Intervista a Marcello Veneziani. Di Maurizio Ciotola

In evidenza Intervista a Marcello Veneziani. Di Maurizio Ciotola

Marcello Veneziani, giornalista e scrittore, saggista, ha presentato a Cagliari il suo ultimo lavoro, “Nostalgia degli dei”, edito per Marsilio, su invito dell’associazione "Noi e voi insieme". Gli dei di cui parla Veneziani nel suo libro, sono gli “intramontabili”, in antitesi alla nostra esistenza, al tramonto dell’essere umano. Per cui la nostra caducità ci fa guardare agli “dei”, come a principi, essenze, idee che non tramontano. Il riferimento cui l’autore rivolge al “dio” non è di tipo confessionale e tanto meno teologico. Parla di una religione laica, che non intende sostituire la religione con una idea vaga di divinità. Ma che l’individuo pensa e ragiona intorno a dio, se non dentro dio, senza però affrontare nel testo, la fede in dio. Veneziani pensa l’essere umano all’interno dell’ordine dell’Universo, come parte dello stesso e per questo i meccanismi del pensiero umano, non possono essere al di fuori di questa sequenza omnicopmrensiva.

"Possiamo credere o non credere in dio, ma questo principio, che regola l’Universo, è la regola entro la quale noi siamo", dice Veneziani. Afferma sempre l’autore che al di la di questo dio, inteso come origine e principio dell’Universo, può esistere quel dio affabile e caldo a cui noi crediamo ogni giorno per fede personale, ma quest’ultimo, specifica, non è il dio che affronta nel suo libro. Il tema della nostalgia, non richiama il dolore di una perdita, ma la nostalgia delle origini, e mette in luce l’esigenza, presente in ognuno di noi, di ritornare all’inizio. Ad un nuovo inizio, aggiungiamo noi. L’autore fa riferimento all’origine in cui c’è un inizio che è prima del tempo, che si rifà a quell’essenza del nostro essere al mondo. Per l’autore la nostalgia ha un suo portato paradossale, per cui essa assume le caratteristiche di un’aspettativa. Una nostalgia del futuro. Rapporta alla condizione attuale le sue riflessioni, per cui il nostro vivere apparentemente dilatato, attraverso gli strumenti tecnologici e comunicativi, è di fatto un mondo ristretto tra noi e l’interfaccia comunicativa, privo di una dilatazione temporale da cui è espulsa la tradizione. E'sicuramente un libro intriso nella vita e nella storia, quindi legato anche alla dimensione della politica, intesa quest’ultima come aspetto fondamentale della vita umana. Veneziani fa un importante richiamo alla tragedia politica e civile, che è parte del nostro passato storico e costituisce una ferita ancora aperta. Il riferimento è evidentemente al regime fascista, alla guerra, a quella civile, e alla ferita ancora aperta di quel passato, che vide vinti e vincitori appartenenti allo stesso popolo. L’autore non esprime un giudizio sulle responsabilità storiche, ma si limita a guardare gli eventi tragici del ’45 sotto la luce classica della tragedia. Richiama l’Iliade e le suppliche di Priamo ad Achille che richiese il corpo del figlio Ettore, per dargli degna sepoltura. compiendo così un profondo atto di umiliazione. un atto che non riguarda solo l’aspetto formale ed umano, ma è un momento catartico di purificazione.

"... Se noi vogliamo digerire le tragedie della nostra storia dobbiamo compiere degli atti di catarsi e dei riti di purificazione, che consentano di poter in qualche modo, non cancellare, ma rimarginare quella ferita. riuscire a concludere quel periodo feroce, senza una mutazione dei giudizi o una rimozione delle responsabilità..."

In quegli atti conclusivi della seconda guerra mondiale, in Italia, con l’epigono in piazzale Loreto, l’autore evidenzia l’assenza di una figura terza, un’Autorità, fuori dal fascismo e dall’antifascismo. un “Padre”, un Re, un Sacerdote, che richiedesse la restituzione di quei corpi, compiendo, con quell’atto catartico, attraverso un rito, un necessario passo per la ricongiunzione civile di un Paese martoriato e separato.

