Africa. Di Maia Cortex

In evidenza Africa. Di Maia Cortex
la sera per raggiungere l”house”, percorrevo sempre il sentiero che si affacciava sul mare del Golfo, in cui il puzzo di sostanze organiche putrescenti non era mai assente. capitava di inciampare sui sassi o altri corpi, in quella stradina disconnessa e buia, da cui intravedevo le mille luci della città unirsi a quelle delle industrie con le loro fiamme accese e rosse esuberanti dai camini. non ero la sola a passarvi la sera, con Alice e Clara qualche volta percorrevamo quei pochi chilometri in silenzio, raramente interrotto da qualche battuta sguaiata che adescava una risata. sorridere per rendere meno doloroso e schifoso il nostro lavoro, ogni notte, senza riposi, impossibile dopo una certa età. a volte l’odore del mare era inebriante, travolgente, trascinava nel sogno. riuscivo ad entrare fisicamente in quei mondi attraversati solo nelle letture, che alcuni pomeriggi riuscivo a fare, strappando via il tempo alla desolazione. venticinque anni compiuti ad agosto, da nove a battere, prima in alcune case di lusso, poi per le strade di una città in cui la doppia veste ipocrita e simil borghese costituiva la consuetudine. fino a due anni fa mi capitava di vomitare quasi dopo ogni rapporto. credo di essermi sbattuta con la quasi totalità dei notabili e dei politici della città, che apprezzavano i miei occhi e il loro contrasto con il colore della pelle. inizialmente venivamo portate alle feste notturne, passando per la “house” dove ci facevano indossare abiti di fine fattura, per esser poi condotte con dei furgoni nelle ville sul litorale o della città, in cui fino alla mattina successiva era richiesta la nostra prestazione. l’orgia era la pratica più ambita, ma la più costosa, anche se noi venivamo pagate solo pochi euro in più. nella villa sul colle, in cui venivamo portate almeno due volte al mese, questa prassi, differentemente dalle altre feste quasi mai sistematiche, era la consuetudine. quando partii alla ricerca della fortuna, di una vita migliore, che quella vissuta fino a quel momento mi pareva un inferno, l’anticamera della morte, non avevo ancora ben presenti le differenti sembianze di un inferno sempre mutevole, in cui il dolore ci tiene in vita per assaporare la sconfitta in punto di morte. del resto di venditori di illusioni l’umanità ne ha dispensato in ogni epoca, in qualsiasi momento. in alcuni casi attraverso il viandante che, inseguendo una meta riusciva a trascinarsi dietro seguaci di ogni sorta. in altri casi, attraverso una sistemica organizzazione strutturata, in cui rispondenza e adeguatezza, in profonda sottomissione, dispensano gioia e offrono salvezza alla stessa stregua di un falsario. non cercavo la salvezza, ma un modo di vivere meno doloroso e faticoso, soprattutto cercavo amore. le immagini rapiscono i nostri sensi, soggiogano la ragionevolezza quanto la riflessione, divenendo solo impeto e fuga dalla realtà conosciuta, divenendo una molla, che ci lancia verso una traiettoria sconosciuta per il raggiungimento di una meta migliore. così ci parve l’Europa, così immaginavo l’Italia, di cui i miei nonni raccontavano la sera in quelle catapecchie, che non erano più capanne e ancor meno edifici, ma orride costruzioni distrutte e rattoppate. distrutte dalle bande militari, che non rispondevano a nessuno Stato, a nessun fine politico, a nessuna idea, se non quella predatoria del momento che, il successivo, non riuscivano neppure ad immaginare. avevo tredici anni, forse, quando a Gelemsò arrivarono i combattenti di non so quale fazione del partito ribelle, e misero a ferro e fuoco la città. ci nascondemmo nel “buco”, scavato anni prima da mio padre sotto la nostra baracca, in attesa della notte più propizia