Un tour di 8 giorni in Sicilia. Di Rosaria Floris

Partenza 19 agosto, Cagliari - Catania ore 21. Finalmente in Sicilia. Volevo, come turista, ma come amante della storia, raccogliere a piene mani quest’isola, chiuderla dentro scrigni per poi riaprirli in tempi futuri, magari accanto al camino, gustando saporiti frutti d’autunno e rivivere quei giorni di emozioni e, a occhi chiusi, sognare. Goethe diceva che è in Sicilia che si trovar la chiave di tutto, le scambievolezze delle tinte,l'armonia del cielo col mare e del mare con la terra. Ma io dico di più: è in Sicilia, nei siciliani che ho incontrato, ho trovato l’orgoglio dell’appartenenza a una terra che da sola racchiude la storia dei millenni. La storia di popoli che l’hanno conquistata, dominata, abbellita, amata regalando al mondo meraviglie ineguagliabili. Solo poco più di un’ora e quel mix di patrimonio artistico culturale sarebbe stato mio. Sicilia, Trinacria, terra dalla forte identità bagnata da tre mari: un alternarsi di numerose dominazioni, dai Greci, ai Romani, dai Bizantini, agli Aragonesi, dai Normanni agli Spagnoli, popoli che hanno saputo lasciare all’isola e al mondo la sua millenaria storia. Pensavo di non farcela, credevo che il mio stato di salute, dopo le ultime tragiche notizie compromettesse la partenza. Mentre invece eccomi qui, ora a raccontare ciò che in soli otto giorni ho visto, vissuto, acchiappato con occhi e con cuore, ma specialmente ho cercato di aiutare il mio corpo, la mia mente a dare un nuovo senso alla vita. Andavo ripetendomi, ora l’avrei guardata e vissuta con occhi e dimensioni diverse. Gli occhi sono sempre gli stessi, curiosi indagatori, che cercano, risposte alle tante domande. Altra cosa è la dimensione temporale. Quell’oggi che non voglio lasciare, proiettato nel domani certamente, ma fermo. Ma se penso con raziocinio a quella diagnosi, a quanto mi resterà da vivere, se penso al domani, conoscendo quel domani che forse non conoscerò, sembra tutto utopia. Eppure sto imparando a guardarlo quel domani, vederlo ancora pieno di tante cose ti tante emozioni, usando la forza di volontà, il credo interiore e l’amore alla vita sono certa lo percorrerò. Andavo scrivendo, raccontando nei miei scritti, solo ieri, di come bisogna amare la vita, di come questa debba essere vissuta, protetta, di come bisogna lottare per non farla morire. Ancora oggi mi accorgo che sono le stesse cose che mi accingo a scrivere, ancora oggi la vita questa nostra unica meravigliosa vita deve essere vissuta al meglio anche se vivendola incontriamo tanti guai, dolori, umiliazioni, mancata dignità e malattie. Ma ripensando ai momenti belli, che ognuno di noi ha incontrato nel suo cammino, ecco che la vita ritorna, ritorna il sorriso i ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità. Forse non siamo allora riusciti a coglierli al meglio quei momenti che poi sono stati anni. Ripensiamo all’amore, ripensiamo a questa nostra isola che Dio ci ha regalato. Al suo mare, alle lunghe distese di boschi, al cielo quasi sempre azzurro e al sole. Ricordiamo la carezza della mamma, il primo bacio d’amore, il primo stipendio speso con gli amici in giro per locali della città, oppure facendo un regalo. Quella vita che oggi mi va di raccontare, oppure di tenere stretta nel cuore, ma che mi sta dando quel nuovo senso di come debba essere vissuta - Amare lottare per essa. Solo due mesi fa dopo un esame del sangue mi dicono che ho un brutto male, uno di quelli che purtroppo…. Allora tutto inizia a cambiare, quel senso della vita adesso diventa diverso, più forte. Mi sono domandata cosa fare. Devo morire? Ma questo lo sapevo già che un giorno o l’altro la morte sarebbe arrivata non solo per me, ma per