo di Regione, ma con cui non ha definito e messo in atto un agevole sistema di comunicazione viario a minimo impatto ambientale. E'figlia di abusi cui le gestioni socialiste, comuniste e soprattutto democristiane, ancora attive per mano dei figli e sotto altra entità politica, hanno ridotto il centro storico ad una funzione residuale. Un centro storico avulso al suo mostruoso contorno, che riesce a rivivere le glorie passate, solo in occasione della festa del santo patrono, Sant’Elena. In via traslata e atemporale sia consentito un parallelismo simbolico, per cui ancora una volta, una donna è abusata con la sua città, da una gestione maschilista e per questo predatoria. Vittima e preda della più nefasta speculazione edilizia e non solo, di cui negli anni l’intera città è stata teatro. Maurizio Ciotola

Salvini parla, ma sul territorio la violenza dilaga. Di Maurizio Ciotola

Dopo avere avuto negli anni della Repubblica, ministri degli interni di cui non andiamo fieri, come Scelba, Cossiga, Scalfaro, Mancino, Scajola e Minniti, che hanno condotto politiche repressive e al limite della Costituzione, l’attuale ministro Salvini è per fortuna, a loro confronto, poco più che uno scolaretto. Ma la sua incapacità, che emerge da un evidente assenza di sicurezza nel territorio, nelle parti più vive e centrali delle grandi città italiane, a partire dalla Capitale, ci preoccupa oltre qualsiasi misura. Siamo ben consapevoli che le condizioni di degrado sociale, cui vaste aree del Paese hanno subito negli ultimi vent’anni, sono il prodotto di una politica predatoria, collusa con ampie fasce della malavita organizzata. Dopo le stragi di mafia dei primi anni novanta, parti sostanziali, istituzioni della nostra Repubblica, sono cadute nelle mani di delinquenti e principianti. Il giudice Falcone e il giudice Borsellino avevano il preciso quadro dell’intreccio malavitoso, cui parti delle istituzioni e gran parte del mondo economico erano e sono i principali attori. Ma quella mafia ha compiuto un salto di qualità, operando una scissione con l’operato violento per le strade del Paese, di cui non ha più il controllo, ma di cui funge da cassiere e agente finanziario. La magistratura negli anni ha voluto inseguire marginalità e fatti specifici, senza riuscire a ricostruire il tessuto organico, le cui origini tanti hanno ben chiaro e che, tra le carte dei due giudici uccisi era riportato. Ma la frattura esistente tra una magistratura priva di un reale contatto con la realtà e le forze dell’ordine, le quali in merito alle indagini dipendono dallo stesso organo giudiziario, sembra essere sempre più drammatico. Il coordinamento delle forze dell’ordine, da parte del ministero, non solo giustamente non viene meno, ma è esercitato in una mai avvenuta ricognizione dei confini tra i due soggetti istituzionali, magistratura e ministero stesso. Il ministro Salvini, vero e proprio corpo estraneo all’interno del ministero, non mostra di avere alcun controllo e capacità di coordinamento nel ruolo di cui è stato investito. Dopo aver aizzato gli animi e agito contro un’immigrazione dalle evidenti caratteristiche da tratta degli schiavi, di cui le nostre istituzioni insieme a quelle europee si sono resi responsabili, la sua inazione sul territorio, verso cui dovrebbe invece mostrare attenzione, è del tutto evidente. A Napoli come a Milano, a Roma come negli innumerevoli centri minori del Paese, le sparatorie avvengono in pieno giorno e nei centri urbani, ove cadono cittadini innocenti e per puro caso bersaglio di questo far west nostrano. Senza pudore le squadre di fascisti, inneggianti al loro delinquente capo, che per vent’anni da dittatore ha governato questo Paese, agiscono indisturbate nelle vie principali delle stesse città. Un Paese che non ha mai fatto i conti con la sua storia lontana e recente, tangentopoli in ultimo, non potrà avere un futuro stabile, perché qualsiasi costruzione democratica o similare, sarà sempre edificata su fragili o inesistenti fondamenta. In altri tempi, l’emergere di una simile recrudescenza malavitosa per le strade delle città del nostro Paese, avrebbe indotto le forze politiche democratiche ed indipendenti dalla malavita, a chiedere le dimissioni del ministro degli interni, per evidente incapacità. Il constatare questa palese evanescenza dell’opposizione e della componente governativa maggioritaria, costituita dal movimento 5 stelle, in merito a questa barbarie in atto, mette in risalto il distacco della politica dalla realtà del Paese, se non la collusione con quelle stesse frange della malavita, che continuano ad insanguinare l’Italia. Il fallimento di Salvini sta nel suo operato da ministro degli interni, nell’evidente incapacità di garantire la sicurezza sul territorio nazionale e altresì, nell’impedire il continuo vilipendio della Costituzione. Quest’ultimo, un’inaccettabile oltraggio a quelle vite di uomini morti per la democrazia, affinché anche persone come Salvini, potessero avere la libertà di esprimersi liberamente in una democrazia compiuta. Marizio Ciotola

