Pastori e ragazzi, la svolta di una grande protesta. Di Maurizio Ciotola

La grande protesta di alcuni pastori sardi, che ha innescato nell’immediato la totale solidarietà di tutti gli altri colleghi che, unitamente ai primi, si sono riversati nelle strade, inizialmente è stata presa come una protesta minima ed inutile. Le adesioni della popolazione, delle categorie di lavoratori e soprattutto del fiume di giovani studenti ha proiettato questa protesta oltre il suo iniziale significato, in cui l’aspetto più saliente da cogliere è quello di senso di liberazione, cui i manifestanti tutti sembrano esprimere. Una grande onda cui la politica tutta e le parti sociali non riescono ad interpretare e soprattutto ad accogliere. A dire il vero il sasso nello stagno è stato lanciato con la voluta esclusione ed estromissione, del sindacato di categoria dei pastori, Confagricoltura. Una azione che contiene i prodromi di una vera rivoluzione, in cui le sovrastrutture oramai passive vengono escluse dal tavolo in cui fino al giorno prima hanno brigato senza esito, in un esercizio di sostanziale inazione, mascherata con abili illusioni. Se l’avvio verso la morte di una specifica élite di mediatori, intesi come categoria, non per il loro effettivo ruolo svolto, ha avuto inizio da anni a causa di una sclerotica conformazione mentale cui i loro componenti sono conformi, l’azione dei pastori sardi sembra destinata a seppellirli definitivamente. I timidi interventi politici, quanto le inesistenti posizioni sindacali, cui solo le istituzioni, forse per dovere hanno sopperito, mostrano l’inadeguatezza di una estesa élite politico/sindacale, quanto di quella industriale. Una élite impreparata a far fronte a questi fenomeni, non governabili all’interno delle loro regole del gioco, già consacrate nei metodi, ancorché finalizzate ad annichilire qualsiasi insubordinazione, è una élite che evidentemente ha voluto prolungare il suo tramonto, ma dal quale non può fuggire. I primi raggi di questa nuova meravigliosa alba sono stati quelle migliaia di ragazzi che in tutta l’Isola, all’unisono ed ordinatamente, ma soprattutto pacificamente, hanno manifestato per le strade senza una connotazione politica, ma interpretandola nella sua più elevata espressione umanistica. Sono una moltitudine che, siamo sicuri, avrà la capacità di superare questo guado, in cui noi ci siamo arenati combattendo con “metodi” ed “armi” obsolete quanto inefficaci, una guerra che non ha senso e non ha futuro. Nell’osservare le immagini di Sassari e di Cagliari, in cui migliaia di ragazzi compatti e uniti hanno manifestato in assenza di organizzazioni politico/sindacali, che sarebbero state pronte ad imbeccarli o a contenerli, non possiamo che constatare una forte presa di coscienza in cui la consapevolezza individuale costituisce il cemento di quell’unione. Sono solo i primi “raggi”, che una élite conservatrice tenterà di oscurare e reprimere, forse immobilizzare, ma sarà come cercare di svuotare l’Oceano con un secchio, nulla di più e niente di meno. Sono ragazzi cui la post esperienza, quella che Baricco nel suo “The Game” ha saputo ben descrivere, potrà condurre a sbagli o errori, quanto ad una constatazione di verità cui potrà subentrare nell’immediato una post-verità, con un distinguo però rispetto agli errori e ai drammi del passato/presente di cui siamo gli attori finali e al tramonto, e cioè, riusciranno a non aprire voragini governate da disumanità che potrebbero condurci all’estinzione. Non saranno perfetti, ma non vi è epoca in cui tali esseri, i perfetti, sono mai esistiti; sapranno amare e sognare, sicuramente realizzare con una comprensione meno angusta, opere e mondi per noi inimmaginabili. Hanno in mano il loro futuro, mentre noi il nostro passato, e non vi può essere conflittualità, se non speranza e fiducia. Noi giochiamo con i nostri “soldatini” mossi in una scacchiera mobile, regolata da leggi parziali che dietro un’apparente umanità, fomentano scontri e sfruttamento. Loro scivolano in uno spazio siderale in cui la connettività concede capacità e metodo risolutivo, partorito da un sapere millenario, cui abbiamo contribuito e da cui siamo stati fagocitati. Ancora parafrasando Baricco, “abbiamo” svuotato i cassetti delle università, del sapere, per renderlo disponibile in modalità differenti, ma non sapevamo come utilizzarlo appieno, nella sua complessa armonia. Abbiamo segmentato e codificato lo “spazio” intorno a noi, ma non siamo riusciti a ricomporlo, disperdendoci negli oziosi filoni scaturiti da quegli stessi segmenti. Alcuni hanno trovato un supporto all’interno del quale veicolare quel sapere, aprendo e connettendo tutti quei “cassetti”, quegli studi. Sono giunti coloro che, adesso trovano la soluzione a quelle interconnessioni, attraverso un sapere e l’interazione primigenia e percettiva, da cui nel tempo noi diversamente, ci siamo isolati. E non a caso l’onda che si è messa in moto è scaturita dal primo agire di chi, i pastori, non ha mai perso quella capacità percettiva e primigenia nei confronti della natura e del suo sapere, in questo caso, non codificato. Grazie amatissimi ragazzi, avete abbattuto le barriere dietro cui ancora molti si trincerano, per non vedere ed osteggiare la mutazione incipiente. Grazie anche a voi carissimi amici pastori, che con il vostro indomito spirito di libertà avete saputo muovere contro un potere che ha occupato tutte le caselle, anche quelle dei partiti e dei sindacati in origine avversi ad esso. Buon viaggio, noi saremo con voi, verso quest’alba luminosa. Maurizio Ciotola

