Cagliari. Nuova viabilità interna all'area parcheggi della piscina di Terramaini

L'Assessorato allo sport del Comune di Cagliari ha predisposto un piano di riorganizzazione della viabilità interna all'area parcheggi della piscina di Terramaini. Il piano si è reso necessario per rispondere alle normative vigenti, per consentire una maggiore fruibilità dello spazio, per garantire le corrette vie di fuga e per interfacciarsi con il nascente corridoio ciclo-pedonale. La situazione precedente prevedeva 5 stalli per utenti con disabilità e 62 stalli standard, di questi solo 52 rispondevano alle prescrizioni del codice della strada, in totale erano dunque presenti 57 stalli a norma per autovetture. Col nuovo progetto si avranno 5 stalli per utenti con disabilità, 57 stalli standard per autovetture, 8 stalli per motocicli, 12 posti per biciclette e 2 stalli per autovetture con una sosta di un minuto, per consentire l'uscita dall'auto di un atleta autosufficiente. Inoltre è stata predisposta l'apertura permanente (durante i giorni e ore di utilizzo della piscina) del cancello che collega l'impianto sportivo al parcheggio situato oltre il canale a circa 150m di distanza, dove sono disponibili circa 250 parcheggi.

Africa. Di Maia Cortex

la sera per raggiungere l”house”, percorrevo sempre il sentiero che si affacciava sul mare del Golfo, in cui il puzzo di sostanze organiche putrescenti non era mai assente. capitava di inciampare sui sassi o altri corpi, in quella stradina disconnessa e buia, da cui intravedevo le mille luci della città unirsi a quelle delle industrie con le loro fiamme accese e rosse esuberanti dai camini. non ero la sola a passarvi la sera, con Alice e Clara qualche volta percorrevamo quei pochi chilometri in silenzio, raramente interrotto da qualche battuta sguaiata che adescava una risata. sorridere per rendere meno doloroso e schifoso il nostro lavoro, ogni notte, senza riposi, impossibile dopo una certa età. a volte l’odore del mare era inebriante, travolgente, trascinava nel sogno. riuscivo ad entrare fisicamente in quei mondi attraversati solo nelle letture, che alcuni pomeriggi riuscivo a fare, strappando via il tempo alla desolazione. venticinque anni compiuti ad agosto, da nove a battere, prima in alcune case di lusso, poi per le strade di una città in cui la doppia veste ipocrita e simil borghese costituiva la consuetudine. fino a due anni fa mi capitava di vomitare quasi dopo ogni rapporto. credo di essermi sbattuta con la quasi totalità dei notabili e dei politici della città, che apprezzavano i miei occhi e il loro contrasto con il colore della pelle. inizialmente venivamo portate alle feste notturne, passando per la “house” dove ci facevano indossare abiti di fine fattura, per esser poi condotte con dei furgoni nelle ville sul litorale o della città, in cui fino alla mattina successiva era richiesta la nostra prestazione. l’orgia era la pratica più ambita, ma la più costosa, anche se noi venivamo pagate solo pochi euro in più. nella villa sul colle, in cui venivamo portate almeno due volte al mese, questa prassi, differentemente dalle altre feste quasi mai sistematiche, era la consuetudine. quando partii alla ricerca della fortuna, di una vita migliore, che quella vissuta fino a quel momento mi pareva un inferno, l’anticamera della morte, non avevo ancora ben presenti le differenti sembianze di un inferno sempre mutevole, in cui il dolore ci tiene in vita per assaporare la sconfitta in punto di morte. del resto di venditori di illusioni l’umanità ne ha dispensato in ogni epoca, in qualsiasi momento. in alcuni casi attraverso il viandante che, inseguendo una meta riusciva a trascinarsi dietro seguaci di ogni sorta. in altri casi, attraverso una sistemica organizzazione strutturata, in cui rispondenza e adeguatezza, in profonda sottomissione, dispensano gioia e offrono salvezza alla stessa stregua di un falsario. non cercavo la salvezza, ma un modo di vivere meno doloroso e faticoso, soprattutto cercavo amore. le immagini rapiscono