Signor Presidente. Di Maurizio Ciotola

Le prossime elezioni saranno quelle europee, ma l’attenzione principale della politica locale è rivolta alle amministrative, che interesseranno Cagliari e Sassari, insieme ad altri 27 comuni dell’Isola. Non ci sorprende il ritardo con cui l’attuale Presidente Solinas procede nell’individuazione degli assessori, che lo accompagneranno nel quinquennio e la cui scelta politica andrà a bilanciarsi con quelle dei candidati sindaci delle città interessate. Altresì non comprendiamo però quale è, o quale sarà il programma con cui il Presidente vuol governare e quello cui la maggioranza regionale intende proporre, per governare le città soggette al rinnovo del Consiglio comunale e del suo Sindaco. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un esercizio di prerogative prive di capacità di visione e di progettualità, figliate dall’affermazione di se stessi e dei propri legati. Cagliari non più di Sassari, ha bisogno di progetti infrastrutturali e di recupero, capaci di restituire alla loro bellezza queste città dilaniate negli anni da uno sviluppo incontrollato e abusato. Cagliari è certamente capoluogo di Regione, ma ha gli elementi per essere anche una delle capitali del Mediterraneo, se solo si riuscisse a definire prima ancora di far decollare, un progetto coerente e condiviso, soprattutto integrato nel contesto esistente. Abbiamo apprezzato negli anni gli interventi delle amministrazioni, che a macchia di leopardo sono intervenute sul territorio, restituendo alcune parti storiche, dimenticando tante altre e ignorando le periferie. Ci siamo resi conto dell’assenza di idee per la gestione di importanti edifici urbani dopo i loro parziali recuperi, unitamente all’incapacità di immaginare la destinazione o l’utilizzo per altri storici edifici restituiti dai ministeri alla Regione, prossimi al disfacimento. Non tutto può esser fatto con risorse locali, ma qualsiasi progetto può e deve esser avviato, sviluppato, in un concorso internazionale di idee in sinergica partecipazione con quelle locali. Lei sa egregio Presidente, che non saranno i candidati a sindaco o gli assessori della sua giunta a definire nel loro isolamento, un progetto sinergico capace di avviare uno sviluppo per questa Regione e le loro città. Ma è altrettanto evidente che, quell’idea di sviluppo, se assente, sarà calata dall’alto o congelata per sempre, e in entrambi i casi i danni saranno irreversibili. Dopo sessanta giorni non abbiamo visto il varo di questo progetto per l’Isola, che può certamente avvenire senza la presenza degli assessori, cui una volta nominati consentiranno la realizzazione. È evidente però, che il progetto non solo non c’è per la Regione, tanto meno per il rinnovo delle amministrazioni locali che potranno costituire motore o freno, ma Lei sembra altresì essere ostaggio, in una evidente impotenza decisionale, della stessa coalizione che lo ha sostenuto. Non è sufficiente mutare il volto del presidente o cambiare le bandiere che sostengono una coalizione di maggioranza, per guidare la Regione. Come non è possibile utilizzare “Sa die de Sa Sardigna” per offuscare gli effetti della sua inazione. La sua facile vittoria e quella della coalizione è stata possibile, grazie al triste lascito, negativo e doloroso, di chi vi ha preceduto alla guida della Regione. Un fatto che però non trova analogie con le gestioni delle amministrazioni comunali che, diversamente disastrose, sono percepite altrettanto diversamente, in senso positivo, dai loro cittadini elettori. Sappiamo che una macchina amministrativa come quella regionale non si ferma per l’assenza di alcuni assessori, ma sicuramente essa affonda in mancanza di un progetto politico/economico e sociale. Egregio presidente Solinas, non ci sono più scialuppe di salvataggio ed affondare in questo quinquennio di mutamenti internazionali, comporterà l’inabissarsi della nostra Sardegna di cui sarete responsabili. Maurizio Ciotola

