"Il grande ritrovo dei tifosi per i campioni d'Italia quel 12 aprile 1970". Di Rosaria Floris

Era il 1967 quando nasceva a Cagliari il 1° club di tifoseria voluto e gestito dal grande Marius, al bar centrale di Piazza Yenne. Ita prexiu po tottus, uno dei primi club in Italia. Ma de prùs ancora candu su 12 de Abrili de su 1970 su Cagliari beniat promoviu “Campione d’Italia” ed fiat sempri issu, Marius, a guidai e accumpangiai sa tifoseria e sa squadra apustis lassau su stadiu Amsicora po’ andai a su nou, su bellu e mannu “Sant’Elia” cun sa fanfara de is Bersaglieris, intonendi “La Ricciolina”. Quella fanfara dentro lo stadio, certe volte aiutava la squadra a segnare gol. Quella mattina, grande fermento in casa di Romolo e Nunziatina, l’unico argomento era quello: la squadra del Cagliari Campione d’Italia, era quella la 1° e unica volta. “Grandu orgogliu po tottu nosus e puru po tottu sa Sardigna, e festa manna in su continenti puru, berus Romoleddu?” dice con enfasi Nunziatina continuando: ”castia chi deu puru bollu andai in macchina cun tui a sbentuliai is bandieras po’ tottu Casteddu. Aiò fai allestru e bai in prazza e pigandi una pariga puru po is picciocheddus Nanneddu e Graziedda chi no binti s’ora, issus puru anta bennit cun nosus in macchina.” Nah! donna tifosa e moderna, oi a prandi non si faidi nudda?”. Romolo alquanto preoccupato insorge mentre Nunziatina canta: “su Cagliari nostru, campione, Gigi Riva su mellus!” “Nah, seu narendi a tui mulleri, a prandi ita faeus?". “Oi cosa lestra: maccarronis cun buttiru e casu, fettina impanada a sa milanesa, appiu e arreiga e in macchina portaus puru mesu civraxiu cun bona mortadella, ah, mi femu scarescendi, in su frigoriferu c’est puru unu bellu prattu de burrida chi tzia tua gioiosa, at portau narendi: “questo piatto speciale di Burrida è po’ nebodi miu, chi si no si ddu fazzu deu, nisciunus,si ddu faidi,” e mat castiau puru a ogus malus". Anche la macchina, una 1100 a quattro porte, sembrava impaziente di ospitare famiglia e fischietti. Tutta la famiglia sale e finalmente bandiere al vento, intonando inni e canzoni dell’ultimo festival di Sanremo. Luogo di ritrovo naturalmente il Bar di Marius, custa borta in basciu de su Brugu, e da lì in corteo tutti all’impazzata per le vie della città. Rosaria Floris

Un incontro lungo la via Roma. Capitano di vascello (riserva) Dott. Ugo d’Atri “il grande nostalgico”. Di Rosaria Floris

