Cagliari - Pirri. Seminario Esperenziale "La cura del perdono". Di Rosaria Floris

Ore 8.30 - Apre il seminario Nadia Brusasca, psiconcologa, che con poche parole spiega il perché di questo seminario dal titolo così toccante: "La cura del perdono". Il perdono purifica la mente, aiuta così come a un dono difatti perdono é inteso come "per dono", come donare, ricevere un dono. La sala è letteralmente piena di donne che hanno affrontato e che affrontano il male che ancora fa paura "il tumore, il cancro". Sono veramente tante e tutte, compresa me, molto attente, curiose verso questa nuova terapia "del perdono". Il relatore, Daniel Lumera, che nella sede dell'associazione culturale Hermaea di via Santa Maria Chiara 24 viene a parlarci di perdono terapeutico, inteso non in senso religioso, ma in senso esperienziale, ha dodici anni di esperienza come docente, scrittore, formatore internazionale e esperto nell’area delle scienze del benessere e della qualità della vita. Ideatore del metodo My Life Design – disegno consapevole della propria vita sociale e professionale, Lumera collabora con Università, enti di ricerca e del sistema sanitario. Con l’UNESCO, nel mondo aziendale, nel sistema scolastico e in quello penitenziario. Il perdono purifica la mente, dice, e porta diversi effetti: FISICO- VITALE-EMOZIONALE- MENTALE- CAUSALE- SPIRITUALE – non religioso-e COSCIENZIALE. Il Perono stimola, lavora su questi sette elementi. La formula del perdono è meditazione, pulire la mente, liberare la mente, attraverso 7 affermazioni: a) mi perdono - ti perdono per aver permesso che ciò accadesse; b) mi libero – ti libero da tutte le cause che erano sofferenza, non mi interessa più quello che è successo; c) mi amo – ti amo- in te e in me il valore della esistenza, della vita; d) GRAZIE; e) uno nell’uno; f) uno nella pace; G) uno nella luce, allenare la mente e liberare la mente per utilizzare un ponte d’amore. Una gestione dello stress della malattia attraverso un viaggio tra perdono e meditazione. Le fasi principali del perdono sono 4: l’accusa – la responsabilità - la gratitudine e l'amore. Ognuna di queste fasi vengono spiegate da Daniel Lumera in modo chiaro e semplice e non sono mancate le lacrime che, senza nessun timore, sono scese giù bagnando il volto bellissimo delle tante donne presenti. Specialmente quando si parla d’amore: assenza di morte, la vita non finisce, non c’è separazione. L’obiettivo deve essere riuscire ad amare sempre qualsiasi cosa accada. La malattia la consideriamo un aspetto differente del nostro vivere. Parola chiave "consapevolezza". Il perdono crea uno stato di grandissima liberazione. Il perdono non vuol dire giudificazione, non vuol dire non reazione, essere deboli o accettare la situazione. Perdonare vuol dire Per Donare: soffriamo con amore, soffriamo col dolore. Alle ore 13 il seminario finisce e mi guardo intorno, siamo tante e tutte abbiamo e viviamo lo stesso problema. Diverso per patologia, diverso per durata, diverso per sopportazione fisica, ma tutte col sorriso, con dentro questa voglia di nuova cura che senz’altro ci porterà benessere, fisico, spirituale, coscienziale. Mattina di maggio, un 17 da tenere stretto, con un perdono da applicare nel quotidiano, da esercitare e da regalare come la parola stessa dice: Per Dono. Rosaria Floris