Intervista all’On. Carla Cuccu, Consigliere Regionale M5S. Di Maurizio Ciotola

Dopo il successo del M5S alle ultime elezioni regionali, con l’elezione di sei consiglieri nella massima Assemblea regionale nel pieno rispetto di un’equità di genere, tre donne e tre uomini, abbiamo voluto intervistare la neo eletta Carla Cuccu, avvocato in Cagliari, portavoce del gruppo consiliare, nonché attivista storica dello stesso movimento. D) Il successo del 24 febbraio, con sei consiglieri eletti, è stato un risultato inaspettato o no? R) "Le aspettative erano grandi. abbiamo tutti pensato che fosse arrivato il momento per la Sardegna di aprirsi verso un cambiamento serio e concreto. Anche alla luce delle politiche portate avanti dal Governo nazionale, nella piena concretezza rispetto a quanto annunciato in campagna elettorale. Siamo contenti per esser riusciti ad entrare in Consiglio con sei rappresentanti dei diversi territori regionali, a garanzia di un ricco e profondo scambio dialettico. Abbiamo anche garantito, in un’equità della rappresentanza di genere, le pari opportunità e le prerogative per una maggiore sinergia del gruppo". D) Cosa pensi della legge elettorale sulla parità di genere, e a cosa attribuisci l’esito elettorale così negativo per le donne candidate? R) "Sicuramente vi è stato un uso improprio di questa legge, che ancora una volta ha consentito all’universo maschile assumere un ruolo monopolizzante rispetto a quello femminile. La dove si tralascia, che la capacità di incidenza nella società, partendo dalla famiglia, fino a dispiegarsi nel mondo del lavoro della donna, è da sempre maggiormente caratterizzante e quindi soprattutto autorevole. per cui c’è sempre la necessità di recuperare, prima ancora che nella politica, le singole funzioni e i ruoli che all’interno di una società civile, rivestono gli uomini da una parte le donne dall’altra. Non in una contrapposizione, ove l’uno debba prevalere sull’altro, bensì nei termini di complementarietà. Credo che prima ancora di parlare di contenuti politici, il compito primario di questa politica debba essere proprio quello di ricostruire una società, che oggi ha perso la propria identità e la propria funzione, di cui appunto l’agire di uomini e donne". D) Potresti esprimere un’opinione sulla Giunta, su quello che c’è e dei suoi primi accenni, di cui non siamo ancora riusciti a capire gran che. R) "Abbiamo anche noi difficoltà a cogliere quelle che possono essere le progettualità di questa Giunta. Siamo anche rimasti fuori da una rappresentanza all’interno dell’ufficio di Presidenza del Consiglio, per ora la maggioranza ha dimostrato che l’interlocuzione con il Movimento sia da espletare nei termini di una netta separazione. Sicuramente questa Giunta, che nasce con estremo ritardo rispetto ai proclami in campagna elettorale, sembra orientata a dare priorità all’occupazione dei posti di potere, piuttosto che occuparsi delle emergenze dei sardi". D) Massimo Zedda, subito dopo la proclamazione degli eletti ha prospettato la condivisione di un progetto di opposizione comune con il M5S. Quale è stata la vostra reazione? R) "Abbiamo accolto positivamente quanto proposto da Massimo Zedda. Ovvero laddove ci sarà un programma e una previsione di