Stati Uniti. Bezos, Zuckerberg o Musk? Chi sarà il Presidente nel 2020?

Probabilmente il prossimo Presidente degli Stati Uniti, non sarà Jeff Bezos il patron di Amazon, nonché l’uomo più ricco del mondo, ma sicuramente un altro leader della medesima élite, di cui Bezos è parte. Parafrasando Baricco, potremmo dire che, quella élite, grazie a cui è stato reso fruibile a tutti un ulteriore ed universale “oltremondo”, di cui la rete è base, esce da quella rete radicata “sottopelle”, per appropriarsi del mondo reale, nelle sue principali istituzioni. Potrebbe essere Mark Zuckerberg, patron di Facebook, come Jerry Page o Sergej Brinn, creatori di Google, o da qualcuno dei fondatori di Twitter, quanto da Musk produttore della Tesla. Vi sono tutte le premesse affinché uno di essi diventi il nuovo Presidente degli USA, in una cordata a rete non rigida ma trasversale, costituita da quella stessa élite che, un mondo armato e strutturato disconosce e non comprende, sminuendo la rilevanza fino ad irriderne qualsiasi possibilità. Il 2020 è alle porte e gli eventi geopolitici sembrano percorrere altre strade, rispetto a quelle universali e prive di argini, proprie di quella élite nata dalla fluidità, oserei dire “liquidità” dell’esistere. Non sarà un passaggio violento e traumatico, l’avvicendarsi ad una élite morente, incapace di proiettarsi nel terzo millennio, che ancora oggi si ostina a ripercorre in modo sgangherato e farsesco, “mappe” proprie del diciannovesimo secolo, vero coacervo di esperienze drammatiche, quanto rivoluzionarie, ma la cui “fisicità” non consente loro alcuna “riedizione” in questo nuovo millennio. Finora sulla grande massa e nei confronti dei popoli si è agito attraverso delle gabbie istituzionali, in cui l’equilibrio labile tra forza e diritti ha permesso convivenze e generato drammatici scontri. Oggi l’azione diretta a conformare, nonché a gestire una massa decuplicata nei termini di accesso alle risorse materiali e soprattutto intellettuali, non può essere sottoposta a schemi analoghi e adottati fino a trent’anni fa. Di fatto non vi potranno essere ulteriori schemi, se non la via individuale ed umanistica verso cui solo l’educazione saprà e potrà agire. La caduta del Muro di Berlino, di quella contrapposizione tra due blocchi di potere, non è stata causata dalla banale supremazia economica ed industriale del blocco Occidentale capitalista. Il non comprenderlo ha condotto gran parte dell’élite intellettuale a considerare possibile una omologazione mondiale verso un pensiero unico, quello vincente, nella sua interpretazione corrente. Una omologazione che avrebbe condotto alla fine della storia. Di fatto nel 1989 l’implosione del Muro e del blocco comunista, i cui drammi sociali sono ancora parzialmente in essere, è figlia di quel fluidificarsi del pensiero umano e delle sue istituzioni, spinte da quella stessa ricerca di liberazione, cui i cugini occidentali incominciavano a materializzare attraverso la realizzazione di strumenti capaci di proiettarci in un “oltremondo” atemporale e privo di spazio. Dopo vent’anni dall’inizio del nuovo millennio, l’evoluzione che non trova parametri di confronto con altre epoche della storia dell’umanità, ha condotto e traslato il pensiero di miliardi di esseri umani in ambiti immateriali e liquidi, veloci e privi di tempo, attraverso cui lo stesso tempo può essere rigenerato e rinnovato. Quando Bezos, Zuckerberg, o chiunque altro della stessa élite, deciderà di candidarsi alla Casa Bianca non dovrà fare i conti con il consenso di cui sono già i detentori trasversali e quasi totali, sovranazionali. Il loro insediarsi alla Casa Bianca costituirà il momento di palese emersione da quei “tunnel”, che hanno creato nel tempo generando enormi cavità nell’ambito delle istituzioni. In un mondo inevitabilmente e forse fortunatamente destinato a questo passaggio politico e sociale, solo alcune élite residuali, ancorché inette, cercheranno di opporsi con esiti ridicoli e per loro drammatici, a questo ulteriore e inevitabile passaggio. Maurizio Ciotola