tutti. Allora la risposta che ho trovato è sempre quella: l’amore alla vita, per essa per tutto quello che mi ha dato in tutti questi lunghi anni e per quelle che, ne sono certa ancora mi darà. Ho chiesto a Dio di aiutarmi in questo non facile cammino, ho precettato anche tutti i Santi e l’Angelo custode con preghiere quotidiane e con un sorriso sempre da regalare. Ho chiesto loro di starmi vicino accompagnandomi perché so che insieme ce la faremo. Ma sto divagando, parlavo di Sicilia, di questa isola sorella diversa dalla nostra Sardegna ma con tante in comune. Le coste, i mari, i pesci, le saline, il senso dell’onore dell’uomo. Diversa per monumenti, chiese, piazze, diversa ancora per l’Etna uno dei pochi vulcani al mondo attivi. Sapete sono salita il secondo giorno del tour sino a 2000 metri. Sembrava un paesaggio lunare. Tutto intorno per km, terra nera, quel magma, quella lava rossa di fuoco che aveva dei secoli scorsi, ma anche in questo, distrutto paesi e città, ora è terra nera, mentre le bocche su in altro ancora fumano. Un’esperienza bellissima e ancora una volta mi pongo domande. Paola la mia figliola, salita sino a mt. 3000 con funivia e lunga camminata a piedi, ricorda il vento freddo e l’emozione di essere giunta quasi sino al cratere centrale. A Palermo il teatro dei Pupi di Santa Rosalia (patrona) creato nel 1971 da Mimmo Cuticchio e che oggi gestisce la famiglia. Il Museo internazionale delle marionette creato nel 1975 da Pasqualino Antonio. Palermo sono i bianchi palazzi barocchi e le residenze in stile gotico e arabo, che risplendono di luce e di fascino antico. Le piazze, i ristoranti, gli alberghi e sempre storia da ascoltare. Catania, costruita con le pietre vulcaniche, nera e bianca, città bellissima, forse quella che mi è piaciuta di più, senza nulla togliere a Siracusa e alle altre città. Anche qui monumenti, chiese, piazze, e il colorato e rumoroso mercato del pesce. E poi i risini, i cannoli e la rinomata pasta alla norma, chiamata così in quanto al famoso compositore Vincenzo Bellini piaceva mangiare la pasta con le melanzane. La patrona di Catania è sant’Agata il simbolo della città è la fontana dell’elefante. Il barocco anche qui prevale nelle costruzioni, piazza Duomo con la cattedrale di sant’Agata esempio tipo di barocco siciliano. Chiamato così in quanto ricostruito dai siciliani dopo le tremende distruzioni dei secoli passati causati dai terremoti e dal vulcano. Quante cose, quante meraviglie architettoniche,e quante dimore principesche: l’ Anfiteatro Greco Romano, Castello Ursino e mosaici, tanti mosaici nelle chiese, nelle case dei Normanni, Bizantini, Greci. E poi a Siracusa, le prigioni, le latomie, il teatro Greco e l’orecchio di Dionisio. Ancora mi perdo in questo raccontare meraviglie. E ritorno col pensiero alla mia Sardegna, terra anch’essa dominata, conquistata da Aragonesi, Fenici, Arabi le cui coste ancora riportano fortezze: i Nuraghi, le tombe sacre, le distese incontaminate, guardo i boschi di Lecci, i fiumi, le saline, gli stagni. Sogno le Janas, gli Elfi, adagiati sulle rive che giocano con le sirene. E guardo in alto in quel cielo azzurro dove le aquile reali sono padrone. Certamente la Sicilia è Bella e mi è piaciuta tanto , certamente millenaria storia, così come la nostra, noi sardi, i Nuragici, orgogliosi,alteri popolo di navigatori, di guerrieri. Ecco, niente paragoni, due isole sorelle che quasi si toccano, se allungano le lunghe braccia. Isole sorelle anche nei Nobel con Pirandello e Grazia Deledda. E Poi, essendo sarda, che dire: amo fortemente la mia terra, e in quel tour di otto giorni, la Sardegna mi è stata sempre accanto e non è mancata occasione che io la raccontassi. Rosaria Floris