risposte reali e attuabili a vantaggio dei sardi, ci vedrà sicuramente affiancati. Tant’è che noi abbiamo proposto subito a Zedda di votare insieme la riforma della legge elettorale. Vedremo nel proseguo se oltre ai propositi ci saranno azioni conseguenti, che vanno a certificare la veridicità della loro proposta". D) La modifica della legge elettorale è quindi nel programma di opposizione del Movimento? R) "Si, l’attuale legge nasce nel 2013 ad opera di Cappellacci, con lo specifico obiettivo di sbarrare l’accesso in Consiglio al M5S alle elezioni del 2014. Anche in questa tornata elettorale ci sono state le gravi conseguenze di questa legge maldestra, per cui bisognerà apportare i correttivi necessari allo scopo di consentire una partecipazione democratica e rispettosa della volontà dei sardi, in termini di preferenze e di sbarramenti". D) Quale è la vostra idea di sviluppo per la Sardegna? siete disposti a prospettare un’idea di cambiamento sfidando la staticità locale e le problematiche di ricollocazione occupazionale che si creeranno? su questo avete già maturato una condivisione con il centro sinistra? R) "Devo subito premettere che, per ora non ci sono punti di condivisione, giacché non sappiamo quale è nello specifico, il programma del centrosinistra. Noi del movimento siamo coscienti dell’enormità del progetto di cambiamento cui andiamo incontro e che dobbiamo necessariamente affrontare. Per quelli che sono gli aspetti economici, culturali e sociali nel territorio, il nostro impegno non potrà che essere quello di tutelare l’occupazione in questa fase di transizione. per cui si passerà da un’industria pesante a nuove forme di produzione ad altissimo valore aggiunto, di cui abbiamo necessità per restare ancorati all’economia mondiale. Non posso per altro non stigmatizzare e mettere in evidenza le forti responsabilità di chi fino ad oggi ha governato la Sardegna, e non ha saputo prospettare un’adeguata transizione tra queste due fasi industriali. Vi è l’aggravio, costituito dall’incapacità o non volontà, per cui le stesse industrie non sono state vincolate ad un piano di dismissione e bonifica. Anche il piano Sulcis con le sue prerogative, era rivolto alla riconversione e bonifica del territorio, ma ad oggi non sappiamo come sono stati spesi quei soldi. Quali bonifiche sono state avviate o se sono state fatte. è stato prospettato un inserimento in un mondo economico capace di sostenere e offrire sviluppo in quei territori? Noi aspetteremo di vedere quali saranno le proposte di sviluppo della Giunta, e interverremo nella prospettiva di una loro possibile attuazione o rigetto. Proposte che ovviamente non potranno avvenire nell’ultima fase della legislatura. Stiamo parlando di problematiche complesse, da affrontare nell’immediato. Ed è per questo che ci spaventa il ritardo del varo della squadra di governo da parte della maggioranza". D) Vi spaventano le prossime elezioni europee, per quanto concerne gli eventuali esiti negativi generati dall’alleanza di governo? avete una candidata capolista di rilievo. R) "Non saprei dire, anche perché non è una preoccupazione che ci sta interessando. Per noi l’impegno principale è quello di fare bene e comunque, ovvero di dare un progetto concreto, che