Cancioffali e sa tzia affroddiera. Di Rosaria Floris

In un tempo non lontano, i Cagliaritani dei quattro storici quartieri: Marina, Stampace, Villanova, Castello, si conoscevano quasi tutti e tutti sapevano di tutto, insomma tutti per uno, uno per tutti. Diversi ma uguali, per tradizione e orgoglio di appartenenza. Ognuno vantava le proprie usanze, i loro saperi. Il Carnevale finalmente era arrivato e con lui il costume da indossare era il pensiero quotidiano. Artigiani e volontari lavoravano alla realizzazione dei famosi Carri e per l’occasione erano giunti a Cagliari i maestri Viareggini. Era il primo vero Carnevale Cagliaritano e sa Rantantira s’intendiat cantai a boxi manna, accumpangiada da su sonu se sa grancascia, tamburus e aundi il feminas in is prazzittas arregalanta tzippulas e is pippius cun trumbitteddas gioganta e cantanta: donami una cicca, donamindi un’atra, arrengenge. Cambara, cambar’e maccioni, pisciurrè. Nunziatina, sa filla prùs pittica de gomai Bonarina e de Fisinu “nas’e listroni” fiat abettendi de scurigai po crastulai, cun s’amiga de “Arrosa cariredda” chi mischinedda si fiat depia coiai a sesci annus, pringia, cun cussu sfainau de Lillicu, e custa borta non si podiat mascherai". Ma non solo anche per discutere quale maschera avrebbero indossato sopra quel bellissimo carro fatto da suo padre e dalla G.I.O.C. “ Deu mi seu cosia su costumu de mongia, e tui Doloreddu, as accabau cussu de tiaulu? Ita n’di nadas ti praxi sa cosa?” Faceva freddo quella sera di febbraio, il cielo non aveva più colore e le nubi si stavano addensando lasciando posto alla pioggia. In cucina la madre, la nonna e comare Fisina controllavano sa scivedda per vedere se l’impasto per le tzeppole era lievitato a dovere. S’arruga fiat gjai prena de piccioccheddus cun trumbittas, sonendi e cantendi Sa Rantantira, ma de prùs fiant abettedi cussas bonas tzipulas chi Bonarina, nomenara tzia affroddiera, poita sciiat tottu cussu chi sutzeriat in su bixinau, de beni e de mali. Ma de prùs poita faiada is tzippulas mellus, de tottu is gomais de Stamapaxi, cun bonu sabori de arangiu e meda zuccuru, ita cosa bona! Bisognava comunque pensare anche alla cena- Risotto e polpette allo zafferano. E giai non fiant cussas bombas, non depiant mancai puru cussu merì de Carnevali, a bortas cuxinaras a bagna, a bortas frittas, ma cussas cun su zafferanu fiant po su madiru is mellus cosas. Ad aiutare Bonarina in cucina, lasciando le zeppole ancora a riposo era rimasta comare Tonina, Che serata, tra profumi di fritelle e risotto cun is bombas. E in foras,Sa Rantantina e is mascararas preniant de allirghia su coru de is cuccurus cottus, e puru Sant’Efis fiat cuntentu. Rosaria Floris

Carnevale a Cagliari. Stampace: storia, leggenda, tradizioni, presente e futuro. Di Rosaria Floris