i nostri sensi, soggiogano la ragionevolezza quanto la riflessione, divenendo solo impeto e fuga dalla realtà conosciuta, divenendo una molla, che ci lancia verso una traiettoria sconosciuta per il raggiungimento di una meta migliore. così ci parve l’Europa, così immaginavo l’Italia, di cui i miei nonni raccontavano la sera in quelle catapecchie, che non erano più capanne e ancor meno edifici, ma orride costruzioni distrutte e rattoppate. distrutte dalle bande militari, che non rispondevano a nessuno Stato, a nessun fine politico, a nessuna idea, se non quella predatoria del momento che, il successivo, non riuscivano neppure ad immaginare. avevo tredici anni, forse, quando a Gelemsò arrivarono i combattenti di non so quale fazione del partito ribelle, e misero a ferro e fuoco la città. ci nascondemmo nel “buco”, scavato anni prima da mio padre sotto la nostra baracca, in attesa della notte più propizia per raggiungere il sentiero che ci avrebbe portato a Mechara o a Lik’ì. riuscirono a scovarci la sera stessa del loro ingresso a Gelemsò, e del resto non sarebbe potuto esser altrimenti, visto che, l’ottanta per cento dei suoi abitanti aveva un egual rifugio, una buca vera e propria, scavata sotto il pavimento per trovar riparo durante le frequenti scorrerie militari. nessuna truppa però prima di allora, oltre alle razzie veloci e superficiali, si concentrò in modo così pedante su ogni singola casa, svuotando i miseri contenuti per poi dargli fuoco. mia madre aveva appena trent’anni, morì sotto la violenza di un gruppo di sei o sette militi, che la stuprarono sistematicamente. vidi le sue lacrime farsi un tutt’uno con il sangue che dal suo corpo lacerato fuoriusciva. quando chiuse gli occhi non se ne resero neppure conto, continuarono imperterriti come se tra le mani avessero una bambola inanimata. cercai di fuggire, mi presero e, gettata mia madre fuori dalla baracca, iniziarono con me. un dolore inenarrabile, mi lacerarono la vagina e l’ano, e solo per una rappresaglia area di non so quale forza militare, riuscii a salvarmi, grazie alla loro immediata fuga. in pochi minuti Gelemsò fumante si ritrovò con i suoi cadaveri, un’ulteriore decimazione e le laceranti ferite lasciate sui vivi, che ancora non sapevano di esserlo. mio padre partito tre anni prima chiamato alle armi dal governo in carica e poi disperso. due mie sorelle più grandi raggiunsero Addis Abeba, mentre io e la mamma rimaste a Gelemsò, cercavamo di ricostruire o tenere viva una flebile fiammella di riferimento per una famiglia smembrata. usai la “buca” come fossa per seppellire il corpo violato e stupendo della mamma, tutt’intorno i riti erano più o meno identici. vidi una schiera di persone arrotolare le loro cose e incamminarsi sulla strada per Awash. gettai le ultime pietre ed in fretta e furia mi accodai, con i pochi stracci rimasti. non riuscivo a tenere il passo, per il dolore che sempre più si faceva violento. guardai per terra e le mie gambe, il sangue si depositava con crescente frequenza. sentii una mano sorreggermi, riconobbi Asabi. quando mi svegliai in una specie di giaciglio, vicino a tanti altri tra cui accorrevano uomini e donne, capii di esser finita in un ospedale provvisorio, da campo o qualcosa di simile. il dolore dei punti sulla vagina era terrificante. una volta al giorno mi davano un farmaco, che sembrava alleviare quei dolori, per riprendere dopo qualche ora con ugual intensità, se non superiore, almeno così avvertivo dopo quelle poche ore di tregua. in dieci giorni fui di nuovo in grado di stare in piedi, andai via e nessuno mi trattenne. stavo ad una ventina di chilometri da Awash, mi infilai nella carovana ininterrotta di fuggiaschi, che erano intenzionati ad arrivarci, intraprendendo quel cammino solitario. ritrovai Asabi e unimmo la nostra disperazione per superare quei tragici momenti, attraversati senza tutele e protezione, in balia degli eventi. eravamo soggette ad occhiate continue da parte di alcuni ragazzi deputati al reclutamento di prostitute, temevo