Ita basca! Cos’e morri. Finalmente arriva settembre. Di Rosaria Floris

La prima brezza mattutina finalmente regalava quel tanto agognato refrigerio. Settembre era arrivato e con lui finalmente sarebbero arrivate notti di riposo e sonni tranquilli. Il profumo del caffè penetrava sin dentro le narici e non c’era cosa migliore per il risveglio. Carlo e Paola cussu mengianu depiant fai unu sciaccu mannu de cosas. In primis sighir’e preparai is valigias e apustis portai is fillus a domu de sa mamma de Paola a Bidda Noa chi teniat unu bellu giardinu. “Nah Carlixeddu, as postu arroba pesanti in valigia, giai ddu scis chi aundi depeus andai fai frius. M’arrecumandu maglioni, migias, e scarponis.” “Eia sa sposa, si m’arregordu sa basca chi eus passau, ancora m’intendu mali. Alta montagna, aria buona e puru bonu pappai. Aiò Lollotta si da seus meritaras custas ferias”. Carlo era euforico, aspettata quella bellissima vacanza, su in Trentino tra laghi e boschi, insomma, a su friscu. Lavoravano entrambi in un grande Super Market, lui come magazziniere, lei commessa di cassa. Avevano due bambini in età scolare, pochi problemi, se non il danaro che non bastava mai, ma formavano una bella e sana famiglia. Ecco che le valigie erano pronte, i bambini pure. Una capatina al mercato di San Benedetto per comprare del buon pesce, gamberoni e formaggio pecorino stagionato da portare su in Trentino. ”Portaus pisci puru a domu de mamma po prandi, unu cunilleddu, una puddixedda e birdura e frutta aicci èst a postu po una parig’e dis”. Tutto ormai era pronto. Ultimi preparativi per l’imbarco e finalmente soli, da sembrare sposini, saliti sul ponte guardavano Cagliari, le bianche torri, il mare azzurro e seguendo la scia dell’onda già una piccola lacrima solcava i loro volti. Partivano e già la nostalgia li stava avvolgendo. Rosaria Floris

Ita basca! Cos’e morri. Finalmente arriva settembre. Di Rosaria Floris

Ci siamo, da venerdì 1° settembre, fino a domenica 3 settembre ritorna l'appuntamento del festival di letterature applicate. Scrittori, musicisti, storici, giornalisti, attori, antropologi, sociologi e urbanisti, tutti riuniti nello spazio tra il Giardino sotto le Mura e il Terrapieno, nel quartiere di Castello. Una tre giorni caratterizzata da incontri e confronti dove la grande letteratura internazionale avrà un ruolo di rilievo. Il tema scelto dall'associazione Chourmo, che dal 2003 porta a Cagliari il festival, è Il mare intorno, un omaggio alla nostra isola, alle sue bellezze e alle sue contraddizioni. Le attività, con inizio giornaliero alle 18, vedranno protagonisti diversi ospiti stranieri come Brian Panowich, Johnathan Lee, Bjorn Larsson, Kadeer Abdolah, Sandrine Collette, Philippe Georget, Abilio Estevez, tra gli italiani ci saranno Marco Aime, Simona Vinci, Antonella Lattanzi, Marta Federica Ottaviani. Tra gli italiani, Marta Federica Ottaviani, Francesco Abate e Niccolò Migheli. Tra le particolarità di questa edizione, le procedure per garantire la sicurezza delle persone, a seguito dei tragici fatti avvenuti a Bercellona. In questo senso la capienza massima consentita al Giardino sotto le Mura da quest'anno sarà limitata. Inoltre gli steward del Marina Cafè Noir provvederanno a presidiare tutti gli accessi, fornendo le informazioni del caso ai visitatori. Disponibile anche maxischermo che verrà allestito negli spazi del Festival, e lungo la passeggiata del Bastione che affaccia sul Giardino sotto le Mura.