Nel lontano 1782 in una struttura situata tra le storiche mura di Castello e Stampace, nasce la Corporazione di Sant’Anna che si prodigò di tramandare, conservare, organizzare e realizzare il Carnevale. Il primo vero Carnevale Cagliaritano d’epoca moderna nasce proprio con loro, lì nel quartiere storico dove ha tutt’ora la sua sede con la denominazione: Società di Sant’Anna, in Via Cammino Nuovo al confine tra i quartieri di Castello e Stampace. Ancora operativi sono due campi di bocce per manifestazioni provinciali e regionali di categoria, ma anche spazi e sale per incontri culturali, convegni e studi. Fu anche la prima Associazione a mettere in scena i carri allegorici coinvolgendo i maestri Viareggini e denominando poi l’evento “Carnevale Cagliaritano”. Fra i promotori, il presidente, cav. Giovanni Loddo, i fratelli De Salvi, e anche artigiani e abitanti di Stampace. Il luogo in cui si organizzavano gli l’eventi era la Chiesa di Santa Chiara, ma in seguito all’editto di Monsignor Paolo Botto, dopo 10 anni venne vietata l’utilizzazione di quel luogo. Nonostante fossero poche le risorse economiche, la Società confluì nel Circolo Tognolo e poi nella GIOC “ Gioventù Italiana Operaia Cattolica”. Fu lei poi ad organizzare il carnevale e le sfilate carnevalesche a Cagliari. Purtroppo la sede della GIOC, che stava nella vecchia chiesa di Santa Restituta in via S.Efisio (dove si svolgevano e realizzavano eventi, compresi i presepi e festeggiamenti per il Santo), fu sfrattata dopo tanti e tanti anni di permanenza. Ancora oggi non ha una sede. La Chiesa è stata restituita al culto e ai Cagliaritani devoti nel 2016. Ma parliamo anche di tradizioni, di quelle che forse in parte si sono perse nei tempi, ma rimaste ancorate nella memoria. Tradizioni non scritte, in cui i saperi, i sapori, sono rimasti intatti ma che necessitano di essere tramandati. Parliamo di carnevale si, ma ancora prima dello storico, profumato, colorato quartiere di Stampace in cui Il Carnevale Cagliaritano nasce con la Rantantina. Uno dei quartieri questo, in cui la storia pare essersi fermata dentro le muraglie, le torri, le chiese i conventi dei Gesuiti. Leggende e storia ci raccontano affascinanti racconti in quell’Anfiteatro di lotte di gladiatori romani. Stampace: nome nato forse da quell’antico detto Pisano” Sta in paxi”. I cagliaritani, o villani, così allora erano chiamati dai conquistatori, non potevano abitare dentro le mura, potevano entrare solo per portare loro merci o manufatti, ma all’imbrunire dovevano lasciare le mura del Quartiere. Se qualcuno veniva trovato oltre l’orario lo si buttava giù dalle mura pronunciando quella tremenda frase: “ sta in paxi”. Ma questo non è cosa certa, una delle tante dicerie tramandate. Per chi non lo sa, Stampace si divide in: Stampace bassa e Stampace alta. Quella bassa parte da Piazza Jenne, con la chiesa di Santa Chiara e col suo profumato mercatino, Sant’Anna, Santa Restituta, Sant’Efisio, San Michele, già Ospedale Militare, ma seguendo l’indicazione di Carlo Felice, entriamo nel lungo corso Vittorio Emanuele, detto “Su Brugu” il Borgo, un tempo una delle strade più importanti con botteghe di artigiani del legno, del ferro, maistr’e pannus, commercianti, panificatori. La bellissima chiesa dell’Annunziata e poi il teatro Giardino, il teatro Massimo che hanno ospitato negli anni 49-50 la prima Fiera Campionaria Sarda. Su Brugu va a finire sul limitare di sant’Arennera, (sancta Venera martire), oggi Santa Avendrace, vecchio villaggio pescatori, in cui troneggia la fantasiosa, misteriosa “Grotta della Vipera”. Quanti aneddoti, quante cose a quante storie inventate, sognate su questo nome, su queste cavità sotterranee scoperte poi come luogo di sepoltura romane. Ed ecco Stampace alta sempre salendo dal corso Vittorio Emanuele, Su Brugu troviamo la monumentale villa di Tigellio che prende erroneamente il nome di villa da Tigellio musicista e poeta originario di Caralis. Un complesso di rovine di epoca romana e ancora sempre salendo troviamo l’Orto Botanico, che oggi appartiene all’Università. Dal periodo che va dal 1752 al 1769 fu realizzato su un terreno chiamato “Su Campu de su re” a Villanova. In seguito, verso il 1820 un altro terreno più idoneo, venne individuato nella valle di Palabanda tra l’Anfiteatro e Villa Tigellio, il luogo in cui oggi sorge l’attuale Orto Botanico, realizzato e progettato dal prof. Giovanni Meloni Baylle, che si interessò anche di acquistare altri terreni limitrofi con l’aiuto del ministro Giovanni Lanza. Verso i primi del novecento, raggiunse il suo pieno sviluppo con visitatori da tutta l’isola e Italia. Oggi uno dei più importanti musei botanici d’Italia e sorge in via sant’ignazio da Laconi. E poi l’Anfiteatro Romano, la cui realizzazione si colloca tra il I e il II secolo DC. La Sardegna ormai da secoli dominata dai Romani – a seguito della diffusione del cristianesimo - ha vissuto le lotte dei gladiatori che vennero sospese nel 438 DC. dall’imperatore Valentiniano III, tanto che poi l’Anfiteatro cadde in disuso e abbandono. Dal periodo dell'alto medioevo e medioevo venne utilizzato come cava dai vari conquistatori bizantini, pisani e aragonesi per nuove fortificazioni. E poi ancora sempre salendo “Casa di riposo Vittorio Emanuele III” e ancora l’istituto dei Ciechi, L’Università, il Convento dei Capuccini. Ma restiamo al Carnevale. Parliamo di Rantantina o Rantantira, parlaiamo di maschere di tzippulas, di frittura, ma anche di cuccurus cottus, teste calde che ci conducono in via Azuni, Via Ospedale, Via Buragna, via Sant’Efisio, via Siotto Pintor, via Ospedale e stiamo sempre con loro quando, nel mese di luglio, organizzano il “cuccurus cottus day“ con rappresentazioni teatrali e con su cumbidu. Una distribuzione gratuita di malloreddus carne, pesce e altro. Stampace con Sant’Efisio, Sant’Anna e il Carnevale. Fulcro delle tradizioni e dei costumi cagliaritani. Rosaria Floris

