Il ritardo politico degli Stati Uniti e della Francia. Di Maurizio Ciotola

È fuorviante pensare di vedere una novità nel penoso spettacolo che oggi ci offre quella ridotta democrazia cui è divenuta la Francia, con i suoi due candidati alla presidenza della Repubblica. Se facessimo un salto indietro al 1993, l’entrata in campo di Berlusconi con la sua Forza Italia, in unione con il parafascista Gianfranco Fini e la Lega di Umberto Bossi, potremmo constatare che le differenze con Macron e Le Pen sono di metodo, ma non di sostanza. Oggi Macron si contrappone alla parafascista e nazionalista Le Pen, in una corsa il cui esito non è ancora certo, mentre Berlusconi inglobò nella sua coalizione, in perfetto stile italiano e levantino, le forze nazionaliste ed estremiste, annullando nel tempo la prima, An, ed erodendo la seconda, la lega Nord. Anche negli Usa con venticinque anni di "ritardo" è stata smontata la contrapposizione classica dei partiti in campo per la loro affermazione. Trump è un Berlusconi peggiore, più insipiente e decisamente più pericoloso, ma non presenta nessuna novità. La trasformazione politica in corso oggi in Italia è distante da quello che, in ritardo, avviene nel contesto europeo e Occidentale. È il superamento di una stasi. È figlia di venticinque anni di assestamento derivante da quello che fu il mutamento del tessuto politico e sociale iniziato prima degli anni novanta. La Francia, gli Stati Uniti, oggi arrivano con un ritardo pluriventennale, che però avrà enormi conseguenze di inadeguatezza e asincronicità, per la loro specifica e voluminosa incidenza politica in campo internazionale. Il partito, l’insieme dei soggetti politici capeggiati da Macron, ha sì del populista, ma non solo. Cerca di restituire forza politica agli impulsi di una finanza cui necessita il supporto istituzionale, quello di una delle cinque potenze mondiali, per il suo agire sul versante globale. Ha la necessità di tale forza, politica e militare, per essere garantita nel suo moltiplicarsi, in contrapposizione e concorrenza armata a chi procede in modo analogo sui mercati ancora non cristallizzati. A differenza della Le Pen, che con identico e più verace esercizio retorico, illude il popolo a cui vende garanzie impossibili, con dei recinti ideologici e geografici, cui ritiene che solo con la forza militare riuscirà a tener saldi, senza capire che e questo sarà possibile, fortunatamente, solo per brevissimo tempo. Trump accomuna le tendenze isolazioniste e guerrafondaie di una nazionalista come la Le Pen e le mire di dominio finanziario del corpo economico da cui è sostenuto, non dissimile da quelle di Macron. Il Presidente degli Stati Uniti non intende cedere il passo ad una mutazione strutturale, economica sostenibile, verso cui inevitabilmente e fortunatamente il Pianeta sta orientandosi. E come in questi venticinque anni in Italia, cui un’idea di sinistra socialdemocratica è andata frantumandosi, scomparendo, per cedere il passo ad una alternanza politica di un centro conservatore con filature differenti, diremmo quasi folkloristiche, altrettanto accade in quella parte di Occidente cui solo la strutturazione istituzionale ha ritardato il suo decorso. Non dovremmo preoccuparci del mutamento politico in sé, quasi inevitabile, visto ciò che lo ha determinato, quanto del suo ritardo rispetto a un Paese come il nostro che lo ha già vissuto con grande sofferenza e che oggi si appresta a rottamarlo, in modo non indolore. E altresì dobbiamo invece seriamente preoccuparci per le ripercussioni contingenti, che registreremo nel contesto politico internazionale e in parte già viviamo, causate dall’indiscusso ruolo di questi due Paesi nello scacchiere internazionale. Maurizio Ciotola

Le testate nucleari non sono un deterrente, ma una minaccia per l’umanità. Di Maurizio Ciotola

Kim Jong-un è l’ennesimo dittatore tenuto in “vita” dai giocatori dello scacchiere internazionale, verso cui si è rivoltato nel momento in cui le stesse superpotenze hanno tolto lui il sostegno indiscusso. Ovvero nella rivisitazione geopolitica in corso, Kim, in quanto appartenete ad una dinastia e corpo reazionario cogente, non è più confacente al disegno pianificato, per Stati Uniti e Cina. La Corea del Nord si trova, similmente, di fronte a quelle che sono state le azioni avviate nel nord Africa, con la rimozione dei dittatori non più allineati, e a quanto è accaduto nel medio oriente a partire da Saddam Hussein e sta accadendo in Siria per Bashar al-Assad. In questa "richiesta" di abdicazione la differenza sta nella detenzione da parte della stessa Corea del Nord, di testate nucleari in grado di raggiungere gli Stati Uniti ed eventuali altri paesi circostanti e vicini. Kim, di fronte ad una eventualità di intervento del “gendarme mondiale”, non rinuncerebbe all’utilizzo dell’unico strumento attraverso il quale potrebbe comunque determinare la morte di alcuni milioni di americani sul suolo statunitense. E'uno scenario che abbiamo già visto in passato, di cui l’esempio più conosciuto fu il posizionamento delle testate nucleari sovietiche a Cuba. Con la differenza sostanziale che, il confronto diretto della minaccia nucleare in quel contesto è sempre avvenuta tra le uniche due superpotenze, in cui esercitavano un loro peso non solo i guerrafondai o i folli invasati. La Cina sta cercando di operare nel contesto coreano, per riuscire a disarmare il “grilletto” carico su cui preme il dito un Kim Jong-un, che intende "vendere cara la pelle". La contrattazione tra Cina e Corea del Nord è una trattativa diretta tra Cina e il dittatore coreano, che non è disposto a cedere il passo, ovvero fuoriuscire dal suo ruolo per rendere possibile l’accordo tra Cina e Usa sulla sua rimozione, nell’indifferenza russa. Una rimozione che non pregiudicherebbe l’esistenza della Corea del Nord e non avvierebbe una eventuale unione con quella del Sud, almeno nel breve e nel medio termine. Altresì sarebbe funzionale all’indebolimento del controllo russo su Pyongyang o più verosimilmente conforme ad uno scambio subito da Mosca, sull’opzione di controllo sulla Siria e Corea del Nord. Certo è che Kim Jong-un è solo, con tutto ciò che questo isolamento può comportare sul piano della pericolosità di una reazione convulsa e non auspicabile. Un contesto che fa riemergere alla cronaca la pericolosità degli armamenti nucleari, sul loro indiscusso carico devastante che sarebbe oggi, ma lo era già ieri, in grado di annientare la vita umana sulla Terra. Dobbiamo trarre da questi eventi la spinta e l’energia per riuscire a far mettere al bando, sul piano internazionale, l’utilizzo e il possesso delle armi nucleari, quali vero male assoluto per l’umanità. Maurizio Ciotola