la rapissero, perché lei quattro anni più di me era già donna. la notte ci rinchiudevamo in una baracca nella periferia a sud, che Asabi occupò appena giunta ad Awash. non potevamo vivere a lungo in quel modo, con la continua paura di esser rapite e portate via su quei camion, che la notte si fermavano ai bordi del paese. dopo alcuni mesi di angoscia notturna, il via vai di soldati e bande armate terminò. la notte non si udivano più sparatorie ai margini del paese o le urla delle ragazze rapite. la vita sembrava aver ripreso a scorrere nel suo alveo abituale, arido e doloroso, polveroso e meschino, in cui però si insinuava un filo di speranza. dopo due anni Asabi prese marito, ed ebbe il primo figlio, io entrai a far parte della sua nuova famiglia. il compagno, suo coetaneo, giunse anche lui ad Awash, orfano e solo, qualche mese dopo di noi ed iniziare il cammino per una nuova vita. Ammar, questo il suo nome, era molto bello, a me piaceva, gentile e affettuoso. Asabi comprese che anche io piacevo a lui, ma non fece niente e non disse mai nulla. fu una mattina in cui Asabi con il fanciullo sulle spalle, uscì alle quattro per andare a lavorare nei campi insieme alle altre donne, mentre io a servizio presso la famiglia dell’autorità governativa etiopica nella città di Asawi, riuscivo a dormire un’ora in più. Ammar, si alzava sempre con Asabi, e usciva alcuni minuti dopo di lei. non quella mattina però. io avevo compiuto sedici anni, già completamente formata e fisicamente a mio agio, avevo sempre modo di farmi desiderare dalla gioventù di Asawi. in alcune occasioni anche da Ammar. lui mi vide seminuda sul letto, e nel fingermi addormentata mi rigirai facendo emergere l’intero corpo nudo. sentii i suoi passi, mi voltai con un sorriso. facemmo l’amore in un modo che non ho avuto più modo di vivere, per la gioia e quel senso di pienezza che, l’unione dei nostri corpi riuscì a darmi. nel silenzio ci alzammo e con discrezione senza mai guardarci negli occhi, ognuno di noi uscì per andare a lavorare. fu un gioco che durò, non in modo continuativo, per alcuni mesi, fino a quando Asabi, intuì, senza aver mai la certezza. e una mattina, nel totale mutismo di Ammar, mi disse che era giunta l’ora di trovarmi un marito, perché da loro non potevo più restare. lo guardai, si alzò ed uscì da quella piccola baracca di quattro o cinque metri per cinque in cui, dormivamo e mangiavamo, dove lui faceva l’amore con la moglie alla sera e con me alla mattina. raccolsi ancora una volta i miei quattro stracci, giacché non ho avuto mai nulla di più, e uscii per andare a lavoro. chiesi al maggiordomo se potevo dormire per qualche giorno lì, alla casa del sindaco. non mi disse di si, ma non negò la possibilità. compresi che, la concessione necessitava di un pagamento, uno scambio di cui mi fu subito chiara la natura. non vi rimasi pochi giorni. mi fu concesso un ripostiglio ove a stento riuscivo a sdraiarmi per dormire e per cui avrei dovuto “pagare” l’affitto, mensilmente, poi settimanalmente, fino a dover sottostare a richieste che rasentavano la quotidianità. erano già trascorsi tre anni dalla morte di mia madre, dalla fuga da Gelemsò, da quella violenza, che non mi abbandonò mai. in quei tre anni la guerriglia aveva preso vie differenti, ma era pur sempre presente, sotto altre forme di abusi. da pochi mesi avevano istituto una corsa settimanale con un autobus diretto ad Addis Abeba. partiva alle quattro del mattino del martedì. ci pensai in modo sempre più ricorrente. decisi la notte del lunedì, dopo l’ennesimo abuso, il pagamento dell’affitto. scelsi di liberarmi da quella servitù e la notte sognai Addis Abeba, bianca e luminosa, gentile e gioiosa. alle quattro con i miei stracci salii sull’autobus, ma non compresi l’entità di quella decisione, di cui mi sfuggiva l’orizzonte e che in realtà non vedevo. avevo solo sentito parlare di Europa. un’Europa, una terra fertile e sicura, di un’Italia, di cui nonna mi raccontava, ove l’acqua scorreva in ogni casa, dove il cibo era reperibile