Africa. Di Maia Cortex

la sera per raggiungere l”house”, percorrevo sempre il sentiero che si affacciava sul mare del Golfo, in cui il puzzo di sostanze organiche putrescenti non era mai assente. capitava di inciampare sui sassi o altri corpi, in quella stradina disconnessa e buia, da cui intravedevo le mille luci della città unirsi a quelle delle industrie con le loro fiamme accese e rosse esuberanti dai camini. non ero la sola a passarvi la sera, con Alice e Clara qualche volta percorrevamo quei pochi chilometri in silenzio, raramente interrotto da qualche battuta sguaiata che adescava una risata. sorridere per rendere meno doloroso e schifoso il nostro lavoro, ogni notte, senza riposi, impossibile dopo una certa età. a volte l’odore del mare era inebriante, travolgente, trascinava nel sogno. riuscivo ad entrare fisicamente in quei mondi attraversati solo nelle letture, che alcuni pomeriggi riuscivo a fare, strappando via il tempo alla desolazione. venticinque anni compiuti ad agosto, da nove a battere, prima in alcune case di lusso, poi per le strade di una città in cui la doppia veste ipocrita e simil borghese costituiva la consuetudine. fino a due anni fa mi capitava di vomitare quasi dopo ogni rapporto. credo di essermi sbattuta con la quasi totalità dei notabili e dei politici della città, che apprezzavano i miei occhi e il loro contrasto con il colore della pelle. inizialmente venivamo portate alle feste notturne, passando per la “house” dove ci facevano indossare abiti di fine fattura, per esser poi condotte con dei furgoni nelle ville sul litorale o della città, in cui fino alla mattina successiva era richiesta la nostra prestazione. l’orgia era la pratica più ambita, ma la più costosa, anche se noi venivamo pagate solo pochi euro in più. nella villa sul colle, in cui venivamo portate almeno due volte al mese, questa prassi, differentemente dalle altre feste quasi mai sistematiche, era la consuetudine. quando partii alla ricerca della fortuna, di una vita migliore, che quella vissuta fino a quel momento mi pareva un inferno, l’anticamera della morte, non avevo ancora ben presenti le differenti sembianze di un inferno sempre mutevole, in cui il dolore ci tiene in vita per assaporare la sconfitta in punto di morte. del resto di venditori di illusioni l’umanità ne ha dispensato in ogni epoca, in qualsiasi momento. in alcuni casi attraverso il viandante che, inseguendo una meta riusciva a trascinarsi dietro seguaci di ogni sorta. in altri casi, attraverso una sistemica organizzazione strutturata, in cui rispondenza e adeguatezza, in profonda sottomissione, dispensano gioia e offrono salvezza alla stessa stregua di un falsario. non cercavo la salvezza, ma un modo di vivere meno doloroso e faticoso, soprattutto cercavo amore. le immagini rapiscono i nostri sensi, soggiogano la ragionevolezza quanto la riflessione, divenendo solo impeto e fuga dalla realtà conosciuta, divenendo una molla, che ci lancia verso una traiettoria sconosciuta per il raggiungimento di una meta migliore. così ci parve l’Europa, così immaginavo l’Italia, di cui i miei nonni raccontavano la sera in quelle catapecchie, che non erano più capanne e ancor meno edifici, ma orride costruzioni distrutte e rattoppate. distrutte dalle bande militari, che non rispondevano a nessuno Stato, a nessun fine politico, a nessuna idea, se non quella predatoria del momento che, il successivo, non riuscivano neppure ad immaginare. avevo tredici anni, forse, quando a Gelemsò arrivarono i combattenti di non so quale fazione del partito ribelle, e misero a ferro e fuoco la città. ci nascondemmo nel “buco”, scavato anni prima da mio padre sotto la nostra baracca, in attesa della notte più propizia per raggiungere il sentiero che ci avrebbe portato a Mechara o a Lik’ì. riuscirono a scovarci la sera stessa del loro ingresso a Gelemsò, e del resto non sarebbe potuto esser altrimenti, visto che, l’ottanta per cento dei suoi abitanti aveva un egual rifugio, una buca vera e propria, scavata sotto il pavimento per trovar riparo durante le frequenti scorrerie militari. nessuna truppa però prima di allora, oltre alle razzie veloci e superficiali, si concentrò in modo così pedante su ogni singola casa, svuotando i miseri contenuti per poi dargli fuoco. mia madre aveva appena trent’anni, morì sotto la violenza di un gruppo di sei o sette militi, che la stuprarono sistematicamente. vidi le sue lacrime farsi un tutt’uno con il sangue che dal suo corpo lacerato fuoriusciva. quando chiuse gli occhi non se ne resero neppure conto, continuarono imperterriti come se tra le mani avessero una bambola inanimata. cercai di fuggire, mi presero e, gettata mia madre fuori dalla baracca, iniziarono con me. un dolore inenarrabile, mi lacerarono la vagina e l’ano, e solo per una rappresaglia area di non so quale forza militare, riuscii a salvarmi, grazie alla loro immediata fuga. in pochi minuti Gelemsò fumante si ritrovò con i suoi cadaveri, un’ulteriore decimazione e le laceranti ferite lasciate sui vivi, che ancora non sapevano di esserlo. mio padre partito tre anni prima chiamato alle armi dal governo in carica e poi disperso. due mie sorelle più grandi raggiunsero Addis Abeba, mentre io e la mamma rimaste a Gelemsò, cercavamo di ricostruire o tenere viva una flebile fiammella di riferimento per una famiglia smembrata. usai la “buca” come fossa per seppellire il corpo violato e stupendo della mamma, tutt’intorno i riti erano più o meno identici. vidi una schiera di persone arrotolare le loro cose e incamminarsi sulla strada per Awash. gettai le ultime pietre ed in fretta e furia mi accodai, con i pochi stracci rimasti. non riuscivo a tenere il passo, per il dolore che sempre più si faceva violento. guardai per terra e le mie gambe, il sangue si depositava con crescente frequenza. sentii una mano sorreggermi, riconobbi Asabi. quando mi svegliai in una specie di giaciglio, vicino a tanti altri tra cui accorrevano uomini e donne, capii di esser finita in un ospedale provvisorio, da campo o qualcosa di simile. il dolore dei punti sulla vagina era terrificante. una volta al giorno mi davano un farmaco, che sembrava alleviare quei dolori, per riprendere dopo qualche ora con ugual intensità, se non superiore, almeno così avvertivo dopo quelle poche ore di tregua. in dieci giorni fui di nuovo in grado di stare in piedi, andai via e nessuno mi trattenne. stavo ad una ventina di chilometri da Awash, mi infilai nella carovana ininterrotta di fuggiaschi, che erano intenzionati ad arrivarci, intraprendendo quel cammino solitario. ritrovai Asabi e unimmo la nostra disperazione per superare quei tragici momenti, attraversati senza tutele e protezione, in balia degli eventi. eravamo soggette ad occhiate continue da parte di alcuni ragazzi deputati al reclutamento di prostitute, temevo la rapissero, perché lei quattro anni più di me era già donna. la notte ci rinchiudevamo in una baracca nella periferia a sud, che Asabi occupò appena giunta ad Awash. non potevamo vivere a lungo in quel modo, con la continua paura di esser rapite e portate via su quei camion, che la notte si fermavano ai bordi del paese. dopo alcuni mesi di angoscia notturna, il via vai di soldati e bande armate terminò. la notte non si udivano più sparatorie ai margini del paese o le urla delle ragazze rapite. la vita sembrava aver ripreso a scorrere nel suo alveo abituale, arido e doloroso, polveroso e meschino, in cui