Paola Falconi tra scultura e pittura. Di Rosaria Floris

Non basterà un solo colpo d’occhio per farsi un’idea delle sue opere. Non basterà un solo sguardo a decodificare la semplicità della sua scelta nell’essenzialità delle sue forme, per quanto riguarda le sculture e neanche la pulizia delle linee, per quanto riguarda i disegni e le pitture. Da “Paola Falconi IN INSPIRED BY NATURE”. Paola Falconi apre la sua monografia dedicandola “Alla mia famiglia” ma non solo, anche alle sue maestre d’arte e di vita: Ines Corona e Maria Grazia Oppo Falqui. Soltanto ieri ho conosciuto personalmente Paola Falconi,in quanto invitata dalla Galleria The AB Factory in via Alagon a Cagliari. Ciò che mi ha colpito maggiormente di questa artista è stata la sua personalità, l’eleganza, la semplicità mista a sobrietà nel vestire e nel mostrarsi. Senza ombra di dubbio posso dire bella, nella più ampia accezione. Accanto all’artista, suo marito Mario Mariano e i loro quattro splendidi figlioli. Le sue opere brillantemente commentate da Katiuscia Carta che fa sue le parole di Paola: “quando ho capito che stavo diventando un’artista la vita ha iniziato a sorridermi di più, l’arte la creatività facevano bene alla mia persona”. E ancora “quando arriva il momento, chiudo gli occhi per un attimo, mi concentro e, senza esitazioni, incomincio lavorare“. I quadri sembrano animarsi col suono delle parole che vibrano tra silenzi e rumori sommessi dei tanti ospiti che, con occhi estasiati, curiosi, meravigliati e rapiti ascoltano e guardano. I colori fanno da padrone: il blu, il rosso, il bianco esaltano le linee dipinte e le sculture. Pittura e scultura del tutto innovatrici anche se risentono della scuola di grandi maestri, senza comunque averne influenzato il suo estro. La fantasia, il sogno, i viaggi, la natura, le emozioni, ecco che le troviamo tutte nei suoi dipinti. Senz’altro la passione, la determinazione miste a coraggio, voglia di sorprendere e tanto amore, usando elementi della natura e del sogno partendo dall’infanzia. Queste passioni sono nate in lei pian piano diventando poi importanti, essenziali. Il grande Mario Delitala zio materno di Paola, già mentre la ritraeva bambina, ne traduceva nei segni il carattere, le emozioni la personalità della nipotina. Paola Falconi nasce a Cagliari nel 1968, il papà avvocato e la mamma insegnante. Ama giocare all’aria aperta, leggere libri di favole, ama le illustrazioni colorate e sogna mondi incantati popolati di fate. Ancora oggi i colori tenui di quelle illustrazioni l’accompagnano specialmente negli acquarelli dedicati alla natura e ai dipinti figurativi. Studia al Conservatorio pianoforte e la musica è l’altra musa che l’accompagna nel cammino della sua vita d’artista di donna e di madre. Continua gli studi al Ginnasio Dettori, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, viaggia tra Cagliari e Bologna e in quel periodo scopre la passione per le letture di biografie di artisti. Viene affascinata dalla storia di Henri Matisse, la sua vita difficile, l’essere riuscito a superare difficoltà e sofferenze della vita, con l’aiuto della pittura, con i colori vivaci, portatori di bellezza e speranza. Ecco che in Paola si fa strada la sua vera vocazione, quella del linguaggio della pittura e della scultura. Al suo rientro a Cagliari studia da privatista sotto le amorevoli cure di Maria Grazia Oppo Falqui e Ines Corona, conseguendo la maturità presso il liceo Artistico di Cagliari. Nel 1989 completa i due anni di studi e di frequentazione all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Continua a Carrara e nel 1993 si diploma con lode in Scultura. Continua a studiare a muoversi alla ricerca di interiorità espressive, le trova in diversi maestri. Uno di questi è Costantino Nivola, con lui ritrova la sua terra di Sardegna della quale interpreta con maestria la natura selvaggia e i valori come la maternità, volto di donna, Maestrale. Ancora incontri importanti come Brancusi e il giapponese Kan Yasuda. Troviamo oggi le opere di Paola Falconi in diverse mostre cittadine, Cittadella dei Musei, Galleria La Bacheca, ma le troviamo ovunque in Sardegna e fuori. Ricordando le parole del grande Matisse che disse “ci sono sempre fiori per chi li vuol vedere”, Paola di fiori, uccelli, nuvole ce ne regala in quantità e, protagoniste, ce li propone in una carica di positività e di bellezza. Rosaria Floris