Boicottiamo i formaggi ovini in solidarietà con i pastori sardi. Di Maurizio Ciotola

Il latte ovino costituisce la materia prima con cui realizzare qualsiasi formaggio pecorino, la distanza siderale tra quanto è pagato il prodotto primo e quello finito, rientra nei folli parametri di una economia neoliberista, che nutre nei fatti un enorme dispregio nei confronti del lavoro umano. Il lavoro, cui i pastori della nostra Sardegna sono sottoposti 365 giorni all’anno, in orari difficili e con qualsiasi condizione climatica, per rendere quotidianamente disponibile il latte, merita una attenzione ed un riconoscimento ulteriore. Il latte, oltreché rispondente ai requisiti definiti per legge, secondo precise certificazioni di qualità, sembra non essere tenuto nel giusto peso dalle industrie del formaggio e da una politica latitante. Sessanta centesimi per un litro di latte ovino, non consentono agli allevatori di condurre un’attività da cui riuscire a recuperare il minimo fabbisogno, per portare avanti una vita dignitosa, oltreché lasciar viva la speranza per una tenuta del settore. Una regione come la nostra non può ignorare, gli allevamenti, l’agricoltura e il turismo, che separatamente e in una giusta combine tra loro, offrono opportunità di sviluppo di evidente peso, cui altrove i risultati hanno consentito la tenuta e l’implementazione di attività in luoghi destinati all’abbandono. La miopia evidente è preoccupante, l’incapacità di mediazione tra produttori ed industriali, sembra risiedere nella dottrina economista cui questa Giunta, in capo ad un docente di economia, non ritiene di intervenire, per lasciare al mercato, alla sua cosiddetta “mano invisibile”, le capacità di autoregolarsi. Nel frattempo nell’accogliere le “morte” attività, i cimiteri “economici” hanno raggiunto livelli di saturazione mai visti dopo la rivoluzione industriale. Non sempre però la Regione, il suo Presidente e gli economisti a suo contorno, agiscono con modalità similari. Un esempio è costituito dal caso dell’ex Alcoa, che dopo la sua morte, la politica regionale ha cercato di rianimare elargendo otto milioni di euro, in aggiunta ai cinquanta stanziati dallo Stato, al nuovo acquirente che non ha ancora riavviato l’attività e, a dire il vero, ancora non sappiamo se essa riprenderà. In tutto questo vi è una distorsione politica ed ideologica, posta in atto dai partiti di una pseudosinistra, unitamente ai sindacati, con cui vengono operati dei distinguo tra i lavoratori; degni di esser soccorsi alcuni, remunerando il datore di lavoro e abbandonati altri, privi di datore di lavoro ma sottoposti alle identiche, se non più gravose distorsioni del mercato quanto i primi. In questi momenti in cui sui media e sui social-media le condivisioni politiche e dei singoli cittadini si moltiplicano, senza effetto, tutti abbiamo una opportunità attraverso cui mostrarci solidali con i pastori, che costituiscono un importante tessuto di produzione, ma soprattutto sono parte essenziale della nostra storia, del nostro essere. Vi sarebbe infatti un modo, attraverso cui esprimere fattivamente la nostra solidarietà, verso la loro drammatica situazione, ovvero il boicottaggio puntuale e sistematico verso i prodotti finali, cioè i formaggi a base di latte ovino, fino a quando gli stessi industriali e la politica non intendono affrontare con efficacia quanto richiesto dai “nostri” allevatori. Boicottare è l’unica azione cui un cittadino onesto e consapevole del suo ruolo nella società, può compiere nell’immediato quotidiano, determinando una bocciatura del prodotto specifico, il formaggio pecorino, che del lavoro degli allevatori abusa. Poniamo in atto ciò che il prof. Becchetti, economista dell’Università di Padova, fondatore della banca etica, nonché propulsore di un consumo “attivo”, attraverso cui con il nostro portafoglio orientiamo le produzioni e il loro comportamento etico. Mma soprattutto boicottiamo un prodotto, cui gli industriali sardi esportano in tutto il mondo a prezzi decuplicati rispetto a quelli del nostro mercato, creando un plusvalore(già, quello che Marx richiamava sempre) che comporta sudore e sangue a coloro che forniscono la materia prima, di cui è disconosciuto il valore. Maurizio Ciotola