Era una tarda mattina di fine primavera e Cagliari era una miriade di colori e profumi. L’azzurro del cielo si confondeva col mare e l’orizzonte pareva una lunga linea di confine. La via Roma, fiore all’occhiello della nostra città, ospitava turisti appena giunti, sbarcati da un’enorme nave da crociera bianca che occupava quasi tutta la banchina del porto. Andavo, nel mio quasi quotidiano girovagare lungo la via, guardando e osservando, cercando di cogliere negli sguardi della gente, ma anche nelle cose, spunti di interesse per la mia penna. E fu cosi che vidi una cara persona che non credevo di incontrare proprio lì, lungo la via Roma. Seduto ad un tavolino di un bar il Dottor Ugo d’Atri, Capitano di vascello e Presidente dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Non era solo seduto a quel tavolino, con lui c’erano altre persone, ci salutammo con un “arrivederci a presto”, sapendo già che difficilmente l’avrei rivisto qui a Cagliari. Prima o poi sarei andata a Roma a incontrarlo nella sede nazionale di via della Minerva. Roma, come sempre l’aria qui a Roma respira di storia, di vecchio, di nuovo, di futuro, di bello, di brutto, e di castagne. Dicembre romano, tra strade che pullulano di gente, di turisti affamati di monumenti, musei, con occhi sbarrati, curiosi e attenti e allegri. Anch’io, come turista, vago per strade lastricate di sampietrini con il naso all’insù in cerca di figure, immagini, storie che possano parlare al mio cuore per poi imprimerle nella mente e nel mio ormai quotidiano compagno block notes. Mi trovo in largo Argentina e sto per inoltrarmi in via dei Cestari, dove al civico 34 saluterò il caro amico dott. Marcello di Fabio per poi proseguire in via della Minerva per arrivare poi al Pantheon. Ma ecco che vedo una scritta sul muro che mi obbliga a sostare. “Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon”. Questa oggi è la mia tappa d’obbligo per una chiacchierata con il Presidente, capitano di vascello (riserva) Dott. Ugo d’Atri. Finalmente lo incontrerò e spero di fare con lui una bella, lunga chiacchierata. Sono le 10,30 di un mattino luminoso con un cielo azzurro venato e sfumato di grigio, solcato da bianchi voli e rallegrato dal dolce suono di campane. Entrare nella sede nazionale delle Guardie d’Onore è come un tuffarsi nella storia. In un tempo fermo in cui l’aria che si respira è aria nostalgica di un periodo ormai finito, un periodo di Regnanti, di re, di regine e nobili, un grande quadro dipinto, credo dal grande David, cornici dorate e vetri invecchiati dal tempo mi accolgono. Lo studio rispecchia il tempo. Una grande scrivania con oggetti preziosi e rari, alle pareti i quadri dei reali, tante decorazioni al valor militare e la Bandiera tricolore con lo stemma sabaudo. Il Comandante si rallegra della mia visita, scusandosi quasi per quell’incontro a Cagliari, così rapido, ma un abbraccio risolve tutto e subito ci accomodiamo. È pronto a parlare, a raccontarmi un po’ della sua vita, ma ancora prima di iniziare dice: “Sono un monarchico nel cuore e nell’anima dal giorno in cui sono nato”. Ecco che davanti a me ora c’è l’uomo, questa sua professione di fede non lascia spazio a nient’altro, lui è monarchico e quasi tutte le sue giornate in questi anni le ha trascorse e ancora le trascorre qui, in questa sede nazionale dell’Istituto. Qui c’è il suo mondo, quello in cui ha creduto, lottato e in cui si è realizzato. Sposato con Guglielmina e padre di due figli maschi, uno di trentacinque e uno di trentatré anni, Antonio e Ranieri, che hanno scelto altre strade diverse dalla sua. Un matrimonio svolto a Napoli nella chiesa di S. Antonio nel lontano 1978, lei in abito lungo bianco, lui in divisa