Storielline cagliaritane. Lorenzo il filosofo e sa Cida Santa. Di Rosaria Floris

Portara unu pizzettu acutzu comenti sa punta de unu gorteddu e is ogus alluttus e intelligentis. Sa di faiat meda frius e cun su cappotteddu grogu becciu e tottu scalaxiu, fiat bissiu, comenti faiada ogna dì, aicci tantu po bissiri a chistionau cun s’unu e cun s’ateru. Lorenzo era un filosofo per natura, un uomo con quale si poteva parlare di tutto. Era veramente un piacere dialogare con lui e naturalmente le sedi più adatte erano i bar. Lì era solito recarsi in tarda mattina e in tardo pomeriggio sino a sera. ”Issu narat chi po dogna omini o femina est obbligatorio arrexonai", dialogare con la gente, ecco cosa bisogna fare, parlare e anche saper ascoltare e poi trarne consigli e aiuti, altrimenti tutto è inutile, inutile avere studiato se non si riesce a ragionare, parlare” Sa cosa prùs interessanti fiat chi in di de oi, de penitenzia e de arresus, issu chi no fiat religiosu, iada arrispettau su digiunu. Non molto tempo fa, forse una decina d’anni, Lorenzo rivestiva presso la Regione Sarda un ruolo importante, ma questo non l’aveva arricchito e neanche reso superbo, anzi tutto quello che guadagnava in più del necessario, lo dava in beneficenza e ai poveri del quartiere. Rosetta, una donna con tanti anni e tanto da raccontare, ricordava Lorenzo proprio in quel suo ruolo di benefattore presso l’istituto di viale sant’Ignazio Vittorio Emanuele III. Ricordava in modo particolare, raccontandolo a una compagna di stanza. Era di venerdì Santo e molti fedeli erano in Chiesa in preghiere e meditazioni, lei con altri ospiti dell’istituto aspettava qualcuno che non sarebbe mai arrivato. Lo aspettava, quel qualcuno, ogni anno per Natale, per Pasqua e in estate specialmente, avrebbe voluto vedere ancora il mare, il suo Poetto, ma non veniva mai nessuno. Soltanto Lorenzo, conosciuto così per caso, venne a trovare i ricoverati e da quella prima volta veniva a trovarla per tutte le feste comandate, ma anche per portarla a pranzo in uno di quelle pioledde che a lei piacevano tanto e che le ricordavano la giovinezza. “Femus piccioccas friscas e bellas mancai unu pagu tontazzas, ma femus chenz’e malesa”, ricordava e qualche lacrima scivolava su quelle rughe segnate dal tempo e dal dolore. Quella mattina di venerdi Santo Lorenzo andò come sempre a trovarla e la portò in giro per Cagliari, e al suo Poetto e poi a Villanova, via S.Giovanni, cercando il vecchio panificio di Costa e poi a pranzo da Lillicu “solo pesce” Ita bonu custu pisci! Nah Lorenzo, ses annus chi mi ses accioccendi berus? Forzis as as a bolli chi ti lassit tottu s’eredirari, domus e dinai berus?”Le piaceva scherzare e sorridere anche se poi rientrando “ a casa” avrebbe trovato di nuovo ad aspettarla, la solitudine, ma anche tanto affetto che quell’uomo Lorenzo sapeva e voleva regalarle. Rosaria Floris