Incalzanti venti di guerra. Un Occidente succube delle priorità statunitensi

Nessun premier di un Paese dell’Ue ha condannato l’intervento statunitense in Siria, se non per bocciare una inesistente politica estera del presidente in carica. Ci siamo così assuefatti all’intervento armato fuori dai nostri confini, per cui le banalissime dichiarazioni politiche concernenti queste discontinuità di una guerriglia continua, destano identica indifferenza. Il cosiddetto rappresentante della politica estera dell’Ue, la sig.ra Mogherini, ci pare che non riesca a far sintesi di un comune intento, sicuramente per le differenti posizioni dei paesi medesimi e altrettanto certamente per l’assenza di autorevolezza dell’on. Mogherini, che non è riuscita a cogliere ancora le differenze tra accademia e realtà. Ma noi Italiani, così animati da senso pietistico e dal pathos verso gli altri popoli, che da sempre ci ha contraddistinto per idea di umanità, in gran parte abbiamo ignorato le terrificanti parole del nostro moderato primo ministro, On. Gentiloni. Paolo Gentiloni, ha approvato l’intervento statunitense, come gli altri suoi colleghi europei, in virtù di una opinione unilaterale espressa dagli Stati Uniti sulle responsabilità di Assad in merito all’utilizzo del gas nervino, pur non essendo supportata da riscontri e per cui la stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu ha deciso di non intervenire militarmente. L’iniziativa degli Stati Uniti, non del solo Trump, ha disatteso, per l’ennesima volta, le regole internazionali, ponendo in mora la stessa autorevolezza dell’Onu, non meno della certezza di una valenza del diritto internazionale. Il mancato rispetto delle regole e l’inesistenza di conseguenze di fronte ad una corte internazionale, cui gli Stati Uniti non hanno mai aderito, consente a qualunque Paese guidato da folli dittatori o da democrazie dittatoriali, scusate l’ossimoro, di intervenire militarmente ovunque sul Pianeta, dove vengono lesi i propri interessi piuttosto che i diritti. Chi dice che Donald Trump è incapace di varare un disegno politico estero, ha probabilmente ragione ed è proprio per questo che il presidente statunitense, dopo la sua elezione, ha accolto tra i propri consulenti politici Henry Kissinger e il suo esteso e attivissimo staff. Quando pensiamo a Kissinger, i nostri ricordi volano al piano Condor, con il quale si è destabilizzata l’America latina e cui l’11 settembre del 1973, con il colpo di stato cileno per mano del generale Pinochet a danno del presidente Salvator Allende, ha costituito l’epicentro. L’instabilità del Sud America è durata per anni, cui sono seguite centinaia di migliaia di vittime innocenti. Il ricordo di Kissinger è legato anche, per quanto ci riguarda, in modo inverso a quello di Aldo Moro. Per la loro opposta idea politica nella gestione degli equilibri internazionali, del rispetto delle forme autoctone di rappresentanza e di azione, rigettate da Kissinger e accolte da Moro. Ricordiamo anche il disprezzo che lo stesso Kissinger aveva nei confronti di Aldo Moro, quest’ultimo capace di ampi disegni politici la cui intelleggibilità della trama, risultava possibile a pochi, ai soli destinatari, e incomprensibile agli oppositori, tra i quali risultava esserlo Kissinger. Di Aldo Moro nel nostro Paese non è rimasto più nulla, almeno per quanto riguarda la pratica politica, l’intelligenza attraverso cui il superamento degli ostacoli costituiva la priorità, non il loro abbattimento violento dalle ricadute incerte e difficilmente gestibili. Abbiamo bisogno di tessitori coraggiosi e autorevoli, non di lacchè o accademici sul libro paga di qualche polo editoriale o finanziario di turno, oltreché di una politica che ripensi il suo esistere in funzione di quelle che dovranno essere le prospettive future dell’intera umanità. Maurizio Ciotola
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