Una Domenica a Sant’Elia: 20 febbraio 2015. Di Rosaria Floris

Nonna Vittoria e nonno Alberto amavano molto i bambini e in quel quartiere erano veramente tanti. Sua nuora Rina con cinque figli, vedova del loro figlio Nino, abitava con loro. Fiant unu prùs bellu de s’atru, mancai mandroneddus a iscola, però rispettosus, allirgus e ingiogazzaus. Era veramente una bella giornata di Febbraio, il cielo senza nubi permetteva ai raggi del sole di scaldare la piccola spiaggia prospiciente la loro casetta da poco assegnata dal Comune. Il quartiere Sant’Elia era in festa quella domenica, i fedeli festeggiavano l'arrivo del nuovo parroco. Che panorama, che colori quella mattina. In mezzo al mare il piroscafo della Tirrenia stava per entrare in porto, scie di bianca schiuma, fischi di sirene e gabbiani in volo. I bambini giocavano in riva con piccole pietre bianche, alghe secche e gusci di conchiglie, incuranti delle piccole onde che bagnavano i loro piedini. A Vittoria di praxiat cumandai a tottus. Non boliada intendi nudda, teniat una facc’e sola, ma fiat bona comenti un’arrog’e pani. Alberto su maridu, fiat piscadori e sa dì iat piscau mera pisci impari a Toninu e Ballicu, cun sa barca a motore Katiuscia. Dalla cucina, Vittoria con affianco sua nuora, borbottava: “oi a prandi faeus pisci arrustiu, calamarettus prenusu e pruppu cun olia, ita’ndi naras Rina anda beni? S’atru du donaus a Fisinedda chi mischina è viura issa puru, e fillus mascus chi andint a piscai non di tenit. Apustis perou faeus puru maccarronis a bagna po is piccioccheddus”, dice Rina”. I Calamari erano cinque, bisognava lavarli, tritare le testine finemente, farle rosolare con poco olio e una volta rosolate vanno messe in una ciottola con pan grattato, aglio, pomodori secchi, ben tritati e amalgamati, infine il tutto va dentro le sacche che vanno chiuse con stecchini e messe in forno con poco olio, sale e irrorate con buon Vermentino. “ Mancu mali chi su pruppu e’ pitticcu aicci coi prùs allestru” Vittoria e Rina, custa borta impari e d’ accordiu, anti postu su pruppu a buddiri po una 20 de minutus, apustis bogau de s’acqua, postu in tianu cun ollu e allu, faendi arrubiai a pagu a pagu acciungendi tres ettus de olia niedda e mesa tassa de vernaccia“ Vittoria, tzerria is pippius, apu preparau po smurzai una rosetta sperrara cundia cun ollu, sali e tomata, cussa chi ha portatu Fisinu conch’e birillu”. Il tempo stava cambiando, grosse nubi minacciose preannunciavano un temporale. “Adiòsu pisci arrustiu! Alberto, bai castia is pippius si funti torraus a domu". Il faro silenzioso, dall’alto del promontorio, illuminava il mare, proteggendo il rientro di piccole imbarcazioni, mentre la Sella del Diavolo, ammiccando in amicizia e complicità, gli strizzava l’occhio. Rosaria Floris