però si insinuava un filo di speranza. dopo due anni Asabi prese marito, ed ebbe il primo figlio, io entrai a far parte della sua nuova famiglia. il compagno, suo coetaneo, giunse anche lui ad Awash, orfano e solo, qualche mese dopo di noi ed iniziare il cammino per una nuova vita. Ammar, questo il suo nome, era molto bello, a me piaceva, gentile e affettuoso. Asabi comprese che anche io piacevo a lui, ma non fece niente e non disse mai nulla. fu una mattina in cui Asabi con il fanciullo sulle spalle, uscì alle quattro per andare a lavorare nei campi insieme alle altre donne, mentre io a servizio presso la famiglia dell’autorità governativa etiopica nella città di Asawi, riuscivo a dormire un’ora in più. Ammar, si alzava sempre con Asabi, e usciva alcuni minuti dopo di lei. non quella mattina però. io avevo compiuto sedici anni, già completamente formata e fisicamente a mio agio, avevo sempre modo di farmi desiderare dalla gioventù di Asawi. in alcune occasioni anche da Ammar. lui mi vide seminuda sul letto, e nel fingermi addormentata mi rigirai facendo emergere l’intero corpo nudo. sentii i suoi passi, mi voltai con un sorriso. facemmo l’amore in un modo che non ho avuto più modo di vivere, per la gioia e quel senso di pienezza che, l’unione dei nostri corpi riuscì a darmi. nel silenzio ci alzammo e con discrezione senza mai guardarci negli occhi, ognuno di noi uscì per andare a lavorare. fu un gioco che durò, non in modo continuativo, per alcuni mesi, fino a quando Asabi, intuì, senza aver mai la certezza. e una mattina, nel totale mutismo di Ammar, mi disse che era giunta l’ora di trovarmi un marito, perché da loro non potevo più restare. lo guardai, si alzò ed uscì da quella piccola baracca di quattro o cinque metri per cinque in cui, dormivamo e mangiavamo, dove lui faceva l’amore con la moglie alla sera e con me alla mattina. raccolsi ancora una volta i miei quattro stracci, giacché non ho avuto mai nulla di più, e uscii per andare a lavoro. chiesi al maggiordomo se potevo dormire per qualche giorno lì, alla casa del sindaco. non mi disse di si, ma non negò la possibilità. compresi che, la concessione necessitava di un pagamento, uno scambio di cui mi fu subito chiara la natura. non vi rimasi pochi giorni. mi fu concesso un ripostiglio ove a stento riuscivo a sdraiarmi per dormire e per cui avrei dovuto “pagare” l’affitto, mensilmente, poi settimanalmente, fino a dover sottostare a richieste che rasentavano la quotidianità. erano già trascorsi tre anni dalla morte di mia madre, dalla fuga da Gelemsò, da quella violenza, che non mi abbandonò mai. in quei tre anni la guerriglia aveva preso vie differenti, ma era pur sempre presente, sotto altre forme di abusi. da pochi mesi avevano istituto una corsa settimanale con un autobus diretto ad Addis Abeba. partiva alle quattro del mattino del martedì. ci pensai in modo sempre più ricorrente. decisi la notte del lunedì, dopo l’ennesimo abuso, il pagamento dell’affitto. scelsi di liberarmi da quella servitù e la notte sognai Addis Abeba, bianca e luminosa, gentile e gioiosa. alle quattro con i miei stracci salii sull’autobus, ma non compresi l’entità di quella decisione, di cui mi sfuggiva l’orizzonte e che in realtà non vedevo. avevo solo sentito parlare di Europa. un’Europa, una terra fertile e sicura, di un’Italia, di cui nonna mi raccontava, ove l’acqua scorreva in ogni casa, dove il cibo era reperibile ovunque in grandi quantità. vidi quell’Europa, quell’Italia, nelle tv ad Addis Abeba, nei bar in cui mi affacciavo per chiedere un pezzo di pane, che nessuno mi ha mai dato gratis. non riuscivo più a stare in un Paese violento e sudicio, in cui la povertà dilagava quanto la violenza. attraversai quella che gli europei chiamano Africa, la terra in cui sono nata e in fin dei conti, a cui appartengo. giunsi nella Cirenaica libica, dove si diceva vi fosse una porta diretta per l’Europa. alcuni incominciarono a portare fuori dai gruppi dei fuggiaschi, le donne, quelle più giovani, le più belle. mi trovai insieme a una ventina di ragazze, più o meno della mia stessa età, ma nessuna di loro era etiopica. si avvicinò un tipo cui gli altri militari, al suo passaggio, facevano largo. mi afferrò toccando ogni parte del mio corpo, per poi farmi spogliare, scattò più di una foto con il telefonino. dieci minuti dopo mi ritrovai sulla sua jeep e condotta a casa sua. mi lavarono e vestirono, con una piccola valigia e pochi vestiti, fui condotta all’aeroporto di Bengasi. la sera stessa giunsi a Roma, come una viaggiatrice qualsiasi. mangiai di tutto. mi dissero che, all’aeroporto di Roma mi avrebbero preso in carico degli amici. la mattina successiva giunsi in un posto dove altre ragazze come me venivano curate e massaggiate, una specie di ospedale, che ricordava quelle immagini viste in tv dove le signore europee passavano gran parte del loro tempo. questo mi fece credere la tv. tutte insieme a metà giornata fummo condotte in una specie di mensa dove c’era cibo in abbondanza. fui avvicinata e portata in una stanza che compresi esser la mia, un bagnetto, un armadio e la tv. non credevo ai miei occhi. in quarantotto ore la mia vita era cambiata in un modo sconvolgente, grazie all’Europa, all’Italia. c’era anche un orologio e un telefonino nella stanza, alle 18 bussarono, entrò una signora e un’interprete che traduceva in etiopico le sue parole. capii che, alle 20, dopo essermi vestita con uno degli abiti presenti nell’armadio mi sarei dovuta recare al piano terra. da li su un furgone ci avrebbero portato ad una festa in una villa romana. avrei dovuto tenere compagnia a chi la richiedeva, sorridere sempre, senza mai rifiutare le persone che si sarebbero avvicinate. questo fu il mio nuovo inizio a sedici anni, che nel passaporto si trasformarono in diciotto. adesso a venticinque anni, in una sorta di semi-libertà che comporta i disagi del vivere in un ghetto, da cui ogni giorno devo condurmi alla “casa” per lavorare, vomito ogni giorno. ogni tanto in quella passeggiata solitaria, al buio con la luce delle stelle, mi sembra di vedere mia madre. la sento accanto ogni giorno e ci sono i momenti in cui desidero raggiungerla. spero sempre che, il giorno in cui mi concedo per l’ennesima volta, sia l’ultimo, ma dopo questa illusione passeggera mi riportano alla “casa”, da dove al mattino presto in senso inverso, ripercorro quello stesso sentiero in cui l’odore del mare forza le mie narici e percorre il mio corpo, ridestandolo dal torpore. questa mattina è intenso e forte, piacevole, a maggio è sempre così. non ricordo che giorno è oggi, ma non importa. sfilo gli indumenti e li poso con calma, piegandoli in ordine, mettendo affianco le scarpette in tela ancora nuove, un regalo della mia vicina. l’acqua è fresca e in quel punto il fondale pare sia particolarmente profondo. un cartello lo dice: <>, ma tante altre volte ho visto ragazzi tuffarvisi. li imitai desiderando vestirmi della loro giovialità e desiderandoli, decisi. tre, quattro cerchi concentrici su quella superficie ancora piatta, non increspata dal vento, quello stesso vento che in Sardegna tutto spazza. alcune bollicine e il silenzio interrotto dal lento rifrangersi dei piccolissimi flutti. quasi in contemporanea il vento incominciò ad alzarsi, ad incalzare, portando sul suo dorso il nobile odore di una donna etiope, di quell’erede dell’umanità generata, da cui nei secoli è stata umiliata e rifiutata. Maia Cortex