possa essere realizzabile ed effettivamente foriero di cambiamento. Oltre alla capolista Alessandra Todde, Ceo di Olidata, c’è il nostro attivista storico Donato Forcillo, che ha significativamente contribuito alla definizione del “reddito energetico”, sperimentato a Porto Torres". D) Cosa è il reddito energetico? R) "Con un fondo ad hoc vengono finanziate famiglie in difficoltà economiche, per l’installazione di pannelli fotovoltaici (chiavi in mano e manutenzione compresa), per cui oltre al risparmio stesso della famiglia, l’eccedenza energetica ceduta alla rete, remunerata secondo quanto deliberato dall’Autorità energetica, ha lo scopo di finanziare e reintegrare il fondo stesso". D) Non ti sei voluta sbilanciare sulle europee, per cui immagino non lo vorrai fare neppure per le amministrative a Cagliari. R) "A Cagliari vinceremo sicuramente!!". D) Che rapporti avete voi con gli indipendentisti? R) "Per ora nessuno. Noi riteniamo che tutte le forze politiche avvicendatesi in questi anni al governo della Regione, condividano un elemento di politica comune, che è quello del fallimento. Dobbiamo capire se gli indipendentisti vogliono aprirsi ad una progettazione realizzabile, evidentemente in termini anticipati rispetto a quelli che sono i giochi da scacchiera di una certa politica, che purtroppo mira solo alla sua reiterazione, piuttosto che dare risposte agli elettori. Siamo fiduciosi e attendiamo". D) E' la prima volta che entri a far parte della massima Assemblea istituzionale della regione, quali sono le tue prime percezioni in merito a questa grande macchina istituzionale, che tutti vogliono modificare? R) "La mia professione, che mi porta ad avere dimestichezza con le aule del Tribunale, quanto con le cancellerie, credo mi avvantaggi su questo versante. Per quanto ho potuto intravedere in queste poche battute iniziali, in Consiglio esistono diversi uffici e alte professionalità che necessitano di un coordinamento. Un imprinting che dia motivazioni e snellezza nell’agire per il conseguimento di un risultato. Probabilmente il fatto che si trascurino alcuni aspetti di questa grande macchina istituzionale, è dovuto al fatto che non cambiare certi suoi aspetti organizzativi è più semplice, perché consente un ulteriore radicamento di situazioni, che se mutate destabilizzerebbero il radicamento del potere. Vi è una staticità strumentale attraverso cui si finge di cambiare per non cambiare niente, il cui fine è quello di mantenere sempre le stesse persone nei ruoli strategici. Gli amici degli amici che devono perseverare ed accrescere un potere costituito nel tempo. Per iniziare a sgretolare, a scalfire questo sistema, che definisco “cristallizzato”, ritengo sia necessario il coraggio, l’impegno, quanto una forte determinazione. Una serie di caratteristiche personali attraverso cui, in un moto sinergico, riuscire a sgretolare questo blocco cristallizzato". D) Un’operazione che non potrà essere compiuta in una legislatura. R) "No, ma possiamo iniziare a farlo. Il nostro obiettivo, come movimento 5 stelle, è quello di non prestare il fianco a lungaggini che siano fine a se stesse, nel gioco delle parti. Ma mettere in campo una opposizione costruttiva per un cambiamento reale". Maurizio Ciotola