da ufficiale. Un matrimonio da favola con tanta emozione per entrambi. Presidente, parliamo un po’ della sua vita? Mi vuol raccontare qualcosa della sua adolescenza, di come e quando Ugo, prendendo coscienza, ha capito di essere un monarchico? “Da ragazzo mi sono iscritto al Fronte Monarchico Giovanile, ma voglio andare indietro ancora nel tempo. Sono nato a Napoli, ma a soli due anni ho iniziato a girare tutta l’Italia. Mio padre era Colonnello di Cavalleria e quindi veniva trasferito continuamente e con lui la famiglia. Sono stato quindici anni a Livorno, dal 1957 al 1971. Mi iscrissi alla facoltà di giurisprudenza e viaggiavo quotidianamente da Livorno a Pisa. Mi laureai comunque a Napoli nel 1973. Ero timido, non riuscivo a conquistare le ragazze di cui mi innamoravo, forse risentivo dell’educazione ricevuta. Ero diverso dagli altri. Ricordo che ero letteralmente incantato da mio zio, fratello di mia madre. Un uomo allegro, dinamico, bello, con tante donne che stravedevano per lui. Mio padre era diverso, autoritario, severo, un vero militare. A casa mia bisognava rispettare le regole, molte volte soffrivo, non riuscivo, data la giovane età, a capire completamente il suo comportamento. Solo in età matura riuscii a capire, e posso dire oggi con tutta sincerità che tra mio padre e mio zio, oggi preferisco il comportamento di mio padre: rigido, amante della famiglia, pieno di senso del dovere. Nel ricordarlo non posso fare a meno di commuovermi, avrei voluto dirgli tante cose, quando ancora era in vita, ma non ci sono riuscito. Lo stesso anno della laurea entrai, vincitore di concorso, nel Corpo delle Capitanerie di Porto. Non potevo più esercitare una militanza monarchica, essendo un ufficiale in servizio; nel 1983, alla morte del Re Umberto II, mi iscrissi all’Istituto delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Un Istituto combattentistico completamente apolitico, ma legato da vincoli di devozione a Casa Savoia, da sempre situato in via della Minerva n° 20. Nel 1990 il Presidente dell’Istituto, Ammiraglio Cocco, mi nominò consultore, cioè Vice presidente. Nel 2002, ormai anziano, l’ammiraglio ebbe un deciso peggioramento delle sue già precarie condizioni di salute e mi propose di assumere la presidenza. A quel punto, diedi le dimissioni dalla Marina Militare, che lasciai il 2 gennaio del 2003, assumendo il successivo 18 gennaio l’attuale incarico. "Lasciai il servizio militare con otto anni di anticipo sui limiti di età”. E’ veramente una bella storia la sua, bella e interessante e anche in certi punti, commovente. Ma vedo che ancora vuol raccontare, e gli dedico tutta la mia più profonda attenzione. Prego continui. “Come le dicevo, ero timido, introverso, incompleto. Mi sono sempre sentito imperfetto e molto lontano da come avrei voluto essere. Ho scoperto piuttosto tardi invece la verità sul mio modello di vita; era mio padre quel modello, una persona dalla quale mi ero allontanato durante l’adolescenza e la giovinezza, ma forse questo l’ho già detto prima vero? Mio padre era un soldato molto più fermo e più energico di me, da lui ho assorbito i sentimenti e gli ideali che ora, da uomo maturo, sono riuscito finalmente a fermare nel mio cuore”. Gli occhi del presidente si velano di lacrime, un uomo che oggi ha ancora impressi nel cuore e nell’anima sentimenti di innocenza, ma è roccioso nel rigore, nella fede nell’Istituto e nella speranza per un domani migliore. Lascio a malincuore lo studio L’aria profuma di caffè e di incenso. Entro nell’immensità del Pantheon, saluto le tombe dei Reali e mi accosto silenziosamente verso l’altare accompagnata dal soave, dolce suono d’organo che annuncia la Santa Messa. Rosaria Floris