La Grande Carneficina, 1915-1918. Di Maurizio Ciotola

Dopo cento anni dal termine di una grande carneficina, in cui i nazionalismi posti al confronto, hanno mandato al macero milioni di uomini per spostare una linea di confine di qualche chilometro, al fine di detenere il possesso di un ulteriore lembo di terra, più rossa che verde per il sangue versato, fa comprendere quale sia il grado di inciviltà e bestialità, che hanno animato e animano il vivere della società. La grande guerra, quella del 1913-18, a cui l’Italia prese parte nel 1915, è la penultima guerra mondiale, che vede quegli stessi Paesi, che hanno poi partorito le democrazie in una gestazione secolare, sacrificare in modo disumano la popolazione chiamata a difendere l’onore di un regnante, piuttosto che le libertà dei cittadini di quella nazione. Per me, la Grande guerra è quella descritta dalle sue fila da Emilio Lussu in “Un anno sull’Altipiano”, ovvero l’esasperazione della stupidità, animata dall’autoritarismo privo di merito e capacità. È quella dove gli austriaci alzandosi in piedi dalle loro trincee, senza paura di esser colpiti, chiedevano ai soldati italiani di fermarsi con quegli “assalti” senza esito, in cui venivano falcidiati dalle loro mitragliatrici. È la guerra che, giunta al dicembre del 1917, a Natale, sospese la belligeranza in nome di una fraternità riconosciuta tra i soldati, tra quegli uomini, padri di famiglia o figli di una famiglia, che uscirono dalle loro trincee per scambiarsi cibo e doni. Un legame umano da loro avvertito, che andava ben oltre l’appartenenza ad una nazione e le disumane volontà di un ceto dominante. Su quegli uomini non più intenzionati a combattere, agì la repressione autoritaria e fascista (in nuce) del loro stesso Comando, che al rifiuto di riprendere i combattimenti, rispose uccidendoli, falcidiando i figli di quella stessa nazione per cui tutti combattevano. La Grande guerra, come tutte le guerre, è stata la distruzione di quel senso di umanità, la soppressione delle libertà individuali, delle loro coscienze. Non vi è nulla che di quei lunghi cinque anni, tre per noi italiani, può essere festeggiato. Ma il ricordo di quell’immane tragedia deve esser tenuto vivo, in ogni momento. La memoria della follia omicida e distruttiva del comando militare, di quello politico, del ceto dirigente di quegli anni, che poco dopo ci condurrà alla seconda e ancor più tragica follia, non deve venir mai meno. il 4 novembre cade la ricorrenza della fine di quel tragico eccidio proteso nel tempo e ragionato negli anni, cinque lunghi anni. il 4 novembre non può costituire il giorno di festa delle nostre forze armate, perché non è stata una vittoria sulla follia, ma una vittoria della follia omicida. "Il generale impiegava molte definizioni. Egli le conosceva a memoria. Io risentii, ancora una volta quella della vittoria con relativa manovra dei nervi. Ma l’intelligenza costituiva il centro del discorso. Il generale s’abbandonava all’improvvisazione: - Un’intelligenza limpida, solare, come la luce di questa giornata radiosa, in cui gli atomi infiniti danzano in divino accordo, come io vorrei danzassero gli ufficiali della mia divisione, nei giorni di battaglia - il discorso, spesso diveniva rapido. Il generale non aveva appunti scritti e parlava a braccio. – Un’intelligenza per la quale è sufficiente una minuscola chiave per aprire una grande porta; una parola per afferrare il significato d’un ordine, un’intuizione per comprendere, subito, di primo acchito, un fatto sconosciuto. Per esempio… - Il generale s’era arrestato. Egli aveva visto uno scavo semicircolare, fresco, che coronava un cocuzzolo, mascherato di frasche, lontano da noi un centinaio di metri, lungo una delle linee di resistenza del settore. – Per esempio… Che è quello scavo? È necessario averlo costruito per sapere che cosa sia? No, o signori, non è necessario. Non occorre chiederlo. Basta vederlo. Si presenta da sé. Si intuisce. Che cos’è? È un’appostazione di mitragliatrice.– Il generale si muoveva come un prestidigitatore che, fatta uscire una colomba da una rosa, attenda dagli spettatori, la meraviglia e gli applausi. L’aiutante maggiore del 2° battaglione, il professore di greco, era troppo scrupoloso per lasciar passare, senza un’osservazione, quella ch’era un’inesattezza. Il suo battaglione era riserva di brigata ed egli conosceva bene il suo settore. L’esattezza, innanzi tutto. Egli fece un passo avanti e disse: - Permette, signor generale? - Dica pure, - rispose il generale. – Per la verità, signor generale, per la verità, non è una appostazione di mitragliatrice.- - E che cos’è? - - Una latrina da campo. – Fu un brutto momento per tutti. Il generale tossì. Anche qualcuno di noi tossì. La conferenza era finita", da “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu, cap. XX. Maurizio Ciotola