Per Papa Francesco. Di Rosaria Floris

Caro Papa Francesco, sono passati già cinque anni da quel giorno, sono volati, profumando di vita l’aria. Non mi sembra vero, che bella cosa averti con noi, e ora con me. Mai avrei pensato di parlare, scrivere al mio Papa, un’emozione che corre sin dentro le vene facendomi vibrare e battere forte il cuore. Parole, non soltanto parole, ma sentimenti dell’anima dedicate a TE. Come soavi note da ascoltare nei tuoi momenti di meditazioni e silenzi. Note che rimbombano e rimbalzano poi fuori nell’aria portate su ali di vento sino ai confini infiniti dove LUI, GESU’ è la con TE, dove la Tua Parola arriva oltrepassando il muro del suono, oltrepassando sordità e lingue di agonia. Benvenuto ancora Papa Francesco, benvenuto tra noi, tra la gente umile, povera, tra gente ricca e importante, benvenuto negli ospedali, nelle prigioni, benvenuto tra gli emarginati. Niente campanilismi, il tuo piede come quello di Cristo, si è fermato tra noi, noi isola, noi terra, noi mondo. Poveri, ricchi, cattolici, ebrei, musulmani, evangelisti, sani, malati, liberi, carcerati, uomini, disperati, gioiosi, noi donne, noi uomini in cammino. TU, FINESTRA DI LUCE, BIANCA FINESTRA di luce e speranza aperta al mondo, al mio mondo fatto d’erba verde, di sole, di mare, di vento, di voli di aquile e gabbiani, di profumi e di colori, Rossi papaveri, sangue di Cristo, di uomo tormentato dal male, rosso sangue, arroventato che scorre verso ruscelli di speranze e carità, BIANCA FINESTRA d’amore in cui vedo correre i pensieri e il tempo va a ritroso e ritornano i giochi di fanciulla, la mia Chiesa, il mio padre spirituale francescano E corro a piedi nudi tra messi dorate, tra filari d’uva avviandomi verso la lunga strada della vita. Lunga è stata la strada, una strada in cui la priorità è stata sempre la Famiglia, quella di figlia prima e quella di sposa e madre poi. Ho camminato sempre con i comandamenti di Dio, forse non sempre ho fatto cose giuste, ho peccato certamente e oggi che il così detto brutto male ha colpito il mio corpo, ti chiedo una preghiera particolare: aiutare i miei cari figli ad accettare con amore questa prova di vita. Ogni giorno, chiedo perdono al Signore e a tutti coloro a cui involontariamente ho fatto del male. Caro Padre, ho pianto e piango ancora, ma ringrazio il Signore per tutto quello che mi ha dato, la gioia di moglie, madre, nonna e per averci dato TE. Dedico il mio tempo sempre dando priorità alla famiglia, cerco di vivere sempre in carità. Scrivo per cercare di sensibilizzare le coscienze dell’uomo, scrivo con la semplicità e l’adolescenza nel cuore e per il piacere di scrivere, Scrivo anche con la speranza che i miei scritti vengano letti. Ti saluto caramente caro Papa Francesco, papà mio, con un forte abbraccio. Pregherò per TE e, ne sono certa, TU lo farai per me, per i miei cari e per il mondo intero. E così come diciamo noi Sardi : "a Ti biri cun nosus ancora po mera annus". Rosaria Floris

Storielline cagliaritane. Fisinu Crucculeu s’astinenza e su digiunu. Di Rosaria Floris

Seduto in una panchina Fisinu Crucculeo, ormai anziano, ricordava un periodo passato da tanto tempo in cui un giorno di Quaresima. "Custu mengianu dogna speranza de bendi calincuna cosa, s’ind est andendi. Non seu ancora arrenesciu a bendi mancu una cascitta de perdingianu". Fiat faendi meda frius sa di e mischineddu, Fisinu teniat manus cancararas e asulas po su frius. “Venite gente, venite, tutto a barattu”. Fisinu soprannominato Crucculeo per via del naso lungo e degli occhi verdi, non si stancava di elogiare i suoi prodotti. Finalmente ecco una bella picciocca, bella che frori, chi cun pagu dinai, d’at comporau perdingianu e cibudda e tomatas po fai una bella Parmigiana. Crucculeu non si stancava di guardarla, assomigliava tanto alla sua povera moglie Francesca, Chicchinedda, morta in un incidente stradale pochi anni prima. Era quasi mezzogiorno e finalmente il sole riscaldava la piccola piazza del Rione La Palma. Le cassette di patate, melanzane, pomodori si stavano vuotando. La Quaresima e il divieto di mangiare carne il venerdi per i cattolici, aveva finalmente fatto il miracolo. Le comari comprarono quasi tutto e Fisinu Crucculeo, beni prexiau iat serrau sa barracchedda po torrai a domu. Abitava in una di quelle belle casette colorate proprio al confine del nuovo Quartiere del Sole, con giardinetto e tanti vasi di fiori, di menta e di prezzemolo ben coperti da teli per via del gelo. Le macellerie In quei giorni di astinenza erano vuote. Il pesce si vendeva bene e i pescatori ambulanti facevano piccole fortune. Anche Fisunu quel giorno comprò pesce, doveva arrivare ospite sua cugina per un paio di giorni da Ortacesus per delle visite in ospedale. Erano già le cinque del pomeriggio e presa la macchinetta, una Bianchina celeste, si diresse alla stazione. La sera cena con minestrone, melanzane e una Lissa arrustia beni imbuddicara in follas de Lau. La mattina seguente, dopo aver accompagnato sua cugina alla fermata del bus, riconobbe la ragazza delle melanzane e le chiese se voleva un passaggio. Il suo nome era Giovanna e anche lei viveva sola i genitori non c’erano più. Da quel giorno la vita di Fisinu Crucculeo cambiò. Cupido aveva colpito al cuore. Giovanna e Fisinu si sposarono e questo grazie al giorno di Quaresima all’astinenza al freddo, alle melanzane, ma anche a sua cugina ospite che presa la macchina Bianchina per accompagnarla le fece rivedere la bella Giovanna. E, sa pezza, sa cordula, sa tratalia, su sartizzu, s’angioni. Tottu beni stugiau po Pasca Manna. Rosaria Floris