ovunque in grandi quantità. vidi quell’Europa, quell’Italia, nelle tv ad Addis Abeba, nei bar in cui mi affacciavo per chiedere un pezzo di pane, che nessuno mi ha mai dato gratis. non riuscivo più a stare in un Paese violento e sudicio, in cui la povertà dilagava quanto la violenza. attraversai quella che gli europei chiamano Africa, la terra in cui sono nata e in fin dei conti, a cui appartengo. giunsi nella Cirenaica libica, dove si diceva vi fosse una porta diretta per l’Europa. alcuni incominciarono a portare fuori dai gruppi dei fuggiaschi, le donne, quelle più giovani, le più belle. mi trovai insieme a una ventina di ragazze, più o meno della mia stessa età, ma nessuna di loro era etiopica. si avvicinò un tipo cui gli altri militari, al suo passaggio, facevano largo. mi afferrò toccando ogni parte del mio corpo, per poi farmi spogliare, scattò più di una foto con il telefonino. dieci minuti dopo mi ritrovai sulla sua jeep e condotta a casa sua. mi lavarono e vestirono, con una piccola valigia e pochi vestiti, fui condotta all’aeroporto di Bengasi. la sera stessa giunsi a Roma, come una viaggiatrice qualsiasi. mangiai di tutto. mi dissero che, all’aeroporto di Roma mi avrebbero preso in carico degli amici. la mattina successiva giunsi in un posto dove altre ragazze come me venivano curate e massaggiate, una specie di ospedale, che ricordava quelle immagini viste in tv dove le signore europee passavano gran parte del loro tempo. questo mi fece credere la tv. tutte insieme a metà giornata fummo condotte in una specie di mensa dove c’era cibo in abbondanza. fui avvicinata e portata in una stanza che compresi esser la mia, un bagnetto, un armadio e la tv. non credevo ai miei occhi. in quarantotto ore la mia vita era cambiata in un modo sconvolgente, grazie all’Europa, all’Italia. c’era anche un orologio e un telefonino nella stanza, alle 18 bussarono, entrò una signora e un’interprete che traduceva in etiopico le sue parole. capii che, alle 20, dopo essermi vestita con uno degli abiti presenti nell’armadio mi sarei dovuta recare al piano terra. da li su un furgone ci avrebbero portato ad una festa in una villa romana. avrei dovuto tenere compagnia a chi la richiedeva, sorridere sempre, senza mai rifiutare le persone che si sarebbero avvicinate. questo fu il mio nuovo inizio a sedici anni, che nel passaporto si trasformarono in diciotto. adesso a venticinque anni, in una sorta di semi-libertà che comporta i disagi del vivere in un ghetto, da cui ogni giorno devo condurmi alla “casa” per lavorare, vomito ogni giorno. ogni tanto in quella passeggiata solitaria, al buio con la luce delle stelle, mi sembra di vedere mia madre. la sento accanto ogni giorno e ci sono i momenti in cui desidero raggiungerla. spero sempre che, il giorno in cui mi concedo per l’ennesima volta, sia l’ultimo, ma dopo questa illusione passeggera mi riportano alla “casa”, da dove al mattino presto in senso inverso, ripercorro quello stesso sentiero in cui l’odore del mare forza le mie narici e percorre il mio corpo, ridestandolo dal torpore. questa mattina è intenso e forte, piacevole, a maggio è sempre così. non ricordo che giorno è oggi, ma non importa. sfilo gli indumenti e li poso con calma, piegandoli in ordine, mettendo affianco le scarpette in tela ancora nuove, un regalo della mia vicina. l’acqua è fresca e in quel punto il fondale pare sia particolarmente profondo. un cartello lo dice: <>, ma tante altre volte ho visto ragazzi tuffarvisi. li imitai desiderando vestirmi della loro giovialità e desiderandoli, decisi. tre, quattro cerchi concentrici su quella superficie ancora piatta, non increspata dal vento, quello stesso vento che in Sardegna tutto spazza. alcune bollicine e il silenzio interrotto dal lento rifrangersi dei piccolissimi flutti. quasi in contemporanea il vento incominciò ad alzarsi, ad incalzare, portando sul suo dorso il nobile odore di una donna etiope, di quell’erede dell’umanità generata, da cui nei secoli è stata umiliata e rifiutata. Maia Cortex

