Africa. Di Maia Cortex

la sera per raggiungere l”house”, percorrevo sempre il sentiero che si affacciava sul mare del Golfo, in cui il puzzo di sostanze organiche putrescenti non era mai assente. capitava di inciampare sui sassi o altri corpi, in quella stradina disconnessa e buia, da cui intravedevo le mille luci della città unirsi a quelle delle industrie con le loro fiamme accese e rosse esuberanti dai camini. non ero la sola a passarvi la sera, con Alice e Clara qualche volta percorrevamo quei pochi chilometri in silenzio, raramente interrotto da qualche battuta sguaiata che adescava una risata. sorridere per rendere meno doloroso e schifoso il nostro lavoro, ogni notte, senza riposi, impossibile dopo una certa età. a volte l’odore del mare era inebriante, travolgente, trascinava nel sogno. riuscivo ad entrare fisicamente in quei mondi attraversati solo nelle letture, che alcuni pomeriggi riuscivo a fare, strappando via il tempo alla desolazione. venticinque anni compiuti ad agosto, da nove a battere, prima in alcune case di lusso, poi per le strade di una città in cui la doppia veste ipocrita e simil borghese costituiva la consuetudine. fino a due anni fa mi capitava di vomitare quasi dopo ogni rapporto. credo di essermi sbattuta con la quasi totalità dei notabili e dei politici della città, che apprezzavano i miei occhi e il loro contrasto con il colore della pelle. inizialmente venivamo portate alle feste notturne, passando per la “house” dove ci facevano indossare abiti di fine fattura, per esser poi condotte con dei furgoni nelle ville sul litorale o della città, in cui fino alla mattina successiva era richiesta la nostra prestazione. l’orgia era la pratica più ambita, ma la più costosa, anche se noi venivamo pagate solo pochi euro in più. nella villa sul colle, in cui venivamo portate almeno due volte al mese, questa prassi, differentemente dalle altre feste quasi mai sistematiche, era la consuetudine. quando partii alla ricerca della fortuna, di una vita migliore, che quella vissuta fino a quel momento mi pareva un inferno, l’anticamera della morte, non avevo ancora ben presenti le differenti sembianze di un inferno sempre mutevole, in cui il dolore ci tiene in vita per assaporare la sconfitta in punto di morte. del resto di venditori di illusioni l’umanità ne ha dispensato in ogni epoca, in qualsiasi momento. in alcuni casi attraverso il viandante che, inseguendo una meta riusciva a trascinarsi dietro seguaci di ogni sorta. in altri casi, attraverso una sistemica organizzazione strutturata, in cui rispondenza e adeguatezza, in profonda sottomissione, dispensano gioia e offrono salvezza alla stessa stregua di un falsario. non cercavo la salvezza, ma un modo di vivere meno doloroso e faticoso, soprattutto cercavo amore. le immagini rapiscono i nostri sensi, soggiogano la ragionevolezza quanto la riflessione, divenendo solo impeto e fuga dalla realtà conosciuta, divenendo una molla, che ci lancia verso una traiettoria sconosciuta per il raggiungimento di una meta migliore. così ci parve l’Europa, così immaginavo l’Italia, di cui i miei nonni raccontavano la sera in quelle catapecchie, che non erano più capanne e ancor meno edifici, ma orride costruzioni distrutte e rattoppate. distrutte dalle bande militari, che non rispondevano a nessuno Stato, a nessun fine politico, a nessuna idea, se non quella predatoria del momento che, il successivo, non riuscivano neppure ad immaginare. avevo tredici anni, forse, quando a Gelemsò arrivarono i combattenti di non so quale fazione del partito ribelle, e misero a ferro e fuoco la città. ci nascondemmo nel “buco”, scavato anni prima da mio padre sotto la nostra baracca, in attesa della notte più propizia per raggiungere il sentiero che ci avrebbe portato a Mechara o a Lik’ì. riuscirono a scovarci la sera stessa del loro ingresso a Gelemsò, e del resto non sarebbe potuto esser altrimenti, visto che, l’ottanta per cento dei suoi abitanti aveva un egual rifugio, una buca vera e propria, scavata sotto il pavimento per trovar riparo durante le frequenti scorrerie militari. nessuna truppa però prima di allora, oltre alle razzie veloci e superficiali, si concentrò in modo così pedante su ogni singola casa, svuotando i miseri contenuti per poi dargli fuoco. mia madre aveva appena trent’anni, morì sotto la violenza di un gruppo di sei o sette militi, che la stuprarono sistematicamente. vidi le sue lacrime farsi un tutt’uno con il sangue che dal suo corpo lacerato fuoriusciva. quando chiuse gli occhi non se ne resero neppure conto, continuarono imperterriti come se tra le mani avessero una bambola inanimata. cercai di fuggire, mi presero e, gettata mia madre fuori dalla baracca, iniziarono con me. un dolore inenarrabile, mi lacerarono la vagina e l’ano, e solo per una rappresaglia area di non so quale forza militare, riuscii a salvarmi, grazie alla loro immediata fuga. in pochi minuti Gelemsò fumante si ritrovò con i suoi cadaveri, un’ulteriore decimazione e le laceranti ferite lasciate sui vivi, che ancora non sapevano di esserlo. mio padre partito tre anni prima chiamato alle armi dal governo in carica e poi disperso. due mie sorelle più grandi raggiunsero Addis Abeba, mentre io e la mamma rimaste a Gelemsò, cercavamo di ricostruire o tenere viva una flebile fiammella di riferimento per una famiglia smembrata. usai la “buca” come fossa per seppellire il corpo violato e stupendo della