Storie Cagliaritane: il ritratto. Di Rosaria Floris

Forse non sarebbe nemmeno il caso che lo raccontassi, ma il fatto è così straordinario e impressionante per la mia esistenza, che non posso fare a meno di descriverlo. In esso la fantasia e la realtà si intrecciano in modo impressionante e incredibile. Certo la vecchiaia può fare anche certi scherzi perché rende più facile i salti di memoria negli anni precedentemente vissuti, aiutati dai ricordi e dalla fantasia. Nel mio caso nulla di tutto questo: pensavo che i ricordi fossero sepolti nel tempo. L'appuntamento era fissato per le ore dieci, dovevo incontrare la presidentessa di un circolo culturale ed ero ansioso di conoscere la persona che doveva comunicarmi l'esito di un concorso letterario al quale avevo partecipato. Mi venne incontro una signora cordiale, di una certa età. Le sue parole di saluto furono rapide, energiche senza però alcuna alterigia. Questa esteriore durezza era però un modo per nascondere ad uno sconosciuto la sua vera personalità che era invece di natura affettuosa e benevola. Questo lo capii più tardi. Mi trovavo un po' a disagio, poi il dialogo divenne più sereno, assunse una naturalezza quasi amichevole. I suoi libri, le sue poesie, le vicissitudini subite da una guerra ingiusta e crudele, mi interessavano. In alcune sue poesie vedevo il colore dei prati e sentivo il profumo dei fiori, in altre, vedevo il mare e lo spumeggiare delle onde, in altre ancora il frastuono delle piogge e degli uragani. Un salone colmo di quadri, di cimeli, medaglie, diplomi, narravano la sua vita, testimonianza di un passato sempre presente. Ad un certo punto mi prese per mano come se io fossi per lei un vecchio amico, narrandomi la storia di ognuno di quei cimeli. In altri momenti avrei detto: "ciao, ciao" e me ne sarei andato, invece, strano, pazientavo, abbagliato dalle sue parole: " questa sono io a 20 anni", mi disse con un certo orgoglio. Sollevai lo sguardo, quasi non volevo crederci ...... bagliori, fulmini, tempeste di ricordi assopiti dilagarono impossessandosi del mio essere, rividi il suo volto..... il suo volto vero che avevo incontrato al mare del Poetto oltre 50 anni prima. Si, era proprio la ragazza che mi fece letteralmente perdere la testa: bella, con capelli corvini lunghi sciolti sul petto, occhi inondati di stupore e innocenza. In una mattina di fine estate, era di domenica, passeggiavo lungo la spiaggia, camminavo con gli occhi persi all'orizzonte. Il mio pensiero era lei, quella ragazza vista pochi giorni prima. Come in un sogno, ecco che me la vidi venire incontro: camminava anch'essa con i piedi sull'acqua, quasi correva mentre gli spruzzi le inondavano il corpo, Neanche una parola, all'improvviso i nostri corpi sono diventati uno solo. I baci, le carezze, non si contavano più, solo dolci, soavi, profonde parole... per sempre, per sempre. A quell'epoca avevo 20 anni, lei 18. Dopo quel giorno lungo un'eternità, non la vidi più. La cercai disperatamente, non sapevo neanche il suo nome, non sapevo da dove venisse: nessuno la conosceva. Piansi, tentai anche il suicidio. Mi salvarono la mano giudiziosa del tempo, l'amore e l'assistenza che altri mi donarono. Guardavo con occhi persi, in quel tempo passato. Ecco, la rivedevo, oggi, proprio oggi, sentivo dentro di me rinascere le forze; la giovinezza si stava di nuovo impossessando del mio essere, come un rullo compressore che cancella il tempo 10, 20, ...50 ecco io rinascevo alla vita. Sentii le sue braccia cingermi, le mani stringere le mie, le sue labbra sussurrarmi: amore, amore mio!..... Carezze e baci senza tempo, senza passato, senza futuro, dove il tempo non ha tempo. Era di nuovo mia! Ci amammo pienamente coscientemente per la prima volta uniti verso le strade dell'eternità. Un leggero colpo di mano e gli anni ritornano a salire: trenta, quaranta- ...ottanta.. Che cosa era successo? Mi trovo vicino all'uscio, sto per andar via. La signora mi abbraccia, mormora, un soffio e…. mi sussurra: " grazie, grazie, ti ho cercato anch'io". Mentre calde lacrime bagnavano i nostri volti. Un sogno, una realtà immaginaria di un giovane di 84 anni che rivede la lunare spiaggia del suo Poetto dopo averla lasciata oltre 40 anni prima, da emigrato. Rosaria Floris