Le ricette della longevità. Il minestrone sardo conquista Minsk

La Comunità Mondiale della Longevità, presieduta dal medico Roberto Pili, si fa promotrice delle ricette tradizionali sarde in Bielorussia. Tra i piatti protagonisti, il minestrone sardo, piatto che verrà proposto nei migliori ristoranti di Minsk, grazie anche alla collaborazione con il Console onorario della Repubblica Belarus, Giuseppe Carboni. L'iniziativa, è nata durante la giornata di confronto tra la tradizione sarda e l'arte culinaria di prestigiosi chef bielorussi che si sono incontrati intorno ai fornelli della scuola di Cucina dell'IFAL di Assemini, guidato da Patrizio Saba. Grazie all'evento, caratterizzato da cooking show e degustazioni di piatti preparati sul momento, la Comunità Mondiale della Longevità sarà inoltre protagonista alla Fiera internazionale della capitale Bielorussa, che si terrà ad Aprile 2019. Qui verrà organizzata una giornata di promozione del minestrone sardo, protagonista delle abitudini alimentari dei centenari sardi. Di fatto, come ha sottolineato lo stesso Pili: "le essenze del minestrone, i suoi profumi e il gusto generati dalla invidiabile biodiversità vegetale, che fanno il paio con vitamine, sali minerali, carboidrati complessi e proteine, sono una vera fucina di salute e longevità".

Cagliari. Al via la 9a edizione del festival Nues

La casa cagliaritana del Centro Internazionale del Fumetto di via Falzarego 35, dove nascerà anche l’AMI – Archivio Multimediale dell’Immaginario, farà da cornice alla tre giorni della 9^ edizione di Nues, il festival del fumetto e dei cartoni nel Mediterraneo. Da venerdì 23 a domenica 25 novembre in cartellone mostre, laboratori, performance artistiche. La presentazione dell'evento ha avuto luogo oggi all’interno dell’ex edificio scolastico di Sant’Avendrace, a due passi dalla Necropoli di Tuvixeddu e proprio per questo “motivo di grande soddisfazione perché porta a compimento uno dei progetti dell’Amministrazione comunale di convertire spazi ormai inutilizzati mettendoli a disposizione di una parte delle associazioni che rende ricca la vita culturale della città”. A scandirlo Paolo Frau che nella Giunta Zedda è titolare della Cultura. “Il vantaggio è però anche un altro: queste associazioni mettono a disposizione settori di patrimonio librario preziosi e specializzati. In questo caso sul fumetto, in altri sulle problematiche femminili, sulle differenze genere, sull’omosessualità e sul teatro, ampliando così il sistema della pubblica lettura”, ha aggiunto Frau, riconoscendo la valenza del modello ideato dall’assessora Enrica Puggioni nella consiliatura 2011-2016. Il festival promosso come sempre dal Centro Internazionale del Fumetto e diretto da Bepi Vigna, quest’anno si riconosce sotto il titolo “Sfide (Stra)Ordinarie”.