Storielline cagliaritane. Est arribendi Cancioffali. Di Rosaria Floris

"Ta cosa bella Marieddu, è torrendi Cancioffali, su rei de Carnevali e custa borta mi bollu mascherai". Concettina quella mattina era euforica, in quanto Grazietta, sarta del Circolo della GIOC, sua amica del cuore, le aveva riferito che finalmente Cagliari quell’anno, 2009, avrebbe avuto la grande sfilata di Carnevale: "Eia mulleri mia stimada, mancai is manus s’anta preni de bulluccas, apa traballai fo fai is carrus prùs bellus e tui, sa sposa, esessi in pitzus beni ballendi a su sonu de sa ratantina cun tamburus, prattus, e grancascia. Eus andai in cambarara manna po arrugas prenas de istoria, cantendi: cambara, cambara e maccioni, pisciurè, avatu de su rei Cancioffali". Cagliari e il suo Carnevale dei folli: Castello, Marina, Stampace, Villanova, unite in un solo grido: Cancioffali ses su rei de Carnevali. Mancava ancora tempo all’evento, e già per le strade, per le piazze, nei locali nelle gallerie d’arte e nella superba bellissima passeggiata coperta, si allestivano palchi e spazi per accogliere giocolieri, artisti circensi, attori e naturalmente maschere della tradizione locale: sa panettera, sa gattu, su dottori, sa Dira, ma anche maschere che ricordano i carnevali d tutta la Sardegna e di Rio. Marieddu e Concettina con quattro figli, babbo e manna, abitavano a Stampace,una bella famiglia, una casa che profumava di storia, ma anche spesso d’incenso con strade ricoperte di fiori ed erbe profumate in onore del Sant’Efisio Gloriosu. Tutti in famiglia lavoravano per il buon esito di quel carnevale, e le ore a lui dedicate non pesavano di fatica, erano gioia, orgoglio, fratellanza e amicizia". Nah Grazietta, poita non andaus a su mercau, aicci m’aggiuras a fai sa spesa poita Marieddu est impegnau cun Sa GIOC e apustis apu iscipiu chi Caterina Murino ara presentai su Carnevali, ita cosa bella! "Eia, amiga mia no biu s’ora". Giunte al mercatino di S.Chiera, Concettina aveva deciso: niente carne, niente pesce, ma fiori di cavolfiore da fare fritti e in umido con olive, frittata di piselli e carciofi, pomodori ripieni di riso e formaggio". "Tenis arrexioni deu puru apa fai aicci a prandi", dice Grazietta. Con borse stracolme e con tante cose ancora da dire su quel Carnevale dei Folli in cui tradizioni antiche e moderne avrebbero cantato e ballato al suono della Rantantina o Ratantira per bruciare su Rei Cancioffali.

