Il Master Plan. Cagliari, S.Elia, la cittadinanza negata

In evidenza Il Master Plan.  Cagliari, S.Elia, la cittadinanza negata

Carissimo Lettore, nel ringraziarti per la grande attenzione dedicata a questo mio fantasioso racconto, voglio precisarti che, in nessun caso i miei riferimenti sono da attribuirsi a fatti reali o a situazioni conosciute; nessuno dei fatti narrati infatti può essere ricondotto a situazioni reali, esistite o esistenti. identicamente deve intendersi per tutti i nomi utilizzati, nella individuazione dei personaggi, delle aziende o delle testate giornalistiche, che sono da considerarsi di pura fantasia. il richiamo all’Isola, al suo nome: Sardegna, nell’attribuzione di società o entità economiche, risulta necessario e imprescindibile, in quanto legati al territorio in cui si sviluppano i fatti narrati. altresì gli intrecci con avvenimenti nazionali ed internazionali, unitamente ai nomi di personaggi reali, sono inventati per collocare la narrazione in uno specifico contesto storico, senza però esserne realmente parte; ovvero i richiami, alle istituzioni e agli uomini esistiti od esistenti e da essi incarnate, per il ruolo avuto sul piano politico e istituzionale, sono da ritenersi frutto di pura fantasia e immaginazione. in ultimo, è mio dovere sottolineare che, in nessun caso l’intero manoscritto o parte di esso, può costituire una dichiarazione di accusa verso qualcuno o qualcosa, sia in modo specifico e circostanziato, che generalizzato, se non nello spazio cui ognuno di noi concede alla fantasia nell’interpretazione della realtà e viceversa.

maurizio ciotola

I. ribellioni

ho pianto, al buio durante l’applauso. dilaniato, con un senso di rivalsa per una storia che non mi apparteneva. ho avvertito la sconfitta umana, da spettatore postumo di quella narrazione degli eventi devastanti, distanti dal mio tempo. le testimonianze dei sopravvissuti, in una messa in scena teatrale, restituiscono l’immane dolore di un epoca di soprusi. non il pianto o la disperazione avrebbero potuto modificare il passato né, tanto meno, alleviare il dolore degli attori intenti a narrare quel travaglio, con troppi eguali nella storia dell’umanità. opprimere, umiliare, violentare e saccheggiare. estirpando la radice culturale di un popolo è parte delle abusate prassi della storia dell’umanità, che non riuscendo a comprendere il perché del proprio esistere, è sempre intenta a flagellare se stessa. esco fuori, l’aria fresca asciuga le mie lacrime acide e violente. un bacio mi aiuta, un bacio corrisposto, attraverso il quale, credo di aver espulso il malessere, in quell’attimo di piacere. subito le mie labbra si richiusero senza volerlo, prive di espressione. avvertii un abbraccio più forte, ansimavo, ma non riuscivo a sentirlo. strinsi una mano, quella mano, che riconoscevo al calore del tatto, al pari del suo animo. in quel momento lei percepiva il mio. udivo parole, ma non capivo. senza che da i miei occhi fuoriuscissero lacrime, continuai a piangere per quell’ignavia, che mi perseguitava e dalla quale non riuscivo a liberarmi. prigioniero dell’ego, agiato nei suoi limiti, arginavo un agire scomodo, non conforme ad una morale costruita da questa società, malsana e deforme, che ha partorito e, incestuosa, continua a partorire aberrazioni. uno strattone mi riportò al presente, guardai gli occhi della mia compagna. avrei voluto baciarla, mi trattenni incomprensibilmente. come quando mi accadeva di fronte all’agire di quelle follie sociali di cui, non contrapponendomi, facevo parte.