Manuel Bortuzzo, il prologo, l’ipocrisia delle istituzioni e il sicuro epilogo

Il caso di Manuel Bortuzzo, reso paraplegico da due delinquenti nativi italiani, ci pone di fronte ad almeno tre considerazioni, di cui due a prologo del fatto ed una di sicuro epilogo. La prima domanda che un cittadino, un giornalista e soprattutto un politico dovrebbe porsi è: che situazione di degrado incombe nella Città Eterna, come altre città del resto, e quali sono le cause? La seconda è, come mai tra la popolazione di un Paese in cui l’acquisto delle armi è consentito solo a chi ha il porto d’armi, le stesse circolino in misura così copiosa? A queste due domande dovrebbero rispondere la politica e le istituzioni, che negli anni hanno consentito questo scivolare verso gli abissi di una parte del tessuto sociale, oramai senza più un ordito capace di tenerlo unito. Dovrebbero rispondere le forze dell’ordine, che pur essendo a conoscenza del traffico di armi e del loro smercio, pare non intervengano in maniera più incisiva per arginarlo o impedirlo. Il ministro dell’Interno, oltre a calpestare il palcoscenico del teatrino che ha saputo costruirsi, dovrebbe insistere su questo marcato ed evidente mancato controllo, i cui esiti costituiscono un evidente pericolo per i cittadini onesti, come Manuel, che amano la vita. Il degrado, per contro, è un fatto cui diversi soggetti hanno concorso, a partire da chi negli anni ha compiuto una politica da contabile, pur essendo economista, per giungere a chi nelle medesime qualità istituzionali, ma di altro dicastero, non ha saputo dare indipendenza economica, attraverso un lavoro remunerato ed onesto, lasciando il campo alla malavita organizzata. La sinistra tesa a rincorrere la “carota”, attraverso cui gli è stato concesso e permesso di governare questo Paese, ha dimenticato prima e ripudiato poi, le basi primigenie del suo esistere. E'capitato a Manuel, ma poteva capitare a chiunque altro, e visto il degrado e la pregnanza della malavita organizzata, potrà capitare ancora a qualsiasi altro ragazzo. Il terzo punto, cui già vediamo l’agitarsi tra i media e nei social media, è l’esercizio della giustizia nei confronti dei due ragazzi colpevoli e consapevoli dell’atto, che di quella degenerazione sociale, generata da un sistema di lupi istituzionali, sono figli. C’è chi dice trent’anni di galera e via la chiave, chi l’ergastolo, chi richiama addirittura il linciaggio. Fortunatamente nessuna di queste soluzioni troverà applicazione, ma altresì, quella che la sentenza ed il carcere offrirà loro non sarà migliore; ma soprattutto dopo i dieci o vent’anni, ci restituirà due delinquenti incalliti e forgiati nelle patrie galere, per cui avranno altissime possibilità di riprendere a compiere ciò che hanno dovuto interrompere, a causa di una sentenza incidentale e un delitto per loro usuale. Se quei due ragazzi dopo la sentenza di condanna, verranno indirizzati verso un percorso di recupero, con l’obbligatorietà di assistere quotidianamente portatori di handicap o persone la cui sofferenza fisica, patita in un esercizio quotidiano dell’esistere è costante, forse potranno comprendere cos’è la vita e di quale recisione si sono resi artefici. Non chiedete il perdono, perché nell’immediato, come sappiamo, nessuno ve lo concederà sinceramente; forse potrà avvenire col tempo, e sicuramente attraverso la maturazione di questo enorme dolore, provocato a delle vittime altrettanto sole nella sua elaborazione. Vittime innocenti, parenti stretti abbandonati dalle istituzioni che nell’indifferenza pensano ancora oggi, di ripagare il dolore attraverso le sentenze, evitando una importante e dovuta assistenza, per il recupero psicologico ancorché fisico, delle vittime e delle loro famiglie. Ritorniamo umani a partire da tutto ciò che ci circonda e su cui influiamo attivamente, il resto è demagogia e ipocrisia in cui le vittime sono e saranno sempre le stesse. Maurizio Ciotola

