Donna Maria Fisinedda. Di Rosaria Floris

In evidenza Donna Maria Fisinedda. Di Rosaria Floris
Quella mattina d’autunno, faceva ancora caldo e Cagliari e Castello si svegliavano con un sole quasi estivo accompagnato da un leggero venticello che profumava l’aria di caffè e pasterelle. La caffetteria di Tramer già ospitava i primi clienti e come ormai avveniva da tanto, lei continuava ad essere assidua frequentatrice. Donna Maria Fisinedda, moglie di un importante avvocato e uomo d’affari, deceduto, lei stessa appartenente a una delle famiglie più facoltose e quasi nobili di Castello era molto conosciuta e stimata. “Ohi, ohi, casi casi su bentu si nd’i fiat pighendu custa bella capellina appena incingiara, mancai issu dda boliat portai attesu comenti bolu de rundini. Donna Maria Fisinedda, raccontava il fatto sapendo che quel raccontare interessava. Era ancora bella, alta, capelli rossi ondulati che con quel capellino la faceva assomigliare a una donna di un famoso dipinto di un pittore sardo molto noto e quotato. Era colta, sapeva scrivere bene sia in prosa che poesia, amante dell’arte, della tradizione popolare sarda e nazionale, amante e in modo particolare della cucina e della lingua sarda. ”Insaras, oi no bollu perdi nudda bollu castiai d’ogna cosa e mi gosai dogn’arrogheddu de custa bona pasta s’ americana o diplomatico comenti naranti i sassaresus e apustis bollu gosai de dogna quadru de custa cittadi mia aundi c’est poesia in d’ogni arrenconi e arruga. Le sue letture quotidiane erano l’Unione, Il Corriere e il Tempo, cosi come faceva col suo povero e amato marito. Un’abitudine, quasi un obbligo per lei curiosa e amante della scrittura. Molto spesso faceva la critica letteraria e da diverso tempo aveva sul giornale locale una rubrica nella quale scriveva sugli usi popolari e sulla cucina in particolare. La sera prima aveva preparato un pezzo su un piatto: “pisci a collettu” cioè su pisci a collettu fiada sa fai buddia. Una pentola d’acqua, fave fresche o secche, foglie di bietole, un pezzo di cotenna di maiale, un po’ di sale e nient’altro, magari un pomodoro secco. Un gusto unico rimasto forte nel suo ricordo in quanto quello era il piatto preferito di suo padre e poi di suo marito. Mariedda lascia il bar, saluta gli amici e si avvia pian piano verso la porta dei leoni, verso palazzo Boyl e poi a casa in via Lamarmora. Sapeva che nessuno l’aspettava se non il suo gattone Garibaldi e gli uccellini, Lino e Pina. Si tolse il cappello, si guardò allo specchio con un sorriso, mise un disco della grande Callas e la romanza Casta diva copriva la stanza e il suo cuore si mise a palpitare forte mentre sdraiata in poltrona chiudeva gli occhi volando nel mondo dei sogni. Rosaria Floris
Ultima modifica ilGiovedì, 26 Ottobre 2017 20:35

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