Sintesi riflessive su "Il Piccolo Principe". Rosaria Floris

"Dedico questo libro all’adulto che una volta è stato bambino e al bambino che una volta è stato adulto". Così apre il volume l’autore Antoine de Saint Exupery. "L'essenziale non è invisibile agli occhi". "Non si vede se non col cuore”. La vera bellezza delle persone sta in ciò che hanno chiuso in modo segreto dentro. Per scoprire e trovare l’amico, la sua anima, dobbiamo impegnarci e approfondire il rapporto con lui, ma specialmente dobbiamo assumerci responsabilità. Così il libro inizia il suo cammino. Per la prima volta è stato pubblicato a New York il 6 aprile del 1943. Inizia così descrivendo un pilota costretto, causa avaria, ad atterrare nel Deserto del Sahara, mentre cerca di riparare il guasto. Ad un certo punto gli si avvicina un bambino (il piccolo principe) chiedendogli di disegnare una pecora. Perché una pecora? Lui non sapeva disegnare pecore, l’unica cosa che aveva disegnato era un serpente boa che mangiava un elefante, ma una pecora non ci sarebbe riuscito, e poi, perchè una pecora. Perché questa avrebbe mangiato l’erba del suo pianeta gli rispose il bambino, perché il suo pianeta era così piccolo quasi come una casa: l’asteroide B612 in cui lui era l’unico essere vivente. C’erano poi tre vulcani, uno dei quali inoperoso e poi c’era una rosa. Quella rosa che lui amava tanto con la quale trascorreva tutto il tempo, era la sua amica, le voleva bene ed era da essa ricambiato. Prima di arrivare sul pianeta terra aveva visitato altri asteroidi. Qui aveva incontrato: nell’Asteroide 325 un Re che come suddito unico aveva un topo e che pretendeva di regnare su tutto e pensare di esercitare il suo potere ordinando al Sole di tramontare- Nell’Asteroide 326, il 2° pianeta, aveva incontrato il Vanitoso, unico abitante che voleva essere sempre lodato e applaudito, acclamato. Il piccolo principe rimane perplesso di fronte a tanta vanità e quando gli chiede a cosa serva quel cappello, gli risponde che gli serviva per salutare quando veniva acclamato, ma purtroppo ad acclamarlo non c’era nessuno. "I Grandi sono davvero strani" andava ripetendosi. Sull’Asteroide 327 incontra l’ubriacone che passava tutto il suo tempo a bere per dimenticare che si vergognava di bere. Sull’Asteroide 328 incontra altri e ancora sull’Asteroide 329 incontra il Lampionaio che accendeva i lampioni quando il sole tramontava ma il pianeta girava su se stesso, tanto in fretta che era obbligato ad accendere continuamente i lampioni. Però, il piccolo principe pensava alla su dedizione al lavoro e la rispettava. nell’Asteroide 330 incontra il Geografo, un sapiente che però non sa dove si trovano i fiumi, il laghi, i monti, e non può spostarsi per andare a vedere dove stanno perché è molto impegnato e chiede al piccolo principe di recarsi lui sulla terra per andare a vedere dove questi siano. Quante cose, quanto da riflettere, leggendo quello che questo piccolo principe ci ha raccontato, insegnandoci a saper vedere - "L’ESSENZIALE NON E’ VISIBILE AGLI OCCHI". Rosaria Floris