mamma, tutt’intorno i riti erano più o meno identici. vidi una schiera di persone arrotolare le loro cose e incamminarsi sulla strada per Awash. gettai le ultime pietre ed in fretta e furia mi accodai, con i pochi stracci rimasti. non riuscivo a tenere il passo, per il dolore che sempre più si faceva violento. guardai per terra e le mie gambe, il sangue si depositava con crescente frequenza. sentii una mano sorreggermi, riconobbi Asabi. quando mi svegliai in una specie di giaciglio, vicino a tanti altri tra cui accorrevano uomini e donne, capii di esser finita in un ospedale provvisorio, da campo o qualcosa di simile. il dolore dei punti sulla vagina era terrificante. una volta al giorno mi davano un farmaco, che sembrava alleviare quei dolori, per riprendere dopo qualche ora con ugual intensità, se non superiore, almeno così avvertivo dopo quelle poche ore di tregua. in dieci giorni fui di nuovo in grado di stare in piedi, andai via e nessuno mi trattenne. stavo ad una ventina di chilometri da Awash, mi infilai nella carovana ininterrotta di fuggiaschi, che erano intenzionati ad arrivarci, intraprendendo quel cammino solitario. ritrovai Asabi e unimmo la nostra disperazione per superare quei tragici momenti, attraversati senza tutele e protezione, in balia degli eventi. eravamo soggette ad occhiate continue da parte di alcuni ragazzi deputati al reclutamento di prostitute, temevo la rapissero, perché lei quattro anni più di me era già donna. la notte ci rinchiudevamo in una baracca nella periferia a sud, che Asabi occupò appena giunta ad Awash. non potevamo vivere a lungo in quel modo, con la continua paura di esser rapite e portate via su quei camion, che la notte si fermavano ai bordi del paese. dopo alcuni mesi di angoscia notturna, il via vai di soldati e bande armate terminò. la notte non si udivano più sparatorie ai margini del paese o le urla delle ragazze rapite. la vita sembrava aver ripreso a scorrere nel suo alveo abituale, arido e doloroso, polveroso e meschino, in cui però si insinuava un filo di speranza. dopo due anni Asabi prese marito, ed ebbe il primo figlio, io entrai a far parte della sua nuova famiglia. il compagno, suo coetaneo, giunse anche lui ad Awash, orfano e solo, qualche mese dopo di noi ed iniziare il cammino per una nuova vita. Ammar, questo il suo nome, era molto bello, a me piaceva, gentile e affettuoso. Asabi comprese che anche io piacevo a lui, ma non fece niente e non disse mai nulla. fu una mattina in cui Asabi con il fanciullo sulle spalle, uscì alle quattro per andare a lavorare nei campi insieme alle altre donne, mentre io a servizio presso la famiglia dell’autorità governativa etiopica nella città di Asawi, riuscivo a dormire un’ora in più. Ammar, si alzava sempre con Asabi, e usciva alcuni minuti dopo di lei. non quella mattina però. io avevo compiuto sedici anni, già completamente formata e fisicamente a mio agio, avevo sempre modo di farmi desiderare dalla gioventù di Asawi. in alcune occasioni anche da Ammar. lui mi vide seminuda sul letto, e nel fingermi addormentata mi rigirai facendo emergere l’intero corpo nudo. sentii i suoi passi, mi voltai con un sorriso. facemmo l’amore in un modo che non ho avuto più modo di vivere, per la gioia e quel senso di pienezza che, l’unione dei nostri corpi riuscì a darmi. nel silenzio ci alzammo e con discrezione senza mai guardarci negli occhi, ognuno di noi uscì per andare a lavorare. fu un gioco che durò, non in modo continuativo, per alcuni mesi, fino a quando Asabi, intuì, senza aver mai la certezza. e una mattina, nel totale mutismo di Ammar, mi disse che era giunta l’ora di trovarmi un marito, perché da loro non potevo più restare. lo guardai, si alzò ed uscì da quella piccola baracca di quattro o cinque metri per cinque in cui, dormivamo e mangiavamo, dove lui faceva l’amore con la moglie alla sera e con me alla mattina. raccolsi ancora una volta i miei quattro stracci, giacché non ho avuto mai nulla di più, e uscii per andare a lavoro. chiesi al maggiordomo se potevo dormire per qualche giorno lì, alla casa del sindaco. non mi disse di si, ma non negò la possibilità. compresi che, la concessione necessitava di un pagamento, uno scambio di cui mi fu subito chiara la natura. non vi rimasi pochi giorni. mi fu concesso un ripostiglio ove a stento riuscivo a sdraiarmi per dormire e per cui avrei dovuto “pagare” l’affitto, mensilmente, poi settimanalmente, fino a dover sottostare a richieste che rasentavano la quotidianità. erano già trascorsi tre anni dalla morte di mia madre, dalla fuga da Gelemsò, da quella violenza, che non mi abbandonò mai. in quei tre anni la guerriglia aveva preso vie differenti, ma era pur sempre presente, sotto altre forme di abusi. da pochi mesi avevano istituto una corsa settimanale con un autobus diretto ad Addis Abeba. partiva alle quattro del mattino del martedì. ci pensai in modo sempre più ricorrente. decisi la notte del lunedì, dopo l’ennesimo abuso, il pagamento dell’affitto. scelsi di liberarmi da quella servitù e la notte sognai Addis Abeba, bianca e luminosa, gentile e gioiosa. alle quattro con i miei stracci salii sull’autobus, ma non compresi l’entità di quella decisione, di cui mi sfuggiva l’orizzonte e che in realtà non vedevo. avevo solo sentito parlare di Europa. un’Europa, una terra fertile e sicura, di un’Italia, di cui nonna mi raccontava, ove l’acqua scorreva in ogni casa, dove il cibo era reperibile