Vita, amore e degrado. Di Maia Cortex

quindici anni di intensa attività in multinazionali farmaceutiche e grosse aziende di profilati plastici d’Europa, per cui curava dati ambientali e ovviamente l’immagine e il loro profilo etico, costituivano la sua forza, le basi della sua indipendenza, conquistata, perduta e poi riconquistata. diciannove anni prima, decise di affidarsi ad una sensazione forte, un sentimento intenso e apparentemente stabile, idealmente consolidato nei suoi affetti, nel suo cuore. entrato nella sua vita da una porta di “servizio”, negli anni del liceo, Marco a piccoli passi, senza mai arretrare, riuscì a rendersi indispensabile e grazie ai suoi modi, irrinunciabile, durante l’università, in cui insieme frequentavano lo stesso corso. Sandra, la chiameremo così per non rivelare il suo vero nome, già noto alle cronache per i fatti di cui negli anni passati la politica del nostro Paese, si è resa complice avversa e totalizzante. differentemente da Marco, lui inizialmente rimase sempre un passo indietro, prima all’università e dopo tra gli amici, poi in azienda. riuscì sempre a creare gli spazi opportuni per il suo ingresso e l’ascesa, in un evidente riconoscimento dei meriti di brillante professionista qual era. la chiamarono a colloquio, ma non attesero neppure il vaglio della commissione. il presidente e direttore della Unier senza perifrasi le disse di avvicinarsi il giorno successivo, per l’accettazione della lettera di assunzione. i loro uffici contigui seppur dipendenti da unità differenti, rendevano possibile una frequentazione assidua e protetta, alla quale aveva sempre ambito, sperato, sin dal momento in cui lui propose il nome di lei tra i candidati al colloquio. Marco accettò la partenza di Sandra per Milano, unica sede italiana della Unier, con il patto di vedersi ogni fine settimana. la sua ascesa all’interno della multinazionale fu inaspettata per lui e per Marco, che incominciò a metabolizzare l’irreversibilità di quell’avventura lavorativa. l’anno successivo Sandra fu chiamata a trascorrere intere settimane negli States, in giro tra le varie sedi di produzione aziendali, rendendo la “promessa” inattuabile, se non per un giorno ogni tre, a volte quattro mesi. il naturale sfilacciarsi del rapporto, seppur non in modo esplicito, condusse entrambi ad avere una diversa sensibilità nei confronti delle persone con cui amavano intrattenersi. le telefonate non finirono subito, le lettere sì, dopo qualche mese; e la comprensione, ma soprattutto l’accettazione di quel che avveniva, condussero il rapporto ad una involuzione silenziosa e sfumata, nelle modalità e negli effetti simili a come si avviò negli anni del liceo. - ciao, vieni giù sabato? - no. domani ho l’aereo per Philadelphia. vado con Claudio. - bene. è stato sempre più bravo di me... - non sottovalutarti, se ricordo, il 110 lo hai preso tu, non lui.. - si, certo, ma non te... - in verità, sono io ad averti “preso”... tu invece,... dopo tanti anni, mi hai lasciato andare... - non sarei mai riuscito a pensare diversamente, Sa’. tuttora non riuscirei a immaginare un’altra possibilità... - non sempre concedere opzioni di scelta restituisce un’identica comprensione. - ...non sempre. - della “libertà” disponibile molto spesso non cogliamo le potenzialità quando siamo in preda all’impeto, all’eccitazione...uno stop in alcuni momenti può giovare, avrebbe potuto... - con il senno di poi è sin troppo facile. ma per quella che è la mia convinzione, anche oggi avrei fatto la stessa scelta. - Claudio è più simpatico...ricordi com’era chiuso? - gli hai dato la possibilità di esserlo, forse...comunque ti ha sempre desiderata... - ...perché desiderata?...squallido... sei ingiusto. - ...non era il solo certo, anch’io, prima di amarti... - basta. senti... mi spiace. la settimana prossima ne parliamo, cerco di venire in paese... - no. direi che non è il caso. se vieni qui, non cercarmi, almeno