per raggiungere il sentiero che ci avrebbe portato a Mechara o a Lik’ì. riuscirono a scovarci la sera stessa del loro ingresso a Gelemsò, e del resto non sarebbe potuto esser altrimenti, visto che, l’ottanta per cento dei suoi abitanti aveva un egual rifugio, una buca vera e propria, scavata sotto il pavimento per trovar riparo durante le frequenti scorrerie militari. nessuna truppa però prima di allora, oltre alle razzie veloci e superficiali, si concentrò in modo così pedante su ogni singola casa, svuotando i miseri contenuti per poi dargli fuoco. mia madre aveva appena trent’anni, morì sotto la violenza di un gruppo di sei o sette militi, che la stuprarono sistematicamente. vidi le sue lacrime farsi un tutt’uno con il sangue che dal suo corpo lacerato fuoriusciva. quando chiuse gli occhi non se ne resero neppure conto, continuarono imperterriti come se tra le mani avessero una bambola inanimata. cercai di fuggire, mi presero e, gettata mia madre fuori dalla baracca, iniziarono con me. un dolore inenarrabile, mi lacerarono la vagina e l’ano, e solo per una rappresaglia area di non so quale forza militare, riuscii a salvarmi, grazie alla loro immediata fuga. in pochi minuti Gelemsò fumante si ritrovò con i suoi cadaveri, un’ulteriore decimazione e le laceranti ferite lasciate sui vivi, che ancora non sapevano di esserlo. mio padre partito tre anni prima chiamato alle armi dal governo in carica e poi disperso. due mie sorelle più grandi raggiunsero Addis Abeba, mentre io e la mamma rimaste a Gelemsò, cercavamo di ricostruire o tenere viva una flebile fiammella di riferimento per una famiglia smembrata. usai la “buca” come fossa per seppellire il corpo violato e stupendo della mamma, tutt’intorno i riti erano più o meno identici. vidi una schiera di persone arrotolare le loro cose e incamminarsi sulla strada per Awash. gettai le ultime pietre ed in fretta e furia mi accodai, con i pochi stracci rimasti. non riuscivo a tenere il passo, per il dolore che sempre più si faceva violento. guardai per terra e le mie gambe, il sangue si depositava con crescente frequenza. sentii una mano sorreggermi, riconobbi Asabi. quando mi svegliai in una specie di giaciglio, vicino a tanti altri tra cui accorrevano uomini e donne, capii di esser finita in un ospedale provvisorio, da campo o qualcosa di simile. il dolore dei punti sulla vagina era terrificante. una volta al giorno mi davano un farmaco, che sembrava alleviare quei dolori, per riprendere dopo qualche ora con ugual intensità, se non superiore, almeno così avvertivo dopo quelle poche ore di tregua. in dieci giorni fui di nuovo in grado di stare in piedi, andai via e nessuno mi trattenne. stavo ad una ventina di chilometri da Awash, mi infilai nella carovana ininterrotta di fuggiaschi, che erano intenzionati ad arrivarci, intraprendendo quel cammino solitario. ritrovai Asabi e unimmo la nostra disperazione per superare quei tragici momenti, attraversati senza tutele e protezione, in balia degli eventi. eravamo soggette ad occhiate continue da parte di alcuni ragazzi deputati al reclutamento di prostitute, temevo la rapissero, perché lei quattro anni più di me era già donna. la notte ci rinchiudevamo in una baracca nella periferia a sud, che Asabi occupò appena giunta ad Awash. non potevamo vivere a lungo in quel modo, con la continua paura di esser rapite e portate via su quei camion, che la notte si fermavano ai bordi del paese. dopo alcuni mesi di angoscia notturna, il via vai di soldati e bande armate terminò. la notte non si udivano più sparatorie ai margini del paese o le urla delle ragazze rapite. la vita sembrava aver ripreso a scorrere nel suo alveo abituale, arido e doloroso, polveroso e meschino, in cui però si insinuava un filo di