D: Oggi i diritti umani possono essere assunti come punti di riferimento per l’intera società, in alternativa agli dei di cui parla?

Veneziani: "I diritti umani non sono sostitutivi degli dei. Nel senso che ciò che caratterizza l’umanità è la precarietà, la fragilità. Quindi inevitabilmente il loro tratto relativo, contingente, passeggero. I principi intramontabili cui fanno riferimento gli dei, rappresentano invece un altro orizzonte, un altro riferimento. non entro nel merito se sia giusto o meno difendere i diritti umani, probabilmente è una scelta giusta. ma non è una scelta sostitutiva. E se dovesse diventare sostitutiva, sarebbe una scelta autolesionista. perché avrebbe la pretesa di un’autorevolezza umana in grado di sostituire i principi fondamentali e immutabili. noi non siamo né fondamentali né immutabili. Siamo tutti di passaggio. E' il senso del limite quello che caratterizza l’umano".

D: L’assenza degli dei in quest’epoca, in cui la limitatezza dell’essere è mascherata da un’illusoria interazione multifunzionale, sembra condurci verso una visione minima di quanto accade. Nei fatti però la gioventù attuale, sembra intravedere un futuro differente. Come se loro avessero voluto abbandonare l’idea di pesantezza, di cui sono stati causa gli “dei” nei secoli precedenti, intesi come causa di grandi dolori per l’umanità. Non pensa che l’umanità stessa voglia abbandonare questa via, per ricercarne una più fluida?

Veneziani: "Io credo che gli dei non siano soltanto come a volte sono stati rappresentati nella tradizione occidentale. Soltanto come il segno del sacrificio, del dolore e del martirio. a volte sono stati, in modo evidente, la risposta al dolore, alla sofferenza umana. Sono stati un lievito di speranza. Hanno dato aperture di vita a chi sembrava non ne avesse più. I suicidi si sono, come dire, trattenuti sull’orlo di tale decisione, proprio perché c’era un’apertura all’idea di Dio. Io credo occorra, invece, avere capacità di confrontare il senso del divino. Non semplicemente attraverso un’esperienza vissuta o un’immagine che ci è stata consegnata, ma attraverso un confronto di tradizioni, di civiltà. Quante opere sono fiorite nel nome dell’arte. Quanti sono gli esempi fulgidi di pensiero e architettura, di bellezza, di poesie di cui sono stati origine. Perché dovremmo avere un’idea solo luttuosa della religione? Si tratta di riaprirsi a questa dimensione molto più sinfonica della divinità, che non è semplicemente il ricordo della nostra mortalità. E'anche il presagio di qualcosa che continua oltre la nostra morte. C'è un lato luminoso nelle religioni, che non può essere cancellato da quell’aspetto, triste, luttuoso, doloroso, che viene di solito identificato con le religioni del passato".

D: "La tradizione e la religiosità ci conducono a Pier Paolo Pasolini. Lui attribuiva alla modernità la grande responsabilità della cancellazione delle tradizioni. E'stato un profeta inascoltato?

Veneziani: "Pasolini aveva colto negli anni sessanta questa frattura, e devo dire che lui è stato un implacabile critico di questa deriva nichilista del sessantotto. Però aveva già detto negli anni sessanta che, noi viviamo tra macerie morali, spirituali, che lui diceva essere ben più gravi delle macerie della seconda guerra mondiale. Perché riguardano l’animo umano. lui aveva capito che noi stavamo vivendo questo trauma della perdita del sacro. Del senso religioso e quindi questa vitalità spirituale da noi perduta. Pasolini ne portava il lutto. Pensiamo alla sua visione apocalittica della storia, che nasce proprio da questa convinzione, per cui la grazia ci è stata negata. Viviamo in un mondo senza redenzione. Questo aspetto tragico di Pasolini non è mai colto nella sua interezza. Viene sempre ricordato nei suoi aspetti più banali, di denuncia, per alcuni tratti passeggeri della società degli anni sessanta. Invece c’era questo profondo discorso religioso di Pasolini, che a mio parere in quest’epoca, potrebbe costituire un punto per la ripartenza".

Maurizio Ciotola

Ultima modifica ilDomenica, 09 Giugno 2019 08:45

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