Scuola ed università, educazione e omologazione, il ruolo delle risorse. Di Maurizio Ciotola

Oltre agli studi specifici compiuti dall’Università, unitamente ad una moltitudine di pedagogisti intraprendenti ed indipendenti, l’impegno dello Stato nell’educazione dell’età evolutiva, dai 0 ai 18 anni, è fortemente deficitario rispetto a quanto richiesto dagli stessi studiosi e dai principali attori dell’educazione. La porzione predominante delle risorse destinate all’istruzione, rispetto al fabbisogno complessivo, è costituita dalla necessaria, quanto insufficiente remunerazione dei docenti. Al fabbisogno essenziale, lo Stato sottrae una altrettanto cospicua porzione delle risorse, per destinarle alle molteplici, seppur necessarie, attività educative di integrazione. Abbiamo un sistema educativo ed istruttivo il cui impegno profuso dallo Stato, in corrispondenza dell’età di chi frequenta le scuole e le università, risulta chiaramente capovolto o inverso alle esigenze stesse per fascia di età. Ancora una volta gli stanziamenti e le erogazioni, sono determinate dalle pressioni dirette, convergenti con interessi specifici, piuttosto che dalla messa in campo di un progetto di crescita generale. Sappiamo, grazie ai continui studi di cui l’Italia vanta l’eccellenza, che l’età infantile è quella in cui l’apprendimento costituisce la centralità nella costruzione delle capacità cognitive di ogni individuo, su cui andranno ad innestarsi negli anni successivi, gli ulteriori apporti educativi e formativi. In quell’età infantile di massima e solida percezione, abbiamo il dovere di rendere fruibile gli elementi attraverso cui, l’educazione consente la massima crescita dell’infante, futuro protagonista sociale dello Stato che lo educa e istruisce. Assistiamo invece ad un doppio disimpegno, da parte delle istituzioni che riducono o azzerano gli investimenti verso l’educazione, e dei genitori la cui costrizione economica li conduce a ricercare un banale ambito di accoglienza per i loro figli. Lo Stato è reo di un comportamento finalizzato a depotenziare gran parte della cittadinanza, su cui con metodi differenti e in fasi successive, saprà imporre le “adesioni” funzionali ed acritiche, ovvero la chiave per l’omologazione comportamentale. Le famiglie vittima dell’annullamento del welfare, per cui sopperirvi è necessario un totale impegno sul piano lavorativo e temporale, nel senso remunerativo, sono obbligate a consegnare i propri figli a condizioni di ribasso economico ed educativo. Quelle più abbienti e il cui impegno è allineato all’ascesa funzionale negli ambiti professionali più diversi, consegnano i loro infanti in ambienti ove è assicurata l’omologazione, di cui essi stessi sono vittima ed autori. La sinistra progressista di questo Paese, non più degli altri del nostro Occidente in declino, ha cessato di costituire il gruppo di pressione all’interno dello Stato allo scopo di accrescere l’impegno nell’educazione e nell’istruzione. Si è appiattita sulla necessità di finanziare in modo preminente le Università, attraverso progetti di chiaro interesse per quelle aziende private che, nell’orientare la ricerca non lesinano incarichi ai docenti, secondi destinatari di questo impegno economico, oltreché parte attiva nella politica istituzionale. L’obiettivo è annullare l’autonomia scolastica ed universitaria, in ultimo della <> attraverso cui è possibile il governo democratico della società. Maurizio Ciotola