Cagliari. Invecchiamento attivo, al via il progetto degli specialisti dell’ateneo e del Coni

Venerdì 9 novembre, alle 10.30, la sala consiglio del rettorato - via Università n.21, Cagliari - ospita la conferenza stampa di presentazione dello studio clinico “Anzianità attiva e salute”. Il progetto è curato dal dipartimento di Scienze mediche e sanità pubblica dell’ateneo di Cagliari, con Mauro Carta responsabile scientifico, e la partecipazione del Coni Sardegna. Ai lavori prendono parte il rettore Maria del Zompo e il presidente del Coni, Gianfranco Fara. Di fatto, il 36 per cento della popolazione italiana avrà più di 65 anni nel 2050. L’invecchiamento è associato all’aumentare delle malattie croniche, così come all’aumento proporzionale degli anni di vita con la presenza di disabilità, con un elevato impatto sui costi sociali e sanitari. Per questo, l'Unione Europea ha indicato tra le sue priorità incrementare la ricerca sull'invecchiamento attivo. “L’attività fisica contrasta la disabilità legata alle malattie croniche, ha effetti positivi sulla qualità della vita e sui ritmi biologici, impedisce il declino delle funzioni motorie aiutando a prevenire le cadute, che possono essere associate a disabilità e morte precoce negli anziani” spiega il professor Carta. L’attività fisica migliora la risposta immunitaria durante la vecchiaia, e incide positivamente sui possibili disturbi metabolici, incluso il diabete; fornisce un valido supporto nel fronteggiare il declino cognitivo e della memoria, e agisce nelle prime fasi della depressione e sugli "atteggiamenti disfunzionali" legati alla non accettazione dei limiti imposti dall'età. Tuttavia, a oggi, la letteratura si basa su studi che hanno coinvolto piccoli campioni, raramente condotti con metodo randomizzato controllato, e i cui esiti appaiono spesso contraddittori rispetto ai tempi e ai modi ottimali con cui l’attività fisica debba essere praticata. "La ricerca sull’invecchiamento attivo rappresenta dunque una sfida che richiede uno sforzo multidisciplinare integrato, mentre i gruppi di ricerca di eccellenza sono sempre più spesso orientati alla super-specializzazione. Il progetto multidisciplinare che proponiamo è un'opportunità per affrontare le questioni sopra menzionate e per acquisire ulteriori conoscenze nell'area dell'invecchiamento attivo” aggiunge la specialista Gioia Mura. Lo studio clinico randomizzato controllato, in singolo cieco, “Anzianità attiva e salute” nasce dall’esperienza di un team di ricercatori dell’ateneo di Cagliari sugli effetti dell’attività fisica nelle persone over 65, e dalle competenze professionali del Coni Sardegna. La sinergia tra Università e Coni, con l’accordo tra il professor Carta e il numero uno del Comitato olimpico, Gianfranco Fara, ha già prodotto il progetto “A Chent’Annos in Salude”, in cui abbiamo valutato gli effetti di un protocollo di attività fisica vigorosa versus uno di attività fisica lieve-moderata su parametri fisici, biomeccanici, metabolici, e psicologici. Ovvero, una “buona pratica” non solo nell’ambito della ricerca scientifica del nostro Ateneo, ma per la cooperazione tra il know how universitario, il mondo del lavoro, il Coni (istituzione deputata nel settore dell’attività fisica) e il territorio. “Anzianità attiva e salute”, finanziato dall’Università di Cagliari tra i progetti di ricerca biennali 2017/19 con fondi della Fondazione di Sardegna, mira a verificare gli effetti di un protocollo di attività fisica lieve-moderata versus uno di attività culturali su parametri fisici, biochimici, metabolici, biomeccanici, psicologici, cognitivi, e sulla Qualità della Vita, in persone over 65 enni. Il gruppo di ricerca multidisciplinare del dipartimento di Scienze mediche e sanità pubblica è composto da Mauro Carta (responsabile scientifico), Gioia Mura, Claudia Sardu, Luigi Minerba, Gabriele Finco, Eleonora Cocco, Marco Monticone, Enrico Cacace, Franco Rongioletti, Laura Atzori, Alberto Cauli, Valeria Ruggiero, Sofia Cosentino, Fernanda Velluzzi, Andrea Loviselli, Ernesto d’Aloja, Paolo Contu. Fanno parte del team di ricerca Maria Petronilla Penna (dipartimento Pedagogia, psicologia e filosofia), Massimiliano Pau (dipartimento Ingegneria meccanica, chimica e dei materiali) e Gian Mario Migliaccio (Coni).

