"Hak, hukuk, adalet", diritto, legge e giustizia: la marcia non violenta in Turchia. Di Maurizio Ciotola

E'strano come la storia narrata e insegnata enfatizzi i momenti di rivoluzione violenta, il cui fallimento e inasprimento reazionario, ha costituito una regressione a volte ancor peggiore del progresso riformista auspicato. Ma la storia dell’umanità è costituita da cosiddetti punti di discontinuità attraverso i quali, comunque, si sono compiuti salti di paradigma, se non irreversibili, comunque non più reversibili nella loro interezza. Esistono però nella recente storia fatti incontrovertibili, che hanno determinato svolte irreversibili di ampiezza universale. Parliamo dei cambiamenti epocali determinati dai movimenti non violenti, dalle azioni portate avanti da leader capaci di mobilitare milioni di persone in concreti atti di disobbedienza civile, per vedere accolti e ratificate le richieste di giustizia nel rispetto dei diritti umani. Il Mahatma Gandhi, la "grande anima", senza mai imbracciare un solo “temperino”, nel pieno rispetto della controparte, che riconosceva, verso la quale non inveiva e soprattutto non si armava, ma a cui chiedeva giustizia, è riuscito a determinare l’indipendenza dell’India dal giogo oppressivo e colonialista degli inglesi. Non diversamente in epoca più recente, in quella che è definita la patria della libertà, gli stati uniti d’America, in cui però fino agli anni sessanta persistevano, leggi discriminatorie e razziste, Martin Luther King riuscì ad avviare una rivoluzione pacifica incentrata sul rispetto e la pace, mettendo al bando qualsiasi atto di violenza, nel richiedere giustizia nei confronti del popolo afroamericano discriminato e vessato. Nella Repubblica del Sud Africa, Nelson Mandela rinunciò alla violenza nel rivendicare i diritti umani dai quali, per volere delle istituzioni sudafricane, erano esclusi i neri. Dopo ventisette anni di carcere e sofferenza, riuscì a svegliare la coscienza della popolazione mondiale e le istituzioni dei Paesi da cui erano rappresentati, che si trasformò in pressione politica sulle istituzioni sudafricane, da cui scaturì la sua liberazione, prima, la ripresa di una leadership politica, la rinuncia allo scontro e la vittoria, dopo. In Sud Africa fu bandito l’apartheid. Il passo successivo e vincente, divenuto Presidente del Sud Africa, fu l’istituzione di una commissione di riconciliazione sociale, in cui si optò per il perdono anche nei confronti di chi si rese autore o complice di violenze efferate contro i neri. Una immensa vittoria umana, nel metodo e nella prassi politica, cui non ricordiamo precedenti nella storia dell’umanità. Oggi in Turchia stiamo assistendo ad un evento di portata analoga, grazie alla iniziativa di Kemal Kilsdaroglu leader del partito Chp di opposizione laica ad Erdogan, che il 15 giugno dopo l’arresto del deputato Enis Berberoglu, membro dello stesso partito, decise di dare vita ad una manifestazione non violenta di massa, riuscendo a trasformarla in uno straordinario atto di accusa contro Erdogan. Una marcia estranea ai partiti, in cui il tema dominante e principale è la giustizia: “adalet”. Le persone che fino ad oggi si sono unite in questa imponente marcia, cantano l’inno nazionale, altri canti e soprattutto scandiscono in coro :”hak, hukuk, adalet”, “diritto, legge, giustizia”. Il leader Kilicdaroglu dice: ”ci hanno tolto il Parlamento, ora cerchiamo giustizia nelle strade”. Ciò che sembrava impossibile, oggi è sotto gli occhi del mondo intero, di quelle ritratte e sonnecchianti istituzioni occidentali tese a trovare capi di accusa e poche risoluzioni, o di quei movimenti e partiti, che non sembrano dismettere la violenza dai loro programmi e principi. Attraverso la non violenza, che come abbiamo constatato non è utopia, ma una realtà incontrovertibile, popoli interi sono riusciti a riscattare la loro libertà, per accedere ai diritti cui venivano esclusi, rifacendosi ad una giustizia che non discrimina, ma include. Riuscendo a determinare svolte cui il principio guida è l’unione e la condivisione, il dialogo, non la guerra armata. Metodo e prassi che vorremmo fossero dominanti nell’azione politica occidentale, colta nostro malgrado, da una fibrillazione e una alterazione con cui pian piano si sta uccidendo la democrazia. Maurizio Ciotola

Turkia. Referendum: la spunta Erdogan di misura

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vince il referendum per l'attuazione delle modifiche legislative che di fatto conferiscono maggiori poteri al presidente turco. In verità il risultato non è stato schiacciante (51,3% contro il 48,7%) ma rappresenta comunque il segnale che Erdogan, nonostante tutto, gode ancora della maggioranza del consenso popolare. Analizzando in dettaglio l'esito delle votazioni, i risultati migliori per Erdogan arrivano dal nord del Paese e dai centri più interni. Nella capitale Istanbul, il risultato è positivo ma non esaltante mentre la sconfitta si è fatta sentire nei territori più a est del Paese e in quelli Curdi. In Germania e Olanda - Paesi con i quali la Turchia ha avuto uno scontro istituzionale - la maggioranza dei turchi residenti si è espressa a favore del Si e quindi a favore di Erdogan.