Il punto del giorno. Il reddito di cittadinanza come tutela del cittadino/lavoratore. Di Maurizio Ciotola

Premesso che un sussidio alla povertà ha lo scopo di ergere dalla miseria chi in essa grava, è chiaro che il reddito di cittadinanza, così come ideato, assume due funzioni, separate sì, ma di indiscutibile matrice sociale e rispondenza alla Costituzione. Chi è immerso nella miseria, non ha ulteriori capacità di concentrazione se non quella di uscire dalla povertà, fatto che si rende possibile però solo quando tali persone sono nel pieno delle loro facoltà fisiche e mentali, cui la combine con l’offerta di un lavoro specifico determinerebbe il loro riscatto. L’altro aspetto, più impattante nell’ambito del mondo del lavoro, risiede nel fatto che il cittadino è “portatore” di quel reddito assegnato, cui solo nei casi di una legale assunzione, esso verrebbe travasato a scopo incentivante verso il datore di lavoro. Premesso che tale reddito ha un valore minimo non comprimibile, nessun datore di lavoro potrà erogare un salario inferiore a quel valore, sulla carta e nei fatti, perché qualsiasi obbligo non scritto, derivante da una illegale intesa tra datore e lavoratore, non consentirebbe al datore di lavoro di sottrarre parte del salario dovuto al lavoratore, come oggi avviene in gran parte dei casi. La titolarità del reddito di cittadinanza in “testa” al cittadino, è una tutela pratica e fattuale cui le leggi esistenti non sono mai state in grado di offrire, perché soggette ad un controllo di terzi e alla denuncia del cittadino, che da quel momento in cui questa avveniva, perdeva il posto di lavoro in attesa di una sentenza del tribunale, ma soprattutto restava senza alcun reddito di sostentamento. Ovvero il reddito di cittadinanza libera il lavoratore/cittadino dal ricatto di licenziamento, pendente sul lavoratore che rifiuta di esser sottopagato. Questo aspetto, che sottrae potere alle imprese di “prenditori”, di cui abbiamo abbondanza in alcune aree del Paese, ed estromette la mediazione al ribasso dei sindacati, costituisce la vera rivoluzione cui tale strumento consente. Non crediamo che esso costituisca l’annullamento della povertà, ma il veicolo che conduce verso il suo abbattimento. La povertà non si abbatte solo con il lavoro, ma anche con sussidi capaci di restituire forza, lucidità e capacità a chi li ha persi in un vortice in cui improvvisamente sono stati trascinati, e per la cui emersione il lavoro non può costituire l’unica e l’immediata soluzione. La nostra tristezza sta nel fatto che, una cosiddetta area della sinistra, fino a diversi anni impegnata nel comprendere il fenomeno, oggi avversi indistintamente e ottusamente una tale iniziativa, passibile di miglioramento come tante altre, ma verso cui dovrebbe guardare con attenzione e rispetto, riappropriandosene. Maurizio Ciotola