per ora. mi farò vivo io...scusami, saluta Claudio... quattordici anni, giorno più giorno meno, erano trascorsi, un figlio, un matrimonio oramai dissolto e il roteare per il pianeta, sempre con un pizzico di insoddisfazione. da due, stava a Trieste, era oramai una manager affermata, ancora giovane e promettente. il figlio di cui era riuscita ad ottenere il completo affidamento dal tribunale, riusciva a donargli la gioia persa. - Davide? sei a casa? - si, mamma, sono appena rientrato. - Mara ci ha invitati a cena questa sera, ti va? - si, certo. vado da Enrico per terminare una ricerca, ci vediamo lì. - bene, a più tardi tesoro. con Mara si conobbero tre anni prima, ad un convegno di psicologia, patrocinato e promosso dall’azienda per cui lavorava da non più di cinque anni . in quei giorni alloggiavano entrambe all’Hotel Miramare, ebbero modo di oltrepassare la barriera professionale del contesto congressuale, tessendo i presupposti per un’amicizia. le tre intense giornate del congresso, le vide marciare quasi all’unisono, con tempi simili, Sandra nel presidere il tavolo dei relatori e Mara, presidente dell’associazione Natural Life and World Psicologic Lab, oltre ad aver curato la selezione degli interventi, animava il dibattito. scoprirono di avere due figli coetanei e un matrimonio concluso, Mara, e il divorzio in corso, Sandra. lei rientrò a Milano, Mara a Bologna, senza aver più alcun contatto per diversi mesi. un giovedì di maggio, circa tre mesi dopo, chiamò Mara per proporle un fine settimana a Venezia con i figli. una breve riflessione seguita da alcune perplessità organizzative, poi accettò con entusiasmo. l’appuntamento era per la sera del giorno successivo, al B&b “el Bepi”, in calle Orsetti. le amicizie nascono in circostanze e modi inconsueti o casuali, le relazioni di cui ognuno di noi è fatto ed è il prodotto, nascono principalmente da un’intesa, che non è né irrazionale né razionale, ma sempre percepita prima di essa, in una sorta di “anteprima” in uno “spazio” a noi inconscio, ma dove l’interazione è già attiva. lo avvertiamo “a pelle”, potremmo dire, come se l’epidermide fosse dotata di un sensore ulteriore, di cui non controlliamo coscientemente il messaggio, indicandoci però il gradimento o il rifiuto verso qualcuno o qualcosa. è quella stessa percezione, elaborata in modo distaccato ed intimo, che nei mesi successivi si impadronì di Sandra, non meno di Mara. i fine settimana in giro per l’Italia e alcune volte all’estero si intensificarono, grazie anche ad una forte intesa tra i ragazzi. nel novembre di quell’anno, dopo aver trascorso alcune settimane di ferie insieme nelle valli tra le Dolomiti, fissarono un week-end a Palermo. la fortuna permise loro di trovare posto in un villino di Mondello, in via Saline, un B&b, in cui però le stanze disponibili erano solo due, una matrimoniale e bagno annesso, l’altra con due letti singoli e bagno esterno. non vi furono problemi, decisero di adattarsi. - il volo è stato estenuante, avrei voglia di mangiare e andare a dormire. - io mi faccio una doccia calda e poi decido. - si, anch’io devo scaricare questa tensione... Sandra entro in doccia, mentre Mara in mutande e reggiseno si distese sul letto e senza parlare chiuse gli occhi, cercando ristoro in libertà. le sembrò di aver dormito per una o due ore quando aprì gli occhi di soprassalto. sentì alcune gocce d’acqua scivolare sulla pelle insieme alle carezze, che sfioravano il suo viso. la realtà sembrò più vivida del sogno in cui era immersa. sorrise, senza scostarsi. si rivoltò sul letto porgendo le spalle e con un rapido movimento da contorsionista, sfilò il reggiseno. avverti il calore delle labbra sulla schiena, in un continuo ascendere, lento, nella parte alta del collo, fin poco sotto la nuca. le mani si posarono sulle spalle e in contemporanea avvertì il calore del suo corpo sulla schiena. ebbe un fremito. Sandra continuò a massaggiare le sue