Regionali 2019, consuntivi e progetti. Intervista all’On. Alessandra Zedda

On.le Alessandra Zedda, da Capogruppo di FI come giudica l’azione di opposizione svolta in Consiglio, durante questa legislatura oramai al termine? E' sempre stata unitaria? "La nostra opposizione è stata sempre chiara, coerente e in alcuni casi molto dura, in altri decisamente costruttiva. Molto dura nei casi di proposte illegittime, che avrebbero potuto essere impugnate per rilievi dalla Corte Costituzionale o dallo stesso Governo. Come poi è avvenuto nei confronti della legge di stabilità regionale, impugnata dalla Corte Costituzionale, un fatto mai avvenuto prima ed unico nella storia della Regione sarda. L’opposizione è sempre stata unitaria, nella minoranza abbiamo sempre lavorato congiuntamente, e i singoli voti non coerenti con una decisione unitaria, hanno riguardato aspetti secondari delle norme in votazione". Andrete alle prossime elezioni con una composizione diversa della coalizione? "La delimitazione della nostra coalizione rientra nei termini di un centrodestra canonico, a cui si vuol dare una maggior qualificazione di identità sarda. Non nei termini di sardismo, di sovranismo, autonomia o specificità. Dovranno essere consolidati alcuni rapporti con il Governo, in particolare in merito alla partita sul riconoscimento di insularità, da cui si declinano tre canali fondamentali, quello sulla sanità, sui trasporti, sull’innovazione, per i quali la Sardegna non può essere paragonata a nessuna regione italiana. Riteniamo importante l’apertura alle liste civiche, intesa come un apporto del valore aggiunto, in cui le stesse liste siano portatrici di proposte e non di semplice proteste, e tanto meno, come un sistema volto a svuotare altri partiti". Avete sistematicamente operato in dissenso sull’operato della Giunta Pigliaru, è stato sempre necessario? "Avremmo voluto approvare qualcosa dell’operato di questa Giunta. Pur essendoci in alcuni casi astenuti, su temi quali riforma sanitaria, trasporti e crisi del comparto industriale del Sulcis, non abbiamo potuto astenerci. Sull’urbanistica hanno fatto una figuraccia, non ha retto l’unione politica e non hanno reso un buon servizio alla Sardegna. Un esito inevitabile visto che la legge discussa era un coacervo tra la pianificazione paesaggistica e quella urbanistica, mentre la Sardegna ha evidente bisogno di una nuova legge in merito". E'ancora possibile pensare ad una rinascita industriale in Sardegna? "La mia visione di Sardegna industriale parte da una certezza e confermo la necessità della presenza dell’industria, ma questa deve deve essere seria, sicura, pulita e innovativa. Parlo di industria perché la Sardegna con le sue produzioni di alluminio, zinco, rame, oro e argento, serve all’Italia, è la fucina d’Italia. Per quale motivo dobbiamo chiudere queste realtà? E'invece necessario potenziarle, anche se questo non sembra essere nei progetti e nella visione politica del nostro Paese, priva di una vera e propria strategia industriale da almeno trent’anni, con una consistente perdita del made in Italy. La mia Sardegna deve smetterla di chiedere soldi al Governo, per poi dirottarli su multinazionali pseudo-pubbliche. Basta con il progetto Matrica, piuttosto che quello di Enel nel Sulcis o dello sfruttamento delle dighe idroelettriche. Dobbiamo intervenire su uno sviluppo di Sardegna che contempli l’industria, ma deve essere avviata una politica fiscale quasi in autonomia. Non aiuti dallo Stato, ma ragionamenti sui punti di fiscalità. ci sono tutti gli elementi perché in Sardegna si sviluppi una piattaforma innovativa sul piano tecnologico. Nella piana di Ottana, insieme al filone industriale ancora attivo, è plausibile ipotizzare lo sviluppo di una “Silicon Valley”. Ma come posso pensare di portare le imprese ad investire, se i trasporti non esistono e se non è contemplata un’agevolazione fiscale?" Ha parlato di Matrica negativamente, perché? "Per Matrica abbiamo partecipato alla sua nascita, io come assessore all’industria. Oggi non si va avanti perché si sta aspettando la conversione, ma Novamont ha deciso di non investire più. Non sono mai stata convinta del progetto Matrica dai cardi in su. Avrei riconvertito diversamente il polo industriale di Portotorres. La Sardegna del nord è quell’area in cui il turismo deve costituire il principale motore economico. Sarebbe stata l’occasione per buttare giù tutto e ripartire, ma questo doveva avvenire vent’anni fa. Oggi, l’industria nel nord Sardegna dovrebbe essere azzerata per valorizzare l’intera costa e il suo entroterra, partendo dalla Costa Semeralda e dalla Costa Paradiso, passando per Stintino, Alghero e giungere a Bosa. un polo in cui dovranno svilupparsi le tre attività cardine, turismo, agricoltura e pesca. Al sud esistono realtà produttive come la Saras, il polo di Portovesme, con multinazionali intenzionate a restare in Sardegna, che però devono rendere di più e meglio. La partita delle accise noi non dobbiamo giocarla con la Saras, ma con il Governo centrale, su altre prospettive. Certo, l’ideale sarebbe immaginare la Sardegna come Gran Canaria, con le conseguenti agevolazioni fiscali, ma se esistono attività industriali operanti, attive e produttive, perché devo smantellarle? Nella Sardegna Centrale il polo innovativo può coesistere con il rilancio delle industrie esistenti. Nel Sulcis una migliore integrazione tra il polo industriale esistente e il turismo è possibile, ma solo in quella parte attiva, perché anche nel resto del Sulcis il turismo deve porsi al centro dello sviluppo economico. Il tutto deve però necessariamente passare per una defiscalizzazione, attraverso un modello unico e pilota in Italia, sostenuto dal potenziamento delle infrastrutture materiali e immateriali". Cosa pensa della fiscalità di vantaggio e della zona franca? "Si alla zona franca, alla fiscalità di sviluppo, e di conseguenza alla modifica dell’imposizione Irpef, Iva ed Irap, ma non in modalità erga omnes. Devono essere individuati i settori di intervento e di sviluppo, su cui vogliamo puntare. Se la scelta è il turismo non possiamo continuare ad avere un IVA al 22%". Non abbiamo ancora risolto il problema della continuità territoriale e quello sulle compagnie, che operano per metterci in continuità con il mondo, qual è la sua idea? "Sulla continuità territoriale devo considerare almeno cinque punti di congiunzione con la Penisola. Sulle compagnie ho un mio pensiero, prima di tutto deve esistere una contrattazione con lo Stato, chiarire i percorsi, magari rinunciare anche a dei contributi pubblici, non certamente alle entrate e agli accantonamenti, ma soprattutto puntare sulla fiscalità. Con la modifica dell’art. 12 dello Statuto, possiamo riscrivere la parte dello sviluppo economico, con un nuovo piano di rinascita, in