"Roby, basta! era solo uno spettacolo! non puoi ogni volta, uscire così!" guardavo i suoi occhi, il mio sguardo scorreva sulle sue labbra. non udivo, cercavo di interpretarle pur udendo le parole, senza riuscire ad attribuir loro un significato. "Roberto hai finito?! i nostri figli hanno bisogno di te,..., io ho bisogno di un compagno...." mio figlio quasi trentenne non lo vedevo da circa due anni. anche se ci sentivamo spesso. nacque immediatamente dopo i miei diciotto anni. un forte strappo dall’adolescenza incompiuta. il mio atteggiamento ancora infantile, mutò approdando ad un’età che, ancora non mi apparteneva. vi giunsi giocando con un’amica, coetanea. rendendola madre a soli diciotto anni. senza neppure aver terminato il liceo. gioiosa incoscienza carica di follia. decise di condurre a termine la gravidanza, a qualunque costo. Lei aveva già intravisto il proprio futuro, cui non intendeva rinunciare. non vi rinunciò. alla maturità, in uno stato di gravidanza avanzata, superò brillantemente l’esame, per poi serenamente avviarsi verso un proseguo non facile. io riuscii a stento, pur non avendo acquisito alcuna maturità. anzi, reprimendo alcuni comportamenti, riuscii a dar sfogo ad altri ben più animaleschi, istintivi, che incominciarono a far piangere tacitamente la mia gravida compagna.

14 luglio 1982, giornata afosa, Roma, quasi vuota, il caldo si insidiava ovunque, poca gente. da poco giunti in quella metropoli, eravamo alloggiati presso una piccola abitazione in periferia, a nord della città. 15 luglio, Julia sta male, la soccorro e capisco. il bimbo sta per nascere, chiedo aiuto al vicino. tardi, troppo tardi, lei partorisce tra le mie mani un pargolo, che ancora non sentivo mio. pianse per la felicità e per il dolore, un dolore diverso rispetto a quello che incominciai a dargli con frequente discontinuità. Andrea fu battezzato qualche giorno dopo, in una chiesa gelida, alla presenza dei due miei cugini che, differentemente da i miei genitori e dai miei zii con loro solidali, vollero starmi vicino. Marco e Gianni, riuscirono a farmi lavorare in una Roma distratta e selettiva, che relegava ai margini ragazzi come me. anche Julia trovò un impiego e iniziò gli studi universitari, cui sentii di contribuire, almeno per sdebitarmi del male, che continuai a procurargli con le mie uscite notturne. il bimbo cresceva bene, bruno, occhi chiari e una carnagione scura come quella di Julia. più bella, diceva lei, ma io accarezzandola, con la menzogna nel cuore, sostenevo che, non potevano esserci persone più belle di lei. piangeva e capiva, l’abbracciavo, ma non avvertivo quello che lei comprendeva. l’ingresso a scuola di Andrea ha coinciso con la laurea di Julia, in sociologia. lavoravo per la ditta di Gianni e Marco, un centro di ingrosso per prodotti e materiali elettronici. iniziai con lo scaricare il materiale, per divenire, dopo pochi mesi, il vice capo magazziniere. Julia volle sposarsi e io acconsentii, in Campidoglio, c’erano i miei zii, Silvio e Maria, i miei cugini e le loro compagne, Andrea, dieci anni. era il 10 Agosto del 1992. i miei non si fecero vivi e io non li chiamai. i genitori di Julia, che mi detestavano, regalarono a lei e ad Andrea un bellissimo appartamento, con fattezze e finiture di classe, poco distante dall’abitazione in cui alloggiavamo. inizialmente rifiutai il trasferimento, ma lei riuscì a convincermi, con quel suo solito approccio pacato, sempre conciliante e sereno, tanto nell’animo, quanto nel cuore.

l’impressione diffusa in quei giorni fu quella di un tramonto prolungato, interminabile, che preannunciava una lunga notte.