Mattarella con la sua politica estera esautora il Parlamento della Repubblica. Di Maurizio Ciotola

Certo, non vi è un “alto tradimento o attentato alla Costituzione”, seppur il messaggio stringente e forte inviato alle istituzioni del Paese da parte del Presidente della Repubblica, non è avvenuto attraverso un consueto e costituzionalmente previsto messaggio alle Camere. L’invito circostanziato e pressante, inviato attraverso una poco rispettosa azione “interventista” del Presidente della Repubblica su quanto accade in Venezuela, nella misura in cui i media di un villaggio globale esasperano, non rasserena la nostra fattuale e sbilenca condizione democratica. Una forzatura, una violenta forzatura politica cui dai tempi del “picconatore”, il Presidente Cossiga, siamo abituati a tollerare nel silenzio della Corte Costituzionale, via via popolata da membri non sempre eccellenti e di indubbia e specchiata onestà politica. Il richiamo del Presidente Mattarella, con cui invita le istituzioni italiane ad adeguarsi al volere di alcuni Paesi europei, non dell’Unione europea, piuttosto che rivolgersi loro in sede istituzionale e richiamare la necessaria attenzione dell’Onu, rende palese l’adeguamento ad una operazione di destabilizzazione di matrice planetaria, cui la nostra Presidenza della Repubblica sembra allinearsi. Nessuno, né tanto meno i Paesi che storicamente sull’America latina e sul Venezuela in particolare hanno avuto un ruolo colonizzatore come la Spagna, devono agire fuori dalle regole internazionali, la cui disputa o il riconoscimento può aver luogo solo all’Assemblea delle Nazioni Unite. Per quanto è riguardato il tumulto libico, la Francia ha disatteso qualsiasi regola internazionale mostrando il suo interventismo bellico e coloniale, cui gli anni di democrazia e dinamismo intellettuale non hanno saputo liberare. Il secondo passo, compiuto dalla Nato, è in termini politici internazionali altrettanto grave ed insidioso, perché in questa continua forzatura con cui viene esautorata l’Onu dalle sue funzioni, viene messa a repentaglio la pace internazionale, almeno là dove ancora permane. Se l’interventismo del Presidente Mattarella, non si presenta ancora come caso di “messa sotto accusa del Presidente della Repubblica”, potremmo sicuramente intenderlo come un caso che induca il Parlamento verso “la messa in mora” del suo ufficio, almeno per quanto riguarda il fatto specifico con cui egli ha esautorato il Parlamento italiano. Mattarella ha compiuto un puro intervento populista, rivolto direttamente alla popolazione, fuori dal Parlamento con una evidente amplificazione mediatica, bypassando forme e prassi, ponendo a repentaglio la via democratica. Ovvero il Presidente della Repubblica, abdicando al suo ruolo di garante della Costituzione, ha compiuto una demolizione populista delle istituzioni, contro cui a parole, unitamente ad un’altra ed ampia schiera politica trasversale e di sistema, si è nel tempo figuratamente opposto. Se Beppe Grillo si fosse autoproclamato in piazza presidente del Consiglio, negli anni bui e recenti di questa Repubblica, probabilmente avrebbe avuto molteplici riconoscimenti fuori dal nostro Paese, prescindendo ed umiliando la nostra Costituzione. Un passo che avrebbe condotto il nostro Paese verso un’assimilazione naturale a quelle repubbliche delle “banane” sud Americane, cui gli Stati Uniti, non meno di Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania, hanno reso possibili negli anni settanta del secolo passato. Se la Siria costituisce il culmine e nodo irrisolto di quella veicolata “primavera araba”, il Venezuela potrebbe costituire il “via” ad un escalation incontrollato nel sud del continente Americano, di cui non dobbiamo esser parte, ma super partes nei ruoli e nelle vesti internazionalmente riconosciute dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Maurizio Ciotola

Il punto del giorno. Venezuela, Libia, Siria, similitudini drammatiche. Di Maurizio Ciotola