Cagliari. Percorsi culturali al Cimitero Monumentale di Bonaria

Con “La grande storia in un recinto breve. Duecento anni di guerre e la nascita di una Nazione”, si aprono domenica 11 novembre alle 10, i Percorsi Culturali al Cimitero Monumentale di Bonaria, curati da Mauro Dadea. L'iniziativa rientra nel progetto “Coltivare il ricordo e imparare dalla storia”, promosso dall'assessorato ai Servizi demografici e finalizzato alla valorizzazione dello storico cimitero cagliaritano. Si prosegue domenica 18 novembre alle 10 con “A capo della città. I sindaci della città di Cagliari in due secoli” e si conclude sabato 24 novembre, sempre alle 10, con “...in ciel più bella ancor mi rivedrete. Le opere e i giorni della donna a Cagliari tra Ottocento e Novecento”. Mauro Dadea, archeologo e profondo conoscitore del cimitero monumentale, accompagnerà i partecipanti negli affascinanti percorsi in quello che viene definito “il più grande museo a cielo aperto della Sardegna”.

Cagliari. Inaugurata mostra "Schedati, perseguitati, sterminati"

La Cittadella dei Musei ospita da oggi la mostra intitolata "Schedati, perseguitati, sterminati". A curare l'organizzazione dell'esposizione esposizione il docente ordinario di Psichiatria all'Università di Cagliari e direttore della Struttura complessa di Psichiatria dell'Aou del capoluogo, Bernardo Carpiniello. Nelle intenzioni dell'organizzatore l'obiettivo della mostra è quello di ricordare il passato per affrontare il presente, affinché non si ripeta più ciò che è successo a malati psichici e disabili durante il periodo del nazismo. Infatti, come spiega ha spiegato lo stesso Carpiniello, chi soffre di disturbi mentali grave è tagliato fuori dal mondo del lavoro e trova difficoltà anche per sopperire ai bisogni primari, come l'affitto di un'abitazione. Per questo motivo - ha sottolineato il docente universitario - "bisogna combattere i pregiudizi: uno dei più diffusi riguarda la loro pericolosità. Assolutamente sbagliato". Collegato alla mostra un percorso di formazione che coinvolgerà le scuole. L'esposizione, curata dalla Società tedesca di Psichiatria, Psicosomatica e Psicoterapia (DGPPN), dalla Società italiana di Psichiatria (SIP) e dal Network europeo per la Psichiatria Psicodinamica (Netforpp), attraverso una cinquantina di pannelli con fotografie, copie di documenti e testimonianze originali, illustra gli orrori avvenuti durante il periodo nazista in Germania, con la sterilizzazione coattiva di circa 400mila persone affette da disturbi mentali e disabilità psichiche e la schedatura e la morte di circa 200mila persone. Spazio anche alla sezione dedicata all'Italia dove viene documentato il ruolo svolto da alcuni esponenti ufficiali della psichiatria nazionale nella promulgazione delle leggi razziali volute da Mussolini e a sostegno delle teorie "eugenetiche".

Meteo. Allerta meteo da Arancione a Gialla

Passa da Arancione a Gialla l'Allerta Meteo a partire dalla mezzanotte di domenica 4 novembre. Il bollettino, diramato dalla Protezione Civile, segue al previsto miglioramento per le condizioni meteo, a partire dalle 24 di domenica 4 e fino alle 18 di lunedì 5 novembre. La criticità per rischio idrogeologico diventa quindi ordinaria. L'allerta pericolo di mareggiate sarà in vigore fino alle 22 di domenica.
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