Donna Maria Fisinedda. Di Rosaria Floris

Quella mattina d’autunno, faceva ancora caldo e Cagliari e Castello si svegliavano con un sole quasi estivo accompagnato da un leggero venticello che profumava l’aria di caffè e pasterelle. La caffetteria di Tramer già ospitava i primi clienti e come ormai avveniva da tanto, lei continuava ad essere assidua frequentatrice. Donna Maria Fisinedda, moglie di un importante avvocato e uomo d’affari, deceduto, lei stessa appartenente a una delle famiglie più facoltose e quasi nobili di Castello era molto conosciuta e stimata. “Ohi, ohi, casi casi su bentu si nd’i fiat pighendu custa bella capellina appena incingiara, mancai issu dda boliat portai attesu comenti bolu de rundini. Donna Maria Fisinedda, raccontava il fatto sapendo che quel raccontare interessava. Era ancora bella, alta, capelli rossi ondulati che con quel capellino la faceva assomigliare a una donna di un famoso dipinto di un pittore sardo molto noto e quotato. Era colta, sapeva scrivere bene sia in prosa che poesia, amante dell’arte, della tradizione popolare sarda e nazionale, amante e in modo particolare della cucina e della lingua sarda. ”Insaras, oi no bollu perdi nudda bollu castiai d’ogna cosa e mi gosai dogn’arrogheddu de custa bona pasta s’ americana o diplomatico comenti naranti i sassaresus e apustis bollu gosai de dogna quadru de custa cittadi mia aundi c’est poesia in d’ogni arrenconi e arruga. Le sue letture quotidiane erano l’Unione, Il Corriere e il Tempo, cosi come faceva col suo povero e amato marito. Un’abitudine, quasi un obbligo per lei curiosa e amante della scrittura. Molto spesso faceva la critica letteraria e da diverso tempo aveva sul giornale locale una rubrica nella quale scriveva sugli usi popolari e sulla cucina in particolare. La sera prima aveva preparato un pezzo su un piatto: “pisci a collettu” cioè su pisci a collettu fiada sa fai buddia. Una pentola d’acqua, fave fresche o secche, foglie di bietole, un pezzo di cotenna di maiale, un po’ di sale e nient’altro, magari un pomodoro secco. Un gusto unico rimasto forte nel suo ricordo in quanto quello era il piatto preferito di suo padre e poi di suo marito. Mariedda lascia il bar, saluta gli amici e si avvia pian piano verso la porta dei leoni, verso palazzo Boyl e poi a casa in via Lamarmora. Sapeva che nessuno l’aspettava se non il suo gattone Garibaldi e gli uccellini, Lino e Pina. Si tolse il cappello, si guardò allo specchio con un sorriso, mise un disco della grande Callas e la romanza Casta diva copriva la stanza e il suo cuore si mise a palpitare forte mentre sdraiata in poltrona chiudeva gli occhi volando nel mondo dei sogni. Rosaria Floris

Poco fumo e tanto arrosto. Longus e Mannareddas (vigilia dell’Epifania). Di Rosaria Floris

La mattina profumava di pioggia, il cielo colorato di grigio con nuvole grasse e minacciose non prometteva niente di buono. Di buon’ora Efisio e Mario, vicini di casa, via Università, decisero di recarsi al mercatino di Santa Chiara (Piazza Yenne) dal loro macellaio di fiducia per comprare le interiora di vitella. “Speraus chi custu merì su tempus torriri a bonu, aicci poreus arrustiri Longus e mannareddas in foras”, diceva Efisio che di arrosti se ne intendeva a meraviglia. Cussu mercau postu in logu chi toccara Stampaxi e Castedd’e Susu po is casteddaius fiara comenti una prenda preziosa. Nella Piazza Yenne, Carlo Felice controllava curioso quel via vai di persone provenienti dai diversi Quartieri: Stampace, Villanova, Marina e Castello che, usavano scambiarsi notizie, parlare del più e del meno, per le donne, non solo ricette, abbigliamento, moda, ma puru calincuna crastulara. Gabriella e Viviana bixinas de domu, andanta sempri cun prexeri a cussu mercau, ma sa dì depiant andai and’e Bolla in sa Costa (via Manno) chi teniara is giocattulus prus bellus de tottu Casteddu. Sa Befana fiara a is portas e depiant scioberai arregalus po is pippius, Gesusu Bambinu fiat passau derettu in domu insoru”. Ddu scis Gabriella (dice Viviana) chi immoi tottu su bixinau isciri chi Mariedda, filla de Stampu Nieddu, arrìcciri fulanus casi dugna merì, funti nendi puru chi è prena de deppirus e sighiri a fai sa sciorera faendi su crepa crepa cun cussu cappeddu in conca chi pariri unu bassinu”. Terrazzini fioriti, scalinata romantica rifugio per giovani innamorati, gatti sornioni soavi note suonate da abili mani. Di fronte al mercato la chiesa e la casa del pittore cagliaritano Adolfo noto Fofo che con i suoi dipinti riportava scorci di vicoli, personaggi, paesaggi e volti della nostra terra sarda. La serata volgeva al meglio, il vento aveva cessato di soffiare. Fianta giai is ottu de merì e Efisiu fiara alluendi su fogu in foras in sa cuppa manna. Mario aveva portato anche fegato, cuore, e puru unu bellu arrogu de sartizzu, chi non guastara mai. Su bixinau fiara a fracchesas abettendi cun bonu famini. I fumi dell’arrosto salivano alti sin dentro le finestre del palazzo Boyl e l’aria anche se umida e fredda profumava la piccola piazza. Sa cardiga prena arrustiara ch’e prexeri. Fiara unu spassiu e unu bonu pappai, una manera po atturai in cumpangia de is bixinus, po isciri e agiurai s’unu e s’atru. Sa cenabara, a prandi e a cena minestroni e calincunu pisci: boga, giarrettu e lissa arrustia. Rosaria Floris