speranza. dopo due anni Asabi prese marito, ed ebbe il primo figlio, io entrai a far parte della sua nuova famiglia. il compagno, suo coetaneo, giunse anche lui ad Awash, orfano e solo, qualche mese dopo di noi ed iniziare il cammino per una nuova vita. Ammar, questo il suo nome, era molto bello, a me piaceva, gentile e affettuoso. Asabi comprese che anche io piacevo a lui, ma non fece niente e non disse mai nulla. fu una mattina in cui Asabi con il fanciullo sulle spalle, uscì alle quattro per andare a lavorare nei campi insieme alle altre donne, mentre io a servizio presso la famiglia dell’autorità governativa etiopica nella città di Asawi, riuscivo a dormire un’ora in più. Ammar, si alzava sempre con Asabi, e usciva alcuni minuti dopo di lei. non quella mattina però. io avevo compiuto sedici anni, già completamente formata e fisicamente a mio agio, avevo sempre modo di farmi desiderare dalla gioventù di Asawi. in alcune occasioni anche da Ammar. lui mi vide seminuda sul letto, e nel fingermi addormentata mi rigirai facendo emergere l’intero corpo nudo. sentii i suoi passi, mi voltai con un sorriso. facemmo l’amore in un modo che non ho avuto più modo di vivere, per la gioia e quel senso di pienezza che, l’unione dei nostri corpi riuscì a darmi. nel silenzio ci alzammo e con discrezione senza mai guardarci negli occhi, ognuno di noi uscì per andare a lavorare. fu un gioco che durò, non in modo continuativo, per alcuni mesi, fino a quando Asabi, intuì, senza aver mai la certezza. e una mattina, nel totale mutismo di Ammar, mi disse che era giunta l’ora di trovarmi un marito, perché da loro non potevo più restare. lo guardai, si alzò ed uscì da quella piccola baracca di quattro o cinque metri per cinque in cui, dormivamo e mangiavamo, dove lui faceva l’amore con la moglie alla sera e con me alla mattina. raccolsi ancora una volta i miei quattro stracci, giacché non ho avuto mai nulla di più, e uscii per andare a lavoro. chiesi al maggiordomo se potevo dormire per qualche giorno lì, alla casa del sindaco. non mi disse di si, ma non negò la possibilità. compresi che, la concessione necessitava di un pagamento, uno scambio di cui mi fu subito chiara la natura. non vi rimasi pochi giorni. mi fu concesso un ripostiglio ove a stento riuscivo a sdraiarmi per dormire e per cui avrei dovuto “pagare” l’affitto, mensilmente, poi settimanalmente, fino a dover sottostare a richieste che rasentavano la quotidianità. erano già trascorsi tre anni dalla morte di mia madre, dalla fuga da Gelemsò, da quella violenza, che non mi abbandonò mai. in quei tre anni la guerriglia aveva preso vie differenti, ma era pur sempre presente, sotto altre forme di abusi. da pochi mesi avevano istituto una corsa settimanale con un autobus diretto ad Addis Abeba. partiva alle quattro del mattino del martedì. ci pensai in modo sempre più ricorrente. decisi la notte del lunedì, dopo l’ennesimo abuso, il pagamento dell’affitto. scelsi di liberarmi da quella servitù e la notte sognai Addis Abeba, bianca e luminosa, gentile e gioiosa. alle quattro con i miei stracci salii sull’autobus, ma non compresi l’entità di quella decisione, di cui mi sfuggiva l’orizzonte e che in realtà non vedevo. avevo solo sentito parlare di Europa. un’Europa, una terra fertile e sicura, di un’Italia, di cui nonna mi raccontava, ove l’acqua scorreva in ogni casa, dove il cibo era reperibile ovunque in grandi quantità. vidi quell’Europa, quell’Italia, nelle tv ad Addis Abeba, nei bar in cui mi affacciavo per chiedere un pezzo di pane, che nessuno mi ha mai dato gratis. non riuscivo più a stare in un Paese violento e sudicio, in cui la povertà dilagava quanto la violenza. attraversai quella che gli europei chiamano Africa, la terra in cui sono nata e in