Se qualche anno fa nelle piazze italiane Beppe Grillo si fosse autoproclamato premier del Paese, avremmo potuto dichiararlo stolto o peggio ancora, vista l’aggressione anti democratica al Parlamento, sarebbe stato arrestato. Del resto la marcia su Roma, cara ai tanti, ha avuto una identica messa in scena, con l’avvallo premeditato di una casa regnante che abbiamo saputo rimuovere in modo democratico. Guaidò in Venezuela non sembra avere un differente comportamento rispetto a quello ipotizzato e all’altro più tristemente realizzato. Ma vi è di più, lo schema di rimozione del premier venezuelano, come quello di altri presidenti, in Paesi autoritari certo, ma in cui, almeno in due, esiste una democrazia, pare essere identico a quello adottato negli ultimi tempi nel nord Africa e in Siria. Una sommossa o alcune manifestazioni di opposizione rispetto al potere costituito, danno il via ad un immediato riconoscimento internazionale, cui seguono gli interventi militari diretti o indiretti, attraverso l’addestramento in loco di guerriglieri e la conseguente quanto ovvia fornitura di strumenti bellici. Gli esiti più drammatici verso cui tale forzatura ha condotto alcuni Paesi, sono senza alcuna possibilità di errore, la Libia e la Siria. La prima galleggia sul petrolio, la seconda è un importante appoggio per la Russia nel Mediterraneo e nell’area mediorientale. Il Venezuela è il Paese che detiene i più grandi giacimenti petroliferi di alta qualità del greggio, di cui prima della presidenza di Chavez, le multinazionali del petrolio detenevano il controllo. Gli atteggiamenti e il regime di Gheddafi in Libia, di Bashar al Assad in Libia e di Maduro in Venezuela, nella loro diversità sembrano non rispettare alcuni principi democratici, non più di un’altra decina che sorgono su vasti giacimenti petroliferi, ma le modalità con cui i Paesi ricchi e democratici in casa loro, approvano e finanziano la rimozione di tali leader è inaccettabile. È una modalità illiberale attraverso cui si originano guerre civili inarrestabili dalle conseguenze umane disastrose, con l’unico vero scopo di entrare in possesso di quelle risorse, sempre più limitate e insufficienti per un Pianeta, in cui il fabbisogno energetico si è moltiplicato a dismisura. Bene ha fatto il nostro Paese, come altri di indubbia matrice democratica senza un passato o velleità colonialiste, a non riconoscere chi nella piazza si autoproclama Presidente di un Paese bypassando le regole democratiche. Il ruolo di organi internazionali come l’Onu, unico deputato al compito specifico, è quello di inviare degli osservatori a garanzia del rispetto delle forme democratiche di elezione degli organi politici ed istituzionali del Venezuela, non certamente imporre una rimozione del suo Presidente o il decadimento del Parlamento. Le velleità sanguinarie che tale ingerenza sembra avallare, non hanno alcuna natura democratica o umanitaria, come è ben comprensibile e constatabile nei Paesi in cui questo è avvenuto, e il fatto che l’Italia si sia astenuta da questo esercizio ampiamente in uso, mostra il suo indiscutibile radicamento democratico cui andiamo orgogliosi. Maurizio Ciotola