Lilli Ruggieri. "L’eleganza si può imparare, lo stile no". Di Rosaria Floris

L’arte, la poesia l’eleganza nel commercio. Oggi in questo mio passeggiare per Cagliari nella nostra elegante, colorata "Via Alghero", mi soffermo e guardo con occhi sempre incantati le vetrine "Ruggieri". Fa tanto caldo stamani, le previsioni non sono tanto benevoli anche se il sole non riesce a illuminare con i suoi raggi le vetrine. Qualche negozio chiude, se ne aprono altri. Uno o due di questi, che oggi chiudono, sono "I Ruggieri". Chi di noi non si è mai affacciato a curiosare? Chi almeno una volta non ha acquistato un capo in questi eleganti, raffinati e profumati negozi? E se andiamo a ritroso nel tempo, ricordiamo quando il commerciante Innocenzo Ruggieri fondava l’attività, aprendo un negozio in cui si poteva trovare e acquistare di tutto: dal filo, alla lana, a oggetti per la casa. Una storia avvincente, avventurosa, quasi leggenda quella di questa importante famiglia che nell’arco di oltre un secolo è riuscita a dare a Cagliari il marchio Ruggieri. Anni 60, ecco che Innocenzo detto Lilli figlio di Ferdinando e Anna rivoluziona e trasforma quei negozi di tessuti in negozi di abbigliamento, calzature e accessori. Porta a Cagliari la moda francese, inglese e, cosa unica, porta le grandi firme su tutte le strade dello shopping più raffinato. Che meravigliosi gli anni 60-70. I giovani impazzivano per i Beatles, Rolling Stones e tutti dovevano avere indosso un accessorio, scarpe, foulards o addirittura un abito dei famosi "Ruggieri", sinonimo d’eccellenza, rispetto delle tradizioni e della sobrietà. Ma oggi, 2017, in una calda mattina d’estate, seduti attorno a un tavolino di un bar con aria condizionata, bibita ghiacciata e immancabile telefonino, mi trovo a chiacchierare con Lilli Ruggieri. Proprio lui, il titolare de “I Ruggieri”. Che dire di quest’uomo, sempre bello, elegante, raffinato e affabulatore. Tre parole mi vengono in mente mentre lo guardo con sincera amicizia: forza, coraggio, determinazione, parole che porta stampate nel suo Dna. Nel parlare, ricordiamo entrambi, con vena nostalgica, i nostri giovani anni, il Lido, il d’Aquila, il Marabotto, il caffè Genovese. Le discoteche erano ancora lontane, ma sono sicura, i miei genitori non avrebbero permesso: “ita bregungia po sa picciochedda”. Per questo si ballava da amici, al Lido. “Si, cara Rosaria, si, i negozi chiudono ma i miei, riapriranno subito, rinnovati, nessuna recriminazione se non il momento tragico che stiamo vivendo. La vita stessa comunque ci sprona a fare sempre meglio, i clienti, chiedono sempre di più. La concorrenza a volte è spietata, sleale, ma dobbiamo combatterla e come guerriero, vincerla. Bisogna adeguarsi ai tempi, aprire le finestre sul mondo, offrire sempre il meglio. E che cosa c’è di meglio in tutto questo nostro fare commercio se non essere missionari della nostra attività?. Bisogna far di nuovo respirare aria di novità e alta professionalità. Oggi il cliente deve entrare nei nostri negozi, accolto sempre col sorriso in un piccolo salotto con un buon libro, una tazza di caffè buona musica in sottofondo. Ecco questi saranno i nostri nuovi “I Ruggieri”. Nessuna vendita su Internet, solo contatto diretto con i clienti che, diciamolo pure senza vanto, sono ancora tanti e col tempo sono diventati cari amici". Il sole adesso colora le vetrine e i nostri volti, lasciamo il bar salutandoci e Lilli con un sorriso mi sussurra pian piano: Vincerò. Rosaria Floris