spalle, facendo scivolare le mani sulla testa, intrecciando i capelli con le dita. i baci sembrava cadessero come altrettanti petali da cui siamo ricoperti, quando attraversiamo in una sera d’autunno gli immensi viali contornati siepi di rose. dopo una breve cena decisero di scivolare tra le vie di Mondello, i ragazzi molto affiatati incominciarono a correre sulla spiaggia. - sai, non mi era mai capitato... - neanche a me. non ho resistito quando ti ho visto, distesa... da far invidia... - smettila. mi imbarazza. quando hai avvertito che... - non so. ho deciso in quel momento. forse a Firenze...si a Firenze ricordo che, nell’osservare le tue labbra mi emozionai. trattenni lo slancio. - a me è capitato più di una volta. sono quelle sensazioni di cui però siamo state educate ad aver vergogna, rigetto... - grazie per averle accolte, allora. - non mi sono mai sentita così felice e libera. tre giorni, poi natale e capodanno, il legame si rafforzò, la possibilità di vivere se non insieme, quantomeno nella stessa città, divenne realtà. Sandra chiese un colloquio con la direzione europea della società, che già da tempo aveva espresso messaggi benevolenti sull’eventuale copertura dell’incarico di responsabile etico-ambientale per l’Italia, nella sede di Trieste. anche Mara, decise di trasferirsi a Trieste, aprirvi uno studio e tornare per due volte alla settimana a Bologna e seguire alcuni suoi pazienti. Trst, così la chiamavano, imitando gli autoctoni e scansando le vocali, divertite. decisero comunque di avere due abitazioni separate, almeno inizialmente, solo successivamente avrebbero deciso una eventuale convivenza. quella sera a cena, Sandra giunse con un discreto ritardo rispetto alle loro abitudini. Enrico e Davide mangiarono senza aspettarla, per poi scaraventarsi in camera con la playstation. - scusami, mi sono dovuta trattenere al telefono... - a quest’ora? - si. una chiamata insolita. Mara la guardò con aria interrogativa. - era Marco. - Marco? - si. non lo sentivo da sette, otto anni. - ricadute?... - no. no, sciocchina. no. sta male, un tumore. gli hanno dato pochi mesi. Mara si sedette, cadendo di peso, con aria sconvolta. non ebbe mai modo di conoscerlo, ma dai racconti e le confidenze di Sandra, era come se si trattasse di un suo caro amico. - ai polmoni, e metastasi ovunque. - ha avuto qualche altro consulto fuori dall’Isola, dall’Italia? - no. dice che non intende iniziare viaggi inutili per speranze altrettanto inutili. i mesi che gli restano vuole viverli con la sua famiglia. - è sposato? - si. mi era già giunta voce. oggi mi ha detto che è avvenuto cinque anni fa... - sembri infastidita... - ma no, è che, mi vien da ridere, anche in questa circostanza... - why? - ma perché la moglie è un’amica comune che, al liceo chiamava sempre... “arpia”. ha anche una figlia. - prova a chiedergli se vuol fare un tentativo a Boston. - proverò... mi fa incazzare! - ma che dici? cosa... - si, Mara, in quella parte della Sardegna i carcinomi presentano una frequenza dieci volte superiore alla media... - è il dramma di questa società... - no. cioè si. ma io e lui durante gli studi decidemmo di combattere questo degrado, che ci sta uccidendo, tutti... - Sandrì, adesso non vorrai caricarti responsabilità collettive e abbastanza ampie? - no. però mi fa comunque incazzare. perché sia lui che io abbiamo intrapreso due strade in cui facciamo l’esatto contrario, reiterando il degrado. - se è uno sfogo il tuo, ben venga, sei troppo intelligente perché possa smentire ciò che dici. però senti, non sempre abbiamo la forza per ribellarci... - fino a quando ciò a cui ci ispiriamo, ribellandoci, ha i contorni di una idealità del vivere, no, non ci riusciremo mai. è che in taluni casi diventiamo vittime, e quando questo accade è già troppo tardi per rivoltarci. - abbiamo ancora molto da fare e non è detto che non vi siano più delle chances. - ha detto che mi ama... - nonostante