Debito pubblico e sovranità. Di Maurizio Ciotola

Il maggior debito pubblico di un Paese indebolisce o limita la sua sovranità, così con una puntuale sintesi il presidente della Bce, Mario Draghi, precisa, riferendosi ai debiti contratti da un Paese sovrano con terzi, ovvero un debito che, ancorché regolato dal diritto, nei fatti limita la mobilità economica di un Paese. Il Presidente Mario Draghi non è uso intervenire su questioni specifiche e tanto meno limitate ad esternazioni o azioni particolari di piccolo respiro. Il Presidente richiama un principio ineluttabile, per cui tale condizione debitoria, incide evidentemente sulla pianificazione economica di un Paese come nell’agire quotidiano di ognuno di noi, di ogni famiglia o azienda. Il debito contratto da un Paese, ove la ricchezza individuale dei suoi cittadini è tale per cui gli stessi, o una parte di essi, risultano i creditori, è ben diverso da un debito contratto da un Paese povero in cui la situazione debitoria è rivolta verso Paesi terzi. Parimenti il debito pubblico e quello estero dei Paesi in via di sviluppo è stratosferico, e tale per cui, i Paesi creditori, sviluppati e ricchi, esercitano una pressione sulla pianificazione economica, fino a privarli della loro sovranità, ovvero di una capacità decisionale in merito al loro sviluppo. Un fatto che un socialista italiano, nominato nell‘1989 ambasciatore dell’Onu per la riduzione del debito dei Paesi in via di sviluppo, aveva compreso perfettamente. per questo Bettino Craxi fu incaricato da Perez de Cuellar a rappresentare la Segreteria dell’Onu in questo difficile ed arduo compito. Il debito pubblico e quello estero che i Paesi dell’Africa, quanto quelli del sud e centro America, avevano contratto, seguivano e seguono un trend crescente a causa degli interessi maturati cui con i loro bilanci non riescono ad azzerare. Craxi avanzò la proposta di azzeramento del debito al fine di restituire a quegli stessi Paesi, sovranità e sviluppo. Per contro il Fmi ha sempre dettato uno schema, attraverso il quale i Paesi debbono assolvere a questo debito e ai suoi interessi, attraverso una vendita mirata di aziende e concessioni, che consentirebbero loro l’azzeramento degli stessi. La Bce in Europa, non ha avuto modelli differenti cui ispirarsi, per cui all’interno dell’Ue alcuni Paesi sono stati indotti ad una copiosa cessione di aziende e concessioni, a garanzia del debito, ma non della sua estinzione o riduzione. In Europa il nostro Paese è quello che detiene il più alto debito pubblico, per cui paghiamo interessi altrettanto stratosferici. Nel resto d’Europa il debito pubblico assume diversi connotati e dimensioni, assolutamente distanti dalle nostre, ma i cittadini di quegli stessi Paesi risultano debitori individuali, e quindi più poveri, per effetto della riduzione del welfare, quanto per il costo dei sevizi, cui contabilmente sono quasi interamente scaricati sull’individuo, singolo e debole debitore verso le banche. A parte una dispersione evidente, cui è soggetta la spesa pubblica, per cui è necessario spingere verso una sua migliore efficienza nella fornitura del welfare e dei servizi, è pur vero che tale efficienza sarebbe comunque inferiore se tali oneri fossero direttamente e singolarmente attribuiti e travasati sui cittadini. Del resto l’efficienza nella spesa genera una riduzione del fabbisogno, per quanto concerne gli oneri del servizio offerto, senza tagli ulteriori. Ovvero il miglioramento di tale efficienza comporta la riduzione della richiesta di credito verso gli istituti bancari. Differentemente, travasare tali oneri di spesa sul singolo cittadino comporterebbe una ovvia riduzione del fabbisogno di spesa pubblica, che però aggraverebbe il debito individuale del cittadino, unitamente ad un incremento della perdita di efficienza della spesa, il cui onere sarebbe a carico degli stessi, con il fine ultimo di favorire gli istituti bancari. Ossia le banche moltiplicherebbero la loro condizione creditizia, questa volta verso soggetti deboli, che se incapaci di soddisfare il debito, sarebbero facilmente espropriabili. Un debito individuale che genererebbe così una perdita di sovranità nell’ambito del privato, ancora più grave e distruttiva, di quello che potrebbe determinare la crescita del debito pubblico dello Stato. Esiste un equilibrio tra il debito pubblico generale di uno Stato e quello individuale dei suoi cittadini, ma questo punto di equilibrio non trova riscontro in un numero specifico, quanto nel diritto internazionale, nei diritti umani, in cui la libertà individuale non può essere soggetta a riduzione, quanto la dignità di ogni individuo non può in alcun caso venir meno, nei fatti, per soddisfare astratte operazioni contabili. Se è vero che otto miliardi comportano un onere aggiuntivo per la nostra economia, in merito al sostenimento del reddito di cittadinanza, è pur vero che nessuno stato civile può ammettere conti in positivo e povertà sociali di così ampia portata. Parimenti nessuna forza politica, che ritiene di avere a cuore l’umanità, il fattore sociale, la dignità individuale, può condurre campagne di aggressione verso chi, nel progettare un futuro pianifica una via di uscita dal degrado per oltre cinque milioni di individui, gettati sul lastrico da incapacità evidenti e politiche economiche fallimentari. Maurizio Ciotola
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