ovunque in grandi quantità. vidi quell’Europa, quell’Italia, nelle tv ad Addis Abeba, nei bar in cui mi affacciavo per chiedere un pezzo di pane, che nessuno mi ha mai dato gratis. non riuscivo più a stare in un Paese violento e sudicio, in cui la povertà dilagava quanto la violenza. attraversai quella che gli europei chiamano Africa, la terra in cui sono nata e in fin dei conti, a cui appartengo. giunsi nella Cirenaica libica, dove si diceva vi fosse una porta diretta per l’Europa. alcuni incominciarono a portare fuori dai gruppi dei fuggiaschi, le donne, quelle più giovani, le più belle. mi trovai insieme a una ventina di ragazze, più o meno della mia stessa età, ma nessuna di loro era etiopica. si avvicinò un tipo cui gli altri militari, al suo passaggio, facevano largo. mi afferrò toccando ogni parte del mio corpo, per poi farmi spogliare, scattò più di una foto con il telefonino. dieci minuti dopo mi ritrovai sulla sua jeep e condotta a casa sua. mi lavarono e vestirono, con una piccola valigia e pochi vestiti, fui condotta all’aeroporto di Bengasi. la sera stessa giunsi a Roma, come una viaggiatrice qualsiasi. mangiai di tutto. mi dissero che, all’aeroporto di Roma mi avrebbero preso in carico degli amici. la mattina successiva giunsi in un posto dove altre ragazze come me venivano curate e massaggiate, una specie di ospedale, che ricordava quelle immagini viste in tv dove le signore europee passavano gran parte del loro tempo. questo mi fece credere la tv. tutte insieme a metà giornata fummo condotte in una specie di mensa dove c’era cibo in abbondanza. fui avvicinata e portata in una stanza che compresi esser la mia, un bagnetto, un armadio e la tv. non credevo ai miei occhi. in quarantotto ore la mia vita era cambiata in un modo sconvolgente, grazie all’Europa, all’Italia. c’era anche un orologio e un telefonino nella stanza, alle 18 bussarono, entrò una signora e un’interprete che traduceva in etiopico le sue parole. capii che, alle 20, dopo essermi vestita con uno degli abiti presenti nell’armadio mi sarei dovuta recare al piano terra. da li su un furgone ci avrebbero portato ad una festa in una villa romana. avrei dovuto tenere compagnia a chi la richiedeva, sorridere sempre, senza mai rifiutare le persone che si sarebbero avvicinate. questo fu il mio nuovo inizio a sedici anni, che nel passaporto si trasformarono in diciotto. adesso a venticinque anni, in una sorta di semi-libertà che comporta i disagi del vivere in un ghetto, da cui ogni giorno devo condurmi alla “casa” per lavorare, vomito ogni giorno. ogni tanto in quella passeggiata solitaria, al buio con la luce delle stelle, mi sembra di vedere mia madre. la sento accanto ogni giorno e ci sono i momenti in cui desidero raggiungerla. spero sempre che, il giorno in cui mi concedo per l’ennesima volta, sia l’ultimo, ma dopo questa illusione passeggera mi riportano alla “casa”, da dove al mattino presto in senso inverso, ripercorro quello stesso sentiero in cui l’odore del mare forza le mie narici e percorre il mio corpo, ridestandolo dal torpore. questa mattina è intenso e forte, piacevole, a maggio è sempre così. non ricordo che giorno è oggi, ma non importa. sfilo gli indumenti e li poso con calma, piegandoli in ordine, mettendo affianco le scarpette in tela ancora nuove, un regalo della mia vicina. l’acqua è fresca e in quel punto il fondale pare sia particolarmente profondo. un cartello lo dice: <>, ma tante altre volte ho visto ragazzi tuffarvisi. li imitai desiderando vestirmi della loro giovialità e desiderandoli, decisi. tre, quattro cerchi concentrici su quella superficie ancora piatta, non increspata dal vento, quello stesso vento che in Sardegna tutto spazza. alcune bollicine e il silenzio interrotto dal lento rifrangersi dei piccolissimi flutti. quasi in contemporanea il vento incominciò ad alzarsi, ad incalzare, portando sul suo dorso il nobile odore di una donna etiope, di quell’erede dell’umanità generata, da cui nei secoli è stata umiliata e rifiutata. Maia Cortex

Debora. Di Maia Cortex

Forse in una metropoli come Roma riuscirò a dimenticare le violenze, probabilmente riuscirò a realizzare tante amicizie, forse è vero, come si dice, che, in una metropoli nessuno conosce o indaga sul tuo passato, tanto meno su quello della tua famiglia. Così pensavo, ho pensato fino a qualche giorno dopo il mio arrivo, dopo una fuga, che per i miei è stata una liberazione. la liberazione dall’avermi concepito in un accoppiamento carnale, privo di coscienza del presente e consapevolezza del futuro. Del resto non avrebbero potuto, non hanno mai avuto coscienza o modo per cimentarsi con essa, per scoprirne ricchezza e peso. Non è stato insegnato loro, non meno disgraziati di me, ma differentemente da me, che ho avuto la fortuna di giungere ad una consapevolezza, postuma. La mia libertà, la chiamavo, e così mi hanno fatto subodorare i miei che, propinandomi pillole giornaliere di questo tipo di libertà, mi hanno consegnato ai pusher di Ostia. Il mio seno era già formato e il desiderio in me prendeva corpo, giorno dopo giorno, mio padre se ne accorse, mamma mi sorprese, quando una sera stavo sul letto nel tentativo pudico di sfiorarmi, emisi dei gemiti. A sedici anni si può concepire un bimbo, certo, puoi anche iniziare a lavorare per sostenerti, o come tante, prosegui gli studi. ma non tutti abbiamo avuto le identiche opportunità, non tutti siamo cresciuti immersi