Giuseppina Melis Trincas, nota Pinella, e il suo V.O.F.S. Volontariato Ospedaliero Francescano. Di Rosaria Floris

Nasce a Cagliari il 15 luglio 1924 nello storico quartiere di Stampace in via S.Efisio n.23 al piano 2°. Prima figlia di Antonio, cagliaritano e Dessì Rosa Nuorese di Ortueri. Che dire, ha nel sangue l’ironia, la capacità creativa del cagliaritano Stapacino e l’orgoglio, la forza la determinazione del nuorese. Vissuta con is Cuccurs Cottus, anche lei ne assume tutte le caratteristiche, compresa quella di considerare il Santo protettore Efisio uno di casa, al quale confidare, dolori, gioie ma anche pene d’amore. Siamo nel 1944 e Pinella consegue il diploma magistrale e nel 1945 si iscrive al Magistero con laurea in Pedagogia. Parte subito a Brescia per un Master sulle discipline Orthofeniche conseguendo poi il relativo diploma. Non tarda ad arrivare il matrimonio. Nel 1946 si sposa con Erasmo Trincas, professore di lettere, nella chiesa di Sant’Efisio, in quanto la chiesa di Sant’Anna era distrutta da quei tremendi bombardamenti. A celebrare il rito fu Monsignor Plinio Piu. Ma a raccontare della sua avventurosa e meravigliosa vita è lei, Pinella. Questa chiacchierata è datata 2015, serata d’inverno, nel salotto del “suo” centro di volontariato VOFS in via Ariosto 24. “Ricordo come fosse ieri, si, ieri, quei bombardamenti del 28 febbraio del ’43 a Cagliari, alla Stazione Centrale. Ero in attesa di salire sul treno quando all’improvviso cadono le bombe, distruggono la via Roma, i palazzi crollano e io mi ritrovo scaraventata per terra in quella stazione impazzita di urla e pianti. In mio aiuto venne Erasmo, colui che sarebbe poi diventato mio marito. Eravamo frastornati, impauriti ma non feriti e dopo esserci consolati a vicenda ci siamo salutati, cercando con difficoltà immense di raggiugere la strada di casa. Con tutta la famiglia siamo partiti per Carbonia da sfollati e lì a Carbonia c’era Erasmo che insegnava. Dal matrimonio sono nati tre figli: Franco, Carlo e Paola. Io insegno da precaria e poi a Cagliari per oltre 40 anni. Ma questo non mi bastava, ero battagliera per natura e in un certo senso, lo sono ancora. La lotta, la guerra, quella per la dignità, per i diritti alla salute, alla vita, mi ha sempre accompagnato. Sono stata patronessa del Nastro Azzuro Associazione dei reduci di guerra, ho avuto un cognato morto in guerra ad Eil Alamein, medaglia d’argento. E poi anch’io sono stata insignita di medaglia d’oro, non per gli anni di lavoro ma per meriti didattici. Nel 1969 resto vedova con tre figli: Carlo 21 anni, studente in medicina, Marco 17 studente e Paola 10. Abitavo in via Sant’Alenixedda e posso dire con certezza che la provvidenza Divina non mi ha mai abbandonata. Sai perché tutti mi chiamano Pinella? Perché quel nomignolo piaceva tanto a mio marito, lui mi chiamava sempre così e allora, l’ho adottato. Stavo dicendo come e quando ho sentito forte il bisogno di dedicarmi ai malati e ai più soli, abbandonati andavo volontaria nei reparti geriatrici aiutando anche con semplici parole e abbracci. Un ricordo lontano mi ritorna in mente, prepotente e lo lascio entrare. Era il 1970 quando ricevetti una telefonata dalla mia amica presidente dell’associazione aiuto