fin dei conti, a cui appartengo. giunsi nella Cirenaica libica, dove si diceva vi fosse una porta diretta per l’Europa. alcuni incominciarono a portare fuori dai gruppi dei fuggiaschi, le donne, quelle più giovani, le più belle. mi trovai insieme a una ventina di ragazze, più o meno della mia stessa età, ma nessuna di loro era etiopica. si avvicinò un tipo cui gli altri militari, al suo passaggio, facevano largo. mi afferrò toccando ogni parte del mio corpo, per poi farmi spogliare, scattò più di una foto con il telefonino. dieci minuti dopo mi ritrovai sulla sua jeep e condotta a casa sua. mi lavarono e vestirono, con una piccola valigia e pochi vestiti, fui condotta all’aeroporto di Bengasi. la sera stessa giunsi a Roma, come una viaggiatrice qualsiasi. mangiai di tutto. mi dissero che, all’aeroporto di Roma mi avrebbero preso in carico degli amici. la mattina successiva giunsi in un posto dove altre ragazze come me venivano curate e massaggiate, una specie di ospedale, che ricordava quelle immagini viste in tv dove le signore europee passavano gran parte del loro tempo. questo mi fece credere la tv. tutte insieme a metà giornata fummo condotte in una specie di mensa dove c’era cibo in abbondanza. fui avvicinata e portata in una stanza che compresi esser la mia, un bagnetto, un armadio e la tv. non credevo ai miei occhi. in quarantotto ore la mia vita era cambiata in un modo sconvolgente, grazie all’Europa, all’Italia. c’era anche un orologio e un telefonino nella stanza, alle 18 bussarono, entrò una signora e un’interprete che traduceva in etiopico le sue parole. capii che, alle 20, dopo essermi vestita con uno degli abiti presenti nell’armadio mi sarei dovuta recare al piano terra. da li su un furgone ci avrebbero portato ad una festa in una villa romana. avrei dovuto tenere compagnia a chi la richiedeva, sorridere sempre, senza mai rifiutare le persone che si sarebbero avvicinate. questo fu il mio nuovo inizio a sedici anni, che nel passaporto si trasformarono in diciotto. adesso a venticinque anni, in una sorta di semi-libertà che comporta i disagi del vivere in un ghetto, da cui ogni giorno devo condurmi alla “casa” per lavorare, vomito ogni giorno. ogni tanto in quella passeggiata solitaria, al buio con la luce delle stelle, mi sembra di vedere mia madre. la sento accanto ogni giorno e ci sono i momenti in cui desidero raggiungerla. spero sempre che, il giorno in cui mi concedo per l’ennesima volta, sia l’ultimo, ma dopo questa illusione passeggera mi riportano alla “casa”, da dove al mattino presto in senso inverso, ripercorro quello stesso sentiero in cui l’odore del mare forza le mie narici e percorre il mio corpo, ridestandolo dal torpore. questa mattina è intenso e forte, piacevole, a maggio è sempre così. non ricordo che giorno è oggi, ma non importa. sfilo gli indumenti e li poso con calma, piegandoli in ordine, mettendo affianco le scarpette in tela ancora nuove, un regalo della mia vicina. l’acqua è fresca e in quel punto il fondale pare sia particolarmente profondo. un cartello lo dice: <>, ma tante altre volte ho visto ragazzi tuffarvisi. li imitai desiderando vestirmi della loro giovialità e desiderandoli, decisi. tre, quattro cerchi concentrici su quella superficie ancora piatta, non increspata dal vento, quello stesso vento che in Sardegna tutto spazza. alcune bollicine e il silenzio interrotto dal lento rifrangersi dei piccolissimi flutti. quasi in contemporanea il vento incominciò ad alzarsi, ad incalzare, portando sul suo dorso il nobile odore di una donna etiope, di quell’erede dell’umanità generata, da cui nei secoli è stata umiliata e rifiutata. Maia Cortex
Ultima modifica ilGiovedì, 15 Novembre 2018 18:12

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