nell’amore di una famiglia capace di accoglierti, piuttosto che, in una in cui costituisci la materializzazione dell’errore, del rifiuto. Questi pensieri hanno costituito fino alla fine, la base di tutte le mie riflessioni, delle mie depressioni, che attenuavo grazie al puscher. Anche lui aveva le sue e non sempre lo trovavo di buon umore quando andavo dietro la stazione a rifornirmi. incominciò a divenire molesto e sempre più esigente, il prezzo di una dose in tre mesi era più che raddoppiato e non avevo più idea di come fare. A scuola ripetevo la prima liceo, da due anni oramai, e al terzo fui riammessa grazie al prof. di scienze, a cui ho fatto qualche carezza nelle ore di ripetizione, a casa sua. Non furono solo carezze e lì cominciai a capire che, continuando, avrei potuto svoltare. insomma le solite illusioni in cui ti proietta una pista di coca e qualche piotta da mettere in tasca dopo aver finito. Il tempo di raggiungere l’incrocio con via Moncenisio, entrare nel palazzo diroccato, passar di mano due piotte e prendere ‘na bustina. <> <<...a Mariè sempre a tirar fuori ste fregnacce per famme pagà...e se nun ce l’ho??...>> <<... se nun ce l’hai, non pij una mazza...a meno che...>> <<...ho capito Mariè...ho capito, ma solo con te...>> << Deboré, tu fammela vedè, e poi ne parlamo...>> Chiesi una ripetizione in più, al professore, mi disse che non poteva, ciaveva da fà. Quella sera passai per viale Cadorna, dove se radunevano le ragazze e più in la li froci. osservai, mi fermai un po‘ più avanti e sfilai i panta. Appena rialzai lo sguardo un’auto si avvicinò con due tipi a bordo, due magniaccia, scesero mi presero per sbattermi dentro l’auto. dopo qualche minuto fui scaraventata sulla strada, dietro alla stazione dei treni. <> Decisi di non tornare quella notte a casa dai nonni. avevo a disposizione una stanzetta, sì, con un letto e un armadio recuperato, un po’ sciancato e puzzolente, dove non riuscii a mettere la mia roba, poca a dire il vero, ma pulita e profumata. Nonno usciva al mattino, verso le quattro, per andare a lavorare, ma non sempre riusciva a trovare; quando capitava, era pagato una miseria. nonna si arrangiava, andava a far le pulizie nei palazzi di via Po’, ma le sigarette e l’alcol la stavano distruggendo. In più in casa, per cercare di tirare avanti la baracca, affittarono una stanza ad uno studente universitario, bianco come i morti, pelle e ossa, e un odore di morto addosso. Una notte lo sentii entrare in stanza, non riuscii neppure ad urlare. incominciò a toccarmi ovunque, ero impietrita, subivo, ma non riuscivo a reagire. chiusi gli occhi e vidi quel cielo che, forse, una sera sulla spiaggia di Ostia, la mamma mi fece osservare riempiendomi di carezze, le uniche che ricordo, l’unico ricordo. Finì, ed uscì dalla stanza, quella notte. avvertivo il suo odore schifoso sul mio corpo, non riuscii a piangere, afferrai la lametta con cui mi depilavo, ed incominciai a tagliuzzare la pelle dell’addome, perdendo il controllo. La mattina, nonna si accorse di quegli sfregi e senza dire una parola cercò di medicarmi, pianse. Per questo non volli ritornare quella sera a casa, decisi di andare dalla mia compagna, un poco amica, con cui condividevo la roba e il professore. Incominciai a tremare, non riuscivo a stare senza. non avrei potuto proseguire se prima non mi fossi buttata lì all’angolo di via Moncenisio e prendermi almeno metà dose. Non avevo niente, le ultime cinque mila, le diedi per un panino e una birra, poco prima. <<...Mariè, non ho nulla...>> <<... a Deboré, guarda che stavo a scherzà, che se nun ciai una lira nun te posso dda niente...>> <<...Mariè te prego sto a morì...te li porto...>> <<...se...me li porti... e a me,... me tajano er collo, nun scherzamo...>> Abbassai i panta e le mutande, mi strofinai su di lui. per un attimo rimase fermo, mi scansò. allora incominciai a baciarlo. Poco più in la nella stanza, una topaia, vidi in terra un materasso sudicio, gli dissi che per metà dose sarei rimasta mezz’ora e per una intera, un’ora. Mi guardò e mi diede uno schiaffo, incominciò a strapparmi i pochi stracci che mi erano rimasti. persi i sensi. Continuò a violentarmi. Vedevo il mio corpo inanimato, si accanì ancor di più, prese a darmi calci e pugni, facendomi rotolare sul pavimento ingombro di calcinacci e tavole di legno. Ne afferrò una, forse si rese conto, forse no, non era in grado di capire come e perché lo faceva. All’estremità della tavola c’erano due, forse tre chiodi. li sentii sulla mia pelle, sul mio volto. Era troppo tardi ed inutile riprendere i sensi. Lo vidi intento inveire sul mio corpo sanguinante. Incominciò ad urlare, accorsero altri due disgraziati come lui e lo aiutarono nel massacro. Ad un certo momento, probabilmente compresero ciò che era accaduto. Li vidi avvolgere il mio corpo in una tela, lo trascinarono di sotto negli scantinati, lasciandolo insieme ai topi. Due giorni dopo su Il Messaggero, nelle pagine della cronaca di Roma: <> Forse avrei potuto pretendere una vita diversa, in quel breve tempo che ho potuto vivere. Probabilmente una morte differente sarebbe stata possibile, ma forse, da sola poco avrei potuto contro questo flusso, che mi ha travolto e che continua a travolgere migliaia di ragazze. Certo è che, sul mio corpo, con il mio nome, sulla mia disgrazia, non vorrei udire riversarsi le parole dei soliti profittatori, immersi nella consueta ipocrisia, cara ai tanti ben pensanti e nulla facenti. Non vorrei leggere dichiarazioni di politici, sociologi, economisti, moralisti e perbenisti, che tutto giustificano e riconducono ogni atto sociale ad uno schema, che non sono riusciti a vedere o prevenire. Io sono già energia, troverò altrove una materializzazione cosciente, sotto una differente veste, e in questa temporalità priva di tempo vivrò con i miei errori, per non aver saputo assaporare della semplicità della vita, fuori dalla gabbia in cui ci ha rinchiuso la nostra sviluppata e avanzata società. Maia Cortex