Cancioffali e sa tzia affroddiera. Di Rosaria Floris

In un tempo non lontano, i Cagliaritani dei quattro storici quartieri: Marina, Stampace, Villanova, Castello, si conoscevano quasi tutti e tutti sapevano di tutto, insomma tutti per uno, uno per tutti. Diversi ma uguali, per tradizione e orgoglio di appartenenza. Ognuno vantava le proprie usanze, i loro saperi. Il Carnevale finalmente era arrivato e con lui il costume da indossare era il pensiero quotidiano. Artigiani e volontari lavoravano alla realizzazione dei famosi Carri e per l’occasione erano giunti a Cagliari i maestri Viareggini. Era il primo vero Carnevale Cagliaritano e sa Rantantira s’intendiat cantai a boxi manna, accumpangiada da su sonu se sa grancascia, tamburus e aundi il feminas in is prazzittas arregalanta tzippulas e is pippius cun trumbitteddas gioganta e cantanta: donami una cicca, donamindi un’atra, arrengenge. Cambara, cambar’e maccioni, pisciurrè. Nunziatina, sa filla prùs pittica de gomai Bonarina e de Fisinu “nas’e listroni” fiat abettendi de scurigai po crastulai, cun s’amiga de “Arrosa cariredda” chi mischinedda si fiat depia coiai a sesci annus, pringia, cun cussu sfainau de Lillicu, e custa borta non si podiat mascherai". Ma non solo anche per discutere quale maschera avrebbero indossato sopra quel bellissimo carro fatto da suo padre e dalla G.I.O.C. “ Deu mi seu cosia su costumu de mongia, e tui Doloreddu, as accabau cussu de tiaulu? Ita n’di nadas ti praxi sa cosa?” Faceva freddo quella sera di febbraio, il cielo non aveva più colore e le nubi si stavano addensando lasciando posto alla pioggia. In cucina la madre, la nonna e comare Fisina controllavano sa scivedda per vedere se l’impasto per le tzeppole era lievitato a dovere. S’arruga fiat gjai prena de piccioccheddus cun trumbittas, sonendi e cantendi Sa Rantantira, ma de prùs fiant abettedi cussas bonas tzipulas chi Bonarina, nomenara tzia affroddiera, poita sciiat tottu cussu chi sutzeriat in su bixinau, de beni e de mali. Ma de prùs poita faiada is tzippulas mellus, de tottu is gomais de Stamapaxi, cun bonu sabori de arangiu e meda zuccuru, ita cosa bona! Bisognava comunque pensare anche alla cena- Risotto e polpette allo zafferano. E giai non fiant cussas bombas, non depiant mancai puru cussu merì de Carnevali, a bortas cuxinaras a bagna, a bortas frittas, ma cussas cun su zafferanu fiant po su madiru is mellus cosas. Ad aiutare Bonarina in cucina, lasciando le zeppole ancora a riposo era rimasta comare Tonina, Che serata, tra profumi di fritelle e risotto cun is bombas. E in foras,Sa Rantantina e is mascararas preniant de allirghia su coru de is cuccurus cottus, e puru Sant’Efis fiat cuntentu. Rosaria Floris

Carnevale a Cagliari. Stampace: storia, leggenda, tradizioni, presente e futuro. Di Rosaria Floris