i tuoi racconti, non ho mai creduto avesse smesso di farlo... - e allora perché si è sposato? - perché tu non lo ami? - si. ma amo anche te, pazzamente. - non vedo alcun conflitto. chi si nutre d’amore, non può parzializzarlo...tu si...lei no...loro si... - cosa vuoi dire? - dico che l’amore è amore, poi i sentimenti sono differenti, non contigui, ma tutti adagiati su quell’unico letto dell’amore. - capisco ancor meno, Mara, non incasinarmi con le tue teorie... - ma perché incasinarsi? scusa. Marco, ma anche Claudio, i tuoi genitori, me, tuo figlio, la vita, sono parte di te, del tuo amore, inscindibili... - che accidenti centra Claudio?... - Davide non lo hai generato con me, cara Sandrina, e non ti sei accoppiata per proliferare, lo hai fatto semplicemente perché lo amavi... - credevo di... - lo hai amato...e quell’amore è parte inscindibile di te, nel bene e nel male, tu sei anche quello e in te sono vivi quei momenti... - ma no! - ma si! scommetto che ricordi perfettamente l’istante in cui hai concepito Davide, come quello del primo rapporto, doloroso, avuto con Marco...e del mio corpo a Palermo... Sandra scoppiò in un pianto isterico afferrando Mara a se. la baciò con impeto, senza darle scampo. in quell’istante Enrico entrò in soggiorno, lo videro entrambe, lui sorrise e con il pollice all’insù fece un cenno di approvazione, tradito dalle sue guance arrossate, probabilmente per l’imbarazzo o forse per la gioia. Marco riuscì a condurre una vita dignitosa per altri due anni, grazie a una terapia studiata dal Boston Hospital center, mentre Sandra si era dimessa dal suo incarico, per assumere prima un forte impegno nel partito dei Verdi, poi la sua guida, giungendo in Parlamento pochi mesi prima della morte di Marco, dopo aspre battaglie ambientaliste. quel 3 giugno del 2006, ai suoi funerali laici, non andai da sola, volli con me Mara e i ragazzi, con cui oramai costituivamo una famiglia. A Cagliari avevo condotto parte della mia campagna elettorale e in quei due anni, intervenni in dibattiti pubblici su ambiente e inquinamento, con Marco al mio fianco. negli ultimi mesi lui oramai non era più in grado di deambulare, ma non lesinava il suo tempo nelel riunioni e ai dibattiti. rivelò e denunciò le malversazioni in tema ambientale dall’azienda di cui era dirigente e da cui per quelle rivelazioni, fu prontamente licenziato con una controdenuncia. lo accompagnai in giro per la Sardegna, nei comuni in cui le industrie avevano compromesso il territorio e la salute, come in quelli identicamente compromessi, che ospitavano i poligoni militari. fu una battaglia per la vita, strappata alla morte. ogni istante in cui ci soffermavamo ad elaborare con ulteriore cura gli interventi e le considerazioni sui dati emersi, lui rigenerava il suo vivere riarmandosi di speranza. una notte all’uscita dalla sezione di via Milano, fummo aggrediti prima di salire sull’auto. ci portarono nei parcheggi del Sant’Elia, dove bastonato, gli procurarono fratture alle gambe e sul cranio. io fui stuprata e nella violenza del contrasto mi ruppero alcune costole e il braccio. fu un avvenimento da cui non si riprese più, spegnendo la sua speranza, ma non la mia. con quella stessa speranza, nella sala Polifunzionale della Provincia di Cagliari immersa nel verde del Parco di Monte Claro, celebrai il suo funerale, accanto alla moglie e alla figlia. proiettammo il documentario da lui voluto e montato a riguardo della condizione ambientale dell’Isola. Piansi, perché lo amavo. piansi perché mi sentii impotente. piansi perché avrei potuto, forse, impedire quella morte come tante altre. innumerevoli. di cui una politica vigliacca e servile era subdola concausa, unitamente alle aziende e alle istituzioni militari della Repubblica. piansi insieme ad altre centinaia di persone a cui mi legava quella comune battaglia, per la quale avrei speso ogni istante della mia vita strappato alla morte. Maia Cortex.