Vita, amore e degrado. Di Maia Cortex

quindici anni di intensa attività in multinazionali farmaceutiche e grosse aziende di profilati plastici d’Europa, per cui curava dati ambientali e ovviamente l’immagine e il loro profilo etico, costituivano la sua forza, le basi della sua indipendenza, conquistata, perduta e poi riconquistata. diciannove anni prima, decise di affidarsi ad una sensazione forte, un sentimento intenso e apparentemente stabile, idealmente consolidato nei suoi affetti, nel suo cuore. entrato nella sua vita da una porta di “servizio”, negli anni del liceo, Marco a piccoli passi, senza mai arretrare, riuscì a rendersi indispensabile e grazie ai suoi modi, irrinunciabile, durante l’università, in cui insieme frequentavano lo stesso corso. Sandra, la chiameremo così per non rivelare il suo vero nome, già noto alle cronache per i fatti di cui negli anni passati la politica del nostro Paese, si è resa complice avversa e totalizzante. differentemente da Marco, lui inizialmente rimase sempre un passo indietro, prima all’università e dopo tra gli amici, poi in azienda. riuscì sempre a creare gli spazi opportuni per il suo ingresso e l’ascesa, in un evidente riconoscimento dei meriti di brillante professionista qual era. la chiamarono a colloquio, ma non attesero neppure il vaglio della commissione. il presidente e direttore della Unier senza perifrasi le disse di avvicinarsi il giorno successivo, per l’accettazione della lettera di assunzione. i loro uffici contigui seppur dipendenti da unità differenti, rendevano possibile una frequentazione assidua e protetta, alla quale aveva sempre ambito, sperato, sin dal momento in cui lui propose il nome di lei tra i candidati al colloquio. Marco accettò la partenza di Sandra per Milano, unica sede italiana della Unier, con il patto di vedersi ogni fine settimana. la sua ascesa all’interno della multinazionale fu inaspettata per lui e per Marco, che incominciò a metabolizzare l’irreversibilità di quell’avventura lavorativa. l’anno successivo Sandra fu chiamata a trascorrere intere settimane negli States, in giro tra le varie sedi di produzione aziendali, rendendo la “promessa” inattuabile, se non per un giorno ogni tre, a volte quattro mesi. il naturale sfilacciarsi del rapporto, seppur non in modo esplicito, condusse entrambi ad avere una diversa sensibilità nei confronti delle persone con cui amavano intrattenersi. le telefonate non finirono subito, le lettere sì, dopo qualche mese; e la comprensione, ma soprattutto l’accettazione di quel che avveniva, condussero il rapporto ad una involuzione silenziosa e sfumata, nelle modalità e negli effetti simili a come si avviò negli anni del liceo. - ciao, vieni giù sabato? - no. domani ho l’aereo per Philadelphia. vado con Claudio. - bene. è stato sempre più bravo di me... - non sottovalutarti, se ricordo, il 110 lo hai preso tu, non lui.. - si, certo, ma non te... - in verità, sono io ad averti “preso”... tu invece,... dopo tanti anni, mi hai lasciato andare... - non sarei mai riuscito a pensare diversamente, Sa’. tuttora non riuscirei a immaginare un’altra possibilità... - non sempre concedere opzioni di scelta restituisce un’identica comprensione. - ...non sempre. - della “libertà” disponibile molto spesso non cogliamo le potenzialità quando siamo in preda all’impeto, all’eccitazione...uno stop in alcuni momenti può giovare, avrebbe potuto... - con il senno di poi è sin troppo facile. ma per quella che è la mia convinzione, anche oggi avrei fatto la stessa scelta. - Claudio è più simpatico...ricordi com’era chiuso? - gli hai dato la possibilità di esserlo, forse...comunque ti ha sempre desiderata... - ...perché desiderata?...squallido... sei ingiusto. - ...non era il solo certo, anch’io, prima di amarti... - basta. senti... mi spiace. la settimana prossima ne parliamo, cerco di venire in paese... - no. direi che non è il caso. se vieni qui, non cercarmi, almeno per ora. mi farò vivo io...scusami, saluta Claudio... quattordici anni, giorno più giorno meno, erano trascorsi, un figlio, un matrimonio oramai dissolto e il roteare per il pianeta, sempre con un pizzico di insoddisfazione. da due, stava a Trieste, era oramai una manager affermata, ancora giovane e promettente. il figlio di cui era riuscita ad ottenere il completo affidamento dal tribunale, riusciva a donargli la gioia persa. - Davide? sei a casa? - si, mamma, sono appena rientrato. - Mara ci ha invitati a cena questa sera, ti va? - si, certo. vado da Enrico per terminare una ricerca, ci vediamo lì. - bene, a più tardi tesoro. con Mara si conobbero tre anni prima, ad un convegno di psicologia, patrocinato e promosso dall’azienda per cui lavorava da non più di cinque anni . in quei giorni alloggiavano entrambe all’Hotel Miramare, ebbero modo di oltrepassare la barriera professionale del contesto congressuale, tessendo i