Nel lontano 1782 in una struttura situata tra le storiche mura di Castello e Stampace, nasce la Corporazione di Sant’Anna che si prodigò di tramandare, conservare, organizzare e realizzare il Carnevale. Il primo vero Carnevale Cagliaritano d’epoca moderna nasce proprio con loro, lì nel quartiere storico dove ha tutt’ora la sua sede con la denominazione: Società di Sant’Anna, in Via Cammino Nuovo al confine tra i quartieri di Castello e Stampace. Ancora operativi sono due campi di bocce per manifestazioni provinciali e regionali di categoria, ma anche spazi e sale per incontri culturali, convegni e studi. Fu anche la prima Associazione a mettere in scena i carri allegorici coinvolgendo i maestri Viareggini e denominando poi l’evento “Carnevale Cagliaritano”. Fra i promotori, il presidente, cav. Giovanni Loddo, i fratelli De Salvi, e anche artigiani e abitanti di Stampace. Il luogo in cui si organizzavano gli l’eventi era la Chiesa di Santa Chiara, ma in seguito all’editto di Monsignor Paolo Botto, dopo 10 anni venne vietata l’utilizzazione di quel luogo. Nonostante fossero poche le risorse economiche, la Società confluì nel Circolo Tognolo e poi nella GIOC “ Gioventù Italiana Operaia Cattolica”. Fu lei poi ad organizzare il carnevale e le sfilate carnevalesche a Cagliari. Purtroppo la sede della GIOC, che stava nella vecchia chiesa di Santa Restituta in via S.Efisio (dove si svolgevano e realizzavano eventi, compresi i presepi e festeggiamenti per il Santo), fu sfrattata dopo tanti e tanti anni di permanenza. Ancora oggi non ha una sede. La Chiesa è stata restituita al culto e ai Cagliaritani devoti nel 2016. Ma parliamo anche di tradizioni, di quelle che forse in parte si sono perse nei tempi, ma rimaste ancorate nella memoria. Tradizioni non scritte, in cui i saperi, i sapori, sono rimasti intatti ma che necessitano di essere tramandati. Parliamo di carnevale si, ma ancora prima dello storico, profumato, colorato quartiere di Stampace in cui Il Carnevale Cagliaritano nasce con la Rantantina. Uno dei quartieri questo, in cui la storia pare essersi fermata dentro le muraglie, le torri, le chiese i conventi dei Gesuiti. Leggende e storia ci raccontano affascinanti racconti in quell’Anfiteatro di lotte di gladiatori romani. Stampace: nome nato forse da quell’antico detto Pisano” Sta in paxi”. I cagliaritani, o villani, così allora erano chiamati dai conquistatori, non potevano abitare dentro le mura, potevano entrare solo per portare loro merci o manufatti, ma all’imbrunire dovevano lasciare le mura del Quartiere. Se qualcuno veniva trovato oltre l’orario lo si buttava giù dalle mura pronunciando quella tremenda frase: “ sta in paxi”. Ma questo non è cosa certa, una delle tante dicerie tramandate. Per chi non lo sa, Stampace si divide in: Stampace bassa e Stampace alta. Quella bassa parte da Piazza Jenne, con la chiesa di Santa Chiara e col suo profumato mercatino, Sant’Anna, Santa Restituta, Sant’Efisio, San Michele, già Ospedale Militare, ma seguendo l’indicazione di Carlo Felice, entriamo nel lungo corso Vittorio Emanuele, detto “Su Brugu” il Borgo, un tempo una delle strade più importanti con botteghe di artigiani del legno, del ferro, maistr’e pannus, commercianti, panificatori. La bellissima chiesa dell’Annunziata e poi il teatro Giardino, il teatro Massimo che hanno ospitato negli anni 49-50 la prima Fiera Campionaria Sarda. Su Brugu va a finire sul limitare di sant’Arennera, (sancta Venera martire), oggi Santa Avendrace, vecchio villaggio pescatori, in cui troneggia la fantasiosa, misteriosa “Grotta della Vipera”. Quanti aneddoti, quante cose a quante storie inventate, sognate su questo nome, su queste cavità sotterranee scoperte poi come luogo di sepoltura romane. Ed ecco Stampace alta sempre salendo dal corso Vittorio Emanuele, Su Brugu troviamo la monumentale villa di Tigellio che prende erroneamente il nome di villa da Tigellio musicista e poeta originario di Caralis. Un complesso di rovine di epoca romana e ancora sempre salendo troviamo l’Orto Botanico, che oggi appartiene all’Università. Dal periodo che va dal 1752 al 1769 fu realizzato su un terreno chiamato “Su Campu de su re” a Villanova. In seguito, verso il 1820 un altro terreno più idoneo, venne individuato nella valle di Palabanda tra l’Anfiteatro e Villa Tigellio, il luogo in cui oggi sorge l’attuale Orto Botanico, realizzato e progettato dal prof. Giovanni Meloni Baylle, che si interessò anche di acquistare altri terreni limitrofi con l’aiuto del ministro Giovanni Lanza. Verso i primi del novecento, raggiunse il suo pieno sviluppo con visitatori da tutta l’isola e Italia. Oggi uno dei più importanti musei botanici d’Italia e sorge in via sant’ignazio da Laconi. E poi l’Anfiteatro Romano, la cui realizzazione si colloca tra il I e il II secolo DC. La Sardegna ormai da secoli dominata dai Romani – a seguito della diffusione del cristianesimo - ha vissuto le lotte dei gladiatori che vennero sospese nel 438 DC. dall’imperatore Valentiniano III, tanto che poi l’Anfiteatro cadde in disuso e abbandono. Dal periodo dell'alto medioevo e medioevo venne utilizzato come cava dai vari conquistatori bizantini, pisani e aragonesi per nuove fortificazioni. E poi ancora sempre salendo “Casa di riposo Vittorio Emanuele III” e ancora l’istituto dei Ciechi, L’Università, il Convento dei Capuccini. Ma restiamo al Carnevale. Parliamo di Rantantina o Rantantira, parlaiamo di maschere di tzippulas, di frittura, ma anche di cuccurus cottus, teste calde che ci conducono in via Azuni, Via Ospedale, Via Buragna, via Sant’Efisio, via Siotto Pintor, via Ospedale e stiamo sempre con loro quando, nel mese di luglio, organizzano il “cuccurus cottus day“ con rappresentazioni teatrali e con su cumbidu. Una distribuzione gratuita di malloreddus carne, pesce e altro. Stampace con Sant’Efisio, Sant’Anna e il Carnevale. Fulcro delle tradizioni e dei costumi cagliaritani. Rosaria Floris