70° edizione della “Fiera Internazionale della Sardegna”. Di Rosaria Floris

La prima edizione edizione della “Fiera Campionaria Sarda“ è del 1949, presso la Passeggiata Coperta del Bastione San Remy. Inaugurata dal sindaco di Cagliari, Luigi Crespellani in data 22 febbraio, l'evento ha visto la partecipazione di Giulio Andreotti e dell’On. Antonio Maxia. La pasticceria di Giovanni Marcello espone un a torta che riproduce il Palazzo Civico di Cagliari. La seconda edizione è del 1950. Questa volta, il 25 febbraio 1950, è il Cinegiardino ad ospitarla, in una Cagliari ancora sotto un clima di povertà con tanta gente accolta in caserme create appositamente per loro, per i senza tetto. Una città ancora coperta da macerie della appena passata guerra, distrutta, ma con un grande spirito e una spiccata voglia di crescita e di rinnovamento. L’idea di replicare l’evento è ancora della Camera di Commercio. Per l'occasione viene riservata una superficie di circa 6000 mq, il doppio rispetto alla precedente edizione svoltasi presso la passeggiata coperta del Bastione. Che enorme emozione, che caos, che speranze, mentre il presidente della Regione, Luigi Crespellani, tagliava il nastro alla presenza del sindaco Pietro Leo, del Prefetto, Federico Solimea, dell’Arcivescovo Paolo Botto e altri notabili. Oltre 500 espositori: aziende e ditte sarde, concessionari e rappresentanti di prodotti oltre mare. Tanti i visitatori in quel febbraio rigido ma quasi sempre baciato dal sole e colorato d’azzurro. Viale Merello, Cinegiardino, adiacenti spazi con locali in cui fanno bella mostra macchine agricole, motori ma anche macchine da scrivere, da cucire, utensili e, bellissimo in bella mostra, il motoscooter “Lambretta”. Cosa che ha incuriosito tanto i visitatori, anche tre mufloni portati dalla riserva di Capo Figari. E gli affari pare abbiano sfiorato il mezzo miliardo di lire. Certamente ancora esperimenti. L’esito è stato buono, tanto da generare la speranza e la consapevolezza che Cagliari Capitale, in futuro possa aspirare ad avere una Fiera permanente. Nel 1951 la Fiera Campionaria della Sardegna si trasferisce definitivamente a “Su Siccu”. Rosaria Floris

"Il grande ritrovo dei tifosi per i campioni d'Italia quel 12 aprile 1970". Di Rosaria Floris

Era il 1967 quando nasceva a Cagliari il 1° club di tifoseria voluto e gestito dal grande Marius, al bar centrale di Piazza Yenne. Ita prexiu po tottus, uno dei primi club in Italia. Ma de prùs ancora candu su 12 de Abrili de su 1970 su Cagliari beniat promoviu “Campione d’Italia” ed fiat sempri issu, Marius, a guidai e accumpangiai sa tifoseria e sa squadra apustis lassau su stadiu Amsicora po’ andai a su nou, su bellu e mannu “Sant’Elia” cun sa fanfara de is Bersaglieris, intonendi “La Ricciolina”. Quella fanfara dentro lo stadio, certe volte aiutava la squadra a segnare gol. Quella mattina, grande fermento in casa di Romolo e Nunziatina, l’unico argomento era quello: la squadra del Cagliari Campione d’Italia, era quella la 1° e unica volta. “Grandu orgogliu po tottu nosus e puru po tottu sa Sardigna, e festa manna in su continenti puru, berus Romoleddu?” dice con enfasi Nunziatina continuando: ”castia chi deu puru bollu andai in macchina cun tui a sbentuliai is bandieras po’ tottu Casteddu. Aiò fai allestru e bai in prazza e pigandi una pariga puru po is picciocheddus Nanneddu e Graziedda chi no binti s’ora, issus puru anta bennit cun nosus in macchina.” Nah! donna tifosa e moderna, oi a prandi non si faidi nudda?”. Romolo alquanto preoccupato insorge mentre Nunziatina canta: “su Cagliari nostru, campione, Gigi Riva su mellus!” “Nah, seu narendi a tui mulleri, a prandi ita faeus?". “Oi cosa lestra: maccarronis cun buttiru e casu, fettina impanada a sa milanesa, appiu e arreiga e in macchina portaus puru mesu civraxiu cun bona mortadella, ah, mi femu scarescendi, in su frigoriferu c’est puru unu bellu prattu de burrida chi tzia tua gioiosa, at portau narendi: “questo piatto speciale di Burrida è po’ nebodi miu, chi si no si ddu fazzu deu, nisciunus,si ddu faidi,” e mat castiau puru a ogus malus". Anche la macchina, una 1100 a quattro porte, sembrava impaziente di ospitare famiglia e fischietti. Tutta la famiglia sale e finalmente bandiere al vento, intonando inni e canzoni dell’ultimo festival di Sanremo. Luogo di ritrovo naturalmente il Bar di Marius, custa borta in basciu de su Brugu, e da lì in corteo tutti all’impazzata per le vie della città. Rosaria Floris