Un tour di 8 giorni in Sicilia. Di Rosaria Floris

Partenza 19 agosto, Cagliari - Catania ore 21. Finalmente in Sicilia. Volevo, come turista, ma come amante della storia, raccogliere a piene mani quest’isola, chiuderla dentro scrigni per poi riaprirli in tempi futuri, magari accanto al camino, gustando saporiti frutti d’autunno e rivivere quei giorni di emozioni e, a occhi chiusi, sognare. Goethe diceva che è in Sicilia che si trovar la chiave di tutto, le scambievolezze delle tinte,l'armonia del cielo col mare e del mare con la terra. Ma io dico di più: è in Sicilia, nei siciliani che ho incontrato, ho trovato l’orgoglio dell’appartenenza a una terra che da sola racchiude la storia dei millenni. La storia di popoli che l’hanno conquistata, dominata, abbellita, amata regalando al mondo meraviglie ineguagliabili. Solo poco più di un’ora e quel mix di patrimonio artistico culturale sarebbe stato mio. Sicilia, Trinacria, terra dalla forte identità bagnata da tre mari: un alternarsi di numerose dominazioni, dai Greci, ai Romani, dai Bizantini, agli Aragonesi, dai Normanni agli Spagnoli, popoli che hanno saputo lasciare all’isola e al mondo la sua millenaria storia. Pensavo di non farcela, credevo che il mio stato di salute, dopo le ultime tragiche notizie compromettesse la partenza. Mentre invece eccomi qui, ora a raccontare ciò che in soli otto giorni ho visto, vissuto, acchiappato con occhi e con cuore, ma specialmente ho cercato di aiutare il mio corpo, la mia mente a dare un nuovo senso alla vita. Andavo ripetendomi, ora l’avrei guardata e vissuta con occhi e dimensioni diverse. Gli occhi sono sempre gli stessi, curiosi indagatori, che cercano, risposte alle tante domande. Altra cosa è la dimensione temporale. Quell’oggi che non voglio lasciare, proiettato nel domani certamente, ma fermo. Ma se penso con raziocinio a quella diagnosi, a quanto mi resterà da vivere, se penso al domani, conoscendo quel domani che forse non conoscerò, sembra tutto utopia. Eppure sto imparando a guardarlo quel domani, vederlo ancora pieno di tante cose ti tante emozioni, usando la forza di volontà, il credo interiore e l’amore alla vita sono certa lo percorrerò. Andavo scrivendo, raccontando nei miei scritti, solo ieri, di come bisogna amare la vita, di come questa debba essere vissuta, protetta, di come bisogna lottare per non farla morire. Ancora oggi mi accorgo che sono le stesse cose che mi accingo a scrivere, ancora oggi la vita questa nostra unica meravigliosa vita deve essere vissuta al meglio anche se vivendola incontriamo tanti guai, dolori, umiliazioni, mancata dignità e malattie. Ma ripensando ai momenti belli, che ognuno di noi ha incontrato nel suo cammino, ecco che la vita ritorna, ritorna il sorriso i ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità. Forse non siamo allora riusciti a coglierli al meglio quei momenti che poi sono stati anni. Ripensiamo all’amore, ripensiamo a questa nostra isola che Dio ci ha regalato. Al suo mare, alle lunghe distese di boschi, al cielo quasi sempre azzurro e al sole. Ricordiamo la carezza della mamma, il primo bacio d’amore, il primo stipendio speso con gli amici in giro per locali della città, oppure facendo un regalo. Quella vita che oggi mi va di raccontare, oppure di tenere stretta nel cuore, ma che mi sta dando quel nuovo senso di come debba essere vissuta - Amare lottare per essa. Solo due mesi fa dopo un esame del sangue mi dicono che ho un brutto male, uno di quelli che purtroppo…. Allora tutto inizia a cambiare, quel senso della vita adesso diventa diverso, più forte. Mi sono domandata cosa fare. Devo morire? Ma questo lo sapevo già che un giorno o l’altro la morte sarebbe arrivata non solo per me, ma per