Radio Radicale. Di Maurizio Ciotola

Chi si è occupato di politica e ancora cerca di adoperarsi perché questa non lasci spazio a tecnicismi o a all’antipolitica, ha ascoltato ed ascolta Radio Radicale nella quotidianità. Ancora oggi Radio Radicale contribuisce in modo decisivo alla formazione superiore di chi vuole occuparsi di politica e dell’informazione politica in modo professionale e profondo. Radio Radicale è un veicolo informativo, che nell’ambito delle sue capacità ed indipendenza, consente la conoscenza dei fatti e delle connessioni tra i fatti, in misura sopraffina ed encomiabile. E'l’emittente radiofonica che ci ha consentito di seguire le audizioni delle Commissioni parlamentari, di cui nessun giornale, sicuramente nessuno tra i più diffusi, davano e danno notizia. Ha garantito in un’epoca buia del Paese, quella a ridosso del 1992 fino ai giorni nostri, di ascoltare i diversi processi giudiziari, cui grandi politici o intere aree politiche sono stati sottoposti. Forse abbiamo capito che “il bacio di Totò Reina con Andreotti” non è mai avvenuto, ed altresì che il processo “Mafia Capitale” ha messo a nudo un intreccio malavitoso tra politica e organizzazioni a delinquere di stampo mafioso, che non ci saremmo mai aspettati. Ma Radio Radicale ci porta anche notizie dirette dalla Turchia, dall’estremo oriente, dall’India, dal mondo della tecnologia e della finanza, che fanno scoprire quanto occultato dai “media di regime”. E'stata l’unica testata giornalistica che ci ha consentito di seguire la guerra in Cecenia grazie all’inviato Antonio Russo,giornalista poi ucciso a Tibilisi come vero e proprio martire dell’informazione. Il servizio continuo e costante attraverso cui abbiamo da sempre udito le sedute in Parlamento ha l’imprinting originario di Radio Radicale, minato nel 1998 dalla maggioranza di centro sinistra, che fece nascere Rai Radio Parlamento, allo scopo di azzerare il finanziamento a Radio Radicale, appunto. Quello che vediamo oggi, è un dejavù, incarnato ieri dai democratici di sinistra e dai popolari, oggi tutti riuniti nel PD. Nulla di nuovo sotto il sole, ma non per questo meno pericoloso o meno disastroso per l’informazione. Radio Radicale non ha mai goduto dell’appoggio delle tante testate giornalistiche italiane, notoriamente in mano a lobby economiche, il cui compito ancora immutato, più che fare informazione o indagini, è stato ed è quello di orientare l’opinione pubblica. La forza di Radio Radicale, è ovviamente costituita dai suoi giornalisti, ma in quanto ad indipendenza e forza intellettuale, la garanzia ultima è sempre stata quella di Marco Pannella. Gli stessi Radicali, oggi divisi in due fazioni, non condividono una visione comune e non offrono una garanzia di indipendenza per le loro azioni, che in parte si riverberano sulla radio omonima. Nessun politico, degno di esser chiamato tale, ha mai rinunciato all’ascolto della rassegna stampa mattutina di Radio Radicale, la cui forza e autonomia interpretativa è stata data negli anni da Massimo Bordin, per la cui conoscenza storica ed interdisciplinare, meriterebbe una cattedra ad hoc in una delle migliori Università italiane. Possiamo non condividere tante opinioni ed azioni dei Radicali o quelle veicolate dalla medesima radio, cui personalmente pur ascoltandola da decenni, in parte rifiuto o non condivido. Ma la sua neutralità trovava il garante indiscusso in Marco Pannella, un uomo la cui statura politica lo poneva al di sopra di fazioni o parti della politica medesima. Un’emittente però non può essere legata al suo fondatore e garante, se vuole continuare a svolgere quel ruolo di indipendenza a garanzia dell’informazione nel modo l’ha contraddistinta dalla sua nascita. Forse Radio Radicale deve compiere una ulteriore mutazione sul piano organizzativo ed amministrativo, della sua proprietà, se essa è d’intralcio allo svolgimento dell’attività sul solco di ciò che è stato il suo passato. Probabilmente l’indipendenza stessa dei giornalisti che in essa operano, deve trovare maggiori spazi in modo da non concedere coabitazioni su più testate, offrendo così il fianco ad un conflitto di interessi delle informazioni veicolate. Siamo sicuri che Radio Radicale riuscirà a svolgere ancora il suo ruolo informativo ed insostituibile, grazie al quale è consentito l’ingresso ad ognuno di noi ascoltatori, dentro le carceri e il loro perenne degrado “istituzionale”. Ma soprattutto vogliamo augurarci che, le eventuali motivazioni di una sospensione dei finanziamenti pubblici, che rifiutiamo, non risieda nella solita difesa in ombra ad una parte della magistratura, che negli anni della Repubblica ha esercito la giustizia in modo arbitrario e disonorovole per il Paese. Altresì non vorremmo che, di fronte alle tante disponibilità dei testimonial politici, si nasconda la volontà di portare a chiusura una radio scomoda, per mano altrui, scaricando le responsabilità visibili e concrete su coloro che oggi governano il Paese, invisi ad una intera classe politica ancien régime. Crediamo che un tavolo di discussione tra la redazione di Radio Radicale, il Presidente del Consiglio e il Ministro per lo Sviluppo economico, intrapreso in un’ottica di trasformazione a garanzia dell’indipendenza, che ha sempre contraddistinto la Radio, condurrà ad un esito positivo e fruttuoso per il Paese, prima ancora che per i colleghi della Radio. Maurizio Ciotola