presupposti per un’amicizia. le tre intense giornate del congresso, le vide marciare quasi all’unisono, con tempi simili, Sandra nel presidere il tavolo dei relatori e Mara, presidente dell’associazione Natural Life and World Psicologic Lab, oltre ad aver curato la selezione degli interventi, animava il dibattito. scoprirono di avere due figli coetanei e un matrimonio concluso, Mara, e il divorzio in corso, Sandra. lei rientrò a Milano, Mara a Bologna, senza aver più alcun contatto per diversi mesi. un giovedì di maggio, circa tre mesi dopo, chiamò Mara per proporle un fine settimana a Venezia con i figli. una breve riflessione seguita da alcune perplessità organizzative, poi accettò con entusiasmo. l’appuntamento era per la sera del giorno successivo, al B&b “el Bepi”, in calle Orsetti. le amicizie nascono in circostanze e modi inconsueti o casuali, le relazioni di cui ognuno di noi è fatto ed è il prodotto, nascono principalmente da un’intesa, che non è né irrazionale né razionale, ma sempre percepita prima di essa, in una sorta di “anteprima” in uno “spazio” a noi inconscio, ma dove l’interazione è già attiva. lo avvertiamo “a pelle”, potremmo dire, come se l’epidermide fosse dotata di un sensore ulteriore, di cui non controlliamo coscientemente il messaggio, indicandoci però il gradimento o il rifiuto verso qualcuno o qualcosa. è quella stessa percezione, elaborata in modo distaccato ed intimo, che nei mesi successivi si impadronì di Sandra, non meno di Mara. i fine settimana in giro per l’Italia e alcune volte all’estero si intensificarono, grazie anche ad una forte intesa tra i ragazzi. nel novembre di quell’anno, dopo aver trascorso alcune settimane di ferie insieme nelle valli tra le Dolomiti, fissarono un week-end a Palermo. la fortuna permise loro di trovare posto in un villino di Mondello, in via Saline, un B&b, in cui però le stanze disponibili erano solo due, una matrimoniale e bagno annesso, l’altra con due letti singoli e bagno esterno. non vi furono problemi, decisero di adattarsi. - il volo è stato estenuante, avrei voglia di mangiare e andare a dormire. - io mi faccio una doccia calda e poi decido. - si, anch’io devo scaricare questa tensione... Sandra entro in doccia, mentre Mara in mutande e reggiseno si distese sul letto e senza parlare chiuse gli occhi, cercando ristoro in libertà. le sembrò di aver dormito per una o due ore quando aprì gli occhi di soprassalto. sentì alcune gocce d’acqua scivolare sulla pelle insieme alle carezze, che sfioravano il suo viso. la realtà sembrò più vivida del sogno in cui era immersa. sorrise, senza scostarsi. si rivoltò sul letto porgendo le spalle e con un rapido movimento da contorsionista, sfilò il reggiseno. avverti il calore delle labbra sulla schiena, in un continuo ascendere, lento, nella parte alta del collo, fin poco sotto la nuca. le mani si posarono sulle spalle e in contemporanea avvertì il calore del suo corpo sulla schiena. ebbe un fremito. Sandra continuò a massaggiare le sue spalle, facendo scivolare le mani sulla testa, intrecciando i capelli con le dita. i baci sembrava cadessero come altrettanti petali da cui siamo ricoperti, quando attraversiamo in una sera d’autunno gli immensi viali contornati siepi di rose. dopo una breve cena decisero di scivolare tra le vie di Mondello, i ragazzi molto affiatati incominciarono a correre sulla spiaggia. - sai, non mi era mai capitato... - neanche a me. non ho resistito quando ti ho visto, distesa... da far invidia... - smettila. mi imbarazza. quando hai avvertito che... - non so. ho deciso in quel momento. forse a Firenze...si a Firenze ricordo che, nell’osservare le tue labbra mi emozionai. trattenni lo slancio. - a me è capitato più di una volta. sono quelle sensazioni di cui però siamo state educate ad aver vergogna, rigetto... - grazie per averle accolte, allora. - non mi sono mai sentita così felice e libera. tre giorni, poi natale e capodanno, il legame si rafforzò, la possibilità di vivere se non insieme, quantomeno nella stessa città, divenne realtà. Sandra chiese un colloquio con la direzione europea della società, che già da tempo aveva espresso messaggi benevolenti sull’eventuale copertura dell’incarico di responsabile etico-ambientale per l’Italia, nella sede di Trieste. anche Mara, decise di trasferirsi a Trieste, aprirvi uno studio e tornare per due volte alla settimana a Bologna e seguire alcuni suoi pazienti. Trst, così la chiamavano, imitando gli autoctoni e scansando le vocali, divertite. decisero comunque di avere due abitazioni separate, almeno inizialmente, solo successivamente avrebbero deciso una eventuale convivenza. quella sera a cena, Sandra giunse con un discreto ritardo rispetto alle loro abitudini. Enrico e Davide mangiarono senza aspettarla, per poi scaraventarsi in camera con la playstation. - scusami, mi sono dovuta trattenere al telefono... - a quest’ora? - si. una chiamata insolita. Mara la guardò con aria interrogativa. - era Marco. - Marco? - si. non lo sentivo da sette, otto anni. - ricadute?... - no. no, sciocchina. no. sta male, un tumore. gli hanno dato pochi mesi. Mara si sedette, cadendo di peso, con aria sconvolta. non ebbe mai modo di conoscerlo, ma dai racconti e le confidenze di Sandra, era come se si trattasse di un suo caro amico. - ai polmoni, e metastasi ovunque. - ha avuto qualche altro consulto fuori dall’Isola, dall’Italia? - no. dice che non intende iniziare viaggi