Una Domenica a Sant’Elia: 20 febbraio 2015. Di Rosaria Floris

Nonna Vittoria e nonno Alberto amavano molto i bambini e in quel quartiere erano veramente tanti. Sua nuora Rina con cinque figli, vedova del loro figlio Nino, abitava con loro. Fiant unu prùs bellu de s’atru, mancai mandroneddus a iscola, però rispettosus, allirgus e ingiogazzaus. Era veramente una bella giornata di Febbraio, il cielo senza nubi permetteva ai raggi del sole di scaldare la piccola spiaggia prospiciente la loro casetta da poco assegnata dal Comune. Il quartiere Sant’Elia era in festa quella domenica, i fedeli festeggiavano l'arrivo del nuovo parroco. Che panorama, che colori quella mattina. In mezzo al mare il piroscafo della Tirrenia stava per entrare in porto, scie di bianca schiuma, fischi di sirene e gabbiani in volo. I bambini giocavano in riva con piccole pietre bianche, alghe secche e gusci di conchiglie, incuranti delle piccole onde che bagnavano i loro piedini. A Vittoria di praxiat cumandai a tottus. Non boliada intendi nudda, teniat una facc’e sola, ma fiat bona comenti un’arrog’e pani. Alberto su maridu, fiat piscadori e sa dì iat piscau mera pisci impari a Toninu e Ballicu, cun sa barca a motore Katiuscia. Dalla cucina, Vittoria con affianco sua nuora, borbottava: “oi a prandi faeus pisci arrustiu, calamarettus prenusu e pruppu cun olia, ita’ndi naras Rina anda beni? S’atru du donaus a Fisinedda chi mischina è viura issa puru, e fillus mascus chi andint a piscai non di tenit. Apustis perou faeus puru maccarronis a bagna po is piccioccheddus”, dice Rina”. I Calamari erano cinque, bisognava lavarli, tritare le testine finemente, farle rosolare con poco olio e una volta rosolate vanno messe in una ciottola con pan grattato, aglio, pomodori secchi, ben tritati e amalgamati, infine il tutto va dentro le sacche che vanno chiuse con stecchini e messe in forno con poco olio, sale e irrorate con buon Vermentino. “ Mancu mali chi su pruppu e’ pitticcu aicci coi prùs allestru” Vittoria e Rina, custa borta impari e d’ accordiu, anti postu su pruppu a buddiri po una 20 de minutus, apustis bogau de s’acqua, postu in tianu cun ollu e allu, faendi arrubiai a pagu a pagu acciungendi tres ettus de olia niedda e mesa tassa de vernaccia“ Vittoria, tzerria is pippius, apu preparau po smurzai una rosetta sperrara cundia cun ollu, sali e tomata, cussa chi ha portatu Fisinu conch’e birillu”. Il tempo stava cambiando, grosse nubi minacciose preannunciavano un temporale. “Adiòsu pisci arrustiu! Alberto, bai castia is pippius si funti torraus a domu". Il faro silenzioso, dall’alto del promontorio, illuminava il mare, proteggendo il rientro di piccole imbarcazioni, mentre la Sella del Diavolo, ammiccando in amicizia e complicità, gli strizzava l’occhio. Rosaria Floris

