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Uomini dentro la storia della nostra Terra: prof. Antonio Romagnino. Di Rosaria Floris

In evidenza Uomini dentro la storia della nostra Terra: prof. Antonio Romagnino. Di Rosaria Floris
Sabato 8 dicembre 2009 ore 10, giorno dell’Immacolata, sono diretta verso casa del professor Romagnino. Lui e Anna Maria, sua moglie, mi attendono e dopo un caloroso saluto ci dirigiamo verso il salotto e li in quella stanza riscaldata dalle cui vetrate si ammira il parco di Monte Urpinu e l'ondeggiare delle fronde, iniziamo la nostra chiacchierata. Professore, sono emozionata, quale domanda farle che non le sia ancora stata rivolta? Vorrei sentire dalla sua voce di come e quando ha avuto inizio la sua avventura, l'emozione e il rigore donato allo studio e alla storia della nostra gente, in particolare a Cagliari, scrivendo e pubblicando numerosi libri, saggi, rilasciando interviste a diversi quotidiani regionali e settimanali nazionali. "Quando lo scrittore è creatore di immagini di persone estranee rispetto a lui, mette una certa liricità nel descrivere, diventa un po' autobiografico. Il mio è stato un cammino tardo affrontato quando si è al momento della conclusione e non dell'iniziazione. La mia scrittura personale è arrivata quando già stavo scrivendo per altri e questo mi ha senz'altro influenzato, così come ha influito su di me lo studio e quello scrivere per altri, questo senz'altro. E' stato un ritardo originale, creativo in sostanza, ma l'arte da sola non può spiegarlo". Nel suo lungo cammino, ha incontrato "l'Uomo" nella sua vera accezione? "Si l'ho incontrato, senza fare nessuna scelta fra l'uno o l'altro, è stato solo un trasferimento dall'uno all'altro. Proprio questo rapporto ha avuto una grande influenza sulla mia persona. Anche quando scriviamo di altri, mettiamo sempre qualcosa elle altre persone, essi sono sempre presenti pur quando facciamo scritture autobiografiche. L'autobiografia contiene nascosta la vita degli altri. L'uomo e lo scrittore in particolare diventa comunicativo solo con chi è soggettivo, ci sono anche quelli remoti, estranei e ostili che hanno fatto delle scelte conflittuali, confessandoli hanno voluto colorarsi più variamente. Anche gli altri siamo noi, gli altri che ci toccano e ci graffiano incidendoci. In sostanza ne veniamo coinvolti in prima persona". Il sogno, quanto peso ha avuto nella sua vita? "In quest'età conclusiva è difficile poterlo dire. Tutto adesso ha un'altra dimensione, ma indubbiamente il sogno è inevitabile nella vita di ognuno di noi. Quando si è giovani, quando la vita incomincia, i sogni si contrappongono, uno è contraddittorio, avverso all'altro. La vita nuova che si sogna, in qualche misura, tocca tutto. Sono stato spesso attratto da qualcosa che non ho fatto, sogni diversi da quello che facevo e che avrei fatto. Oggi non posso considerare quei momenti come presenti, vado verso la conclusione di quei sogni, non escludo però che ce ne siano stati di importanti, ma, ripeto, adesso, nella conclusione della vita, non ricordo sogni tormentati e non realizzati". Mi piacerebbe sentirla parlare della famiglia, quella prima che lo ha visto figlio e l'altra che lo ha visto sposo, padre e nonno. "Sono stato un figlio amato. Ettore mio padre e Rosina mia madre. Mia madre era meravigliosa aveva saputo anticipare i tempi, aveva capito l'importanza del sapere, del conoscere e quindi della scuola. Nata in campagna a Serramanna una volta venuta a Cagliari iniziò a respirare da cittadina; volle la scuola per i suoi figli, di scuola poco nota al suo parentado, il quale dopo il suo esempio, imparò a conoscerla diffondendola agli altri parenti, donna dalle doti eccezionali. Un'altra persona ha segnato il mio cammino in modo forte e indelebile: nonna Enrica che, in realtà, nonna non era, ma una zia mai sposata, sorella di mio padre. Non usciva mai da casa, pensava a tutto, trascorreva parte del giorno dedicandolo alla lettura di quotidiani: l'Unione Sarda e Il Corriere della Sera. Zia Enrichetta, o meglio, zia Chetta, é forse la creatura che più ha influito sulla mia vocazione . L'ho visto prima di tutto nei suoi occhi, e senza rendermene conto, attraverso lei, ho conosciuto Cagliari, il quartiere di Castello, via Lamarmora, con i suoi nobili, borghesi e i popolani. L'altra famiglia: mia moglie Anna Maria, le mie figlie Carla e Ludovica, e i tre nipoti. I