inutili per speranze altrettanto inutili. i mesi che gli restano vuole viverli con la sua famiglia. - è sposato? - si. mi era già giunta voce. oggi mi ha detto che è avvenuto cinque anni fa... - sembri infastidita... - ma no, è che, mi vien da ridere, anche in questa circostanza... - why? - ma perché la moglie è un’amica comune che, al liceo chiamava sempre... “arpia”. ha anche una figlia. - prova a chiedergli se vuol fare un tentativo a Boston. - proverò... mi fa incazzare! - ma che dici? cosa... - si, Mara, in quella parte della Sardegna i carcinomi presentano una frequenza dieci volte superiore alla media... - è il dramma di questa società... - no. cioè si. ma io e lui durante gli studi decidemmo di combattere questo degrado, che ci sta uccidendo, tutti... - Sandrì, adesso non vorrai caricarti responsabilità collettive e abbastanza ampie? - no. però mi fa comunque incazzare. perché sia lui che io abbiamo intrapreso due strade in cui facciamo l’esatto contrario, reiterando il degrado. - se è uno sfogo il tuo, ben venga, sei troppo intelligente perché possa smentire ciò che dici. però senti, non sempre abbiamo la forza per ribellarci... - fino a quando ciò a cui ci ispiriamo, ribellandoci, ha i contorni di una idealità del vivere, no, non ci riusciremo mai. è che in taluni casi diventiamo vittime, e quando questo accade è già troppo tardi per rivoltarci. - abbiamo ancora molto da fare e non è detto che non vi siano più delle chances. - ha detto che mi ama... - nonostante i tuoi racconti, non ho mai creduto avesse smesso di farlo... - e allora perché si è sposato? - perché tu non lo ami? - si. ma amo anche te, pazzamente. - non vedo alcun conflitto. chi si nutre d’amore, non può parzializzarlo...tu si...lei no...loro si... - cosa vuoi dire? - dico che l’amore è amore, poi i sentimenti sono differenti, non contigui, ma tutti adagiati su quell’unico letto dell’amore. - capisco ancor meno, Mara, non incasinarmi con le tue teorie... - ma perché incasinarsi? scusa. Marco, ma anche Claudio, i tuoi genitori, me, tuo figlio, la vita, sono parte di te, del tuo amore, inscindibili... - che accidenti centra Claudio?... - Davide non lo hai generato con me, cara Sandrina, e non ti sei accoppiata per proliferare, lo hai fatto semplicemente perché lo amavi... - credevo di... - lo hai amato...e quell’amore è parte inscindibile di te, nel bene e nel male, tu sei anche quello e in te sono vivi quei momenti... - ma no! - ma si! scommetto che ricordi perfettamente l’istante in cui hai concepito Davide, come quello del primo rapporto, doloroso, avuto con Marco...e del mio corpo a Palermo... Sandra scoppiò in un pianto isterico afferrando Mara a se. la baciò con impeto, senza darle scampo. in quell’istante Enrico entrò in soggiorno, lo videro entrambe, lui sorrise e con il pollice all’insù fece un cenno di approvazione, tradito dalle sue guance arrossate, probabilmente per l’imbarazzo o forse per la gioia. Marco riuscì a condurre una vita dignitosa per altri due anni, grazie a una terapia studiata dal Boston Hospital center, mentre Sandra si era dimessa dal suo incarico, per assumere prima un forte impegno nel partito dei Verdi, poi la sua guida, giungendo in Parlamento pochi mesi prima della morte di Marco, dopo aspre battaglie ambientaliste. quel 3 giugno del 2006, ai suoi funerali laici, non andai da sola, volli con me Mara e i ragazzi, con cui oramai costituivamo una famiglia. A Cagliari avevo condotto parte della mia campagna elettorale e in quei due anni, intervenni in dibattiti pubblici su ambiente e inquinamento, con Marco al mio fianco. negli ultimi mesi lui oramai non era più in grado di deambulare, ma non lesinava il suo tempo nelel riunioni e ai dibattiti. rivelò e denunciò le malversazioni in tema ambientale dall’azienda di cui era dirigente e da cui per quelle rivelazioni, fu prontamente licenziato con una controdenuncia. lo accompagnai in giro per la Sardegna, nei comuni in cui le industrie avevano compromesso il territorio e la salute, come in quelli identicamente compromessi, che ospitavano i poligoni militari. fu una battaglia per la vita, strappata alla morte. ogni istante in cui ci soffermavamo ad elaborare con ulteriore cura gli interventi e le considerazioni sui dati emersi, lui rigenerava il suo vivere riarmandosi di speranza. una notte all’uscita dalla sezione di via Milano, fummo aggrediti prima di salire sull’auto. ci portarono nei parcheggi del Sant’Elia, dove bastonato, gli procurarono fratture alle gambe e sul cranio. io fui stuprata e nella violenza del contrasto mi ruppero alcune costole e il braccio. fu un avvenimento da cui non si riprese più, spegnendo la sua speranza, ma non la mia. con quella stessa speranza, nella sala Polifunzionale della Provincia di Cagliari immersa nel verde del Parco di Monte Claro, celebrai il suo funerale, accanto alla moglie e alla figlia. proiettammo il documentario da lui voluto e montato a riguardo della condizione ambientale dell’Isola. Piansi, perché lo amavo. piansi perché mi sentii impotente. piansi perché avrei potuto, forse, impedire quella morte come tante altre. innumerevoli. di cui una politica vigliacca e servile era subdola concausa, unitamente alle aziende e alle istituzioni militari della Repubblica. piansi insieme ad altre centinaia di persone a cui mi legava quella comune battaglia, per la quale avrei speso ogni istante della mia vita strappato alla morte. Maia Cortex.