ai carcerati, che mi informa su una nuova carcerata. Una mia alunna di soli 17 anni. Una ragazza che conoscevo bene, alla quale ero anche affezionata. Aveva partecipato a una grossa rapina. Posso assicurarti che quello fu un lungo periodo di lotte, di partenze per Roma, di processi durato ben 12 anni. Conobbi anche la responsabile di Telefono Amico e collaborai per ben 11 anni. Tutto questo cercando sempre di conciliare al meglio il mio ruolo principale di madre e quello di volontaria. Sono nata nel volontariato in onore di San Francesco, mi sento francescana nella mente, nel cuore nello spirito. La forza che ho avuto e che continuo ad avere nonostante la mia bella età di 90 anni la devo a Lui che mi ha insegnato ad amare senza nulla chiedere.” Scusa Pinella una domanda – da quanto tempo sei entrata a far parte dell’ordine Francescano entrando nel campo del cosi detto “Terziario” e poi perché si dice terziario e non "secondario o primario”.” Bella domanda mia cara, perché il terziario è il terzo ordine riservato ai laici che hanno comunque l’obbligo di rispettare le regole che sono preghiere quotidiane, obblighi di povertà obbedienza e carità. E queste regole o io e mio marito le abbiamo osservate già dal lontano 1950 anno in cui entrammo a far parte dell’ordine Francescano”. Pinella continua a parlare, a ricordare come se il tempo, quei lunghi anni (e sono 40), non fossero passati. E oltre 25 anni sono trascorsi da quando Pinella fa nascere il V.O.F.S Volontariato Ospedaliero Francescano Sociale portando aiuti in tutti quei campi del bisogno. Da quello materiale con Banco Alimentare, a quello morale con psicologi e medici, a luoghi di svago per anziani soli, piccoli lavori per aiutare la manualità e aiuti alle famiglie con familiari disabili e principalmente aiuti negli ospedali, agli ammalati. Penso proprio che Pinella abbia fatto di tutto, forse non tutto bene, forse non tutto al meglio, ma ha veramente fatto tanto e lo ha fatto con quello spirito francescano che non l’ha mai abbandonata. Ancora oggi parla di come migliorare il suo volontariato francescano, cosa e come aiutare le persone, le famiglie, i malati, come aiutarli ad amare ancora la vita in nome di quel santo Francesco, aiutarli a non perdere la speranza e la fiducia nell’uomo nel mondo. E ancora a chi lasciare il testimone, chi si prenderà cura del Centro Sociale. Ma forse lei sa già a chi passarlo e con un sorriso mi stringe la mano serena. Allora Pinella cosa vuoi ancora aggiungere ai tuoi tanti ricordi? O meglio cosa vorresti ancora fare, dare o dire ai tuoi tanti e tanti amici?. “Ecco questo si, ancora una cosa, non perdere mai la fede, la speranza, non aver paura di chiedere aiuto. Io l’ho sempre fatto e vi giuro che l’aiuto non mi è mai mancato. E poi usando le parole di Gesù dico: Venite a me e aggiungo, aiutatemi e portate avanti questo VOFS, quando non ci sarò più e ancora voglio chiudere con il perdono, a quanti ho fatto del male, nell’incoscienza dell’averlo fatto o per averlo fatto a causa di questo mio brutto carattere che ancora mi ritrovo. Vi voglio bene". Non ho parole per questa donna che definisco Grande. Medaglia d’oro meritata. Pinella muore nel 2017 lasciandoci questo suo ricordo. Rosaria Floris