tutti. Allora la risposta che ho trovato è sempre quella: l’amore alla vita, per essa per tutto quello che mi ha dato in tutti questi lunghi anni e per quelle che, ne sono certa ancora mi darà. Ho chiesto a Dio di aiutarmi in questo non facile cammino, ho precettato anche tutti i Santi e l’Angelo custode con preghiere quotidiane e con un sorriso sempre da regalare. Ho chiesto loro di starmi vicino accompagnandomi perché so che insieme ce la faremo. Ma sto divagando, parlavo di Sicilia, di questa isola sorella diversa dalla nostra Sardegna ma con tante in comune. Le coste, i mari, i pesci, le saline, il senso dell’onore dell’uomo. Diversa per monumenti, chiese, piazze, diversa ancora per l’Etna uno dei pochi vulcani al mondo attivi. Sapete sono salita il secondo giorno del tour sino a 2000 metri. Sembrava un paesaggio lunare. Tutto intorno per km, terra nera, quel magma, quella lava rossa di fuoco che aveva dei secoli scorsi, ma anche in questo, distrutto paesi e città, ora è terra nera, mentre le bocche su in altro ancora fumano. Un’esperienza bellissima e ancora una volta mi pongo domande. Paola la mia figliola, salita sino a mt. 3000 con funivia e lunga camminata a piedi, ricorda il vento freddo e l’emozione di essere giunta quasi sino al cratere centrale. A Palermo il teatro dei Pupi di Santa Rosalia (patrona) creato nel 1971 da Mimmo Cuticchio e che oggi gestisce la famiglia. Il Museo internazionale delle marionette creato nel 1975 da Pasqualino Antonio. Palermo sono i bianchi palazzi barocchi e le residenze in stile gotico e arabo, che risplendono di luce e di fascino antico. Le piazze, i ristoranti, gli alberghi e sempre storia da ascoltare. Catania, costruita con le pietre vulcaniche, nera e bianca, città bellissima, forse quella che mi è piaciuta di più, senza nulla togliere a Siracusa e alle altre città. Anche qui monumenti, chiese, piazze, e il colorato e rumoroso mercato del pesce. E poi i risini, i cannoli e la rinomata pasta alla norma, chiamata così in quanto al famoso compositore Vincenzo Bellini piaceva mangiare la pasta con le melanzane. La patrona di Catania è sant’Agata il simbolo della città è la fontana dell’elefante. Il barocco anche qui prevale nelle costruzioni, piazza Duomo con la cattedrale di sant’Agata esempio tipo di barocco siciliano. Chiamato così in quanto ricostruito dai siciliani dopo le tremende distruzioni dei secoli passati causati dai terremoti e dal vulcano. Quante cose, quante meraviglie architettoniche,e quante dimore principesche: l’ Anfiteatro Greco Romano, Castello Ursino e mosaici, tanti mosaici nelle chiese, nelle case dei Normanni, Bizantini, Greci. E poi a Siracusa, le prigioni, le latomie, il teatro Greco e l’orecchio di Dionisio. Ancora mi perdo in questo raccontare meraviglie. E ritorno col pensiero alla mia Sardegna, terra anch’essa dominata, conquistata da Aragonesi, Fenici, Arabi le cui coste ancora riportano fortezze: i Nuraghi, le tombe sacre, le distese incontaminate, guardo i boschi di Lecci, i fiumi, le saline, gli stagni. Sogno le Janas, gli Elfi, adagiati sulle rive che giocano con le sirene. E guardo in alto in quel cielo azzurro dove le aquile reali sono padrone. Certamente la Sicilia è Bella e mi è piaciuta tanto , certamente millenaria storia, così come la nostra, noi sardi, i Nuragici, orgogliosi,alteri popolo di navigatori, di guerrieri. Ecco, niente paragoni, due isole sorelle che quasi si toccano, se allungano le lunghe braccia. Isole sorelle anche nei Nobel con Pirandello e Grazia Deledda. E Poi, essendo sarda, che dire: amo fortemente la mia terra, e in quel tour di otto giorni, la Sardegna mi è stata sempre accanto e non è mancata occasione che io la raccontassi. Rosaria Floris