Labbra. Di Maia Cortex

Quando l’intensità dei passi aumentava, capiva. La cena era terminata. Seguiva sempre un andirivieni. Udiva i rumori disordinati delle stoviglie nel lavello. Staccava l’orecchio dalla parete e correva verso la finestra del balcone, per guardarla. Lei usciva, lentamente e con metodo, osservava tutt’intorno e dopo aver fatto volare le poche briciole rimaste sulla tovaglia, rientrava. Era l’unico momento della giornata in cui lui aveva modo di osservarla da vicino, senza il timore di esser visto. Seguiva le linee del suo corpo, il viso, i capelli. Fino perdersi con lo sguardo su quel seno identico a tanti altri. poi le braccia in cui si perdeva sfiorandole con lo sguardo. Rafforzava la memoria già viva di quell’immagine con cui giocava nei suoi sogni. Integrava e completava ciò che non vedeva, con fantasie erotiche e dolci. Negli istanti successivi, dall’appartamento proveniva il rumore duro e secco dei passi del compagno. si avviava verso l’uscio, per la sua discesa serale. senza spostarsi dalla finestra volgeva lo sguardo in basso, lo vedeva mentre attraversava il cortile, sempre in diagonale, saltava le aiuole con il sacco dell’immondezza in mano. Non rientrava subito, da un po’ di tempo aveva preso a cronometrare quei tempi, si erano allungati, fino a venti, trenta minuti, senza una specifica costanza. Il suo rientro spesso era accolto da un vociare di lei, incalzante, aspro, fino a sfociare in un litigio, quasi tangibile attraverso l’esigua parete, che separava i loro appartamenti. Seguivano silenzi, più o meno lunghi, mai uguali nella durata. dopo qualche minuto la chiamava, spostandosi verso di lei nella sala da pranzo. lui per udire meglio seguiva quei momenti origliando con maggiore attenzione i loro movimenti. Le parole scambiate divenivano meno tese. ancora qualche silenzio. poi iniziavano le risate, alterne, e il gioco. si rincorrevano per le stanze, fino a quando non sentivo la loro spalliera urtare contro la parete facendo vibrare i miei quadri. Il rumore non terminava e i loro gemiti mi distruggevano. Ero travolto dalla idea di lei e dalla sua voce, appropriandomi nell’immaginario di quell’amplesso. Gli ingressi separati dei due palazzi contigui, rendevano rari i loro incontri. Capitava, qualche volta, il vedersi da marciapiedi opposti, lui intento ad uscire e lei nel rientrare,ma solo una volta lui entrò e da dietro i vetri del portone, cercò di osservarla da vicino. vide poco più che una sagoma offuscata dal vetro, incolore ed inodore. Oltre alle braccia e il viso, a quel seno fermo, il resto era frutto di ricostruzioni immaginarie, percezioni. Quella sera mi fu chiaro, che sarei potuto andare oltre quando vidi nel cortile il suo compagno con il sacco dell’immondezza in mano e il telefono nell’altra. Venti, forse trenta minuti. un tempo sufficiente per ciò che pensava di compiere. I loro balconi distavano tra loro poco più di un metro. il cornicione rasente al muro avrebbe potuto ospitare un piede piccolo, ma sulla sua tenuta non c’era da contarci. Lei aveva contornato la ringhiera di vasi fioriti, saldamente ancorati. Le luci del cortile non giungevano al quinto piano e il buio in parte gli era complice. Spense la luce, uscì sul balcone, rapidamente guardò le finestre dei palazzi a contorno e saltò. Riuscì agevolmente, adesso la vedeva attraverso il vetro della finestra, seduta in penombra sul divano, impegnata in una lettura distratta. Gli parve ancora più bella e attraente delle sue immaginazioni. Spinse la finestra e si trovarono l’uno di fronte all’altra, lui eretto e in subbuglio, lei sdraiata e sbigottita. Per circa trenta secondi restarono nel silenzio ad osservarsi. - Cosa vuoi? - Le disse - Vederti...- Rispose troncando la frase. - Lo hai fatto ogni sera..., con attenzione...- rispose lei. - Si ma non sentivo il tuo odore.- Rispose percependo una variazione sul suo viso. - Adesso rientra ed è armato. Quasi sempre lo è. - Lo so - asserì fingendo di conoscere quel particolare, che gli era sfuggito. Non riusciva a rendersi conto di quanti minuti eran passati da quando Lo vide attraversare il cortile. Forse cinque, più probabilmente dieci. Lei lo guardò e si alzò tremante, per andare lentamente verso il frigo. Portò fuori una bottiglia d’acqua fresca. c’era un’afa esasperante quella sera. Sciacquò un bicchiere che giaceva sul fondo del lavello e lo riempì. Era verde, zigrinato, ruvido al tatto delle labbra. - Vuoi?- Disse allungando il braccio. - No, grazie, non sono qui per questo...- Rispose con un sorriso. Dopo aver bevuto o forse solo bagnato le labbra per refrigerarsi, disse: ..anche se volessi...il giorno in cui lo deciderò, diverrà quello della mia fine... - Qui sei già morta,... muori ogni giorno... - Può darsi. Ognuno di noi sceglie la sua vita e la sua morte. - Hai scelto? ... hai scelto tu? le disse freddamente. - ...in parte, si... Dal cortile giunse il rimbombo della chiusura del portone. -E' lui... disse irrigidendosi -...Ha finito la sua conversazione telefonica...- aggiunse lui con sarcasmo. -...Mi dirà che domattina dovrà andare in servizio, ovviamente su richiesta del suo capo...oramai avviene quasi ogni sabato.- - Due minuti e sei altrove, due minuti e rimetti in libertà tutta la tua vita...un istante per decidere...- indicò la finestra con lo sguardo. Si staccò dal tavolo a cui si era appoggiata, raggiungendolo fino a sfiorarlo, il suo odore ed i fremiti erano identici, come vent’anni prima, lo tradivano, attraendola ancor di più. Fece scivolare le sue labbra su quelle di un uomo tremante e si avviò verso la finestra. L’ascensore era in moto, pochi istanti ancora. Scomparve nel balcone e saltò. Udì il tonfo. Corse e la vide riversa sul cemento del cortile. La serratura della porta incominciò a muoversi, saltò. Continuò a guardare quel corpo dal suo balcone. I capelli mascheravano la sorgente di quella crescente chiazza scura su cui si adagiavano. Le finestre incominciarono ad aprirsi, il vociare e poi le urla. Il compagno uscì sul balcone, cercò di capire e un istante dopo vide il corpo di lei. Incominciò ad urlare. Corse giù. Intorno al cadavere nel cortile vi era già una folla che osservava, un signore, forse un medico, si inginocchiò posandole due dita sul collo. Volse lo sguardo indietro verso gli altri senza lasciare dubbi. Non scese, rientrò nel suo appartamento. Anche lui era armato. Sentì le sue labbra, la loro sensuale irregolarità e premette il dito sul grilletto. Maurizio Ciotola
Sottoscrivi questo feed RSS

14°C

Cagliari

Cloudy

Humidity: 93%

Wind: 6.44 km/h

  • 13 Dec 2018 14°C 7°C
  • 14 Dec 2018 15°C 11°C