chiave moderna e non su tutto: una Sardegna con un’identità innovativa e green. il rapporto con l’Ue per le compagnie deve basarsi sugli articoli specifici del trattato europeo, che ha consentito alla Germania di riequilibrare la parte est e quella ovest al momento della ricongiunzione. L’Italia non ha mai scelto di fare un ragionamento analogo per il Sud in genere e per le sue due isole, Sardegna e Sicilia. nella tipologia per cui il Sud e il ri-equilibrio insulare devono essere trattati diversamente. Victor Huckmar, lo studioso delle zone franche, rilevò per la Sardegna tutti gli indici, che hanno consentito ad altre zone franche di diventarlo, quali infrastrutture, densità abitativa, Pil, situazione logistica, morfologica ed energetica". Perché non è stato avviato ancora un piano serio delle bonifiche ambientali? "Per quanto riguarda le bonifiche dobbiamo attrarre le imprese già all’avanguardia in questo settore ed investire sulla formazione. Magari riuscendo a richiamare capitale esterno, quindi italiano, oltre quello estero. Per rendere un’idea, il Mater Olbia non costituisce la mia massima aspirazione di investimenti esteri nella nostra Sardegna". Possiamo accettare ancora questa grande incidenza delle servitù militari sul nostro territorio? "Le servitù militari sono un problema irrisolto, l’approccio tra Stato e Regione è quello del “corteggiamento”, della concessione. Ma siamo giunti ad un punto per cui bisogna prendere strade diverse o giungere ad un matrimonio. Per noi quelle zone, oggi soggette a servitù, sono quelle da cui si può e si deve ripartire con il rilancio". La riforma sanitaria la ritiene fallimentare nel suo complesso? "La riforma ha fallito alla base, mancano i servizi territoriali di base. Inoltre ha fallito sotto il profilo fondamentale, ovvero nel centrare gli obiettivi di qualità ed efficienza nel settore di salute e welfare, che costituiscono, insieme all’istruzione, il settore principale per la vita e sicurezza dei cittadini. invece di chiudere 260 posti letto, ne hanno chiuso 980 e re-inventato 720. Questo metodo di lavoro ha generato una confusione, che ha consentito l’incremento del numero di incarichi di dipartimento e per le unità complesse di primo livello, generando più costi. A S.Gavino, ad esempio, esistono reparti con cinque posti letto, ed una conseguente proliferazione di costi. Hanno avvantaggiato gli amici degli amici, come è successo per lo smantellamento della chirurgia plastica del Brotzu, disattendendo la missione della stessa rete ospedaliera". Lo sport costituisce un’attività cardine sul piano sociale, qual è la risposta della Regione? "Lo sport è una delle azioni di welfare. La ritengo la prima azione dopo la scuola. Deve stare al fianco della scuola. La Regione aiuta finanziariamente le organizzazioni sportive, ma bisogna “sburocratizzare” il sistema. E'necessario trovare delle formule snelle per far giungere più finanziamenti alle società sportive. sia per quanto riguarda l’attività giovanile, che per le trasferte e la partecipazione ai campionati. Deve ritornare il concetto dello sport nelle scuole in una formula di interazione con le società sportive. A Cagliari, al Cep, Don Matzeu ed Ermanno Iaci, costituiscono l’esempio di come lo sport deve essere interpretato e trasferito ai giovani". Quattro donne in Consiglio Regionale (Daniela Forma, Anna Maria Busia e Rossella Pinna) hanno compiuto un grande lavoro in questa legislatura. "Quello per cui abbiamo lottato in tante, dentro e fuori dal Consiglio, e approvato da tanti, a partire dalla legge elettorale sulla doppia preferenza di genere e la legge, e quella a supporto delle violenze subite e dei figli delle vittime di femminicidio, di cui sono prima firmataria, ha misure uniche in Italia. E'la prima legge che interviene in modo organico, sperando di riuscire a dare un reale contributo per attenuare le conseguenze di questi atti di violenza. la violenza però non dipende da una legge, ma soprattutto da interventi con progetti di educazione affettiva per i giovani. Per quanto riguarda la doppia preferenza di genere, speriamo essa determini un significativo incremento di donne in Consiglio Regionale, aumentando così, sensibilità e qualità delle proposte. La sensibilità è stato l’elemento cardine, che ci ha differenziato in questi anni sul piano politico, unitamente al pragmatismo, che costituiscono caratteristiche tipicamente femminili". Vi è la possibilità di candidare una donna alla presidenza della regione? "Si, è il momento di candidare una donna alla presidenza della Regione e questo costituirebbe un grande segnale attraverso cui esprimere la voglia di condividere con le donne l’attività politica. In ogni caso no ad una donna per forza". La Lega/Psd’Az costituiranno i vostri alleati alle prossime elezioni regionali? "Si, l’alleanza con la Lega/Psd’Az è nelle cose ed è importante". Qual è il futuro di Forza Italia? "In questo momento sono preoccupata perché FI sta perdendo quel punto di riferimento che ha costituito per le imprese, per i cittadini liberi, che hanno creduto nel nostro partito e nel suo presidente, Berlusconi. FI resta comunque un patrimonio di conoscenza, di valori, di capacità nell’assumere un ruolo guida, di pianificazione e programmazione, nel governare. Lo dimostriamo nelle regioni del nord, lo abbiamo dimostrato nella città di Cagliari, lo dimostriamo ad Olbia, a Selargius e a Oristano. Costituiamo, in queste roccheforti, l’esempio della partecipazione alla vita politica e sociale della gente. Dico, senza presunzione, che FI ha gli uomini in grado di farla rinascere e nel momento in cui il populismo verrà meno, quando vi sarà necessità di mettere in campo proposte e soluzioni, non solo proteste, FI sarà presente per riprendere la strada interrotta del riformismo liberale. Potrà cambiare il suo nome o il suo leader, ma la classe dirigente cresciuta e formatasi al suo interno, costituirà sempre un corpo politico unitario. Il ricambio all’interno della dirigenza del partito ci ha condotto allo sviluppo di un lavoro di squadra, non di un “uomo” solo al comando. Premesso che è indiscutibile ed assodato che il leader è il Presidente Berlusconi, l’auspicio è quello di individuare per il futuro un leader in grado di affiancare il Presidente, ed ovviamente capace di rappresentare i moderati, cattolici e liberali". Forza Italia e Sardegna, in che termini ipotizzate il futuro? "La Sardegna potrà costituire la “casa” da cui partire per mettere in atto il progetto di rilancio del partito. Da qui possiamo ripartire affinché si affermi il processo identitario, basato sulla sovranità dei cicli della vita: acqua, rifiuti, energia, innovazione e trasporti. solo se noi saremo autonomi in questi cinque settori, svolteremo e daremo un futuro diverso alla Sardegna". Maurizio Ciotola

