Grazie Faber

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Per chi ha vissuto gli anni dell’adolescenza, dell’educazione alla vita nel periodo fervido e controverso degli anni d’oro in cui i cantautori riuscivano a dare il meglio, legando le loro canzoni al contesto vissuto, oggi ricade un triste anniversario. Vent’anni fa ci lasciava Fabrizio De’ Andrè, che abbiamo amato come pochi cantautori e poeti; vent’anni fa seppur non più adolescenti, avvertivamo una frattura, la morte e la scomparsa di un’epoca di cui siamo stati figli e fratelli. Le sue poesie cui la musica accompagnava in un’armonia in continua evoluzione, attribuiva a quelle parole e ad ogni interpretazione nuove accezioni e profondità, a cui la sua voce riusciva a dare incommensurabile ampiezza. Elencare duecento canzoni, una o alcune, grazie a cui abbiamo acquisito ulteriore consapevolezza del nostro cammino sociale, avrebbe poco senso in questo contesto, che cerca di cogliere quel lascito immortale di cui Faber è autore e interprete. Molti anni fa un conoscente d’Oltralpe mi fece osservare il grande valore della musica e delle canzoni scritte e cantate dai cantautori italiani, come fatto unico in sé a livello mondiale, nella specificità e in quel momento storico dell’Occidente. Un valore in più sul piano culturale da cui diverse generazioni sono state investite e di cui hanno umanamente e socialmente saputo trarre vantaggio. Fabrizio è stato il Principe libero di tanti, compreso il mio, il cantautore attraverso cui era possibile scorgere quello spazio di comprensione libera e vasta grazie alla quale era ed è percepibile una estensione della libertà, sul piano fisico ed intellettuale, ogni volta che ascoltiamo o leggiamo i testi delle sue canzoni. Nella “Guerra di Piero” implode un’intera visione incomprensibile e tuttora dominante dell’umanità, che Faber con un effetto poetico immediato e profondo ha saputo rendere esplicito a chiunque. in “un giudice” e ne “il Gorilla”, vacilla l’imparzialità della giustizia, della sua istituzione di cui l’essere umano diventa parte piegando la sua applicazione neutrale. “Don Raffae’” è lo specchio più recente dei tempi in cui la melliflua commistione tra istituzioni e malavita organizzata, in un riconoscimento sociale manifesto, è divenuto fatto conclamato. Ma come dicevo richiamando solo alcune di queste opere facciamo torto alle altre centinaia di cui Fabrizio è autore, mai solitario, almeno nella condivisione dei fatti, che si dispiegavano ai suoi come a i nostri occhi, ma di cui lui riuscì ad essere interprete eccelso ed unico. Quando questa mattina Radio Radicale, nel rendergli omaggio ha mandato in onda il suo intervento prima del concerto svolto in piazza Navona a Roma, a sostegno dei referendum promossi dai radicali, lui fu chiaro: <> Ecco questo era Faber, uno a cui non fregava un cazzo se le sue canzoni, forti e destrutturanti in un mondo cristallizzato di soldatini e generali, incutevano sgomento o fastidio. Un principe libero, un uomo senza padroni, come dovremmo esser tutti, capace di restituirci il messaggio di verità cui la nostra società ha sempre voluto contrastare o annullare. Una verità che le sue canzoni rivitalizzano in noi ogni volta che le udiamo, le cantiamo, le amiamo. Vent’anni senza il Principe libero, non possono condurci a riaccettare la prigionia da cui lui con impegno e amore ha saputo liberarci, perché il suo “testamento” scritto durante l’intera vita vissuta, è come una sorgente inesauribile a cui possiamo attingere in ogni momento. In ogni sua canzone, in ogni sua poesia è presente quella chiave che ci consente di aprire la porta della cella in cui troppo spesso ci siamo rinchiusi. Grazie Faber. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilVenerdì, 11 Gennaio 2019 21:03

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