pochi mesi prima, il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, si era dimesso. a maggio, il 24, Giovanni Falcone, insieme alla moglie e alla scorta furono spazzati via, lungo il percorso che va dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, da un’esplosione che trova eguali solo nelle lotte di guerriglia. due mesi dopo, il 18 luglio una strage non dissimile, abbatté l’ultimo alfiere della lotta alla mafia, Paolo Borsellino. il clima era quello da colpo di Stato sudamericano, forse per via del caldo imperante, probabilmente per i modi con cui vedevamo saltare parti del sistema politico e istituzionale. nel frattempo a Milano, un pool di magistrati istruì indagini e condusse arresti nei confronti di uomini politici, imputandoli di corruzione. il partito socialista si trovò nell’occhio del ciclone. lo stesso segretario, Bettino Craxi, fu raggiunto da un avviso di garanzia. Julia collaborava già da tempo con <>, dove alcuni anni prima iniziò come correttore di bozze, per poi pian piano giungere alla cronaca, e poi riuscire ad avere un ruolo di primo piano nelle pagine della politica. il padre, magistrato del tribunale di Cagliari, procuratore aggiunto, dott. Attilio Maxia, lavorò con impegno nella lotta al banditismo e ai sequestri di persona. questo nonno stravedeva per Andrea, unico nipote, con il quale instaurò un eccellente rapporto. non nutrivo simpatia per questa forte relazione, ma dovetti accettarla, non senza una evidente insofferenza. Julia comprendeva, ma l’amore per il padre suppliva e irrorava il suo cuore, rigenerando il nostro rapporto. rientrai da quella condizione di repulsione infantile, nei confronti di chi suppliva, nel bene e nel male, alla mia assenza paterna. una prolungata contrazione dei movimenti di merce in azienda, condusse a pesanti saldi negativi. Marco e Gianni, dovettero imporre ai loro genitori, titolari de facto dell’azienda, diversi licenziamenti. ci sforzammo di intravedere un’altra possibile via. ma non fu possibile sottrarsi a quella necessità evidente, attraverso la quale, assicurare un futuro alla società e non fallire.

mio figlio giocava e rideva quando in quelle calde sere di settembre, in un ’92 morente, lo portavo a passeggiare al parco di Villa Ada. senza Julia, sempre più impegnata al giornale. in ottobre, ricordo, forse nella prima decade, il Presidente Cossiga la convocò nel suo studio. non ebbi modo di conoscere il vero contenuto del colloquio. non indagai. giunse dicembre, il quindici, tornai a casa stanco. in azienda ripresero a girare ampi stoccaggi di merce, grazie ai quali riuscimmo a mantenere immutato il numero degli addetti. complice anche la cura dimagrante imposta dai miei cugini. esodarono solo alcuni operai, di fatto già inattivi, in età pensionabile, con il risultato di un veloce recupero, più lavoro si, anche se a stipendi immutati. cercai Andrea senza trovarlo. lo studio di Julia in cui vi era sempre confusione, risultava in perfetto ordine. senza accendere le luci, mi buttai sul letto, ancora vestito. ricordo un forte dolore al risveglio, inizialmente inspiegabile. fu un sonno di due, tre ore, nella casa silenziosa e vuota. mi alzai chiamando Andrea, accesi le luci, entrai in cucina, percepii qualcosa di diverso, vidi un diario sul tavolo, lo riconobbi era il suo. andai nella camera da letto del bimbo, la trovai semivuota. tornai nella nostra camera, l’armadio di Julia non conteneva più nulla, vuoto come quando lo acquistammo, ma con in più il suo profumo. lo studio era in ordine, si, ma con il contenuto ordinato e costipato dentro diversi scatoloni, posati al fianco del tavolo. tornai in cucina, aprii il diario, intuendone il contenuto, il lascito... due pagine in cui con un’amara dolcezza e una gran compassione per un amore scemato, dopo un lungo tramonto, mi dava due mesi per liberare l’appartamento dalle mie cose. lei e Andrea eran partiti per Milano. non tralasciò la ovvia richiesta di separazione, cui ebbe premura di sottolineare esser già in mano al legale.

Ultima modifica ilVenerdì, 20 Marzo 2020 20:04

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