Regionali 2019, consuntivi e progetti. Intervista all’On. Anna Maria Busia. Di Maurizio Ciotola

On.le Busia, siamo alla fine del mandato, quali sono le sue valutazioni sull’operato complessivo della Giunta Pigliaru? "Non è un parere positivo, rispetto alle premesse fatte inizialmente sulla sanità e la sicurezza, intesa anche come stabilità delle tutele e delle riforme, la carenza è evidente. Guardi, io ho votato contro la riforma sanitaria, per ciò che concerne l’istituzione dell’Ats e la riorganizzazione della rete ospedaliera. In merito ai trasporti la questione è più complessa, non risolvibile solo dalla Regione sarda, ma sicuramente si sarebbe potuto fare diversamente e di più". Il suo partito, il Centro Democratico, alle prossime elezioni regionali, ha già scelto di far parte di una coalizione? "Nel mio partito il dibattito è aperto, a livello personale ho una mia idea. Certo è che, qualsiasi confronto non potrà che avvenire sul piano programmatico. in quanto alle coalizioni, mi pare che al momento nel centro destra i confini sembrano più definiti. Nel centro sinistra pare invece vi sia poca chiarezza. Non è stata ancora definita un alleanza possibile tra eventuali soggetti politici. Non sappiamo se vi saranno delle primarie per la scelta del candidato alla Presidenza, anche se abbiamo una proposta in campo, quella di Massimo Zedda. L’unica cosa certa è che, per ora, Zedda non ha sciolto la riserva. In ogni caso la sua candidatura e il suo programma deve essere frutto di una condivisione e ritengo che debba essere in evidente discontinuità rispetto a quanto fatto finora dalla giunta regionale. Nell’ambito dei diritti delle donne, lei ha scritto e consentito il varo di una legge nazionale sugli orfani per femminicidio ed è riuscita, insieme alle sue colleghe, a far convergere la Commissione Autonomia sulla doppia preferenza di genere. Si ritiene soddisfatta? "In Consiglio siamo solo quattro donne (Alessandra Zedda, Daniela Forma, Rossella Pinna, ndr), ma devo dire che insieme, pur appartenendo a partiti e coalizioni differenti, abbiamo lavorato all’unisono, con determinazione, riuscendo ad ottenere oltre alle leggi da lei citate, altri risultati importanti. Tra questi, il riconoscimento di un contributo economico per le donne che hanno subito violenza. La possibilità di ricevere un alloggio popolare e una mobilità al fine di allontanarsi dai luoghi ove si è consumata tale violenza, fino al riconoscimento del diritto allo studio dei figli attraverso un assegno. Ma c’è da fare ancora un lungo percorso, culturale ancorché legislativo". Per quanto concerne la riforma sanitaria, ha espresso il suo diniego con il voto contrario in Aula. La riforma poteva essere articolata diversamente, come? "Mi sono espressa contro, perché ho ritenuto inadeguato l’accentramento in un unico soggetto gestionale della sanità regionale, e ho proposto una soluzione che prevedeva tre macroaree, attraverso cui sarebbe stato possibile essere più vicini e più presenti sul territorio. In merito alla rete ospedaliera, prima di procedere ad una sua riorganizzazione, si sarebbe dovuto attendere, rassicurare la popolazione, garantire l’assistenza sul territorio, rendere percepibile la sicurezza di una assistenza sanitaria. Sa che cosa significa sul piano della tranquillità per un anziano, e non solo, sapere che c’è un presidio medico ospedaliero in grado di garantire un’assistenza sanitaria vicino al paese in cui abita? Il DPCM concedeva margini più ampi alla nostra Regione Autonoma, che non si sono voluti sfruttare appieno. Il sistema delle emergenze-urgenze non è ancora avviato, è partito solo il servizio con gli elicotteri. Ma poi, mi scusi, abbiamo i dati, vi sono continue rimostranze da parte dell’intera popolazione, non certamente di facinorosi. Le pare possibile un così ampio rifiuto? E'possibile relegare, con una evidente superficialità tali rimostranze riducendole ad un mero rifiuto della riduzione dei primariati, come ha sostenuto l’Assessore Arru?" Il centro dell’Isola, i suoi paesi, si svuotano di continuo, come pensa sia possibile frenare l’esodo? "Attraverso la capacità di offrire i servizi necessari per una coabitazione, quali scuole, presidi medici, strade, trasporti. Una comunità è tale perché sente che, attraverso l’unione degli individui da cui è formata, riesce a proteggersi e vivere con maggior senso di sicurezza, ma se ad essa sono sottratti i servizi in grado di garantire la loro stessa esistenza, la comunità si disgrega, inevitabilmente, ricercando altri luoghi in cui quei servizi e quelle sicurezze sono garantiti". L’industria manifatturiera, metallurgica e chimica, mineraria, sembrano aver fallito, restituendoci centinaia di ettari compromessi sul piano ambientale. In vent’anni non si è vista una seria operazione di recupero. Perché la Regione, oltre alle parole, è sempre stata alla finestra? "La terra, la nostra madre Terra è stata oggetto di inquinamento plurimo e costante, non solo da parte delle industrie, ma anche sul piano militare..." Sui poligoni, parleremo a breve, ma come mai non è stato varato un piano per le bonifiche ambientali, capace di far nascere imprese in grado di generare un know how spendibile anche altrove? "Potrei pensar male, ma è sicuro che vi sono state incapacità evidenti nel tempo. Ad esempio pensiamo alla vicenda Ati Ifras, con uno stanziamento di 25 milioni di euro l’anno dal 2001, per non ottenere alcun risultato in termini di bonifiche ambientali. C’è da dire che questo spreco di denaro è stato interrotto da questa maggioranza, ed è una vicenda in cui ho dato il mio convinto contributo". La commissione d’inchiesta Parlamentare sull’uranio impoverito, presieduta dal Sen. Gian Piero Scanu, ha evidenziato aspetti sottaciuti e non conosciuti sull’esercizio svolto dalle forze armate nei poligoni sardi. La Regione ha evitato di impugnare quel grande lavoro svolto dalla commissione, perché? "L’Isola da un contributo significativo, enorme, per la sicurezza Nazionale, un impegno che non è riconosciuto. E la riduzione delle servitù esistenti non può essere disattesa dallo Stato, nell’ovvia comprensione che, tale disponibilità non può essere azzerata, almeno nell’immediato. Dobbiamo andare oltre la “pacca sulle spalle” come purtroppo è avvenuto. Di fronte a fatti e tematiche, come l’ambiente, la salute, la sicurezza, non vi possono essere posizioni equivoche o appena accennate, ma di evidente intransigenza, nette, e questa posizione non ha contraddistinto la giunta Pigliaru". Tra le candidature alla Presidenza della Regione, ancora una volta non sembrano esserci delle donne, fatto salvo per la Lega/Psd’Az, che sembra orientata a candidare Ines Pisano, magistrato di origini sarde del Tar del Lazio. "Chiunque occupa una posizione difficilmente è aperto a nuovi ingressi. In secondo luogo, vi è l’incapacità di guardare alle donne come possibili governanti della Regione. E non mi pare che all’interno delle coalizioni e dei partiti, si stia discutendo della candidatura di una donna alla Presidenza della Regione. Non viene neppure contemplato. Forse, e qui mi spingo oltre, visti i risultati positivi raggiunti recentemente dal piccolo gruppo di donne in Consiglio, in un vero team coeso, grazie a cui siamo riuscite a centrare diversi obiettivi, potrebbe far paura una guida femminile capace di concentrarsi su questioni universali e ovviamente trasversali, privi di interessi di parte". In questo sempre più incerto futuro politico, intende proseguire il suo impegno e candidarsi? "La decisione sulla candidatura è legata alla discussione sui programmi, in merito a ciò che si deve fare per la Sardegna, in linea con quanto ho espresso rispondendo alle sue domande". Maurizio Ciotola

Caro Beppe. Di Maurizio Ciotola

Caro Beppe, è comprensibile il tuo sdegno, come quello di tanti cittadini italiani di fronte al degrado politico in essere, ma ti chiediamo perché devono essere usati paragoni con altre situazioni umane di grande sofferenza, quanto di assoluta e integra felicità, cui le persone cosiddette “normali” non riescono più a vivere. Come non darti ragione su quanto denunci in merito al comportamento disumano che, tanti scienziati dell’economia e della politica, impongono alla popolazione in nome di una ideologia o di una dottrina scientifica, che rimuove le esigenze umane dai suoi enunciati. Ma come possiamo essere d’accordo con te quando, paradossalmente, equipari queste bestialità umane, questo esercizio dottrinale condotto con cognizione dai tanti, dai troppi esseri umani, che rinnegano l’umanità, al comportamento di persone la cui intrinseca umanità è ridondante, ancorché speciale. Perché caro Beppe, chi è affetto da autismo, contiene ed esprime una infinita quantità di emozioni, la cui qualità non è da molti di noi avvertita a causa di quella riduzione percettiva, sensoriale, cui le dottrine e una scolarizzazione mai assimilata determinano. Probabilmente non era tua intenzione riversare del fango e delle offese nei confronti di chi appare diverso, in questo mondo di normalizzati, ma non possiamo accettare in questo periodo di eccessi, privi di umanità e ragione, associazioni improprie finalizzate ad rendere altisonanti gli inaccettabili comportamenti, di una classe dirigente disumana e normalizzata. Divenuta classe dirigente, appunto perché normalizzata, nella rinuncia individuale e volontaria di qualsiasi umanità, in cambio del potere reso loro disponibile. Ed è qui caro Beppe, che è a nostro parere necessario focalizzare l’attenzione, sulla sostituzione della classe dirigente appunto, perché anche in questo avvicendamento inevitabile, la nuova o seminuova classe, che strattona per subentrare, non si normalizzi in egual o peggior misura della precedente. I segnali sono tanti, troppi e se è vero che, in questo Paese storicamente diviso tra due fazioni ideologiche, e del loro fantasma in questi ultimi trent’anni, divorando ed aggredendo qualsiasi posizione laica, non è detto che, in questa rivoluzione globale, la popolazione del nostro Paese, non più acefala, decida di scegliere finalmente la libertà, una laica e umana libertà, che vuole porre al centro l’essere umano rifiutando gli eccessi. Il tuo intervento, come quello delle fazioni in disgregazione, non meno dei partiti xenofobi in azione, si colloca perfettamente nel binario finora seguito da quegli agglomerati politici moribondi, che hanno negato l’umanità in nome delle dottrine a cui si sono ispirati e per le quali hanno condotto al disastro e alla morte milioni di persone. Sento di essere più contiguo ad una persona a cui è stato diagnosticato l’autismo, che a tanti esseri umani definiti “normali” seduti in Parlamento o nella Commissione Europea, alla Casa Bianca o al Cremlino, tra i banchi della magistratura e quelli dell’università, tra le forze armate, quelle dell’ordine e tra gli indifferenti comuni o a persone par tuo che, in un eccesso di incoscienza e delirio di onnipotenza, compari chi è privo di umanità a dei campioni di umanità. Maurizio Ciotola