Un incontro lungo la via Roma. Capitano di vascello (riserva) Dott. Ugo d’Atri “il grande nostalgico”. Di Rosaria Floris

Era una tarda mattina di fine primavera e Cagliari era una miriade di colori e profumi. L’azzurro del cielo si confondeva col mare e l’orizzonte pareva una lunga linea di confine. La via Roma, fiore all’occhiello della nostra città, ospitava turisti appena giunti, sbarcati da un’enorme nave da crociera bianca che occupava quasi tutta la banchina del porto. Andavo, nel mio quasi quotidiano girovagare lungo la via, guardando e osservando, cercando di cogliere negli sguardi della gente, ma anche nelle cose, spunti di interesse per la mia penna. E fu cosi che vidi una cara persona che non credevo di incontrare proprio lì, lungo la via Roma. Seduto ad un tavolino di un bar il Dottor Ugo d’Atri, Capitano di vascello e Presidente dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Non era solo seduto a quel tavolino, con lui c’erano altre persone, ci salutammo con un “arrivederci a presto”, sapendo già che difficilmente l’avrei rivisto qui a Cagliari. Prima o poi sarei andata a Roma a incontrarlo nella sede nazionale di via della Minerva. Roma, come sempre l’aria qui a Roma respira di storia, di vecchio, di nuovo, di futuro, di bello, di brutto, e di castagne. Dicembre romano, tra strade che pullulano di gente, di turisti affamati di monumenti, musei, con occhi sbarrati, curiosi e attenti e allegri. Anch’io, come turista, vago per strade lastricate di sampietrini con il naso all’insù in cerca di figure, immagini, storie che possano parlare al mio cuore per poi imprimerle nella mente e nel mio ormai quotidiano compagno block notes. Mi trovo in largo Argentina e sto per inoltrarmi in via dei Cestari, dove al civico 34 saluterò il caro amico dott. Marcello di Fabio per poi proseguire in via della Minerva per arrivare poi al Pantheon. Ma ecco che vedo una scritta sul muro che mi obbliga a sostare. “Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon”. Questa oggi è la mia tappa d’obbligo per una chiacchierata con il Presidente, capitano di vascello (riserva) Dott. Ugo d’Atri. Finalmente lo incontrerò e spero di fare con lui una bella, lunga chiacchierata. Sono le 10,30 di un mattino luminoso con un cielo azzurro venato e sfumato di grigio, solcato da bianchi voli e rallegrato dal dolce suono di campane. Entrare nella sede nazionale delle Guardie d’Onore è come un tuffarsi nella storia. In un tempo fermo in cui l’aria che si respira è aria nostalgica di un periodo ormai finito, un periodo di Regnanti, di re, di regine e nobili, un grande quadro dipinto, credo dal grande David, cornici dorate e vetri invecchiati dal tempo mi accolgono. Lo studio rispecchia il tempo. Una grande scrivania con oggetti preziosi e rari, alle pareti i quadri dei reali, tante decorazioni al valor militare e la Bandiera tricolore con lo stemma sabaudo. Il Comandante si rallegra della mia visita, scusandosi quasi per quell’incontro a Cagliari, così rapido, ma un abbraccio risolve tutto e subito ci accomodiamo. È pronto a parlare, a raccontarmi un po’ della sua vita, ma ancora prima di iniziare dice: “Sono un monarchico nel cuore e nell’anima dal giorno in cui sono nato”. Ecco che davanti a me ora c’è l’uomo, questa sua professione di fede non lascia spazio a nient’altro, lui è monarchico e quasi tutte le sue giornate in questi anni le ha trascorse e ancora le trascorre qui, in questa sede nazionale dell’Istituto. Qui c’è il suo mondo, quello in cui ha creduto, lottato e in cui si è realizzato. Sposato con Guglielmina e padre di due figli maschi, uno di trentacinque e uno di trentatré anni, Antonio e Ranieri, che hanno scelto altre strade diverse dalla sua. Un matrimonio svolto a Napoli nella chiesa di S. Antonio nel lontano 1978, lei