Confindustria e Sardegna. Di Maurizio Ciotola

Siamo convinti che l’economia di questo Paese può ripartire grazie ad un impegnativo, quanto significativo investimento industriale. Altresì siamo consci che tale sviluppo industriale non potrà ripartire o in taluni casi, partire, se non si investe nella infrastrutturazione del Paese e nello specifico, di questa Regione. Gli impegni politici ed istituzionali senza un chiaro piano organico, sul cosa e del perché investire, si trasformano notoriamente in sostanziose erogazioni a perdere. Il convegno di Confindustria in Sardegna, svoltosi a Cagliari venerdì 29 marzo, sembra agire con una evidente pressione verso il nuovo esecutivo Regionale, tra l’altro non ancora insediato e di cui non si conoscono gli incarichi in Giunta. Sicuramente oltre al Presidente Solinas, Confindustria e i suoi associati, intendono interagire con un assessore il cui dialogo conduca ad esiti positivi, forse per entrambi, sicuramente per Confindustria. Crediamo che, nella legittimità apprezzabile cui Confindustria esercita il suo ruolo, il piano industriale proposto nella sua organica fumosità, non costituisca le basi per la rinascita dell’economia Isolana. L’Industria in Sardegna è costituita per l’ottanta per cento dalle raffinerie della Saras, con gli annessi stabilimenti chimici, e la produzione elettrica generata dallo sfruttamento dei residui di raffinazione. Il resto è costituito da un insieme di insediamenti chimici, in parte convertiti e in parte inutilizzati. Non esiste un’area significativa, di peso e in prospettiva, capace di condurci a pieno titolo nel millennio che abbiamo incominciato a vivere. Gli unici interventi di svolta, ma la cui esiguità li pone ai margini al pari di applicazioni da “laboratorio” è relativo a ciò che avviene nel contesto del CRS4 a Pula. Ci dovrà essere un momento in cui avrà inizio la “migrazione” da una condizione industriale al tramonto oramai da vent’anni, ad una pienamente inserita nell’evolutivo contesto mondiale. In quest’Isola esistono insediamenti industriali con una tecnologia di esercizio risalente a vent’anni prima del loro effettivo tramonto, cui l’impatto ambientale, inquinamento del suolo, delle falde acquifere, ha determinato una totale compromissione del territorio. Quell’industria, in parte deve abbandonare il territorio e in parte deve mutare radicalmente il suo ciclo produttivo. Nel comprendere le preoccupazioni di Confindustria, rimaniamo sconcertati di fronte ad un inesistente piano industriale generale, di cui gli stessi industriali dovrebbero essere i propositori. Sono trascorsi almeno venticinque anni dal rifiuto poi reiterato con e ad ogni legislatura regionale, la cui accettazione invece, ci condurrebbe verso un effettivo cambio di passo dell’industria locale. Non abbiamo assistito a vere e proprie trasformazioni tecnologiche, che avrebbero potuto garantire efficienza e concorrenzialità, ma solo ad una vera e propria combine clientelare, con cui si è azzerata qualsiasi prospettiva industriale. Par suo la Regione ha evitato di impegnarsi in un piano di infrastrutturazione, se non con degli annunci spot, cui l’inconsistenza è verificabile ogni giorno dagli operatori di qualunque settore. Non sarà l’incremento delle volumetrie a ridosso delle spiagge sarde, il momento capace di determinare una rinascita dell’industria, che di tali “briciole” si avvarrà in misura minima e a tempo. Per contro il deterioramento permanente della bellezza naturale, che verrà sfregiata, soffocherà l’unico e vero motore dell’industria turistica. Il territorio deturpato e offeso ha necessità di esser bonificato, la dov’è ancora possibile, con un impegno miliardario e di lungo termine cui non solo la Regione deve puntare. Il 5G in Sardegna verrà testato certo, come è avvenuto per una serie numerosa di tecnologie innovative, poi divenute attuali; ma questo al pari degli altri casi, determinerà ricadute temporanee e non strutturate, in cui la popolazione attiva regionale si troverà a svolgere ruoli in posizione di subalternità, per altro mai riconosciuti. Ancora oggi non è possibile operare connessi ad una rete efficiente e stabile, in un qualsiasi paese del centro Sardegna o eventualmente pensare di insediarsi con la propria famiglia, per gli impedimenti derivanti dalle pesanti carenze di quelle infrastrutture essenziali, quali strade e servizi primari. L’industria in Sardegna non può campare sul perenne e mai finito rifacimento della SS131 Carlo Felice, unica arteria isolana, su cui l’Anas ha devoluto ininterrottamente oltre il 50% dei suoi investimenti regionali, per almeno tre o quattro decenni. Dovremo necessariamente ripensare ed esaminare lo sfacelo ambientale in cui versa l’intera area industriale di Macchiareddu e richiedere sostanziali adeguamenti, senza peraltro barattarli con edificazioni para circensi nella città di Cagliari. Ma, nella concretezza che sembra emergere, pare quasi impossibile sperare che questo esecutivo regionale riesca o voglia mutare tale percorso, piuttosto che reiterare l’esistente a garanzia del duopolio di cui è parte e da cui è figliato. Maurizio Ciotola
Sottoscrivi questo feed RSS

3°C

Cagliari

Partly Cloudy

Humidity: 77%

Wind: 14.48 km/h

  • 03 Jan 2019 13°C 1°C
  • 04 Jan 2019 12°C 1°C