Salario minimo e reddito di cittadinanza versus carità e clientele. Di Maurizio Ciotola

Qualsiasi tentativo volto a non rendere più necessaria la carità o la concessione clientelare, è destinato al fallimento in un Paese ostile a laicità e legalità. Ci siamo sempre chiesti perché una società, in un determinato territorio ove condivide usi e costumi, culture ed aspirazioni, nel focalizzare una idea comune, cerca di renderla concreta istituendo una organizzazione che chiamiamo Stato. In epoche illiberali e reazionarie, ovvero tutte quelle antecedenti le grandi rivoluzioni sociali di cui l’Occidente è stato artefice e testimone, lo Stato, meglio il Regno o l’Impero, costituivano l’organizzazione attraverso la quale una classe dominante esercitava il suo potere a discapito di una popolazione priva di diritti e obbligata a servire. In questo contesto, parte del clero si è inserito affiancando tale classe egemone da cui otteneva il diritto di esercitare altrettanti abusi a discapito del popolo, concedendo in cambio indulgenze e coperture politiche, mascherate attraverso il velo religioso di cui era interprete indiscusso. A dire il vero, non sempre e non tutti in entrambe le organizzazioni, quella del regno e del clero, hanno esercitato con abusi il loro ministero, seppur in divergenza dalla maggioranza corrotta. Quando le rivoluzioni armate hanno sovvertito il potere di classi decotte e consolidate, grazie alla guida di borghesie colte e stanche di subire quel dominio da parte di una classe ignorante e supponente, quella stessa borghesia è subentrata al potere istituendo Stati, modificando il sistema politico per optare verso apparenti e moderati regimi democratici. I fatti storicamente registrati e asetticamente analizzati, mostrano una indubbia alternanza al potere e qualche conquista sociale, seppur marginale e tante volte solo ideale. Ci vorrà la prima e poi la seconda guerra mondiale, in contemporanea alla rivoluzione industriale, per mutare radicalmente consapevolezza e partecipazione alla politica nei Paesi democratici, da parte di quelle classi meno agiate per riuscire a pianificare interventi statali perequativi e produttivamente assistenziali. Fu l’avvento della socialdemocrazia nei paesi a regime capitalista in contrapposizione a quelli comunisti in cui vigeva il regime socialista. Gli Stati più o meno efficientemente, sembrarono assumere il significato proprio inscritto in quel “contratto sociale”, richiamato da Rosseau, che dovrebbe essere ricordato ancor oggi da tanti, dai più. Ma le organizzazioni sociali non presentano un unico schema attraverso cui l’agire politico determina un solo esito o esiti predeterminati. Qualsiasi scienziato sociale lo sa perfettamente, e così anche in quegli spazi politici retti da sistemi democratici o così definiti, il potere di pochi tende sempre a prevalere su quello dei tanti, soggiogandolo attraverso una egemonia, nell’accezione gramsciana del termine, ma con finalità totalmente ribaltate. La redistribuzione del reddito e l’assistenza socio-sanitaria, può avvenire attraverso il diritto riconosciuto per legge, con un accesso diretto e non mediato. Oppure, come purtroppo in molti casi e nello specifico del nostro Paese accade, tale riconoscimento od esclusione può avvenire attraverso una mediazione socio culturale, organizzativa, che costituisce un organo di potere superiore al legislatore e alla popolazione medesima, nonché in ultimo, il fautore e gestore di un sistema clientelare. Parimenti, tale esclusione, reale origine di evidenti sacche di povertà, più o meno visibili, consente la profusione caritatevole nei confronti di quegli “esclusi”, appagando nel contempo, sul piano della pietas caritatevole, quegli stessi responsabili esercitandola e che, coscientemente, ne sono causa. La gestione della povertà quanto quella del degrado sociale o dell’emarginazione è essa stessa un business, un arricchimento per i tanti, “delegati” dallo Stato ad assolvere tali funzioni, senza alcun controllo degno di esser chiamato tale. La dignità dell’essere umano, sancita internazionalmente dai diritti umani e in Italia dalla Costituzione, che attende ancora da settant’anni la sua piena applicazione, è anche strettamente legata alla capacità di accesso ai beni essenziali, in grado di render possibile la dignità del vivere. Una capacità, che ogni individuo in un sistema capitalistico acquisisce attraverso il suo reddito, più o meno capiente, ma necessariamente sufficiente. Un’incapacità o incapienza, ovvero assenza di quel reddito minimo, provocata o determinata scientemente, consente l’esistere della povertà, su cui la carità organizzata e le associazioni sociali, quanto quelle sindacali intervengono come attori del business. Uno Stato che rispetta il contratto sociale, incentrato sulla solidarietà tra i sostenitori del patto medesimo, non può e non deve consentire in alcun modo l’esistenza della povertà e dell’esclusione sociale di quella parte della popolazione. Una via perseguibile attraverso una perequazione reddituale, ovvero attraverso la riduzione della forbice di quella sperequazione da anni fuori dal controllo, non può non passare anche attraverso il riconoscimento del salario minimo e del reddito di cittadinanza. La massimizzazione dei profitti delle aziende in genere, ma soprattutto delle tante, che prima erano controllate dallo Stato e ancor oggi continuano ad operare in una sorta di monopolio mascherato, ha imposto espulsioni e riduzioni significative del personale addetto al loro ciclo produttivo, riducendo i servizi al minimo consentito, con oneri generali sempre più crescenti. Una ciclicità economica interrotta allo scopo di garantire obiettivi avulsi a qualsiasi senso di Stato democratico, genera una sperequazione, povertà e involuzione democratica. La risoluzione non sarà immediata, tanto meno semplice e altresì non potrà incarnare quei modelli sociali perseguiti nel novecento, cui oggi una classe politica ignorante e decotta vorrebbe reiterare. Prescindendo da un modello dirigista dell’economia, dovrà necessariamente tutelare gli individui, cresciuti per consapevolezza e conoscenza, investire nell’istruzione di base, ed orientarsi verso il ritorno di una nuova socialdemocrazia ispirata ai diritti umani, di cui la dignità dovrà costituire il valore supremo e universale. Maurizio Ciotola