Storielline cagliaritane. Est arribendi Cancioffali. Di Rosaria Floris

"Ta cosa bella Marieddu, è torrendi Cancioffali, su rei de Carnevali e custa borta mi bollu mascherai". Concettina quella mattina era euforica, in quanto Grazietta, sarta del Circolo della GIOC, sua amica del cuore, le aveva riferito che finalmente Cagliari quell’anno, 2009, avrebbe avuto la grande sfilata di Carnevale: "Eia mulleri mia stimada, mancai is manus s’anta preni de bulluccas, apa traballai fo fai is carrus prùs bellus e tui, sa sposa, esessi in pitzus beni ballendi a su sonu de sa ratantina cun tamburus, prattus, e grancascia. Eus andai in cambarara manna po arrugas prenas de istoria, cantendi: cambara, cambara e maccioni, pisciurè, avatu de su rei Cancioffali". Cagliari e il suo Carnevale dei folli: Castello, Marina, Stampace, Villanova, unite in un solo grido: Cancioffali ses su rei de Carnevali. Mancava ancora tempo all’evento, e già per le strade, per le piazze, nei locali nelle gallerie d’arte e nella superba bellissima passeggiata coperta, si allestivano palchi e spazi per accogliere giocolieri, artisti circensi, attori e naturalmente maschere della tradizione locale: sa panettera, sa gattu, su dottori, sa Dira, ma anche maschere che ricordano i carnevali d tutta la Sardegna e di Rio. Marieddu e Concettina con quattro figli, babbo e manna, abitavano a Stampace,una bella famiglia, una casa che profumava di storia, ma anche spesso d’incenso con strade ricoperte di fiori ed erbe profumate in onore del Sant’Efisio Gloriosu. Tutti in famiglia lavoravano per il buon esito di quel carnevale, e le ore a lui dedicate non pesavano di fatica, erano gioia, orgoglio, fratellanza e amicizia". Nah Grazietta, poita non andaus a su mercau, aicci m’aggiuras a fai sa spesa poita Marieddu est impegnau cun Sa GIOC e apustis apu iscipiu chi Caterina Murino ara presentai su Carnevali, ita cosa bella! "Eia, amiga mia no biu s’ora". Giunte al mercatino di S.Chiera, Concettina aveva deciso: niente carne, niente pesce, ma fiori di cavolfiore da fare fritti e in umido con olive, frittata di piselli e carciofi, pomodori ripieni di riso e formaggio". "Tenis arrexioni deu puru apa fai aicci a prandi", dice Grazietta. Con borse stracolme e con tante cose ancora da dire su quel Carnevale dei Folli in cui tradizioni antiche e moderne avrebbero cantato e ballato al suono della Rantantina o Ratantira per bruciare su Rei Cancioffali.
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