Labbra. Di Maia Cortex

Quando l’intensità dei passi aumentava, capiva. La cena era terminata. Seguiva sempre un andirivieni. Udiva i rumori disordinati delle stoviglie nel lavello. Staccava l’orecchio dalla parete e correva verso la finestra del balcone, per guardarla. Lei usciva, lentamente e con metodo, osservava tutt’intorno e dopo aver fatto volare le poche briciole rimaste sulla tovaglia, rientrava. Era l’unico momento della giornata in cui lui aveva modo di osservarla da vicino, senza il timore di esser visto. Seguiva le linee del suo corpo, il viso, i capelli. Fino perdersi con lo sguardo su quel seno identico a tanti altri. poi le braccia in cui si perdeva sfiorandole con lo sguardo. Rafforzava la memoria già viva di quell’immagine con cui giocava nei suoi sogni. Integrava e completava ciò che non vedeva, con fantasie erotiche e dolci. Negli istanti successivi, dall’appartamento proveniva il rumore duro e secco dei passi del compagno. si avviava verso l’uscio, per la sua discesa serale. senza spostarsi dalla finestra volgeva lo sguardo in basso, lo vedeva mentre attraversava il cortile, sempre in diagonale, saltava le aiuole con il sacco dell’immondezza in mano. Non rientrava subito, da un po’ di tempo aveva preso a cronometrare quei tempi, si erano allungati, fino a venti, trenta minuti, senza una specifica costanza. Il suo rientro spesso era accolto da un vociare di lei, incalzante, aspro, fino a sfociare in un litigio, quasi tangibile attraverso l’esigua parete, che separava i loro appartamenti. Seguivano silenzi, più o meno lunghi, mai uguali nella durata. dopo qualche minuto la chiamava, spostandosi verso di lei nella sala da pranzo. lui per udire meglio seguiva quei momenti origliando con maggiore attenzione i loro movimenti. Le parole scambiate divenivano meno tese. ancora qualche silenzio. poi iniziavano le risate, alterne, e il gioco. si rincorrevano per le stanze, fino a quando non sentivo la loro spalliera urtare contro la parete facendo vibrare i miei quadri. Il rumore non terminava e i loro gemiti mi distruggevano. Ero travolto dalla idea di lei e dalla sua voce, appropriandomi nell’immaginario di quell’amplesso. Gli ingressi separati dei due palazzi contigui, rendevano rari i loro incontri. Capitava, qualche volta, il vedersi da marciapiedi opposti, lui intento ad uscire e lei nel rientrare,ma solo una volta lui entrò e da dietro i vetri del portone, cercò di osservarla da vicino. vide poco più che una sagoma offuscata dal vetro, incolore ed inodore. Oltre alle braccia e il viso, a quel seno fermo, il resto era frutto di ricostruzioni immaginarie, percezioni. Quella sera mi fu chiaro, che sarei potuto andare oltre quando vidi nel cortile il suo compagno con il sacco dell’immondezza in mano e il telefono nell’altra. Venti, forse trenta minuti. un tempo sufficiente per ciò che pensava di compiere. I loro balconi distavano tra loro poco più di un metro. il cornicione rasente al muro avrebbe potuto ospitare un piede piccolo, ma sulla sua tenuta non c’era da contarci. Lei aveva contornato la ringhiera di vasi fioriti, saldamente ancorati. Le luci del cortile non giungevano al quinto piano e il buio in parte gli era complice. Spense la luce, uscì sul balcone, rapidamente guardò le finestre dei palazzi a contorno e saltò. Riuscì agevolmente, adesso la vedeva attraverso il vetro della finestra, seduta in penombra sul divano, impegnata in una lettura distratta. Gli parve ancora più bella e attraente delle sue immaginazioni. Spinse la finestra e si trovarono l’uno di fronte all’altra, lui eretto e in subbuglio, lei sdraiata e sbigottita. Per circa trenta secondi restarono nel silenzio ad osservarsi. - Cosa vuoi? - Le disse - Vederti...