Labbra. Di Maia Cortex

In evidenza Labbra. Di Maia Cortex
Quando l’intensità dei passi aumentava, capiva. La cena era terminata. Seguiva sempre un andirivieni. Udiva i rumori disordinati delle stoviglie nel lavello. Staccava l’orecchio dalla parete e correva verso la finestra del balcone, per guardarla. Lei usciva, lentamente e con metodo, osservava tutt’intorno e dopo aver fatto volare le poche briciole rimaste sulla tovaglia, rientrava. Era l’unico momento della giornata in cui lui aveva modo di osservarla da vicino, senza il timore di esser visto. Seguiva le linee del suo corpo, il viso, i capelli. Fino perdersi con lo sguardo su quel seno identico a tanti altri. poi le braccia in cui si perdeva sfiorandole con lo sguardo. Rafforzava la memoria già viva di quell’immagine con cui giocava nei suoi sogni. Integrava e completava ciò che non vedeva, con fantasie erotiche e dolci. Negli istanti successivi, dall’appartamento proveniva il rumore duro e secco dei passi del compagno. si avviava verso l’uscio, per la sua discesa serale. senza spostarsi dalla finestra volgeva lo sguardo in basso, lo vedeva mentre attraversava il cortile, sempre in diagonale, saltava le aiuole con il sacco dell’immondezza in mano. Non rientrava subito, da un po’ di tempo aveva preso a cronometrare quei tempi, si erano allungati, fino a venti, trenta minuti, senza una specifica costanza. Il suo rientro spesso era accolto da un vociare di lei, incalzante, aspro, fino a sfociare in un litigio, quasi tangibile attraverso l’esigua parete, che separava i loro appartamenti. Seguivano silenzi, più o meno lunghi, mai uguali nella durata. dopo qualche minuto la chiamava, spostandosi verso di lei nella sala da pranzo. lui per udire meglio seguiva quei momenti origliando con maggiore attenzione i loro movimenti. Le parole scambiate divenivano meno tese. ancora qualche silenzio. poi iniziavano le risate, alterne, e il gioco. si rincorrevano per le stanze, fino a quando non sentivo la loro spalliera urtare contro la parete facendo vibrare i miei quadri. Il rumore non terminava e i loro gemiti mi distruggevano. Ero travolto dalla idea di lei e dalla sua voce, appropriandomi nell’immaginario di quell’amplesso. Gli ingressi separati dei due palazzi contigui, rendevano rari i loro incontri. Capitava, qualche volta, il vedersi da marciapiedi opposti, lui intento ad uscire e lei nel rientrare,ma solo una volta lui entrò e da dietro i vetri del portone, cercò di osservarla da vicino. vide poco più che una sagoma offuscata dal vetro, incolore ed inodore. Oltre alle braccia e il viso, a quel seno fermo, il resto era frutto di ricostruzioni immaginarie, percezioni. Quella sera mi fu chiaro, che sarei potuto andare oltre quando vidi nel cortile il suo compagno con il sacco dell’immondezza in mano e il telefono nell’altra. Venti, forse trenta minuti. un tempo sufficiente per ciò che pensava di compiere. I loro balconi distavano tra loro poco più di un metro. il cornicione rasente al muro avrebbe potuto ospitare un piede piccolo, ma sulla sua tenuta non c’era da contarci. Lei aveva contornato la ringhiera di vasi fioriti, saldamente ancorati. Le luci del cortile non giungevano al quinto piano e il buio in parte gli era complice. Spense la luce, uscì sul balcone, rapidamente guardò le finestre dei palazzi a contorno e saltò. Riuscì agevolmente, adesso la vedeva attraverso il vetro della finestra, seduta in penombra sul divano, impegnata in una lettura distratta. Gli parve ancora più bella e attraente delle sue immaginazioni. Spinse la finestra e si trovarono l’uno di fronte all’altra, lui eretto e in subbuglio, lei sdraiata e sbigottita. Per circa trenta secondi restarono nel silenzio ad osservarsi. - Cosa vuoi? - Le disse - Vederti...- Rispose troncando la frase. - Lo hai fatto ogni sera..., con attenzione...- rispose lei. - Si ma non sentivo il tuo odore.- Rispose percependo una variazione sul suo viso. - Adesso rientra ed è armato. Quasi sempre lo è. - Lo so - asserì fingendo di conoscere quel particolare, che gli era sfuggito. Non riusciva a rendersi conto di quanti minuti eran passati da quando Lo vide attraversare il cortile. Forse cinque, più probabilmente dieci. Lei lo guardò e si alzò tremante, per andare lentamente verso il frigo. Portò fuori una bottiglia d’acqua fresca. c’era un’afa esasperante quella sera. Sciacquò un bicchiere che giaceva sul fondo del lavello e lo riempì. Era verde, zigrinato, ruvido al tatto delle labbra. - Vuoi?- Disse allungando il braccio. - No, grazie, non sono qui per questo...- Rispose con un sorriso. Dopo aver bevuto o forse solo bagnato le labbra per refrigerarsi, disse: ..anche se volessi...il giorno in cui lo deciderò, diverrà quello della mia fine... - Qui sei già morta,... muori ogni giorno... - Può darsi. Ognuno di noi sceglie la sua vita e la sua morte. - Hai scelto? ... hai scelto tu? le disse freddamente. - ...in parte, si... Dal cortile giunse il rimbombo della chiusura del portone. -E' lui... disse irrigidendosi -...Ha finito la sua conversazione telefonica...- aggiunse lui con sarcasmo. -...Mi dirà che domattina dovrà andare in servizio, ovviamente su richiesta del suo capo...oramai avviene quasi ogni sabato.- - Due minuti e sei altrove, due minuti e rimetti in libertà tutta la tua vita...un istante per decidere...- indicò la finestra con lo sguardo. Si staccò dal tavolo a cui si era appoggiata, raggiungendolo fino a sfiorarlo, il suo odore ed i fremiti erano identici, come vent’anni prima, lo tradivano, attraendola ancor di più. Fece scivolare le sue labbra su quelle di un uomo tremante e si avviò verso la finestra. L’ascensore era in moto, pochi istanti ancora. Scomparve nel balcone e saltò. Udì il tonfo. Corse e la vide riversa sul cemento del cortile. La serratura della porta incominciò a muoversi, saltò. Continuò a guardare quel corpo dal suo balcone. I capelli mascheravano la sorgente di quella crescente chiazza scura su cui si adagiavano. Le finestre incominciarono ad aprirsi, il vociare e poi le urla. Il compagno uscì sul balcone, cercò di capire e un istante dopo vide il corpo di lei. Incominciò ad urlare. Corse giù. Intorno al cadavere nel cortile vi era già una folla che osservava, un signore, forse un medico, si inginocchiò posandole due dita sul collo. Volse lo sguardo indietro verso gli altri senza lasciare dubbi. Non scese, rientrò nel suo appartamento. Anche lui era armato. Sentì le sue labbra, la loro sensuale irregolarità e premette il dito sul grilletto. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilMartedì, 02 Ottobre 2018 20:33

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