Su tram de su Poettu e Cocco fresco. Di Rosaria Floris

“Castiadda sa bruscia, oi puru è passada accant’e domu faendimì su crepa crepa”. Mariolina chiude subito la finestra continuando a imprecare contro quella cosìdetta amica. “Oh sa sposa, lassadd ‘a perdi, est arrennegara e gelosa puru, de candu, Corrado t’ha tzerriau a sa Corrida, jei est a frori!. Tui, tenis una bella boxi e cantas meda beni, mi calant finzas is lagrimas”. Nanneddu suo marito la consola, conosce la bravura di sua moglie, cantante lirica mancata, e sa con certezza che per lei ci saranno solo applausi. Quella domenica di Maggio il caldo si faceva sentire e di buon’ora i due coniugi decisero di andare al Poetto. La fermata del tram stava proprio sotto casa loro, viale Diaz, una bella domu manna cun cortili, cunillus e una pariga de puddas. Presi, ombrellone, due seggioline e borsa frigo partono all’arrembaggio del tram, cercando la carrozza con sedili migliori. Con loro, anche Luigino chiamato “Cocco fresco”, con secchiello colmo di pezzi di Cocco e ghiaccio, sperando di venderlo tutto. Quel tram era una meraviglia, sembrava il trenino dei film western, quando passava sfiorando e facendo fischiare il muro della Monfenera. Qualche ragazzino si attaccava dietro il vagone per non pagare il biglietto, ma anche per spavalderia. Su neboreddu insoru non arribada a unu metru de artaria e billettu non di pagada. Prima fermata, ”dai calai c’è pagu genti e podeus scioberai su logu accanta da tziu Portoghese chi mat promittiu de mi imprestai sa barca, po piscai arrizzonis". Ma ecco che Luigino incomincia "Cocco fresco, cocco fresco venite, oi è prùs bonu, benei". Su mari pariat ollu, colorau de asulu e celesti. Ombrelloni a postu, carireddas puru e Mariolina oberi "Grand’Hotel", po isciri crastularas de attoris e cantantis e de cosas de sa "Corrida". Su pippiu accant’e mari fiat gioghendi cun s’arena e, Nanneddu cun sa barchixedda fiat torrendi cun arrizzonis e calincuna sparedda puru. Ma, avevano fatto i conti senza l’oste. All’improvviso il cielo si rabbuia e lampi e tuoni costringono la famigliola a rifugiarsi dentro la piccola costruzione del sig. Portoghese, ben felice di dividere con loro e con Luigino, che di Cocco ne aveva venduto poco, quei ricci appena pescati e quelle buone cose che stavano dentro la borsa in attesa di essere mangiate.

C’era una volta Villanova. Di Rosaria Floris

Anni 50, ancora non avevano catramato le strade e i ciottoli abbondavano. Il Provveditorato agli studi apre le porte in quella erta salita che porta al Terrapieno e ai Giardini Pubblici. Le due lunghe strade, la Via Giardini e via San Giovanni con i loro tanti vicoli erano il cuore del quartiere. Il mitico Tram con i vagoni di legno, il Bastione e la sua Passeggiata Coperta. Riaprono le attività artigiane: i falegnami, i barbieri, le sarte, i fabbri e il piccolo commercio si espande, botteghe di frutta e verdura e generi alimentari, latterie, macellerie, qualche farmacia, e forni di pane e quel tanto frequentato “sale e tabacchi” e le tante Chiese, il profumo intenso dell’incenso e il suono delle campane. I Giardini Pubblici e il Terrapieno erano i luoghi in cui i bambini potevano giocare tranquilli, senza pericoli, ma anche luoghi di lunghe e passeggiate per gli adulti e aria buona. All’ingresso dei Giardini c’erano due grandi vasche con pesciolini e larghe foglie bordate di mattoncini rossi. Lunghi viali alberati, grosse piante di ficus e possenti rami aspettavano i bimbi e i loro giochi: altalene, piccole spericolate escursioni dopo aver intrecciato larghe foglie e seduti a cavalcioni sui quei rami, diventavano indiani, sceriffi, fischietti e trombette. E c’erano anche le fontanelle d’acqua fresca ma anche le grotte: “S’arricoveru” che servivano ai rifugiati in quei tremendi bombardamenti che distrussero quasi tutta Cagliari. E una di quelle grotte vide anche me e mia nonna. Forse avevo un anno o forse meno quando all’improvviso le bombe caddero sulla città. I miei genitori erano a lavoro, a mia nonna non restò altro da fare che prendermi in braccio e portarmi su ai Giardini, al Ricovero. E si! C’era una volta Villanova con i giardini, col profumo dei fiori, del pane, dell’amicizia fraterna. Si leggeva l’Unione Sarda, il settimanale Grand’hotel, c’erano Is Pioleddas piccoli luoghi di ristoro per un buon bicchiere di vino, fave lesse, burrida, anguidda, cocciula, ma anche arrosti di carne e pesce. C’erano i carnevali, sa Rantantira, c’era Fra Nicola che su quelle strade di Villanova portava il suo profumo di carità. Rosaria Floris
Sottoscrivi questo feed RSS

Cagliari