- Rispose troncando la frase. - Lo hai fatto ogni sera..., con attenzione...- rispose lei. - Si ma non sentivo il tuo odore.- Rispose percependo una variazione sul suo viso. - Adesso rientra ed è armato. Quasi sempre lo è. - Lo so - asserì fingendo di conoscere quel particolare, che gli era sfuggito. Non riusciva a rendersi conto di quanti minuti eran passati da quando Lo vide attraversare il cortile. Forse cinque, più probabilmente dieci. Lei lo guardò e si alzò tremante, per andare lentamente verso il frigo. Portò fuori una bottiglia d’acqua fresca. c’era un’afa esasperante quella sera. Sciacquò un bicchiere che giaceva sul fondo del lavello e lo riempì. Era verde, zigrinato, ruvido al tatto delle labbra. - Vuoi?- Disse allungando il braccio. - No, grazie, non sono qui per questo...- Rispose con un sorriso. Dopo aver bevuto o forse solo bagnato le labbra per refrigerarsi, disse: ..anche se volessi...il giorno in cui lo deciderò, diverrà quello della mia fine... - Qui sei già morta,... muori ogni giorno... - Può darsi. Ognuno di noi sceglie la sua vita e la sua morte. - Hai scelto? ... hai scelto tu? le disse freddamente. - ...in parte, si... Dal cortile giunse il rimbombo della chiusura del portone. -E' lui... disse irrigidendosi -...Ha finito la sua conversazione telefonica...- aggiunse lui con sarcasmo. -...Mi dirà che domattina dovrà andare in servizio, ovviamente su richiesta del suo capo...oramai avviene quasi ogni sabato.- - Due minuti e sei altrove, due minuti e rimetti in libertà tutta la tua vita...un istante per decidere...- indicò la finestra con lo sguardo. Si staccò dal tavolo a cui si era appoggiata, raggiungendolo fino a sfiorarlo, il suo odore ed i fremiti erano identici, come vent’anni prima, lo tradivano, attraendola ancor di più. Fece scivolare le sue labbra su quelle di un uomo tremante e si avviò verso la finestra. L’ascensore era in moto, pochi istanti ancora. Scomparve nel balcone e saltò. Udì il tonfo. Corse e la vide riversa sul cemento del cortile. La serratura della porta incominciò a muoversi, saltò. Continuò a guardare quel corpo dal suo balcone. I capelli mascheravano la sorgente di quella crescente chiazza scura su cui si adagiavano. Le finestre incominciarono ad aprirsi, il vociare e poi le urla. Il compagno uscì sul balcone, cercò di capire e un istante dopo vide il corpo di lei. Incominciò ad urlare. Corse giù. Intorno al cadavere nel cortile vi era già una folla che osservava, un signore, forse un medico, si inginocchiò posandole due dita sul collo. Volse lo sguardo indietro verso gli altri senza lasciare dubbi. Non scese, rientrò nel suo appartamento. Anche lui era armato. Sentì le sue labbra, la loro sensuale irregolarità e premette il dito sul grilletto. Maurizio Ciotola
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