Olanda. I media europei bocciano la reazione di Erdogan

I principali media dell'Europa Occidentale sono tutti d'accordo nel bocciare il comportamento ostile del Governo Turco nei confronti dell'Olanda. Il divieto di ingresso del ministro turco Çavusoglu, non è stato digerito dal presidente Erdogan che, secondo i media europei, starebbe utilizzando l'episodio per cercare lo scontro, visto lo stop ai negoziati per l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. "Erdogan ha bisogno di munizioni per sparare all'Europa", così scrive l'autorevole Süddeutsche Zeitung. Il giornale tedesco giudica in maniera molto negativa le minacce e le offese della Turchia contro l'Olanda. Il francese Le Monde critica invece il proprio governo per aver consentito al ministro turco Çavusoglu - contrariamente a quanto fatto dai Paesi Bassi - di entrare in Francia per sensibilizzare la comunità turca sul referendum voluto da Erdogan. I giornali russi e l'agenzia di stampa TASS rimangono più neutrali, limitandosi a riportare la rabbia dei turchi senza esporre alcun giudizio sull'operato del Governo Olandese. Il britannico Times getta benzina sul fuoco, scegliendo di dare risalto al discusso leader della destra olandese, Wilders, rimarcando la sua intenzione di voler negare la doppia nazionalità ai 400.000 Turchi che vivono in Olanda. Negli Stati Uniti, The New York Times si concentra soprattutto sulle offese di Erdogan, mentre The Washington Post dedica un'approfondimento sul governo turco e sul suo presidente, affamato di potere.Intanto in Olanda proseguono le manifestazioni di protesta della comunità turca. In serata la centralla piazza DAM di Amsterdam è stata presa d'assalto da un fiume di manifestanti che poi si sono diretti verso il quartiere Bos en Lommer, tra i più popolati dai cittadini olandesi-turchi. Quanto accaduto rischia di incrinare irrimediabilmente i rapporti tra Turchia e Olanda, confermando ancora una volta che la proverbiale accoglienza e tolleranza degli olandesi ha, già da tempo, raggiunto il suo limite. Bisogna infatti tornare indietro al 2 novembre 2004, data che tutti gli olandesi ricordano per l'omicidio del regista Theo van Gogh, ucciso da un estremista islamico come ritorsione contro alcune immagini mostrate nel suo film Submission. Federico Cheri

Il Punto del Giorno. Turchia, i cittadini fanno fallire il golpe

Accettare un golpe militare in uno stato ove la democrazia è acquisita e praticata da anni, seppur con tendenze illiberali ed evidenti quanto debordanti azioni reazionarie, non potrebbe rendere quel paese migliore, sul piano democratico. I corpi militari prestano giuramento e fedeltà allo stato, alla Costituzione, costituiscono un organo al suo servizio, al nostro servizio, non potranno mai costituire uno strumento di controllo democratico in qualsivoglia paese ove la democrazia è vigente. Il controllo democratico di un Paese è svolto, oltre che dagli organi istituzionali preposti, dai cittadini che lo abitano. E in Turchia i cittadini, seppur stanchi e provati da una conduzione sui generis della democrazia vigente, da parte del presidente Erdogan e lo staff esteso che lo sostiene, ha ritenuto di opporsi ad una deriva senza ritorno, scendendo in piazza, bloccando i carri armati, mostrandoci la maturità democratica raggiunta da questa popolazione. L’Occidente attento non è rimasto indifferente, probabilmente intervenendo attraverso i servizi di cui è permeato quel paese, membro della Nato e non dell’Ue, come tutti gli altri paesi solidalmente legati da un accordo politico militare, di cui la Nato è il fulcro. Non amare Erdogan, non può condurci a patteggiare per un suo sovvertimento militare, calpestando le istituzioni democratiche e i cittadini. Erdogan e il suo staff non sono eterni sul piano democratico della Turchia, i cittadini troveranno il modo e l’agire per non rinnovargli la fiducia senza l’intervento non richiesto della forza militare. Maurizio Ciotola

Turchia. Esplosione ad Ankara: 86 vittime

Due potenti bombe sono esplose questa mattina in prossimità della principale stazione ferroviaria di Ankara. Il bilancio é tragico: almeno 86 vittime e circa 186 feriti. L'esplosione ha avuto luogo durante una marcia per la pace, alla quale partecipava anche il partito democratico. Un attacco che arriva a pochi giorni dalle elezioni nazionali, programmate per il primo novembre. La deflagrazione é stata talmente violenta, tanto da essere avvertita a notevole distanza presso diversi palazzi ospitanti degli uffici. Il numero delle vittime é provvisiorio e probabilmente soggetto ad aumentare.
Sottoscrivi questo feed RSS

Cagliari