Ita basca! Cos’e morri. Finalmente arriva settembre. Di Rosaria Floris

La prima brezza mattutina finalmente regalava quel tanto agognato refrigerio. Settembre era arrivato e con lui finalmente sarebbero arrivate notti di riposo e sonni tranquilli. Il profumo del caffè penetrava sin dentro le narici e non c’era cosa migliore per il risveglio. Carlo e Paola cussu mengianu depiant fai unu sciaccu mannu de cosas. In primis sighir’e preparai is valigias e apustis portai is fillus a domu de sa mamma de Paola a Bidda Noa chi teniat unu bellu giardinu. “Nah Carlixeddu, as postu arroba pesanti in valigia, giai ddu scis chi aundi depeus andai fai frius. M’arrecumandu maglioni, migias, e scarponis.” “Eia sa sposa, si m’arregordu sa basca chi eus passau, ancora m’intendu mali. Alta montagna, aria buona e puru bonu pappai. Aiò Lollotta si da seus meritaras custas ferias”. Carlo era euforico, aspettata quella bellissima vacanza, su in Trentino tra laghi e boschi, insomma, a su friscu. Lavoravano entrambi in un grande Super Market, lui come magazziniere, lei commessa di cassa. Avevano due bambini in età scolare, pochi problemi, se non il danaro che non bastava mai, ma formavano una bella e sana famiglia. Ecco che le valigie erano pronte, i bambini pure. Una capatina al mercato di San Benedetto per comprare del buon pesce, gamberoni e formaggio pecorino stagionato da portare su in Trentino. ”Portaus pisci puru a domu de mamma po prandi, unu cunilleddu, una puddixedda e birdura e frutta aicci èst a postu po una parig’e dis”. Tutto ormai era pronto. Ultimi preparativi per l’imbarco e finalmente soli, da sembrare sposini, saliti sul ponte guardavano Cagliari, le bianche torri, il mare azzurro e seguendo la scia dell’onda già una piccola lacrima solcava i loro volti. Partivano e già la nostalgia li stava avvolgendo. Rosaria Floris

Ita basca! Cos’e morri. Finalmente arriva settembre. Di Rosaria Floris

Ci siamo, da venerdì 1° settembre, fino a domenica 3 settembre ritorna l'appuntamento del festival di letterature applicate. Scrittori, musicisti, storici, giornalisti, attori, antropologi, sociologi e urbanisti, tutti riuniti nello spazio tra il Giardino sotto le Mura e il Terrapieno, nel quartiere di Castello. Una tre giorni caratterizzata da incontri e confronti dove la grande letteratura internazionale avrà un ruolo di rilievo. Il tema scelto dall'associazione Chourmo, che dal 2003 porta a Cagliari il festival, è Il mare intorno, un omaggio alla nostra isola, alle sue bellezze e alle sue contraddizioni. Le attività, con inizio giornaliero alle 18, vedranno protagonisti diversi ospiti stranieri come Brian Panowich, Johnathan Lee, Bjorn Larsson, Kadeer Abdolah, Sandrine Collette, Philippe Georget, Abilio Estevez, tra gli italiani ci saranno Marco Aime, Simona Vinci, Antonella Lattanzi, Marta Federica Ottaviani. Tra gli italiani, Marta Federica Ottaviani, Francesco Abate e Niccolò Migheli. Tra le particolarità di questa edizione, le procedure per garantire la sicurezza delle persone, a seguito dei tragici fatti avvenuti a Bercellona. In questo senso la capienza massima consentita al Giardino sotto le Mura da quest'anno sarà limitata. Inoltre gli steward del Marina Cafè Noir provvederanno a presidiare tutti gli accessi, fornendo le informazioni del caso ai visitatori. Disponibile anche maxischermo che verrà allestito negli spazi del Festival, e lungo la passeggiata del Bastione che affaccia sul Giardino sotto le Mura.
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