in abito lungo bianco, lui in divisa da ufficiale. Un matrimonio da favola con tanta emozione per entrambi. Presidente, parliamo un po’ della sua vita? Mi vuol raccontare qualcosa della sua adolescenza, di come e quando Ugo, prendendo coscienza, ha capito di essere un monarchico? “Da ragazzo mi sono iscritto al Fronte Monarchico Giovanile, ma voglio andare indietro ancora nel tempo. Sono nato a Napoli, ma a soli due anni ho iniziato a girare tutta l’Italia. Mio padre era Colonnello di Cavalleria e quindi veniva trasferito continuamente e con lui la famiglia. Sono stato quindici anni a Livorno, dal 1957 al 1971. Mi iscrissi alla facoltà di giurisprudenza e viaggiavo quotidianamente da Livorno a Pisa. Mi laureai comunque a Napoli nel 1973. Ero timido, non riuscivo a conquistare le ragazze di cui mi innamoravo, forse risentivo dell’educazione ricevuta. Ero diverso dagli altri. Ricordo che ero letteralmente incantato da mio zio, fratello di mia madre. Un uomo allegro, dinamico, bello, con tante donne che stravedevano per lui. Mio padre era diverso, autoritario, severo, un vero militare. A casa mia bisognava rispettare le regole, molte volte soffrivo, non riuscivo, data la giovane età, a capire completamente il suo comportamento. Solo in età matura riuscii a capire, e posso dire oggi con tutta sincerità che tra mio padre e mio zio, oggi preferisco il comportamento di mio padre: rigido, amante della famiglia, pieno di senso del dovere. Nel ricordarlo non posso fare a meno di commuovermi, avrei voluto dirgli tante cose, quando ancora era in vita, ma non ci sono riuscito. Lo stesso anno della laurea entrai, vincitore di concorso, nel Corpo delle Capitanerie di Porto. Non potevo più esercitare una militanza monarchica, essendo un ufficiale in servizio; nel 1983, alla morte del Re Umberto II, mi iscrissi all’Istituto delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Un Istituto combattentistico completamente apolitico, ma legato da vincoli di devozione a Casa Savoia, da sempre situato in via della Minerva n° 20. Nel 1990 il Presidente dell’Istituto, Ammiraglio Cocco, mi nominò consultore, cioè Vice presidente. Nel 2002, ormai anziano, l’ammiraglio ebbe un deciso peggioramento delle sue già precarie condizioni di salute e mi propose di assumere la presidenza. A quel punto, diedi le dimissioni dalla Marina Militare, che lasciai il 2 gennaio del 2003, assumendo il successivo 18 gennaio l’attuale incarico. "Lasciai il servizio militare con otto anni di anticipo sui limiti di età”. E’ veramente una bella storia la sua, bella e interessante e anche in certi punti, commovente. Ma vedo che ancora vuol raccontare, e gli dedico tutta la mia più profonda attenzione. Prego continui. “Come le dicevo, ero timido, introverso, incompleto. Mi sono sempre sentito imperfetto e molto lontano da come avrei voluto essere. Ho scoperto piuttosto tardi invece la verità sul mio modello di vita; era mio padre quel modello, una persona dalla quale mi ero allontanato durante l’adolescenza e la giovinezza, ma forse questo l’ho già detto prima vero? Mio padre era un soldato molto più fermo e più energico di me, da lui ho assorbito i sentimenti e gli ideali che ora, da uomo maturo, sono riuscito finalmente a fermare nel mio cuore”. Gli occhi del presidente si velano di lacrime, un uomo che oggi ha ancora impressi nel cuore e nell’anima sentimenti di innocenza, ma è roccioso nel rigore, nella fede nell’Istituto e nella speranza per un domani migliore. Lascio a malincuore lo studio L’aria profuma di caffè e di incenso. Entro nell’immensità del Pantheon, saluto le tombe dei Reali e mi accosto silenziosamente verso l’altare accompagnata dal soave, dolce suono d’organo che annuncia la Santa Messa. Rosaria Floris
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