primi due, di Carla, hanno uno 33 anni e uno 31; l'altra, figlia di Ludovica, ha due anni e mezzo. Una bella differenza d'età, ho dovuto imparare di nuovo a fare il nonno con la piccola Enrica. Ci siamo sposati sessanta anni fa, (il professore ogni tanto si ferma e, quando non ricorda, chiede aiuto alla moglie). Su, Anna Maria, intervieni, racconta qualcosa tu adesso. "Ho lasciato Antonio sempre libero, non ho mai messo il naso nelle sue cose. Ho sempre cercato di essere discreta, attenta, premurosa. Una cosa abbiamo sempre fatto in comune e in sintonia: i viaggi. Viaggiare per il mondo mi ha sempre esaltato, entusiasmato. Ho scoperto paesi dell'Italia, come Barga, ad esempio, un paesino sopra Lucca con un teatro settecentesco riportato all'antico splendore negli anni 80, una bomboniera rossa e oro e quando il teatro era chiuso, andavamo dal custode chiedendo di farcelo visitare e qualche volta, ci accontentava. Ecco, la musica è stata ed è tuttora la mia passione, con lei sogno e volo con le ali delle romanze per trovarmi all'improvviso proiettata in quei luoghi, in quelle città e paesi poco prima visitati. Adesso mi viene in mente un altro teatro, "il Teatro del Giglio" frequentato dal grande Puccini. Quando era chiuso andavamo ugualmente a visitarlo e l'addetto alla sala ci faceva ascoltare dolci e immortali note del Maestro". Intanto Anna Maria sente il telefono squillare e si allontana. La sua, la nostra Cagliari e i Cagliaritani. "Cagliari la città "de is ventanas", questo era un particolare sociale; le finestre erano uno strumento di comunicazione. Distavano un metro e mezzo l'una dall'altra. "Is meris de domu" si raccontavano, qualche volta si accapigliavano, l'una sapeva dell'altra, non c'era allora la solitudine, il privato. Anche l'impresario costruiva con il pensiero della comunicazione. Oggi le finestre i balconi sono chiusi, non esiste più "sa gomai, sa bixina". Oggi c'è la privacy, oggi, purtroppo c'è la solitudine. Il balcone, oltre che a servire anche come mezzo di comunicazione, era un modo più suggestivo, serviva agli innamorati "po fastiggiai". Su fastiggiu avveniva senza voci, solo con la mimica; lui, lo sposo, per strada e lei, la, sposa al balcone o in sa ventana", sempre comunque controllati da qualcuno di casa". Mi vuol parlare del giovane Antonio Romagnino?. "Ho fatto la guerra in Africa settentrionale, ma quella guerra non avrei dovuto farla. Il Governo di allora aveva deciso che i Sardi si ritirassero nella loro regione per difenderla da eventuali attacchi anglo americani. Allora ero sottotenente e mi trovavo in Piemonte, il colonnello che comandava il reggimento mi chiamò per farmi rientrare subito in Sardegna. Entrai in polemica, chiesi e ottenni di partire per l'Africa. Fui catturato dagli Inglesi e consegnato agli americani e internato in una prigione nel cuore meno noto e più americano degli Stati Uniti. La prigionia durò due anni e mezzo, lì conobbi molti italiani di diverse regioni, lì imparai e mi educai alla democrazia e questo in sostanza lo devo agli americani e in fondo, alla mia prigionia. Certamente non è una cosa positiva l'essere imprigionato, ma quel periodo mi ha molto aiutato, è stato in un certo senso positivo: ho conosciuto l'America e prima ancora gli Italiani. Quando rientrai dalla prigionia, non potei avvertire mia madre. Sbarcai a Napoli e una volta giunto a Cagliari andai subito a casa in via Lamarmora. Bussai alla porta e quando lei mi vide, mi abbracciò dicendo in modo accorato: "fillu miu, fillu miu stimau, t'hapu salvàu is librus"! Aveva pensato ai libri durante quei tremendi bombardamenti. Aveva messo in salvo i miei libri. Questo ancora mi commuove..". Si è fatto tardi è quasi ora di pranzo. Il vento ha ripreso a far ondeggiare i rami degli alberi che si muovono con ritmo allegro e il cielo si è macchiato di grigio. Qui in questa stanza ho respirato aria di sapienza, di conoscenza: una fornita libreria, arredi sobri e di classe: un salotto fine ottocento, poltrone damascate, un caminetto spento, alle pareti quadri d'autore e in bella mostra, su un tavolino, cioccolatini e preziose ceramiche. Lascio a malincuore il professore e Anna Maria con un grazie per questa meravigliosa mattinata e con: ad atrus annus cun saludi e sempri cun Casteddu in su coru. Rosaria Floris
Ultima modifica ilSabato, 14 Gennaio 2017 20:31

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