Labbra. Di Maia Cortex

Quando l’intensità dei passi aumentava, capiva. La cena era terminata. Seguiva sempre un andirivieni. Udiva i rumori disordinati delle stoviglie nel lavello. Staccava l’orecchio dalla parete e correva verso la finestra del balcone, per guardarla. Lei usciva, lentamente e con metodo, osservava tutt’intorno e dopo aver fatto volare le poche briciole rimaste sulla tovaglia, rientrava. Era l’unico momento della giornata in cui lui aveva modo di osservarla da vicino, senza il timore di esser visto. Seguiva le linee del suo corpo, il viso, i capelli. Fino perdersi con lo sguardo su quel seno identico a tanti altri. poi le braccia in cui si perdeva sfiorandole con lo sguardo. Rafforzava la memoria già viva di quell’immagine con cui giocava nei suoi sogni. Integrava e completava ciò che non vedeva, con fantasie erotiche e dolci. Negli istanti successivi, dall’appartamento proveniva il rumore duro e secco dei passi del compagno. si avviava verso l’uscio, per la sua discesa serale. senza spostarsi dalla finestra volgeva lo sguardo in basso, lo vedeva mentre attraversava il cortile, sempre in diagonale, saltava le aiuole con il sacco dell’immondezza in mano. Non rientrava subito, da un po’ di tempo aveva preso a cronometrare quei tempi, si erano allungati, fino a venti, trenta minuti, senza una specifica costanza. Il suo rientro spesso era accolto da un vociare di lei, incalzante, aspro, fino a sfociare in un litigio, quasi tangibile attraverso l’esigua parete, che separava i loro appartamenti. Seguivano silenzi, più o meno lunghi, mai uguali nella durata. dopo qualche minuto la chiamava, spostandosi verso di lei nella sala da pranzo. lui per udire meglio seguiva quei momenti origliando con maggiore attenzione i loro movimenti. Le parole scambiate divenivano meno tese. ancora qualche silenzio. poi iniziavano le risate, alterne, e il gioco. si rincorrevano per le stanze, fino a quando non sentivo la loro spalliera urtare contro la parete facendo vibrare i miei quadri. Il rumore non terminava e i loro gemiti mi distruggevano. Ero travolto dalla idea di lei e dalla sua voce, appropriandomi nell’immaginario di quell’amplesso. Gli ingressi separati dei due palazzi contigui, rendevano rari i loro incontri. Capitava, qualche volta, il vedersi da marciapiedi opposti, lui intento ad uscire e lei nel rientrare,ma solo una volta lui entrò e da dietro i vetri del portone, cercò di osservarla da vicino. vide poco più che una sagoma offuscata dal vetro, incolore ed inodore. Oltre alle braccia e il viso, a quel seno fermo, il resto era frutto di ricostruzioni immaginarie, percezioni. Quella sera mi fu chiaro, che sarei potuto andare oltre quando vidi nel cortile il suo compagno con il sacco dell’immondezza in mano e il telefono nell’altra. Venti, forse trenta minuti. un tempo sufficiente per ciò che pensava di compiere. I loro balconi distavano tra loro poco più di un metro. il cornicione rasente al muro avrebbe potuto ospitare un piede piccolo, ma sulla sua tenuta non c’era da contarci. Lei aveva contornato la ringhiera di vasi fioriti, saldamente ancorati. Le luci del cortile non giungevano al quinto piano e il buio in parte gli era complice. Spense la luce, uscì sul balcone, rapidamente guardò le finestre dei palazzi a contorno e saltò. Riuscì agevolmente, adesso la vedeva attraverso il vetro della finestra, seduta in penombra sul divano, impegnata in una lettura distratta. Gli parve ancora più bella e attraente delle sue immaginazioni. Spinse la finestra e si trovarono l’uno di fronte all’altra, lui eretto e in subbuglio, lei sdraiata e sbigottita. Per circa trenta secondi restarono nel silenzio ad osservarsi. - Cosa vuoi? - Le disse - Vederti...- Rispose troncando la frase. - Lo hai fatto ogni sera..., con attenzione...- rispose lei. - Si ma non sentivo il tuo odore.- Rispose percependo una variazione sul suo viso. - Adesso rientra ed è armato. Quasi sempre lo è. - Lo so - asserì fingendo di conoscere quel particolare, che gli era sfuggito. Non riusciva a rendersi conto di quanti minuti eran passati da quando Lo vide attraversare il cortile. Forse cinque, più probabilmente dieci. Lei lo guardò e si alzò tremante, per andare lentamente verso il frigo. Portò fuori una bottiglia d’acqua fresca. c’era un’afa esasperante quella sera. Sciacquò un bicchiere che giaceva sul fondo del lavello e lo riempì. Era verde, zigrinato, ruvido al tatto delle labbra. - Vuoi?- Disse allungando il braccio. - No, grazie, non sono qui per questo...- Rispose con un sorriso. Dopo aver bevuto o forse solo bagnato le labbra per refrigerarsi, disse: ..anche se volessi...il giorno in cui lo deciderò, diverrà quello della mia fine... - Qui sei già morta,... muori ogni giorno... - Può darsi. Ognuno di noi sceglie la sua vita e la sua morte. - Hai scelto? ... hai scelto tu? le disse freddamente. - ...in parte, si... Dal cortile giunse il rimbombo della chiusura del portone. -E' lui... disse irrigidendosi -...Ha finito la sua conversazione telefonica...- aggiunse lui con sarcasmo. -...Mi dirà che domattina dovrà andare in servizio, ovviamente su richiesta del suo capo...oramai avviene quasi ogni sabato.- - Due minuti e sei altrove, due minuti e rimetti in libertà tutta la tua vita...un istante per decidere...- indicò la finestra con lo sguardo. Si staccò dal tavolo a cui si era appoggiata, raggiungendolo fino a sfiorarlo, il suo odore ed i fremiti erano identici, come vent’anni prima, lo tradivano, attraendola ancor di più. Fece scivolare le sue labbra su quelle di un uomo tremante e si avviò verso la finestra. L’ascensore era in moto, pochi istanti ancora. Scomparve nel balcone e saltò. Udì il tonfo. Corse e la vide riversa sul cemento del cortile. La serratura della porta incominciò a muoversi, saltò. Continuò a guardare quel corpo dal suo balcone. I capelli mascheravano la sorgente di quella crescente chiazza scura su cui si adagiavano. Le finestre incominciarono ad aprirsi, il vociare e poi le urla. Il compagno uscì sul balcone, cercò di capire e un istante dopo vide il corpo di lei. Incominciò ad urlare. Corse giù. Intorno al cadavere nel cortile vi era già una folla che osservava, un signore, forse un medico, si inginocchiò posandole due dita sul collo. Volse lo sguardo indietro verso gli altri senza lasciare dubbi. Non scese, rientrò nel suo appartamento. Anche lui era armato. Sentì le sue labbra, la loro sensuale irregolarità e premette il dito sul grilletto. Maurizio Ciotola

Massimo Zedda e le prossime Regionali. Di Maurizio Ciotola

Un’amministrazione civile e democratica di fronte all’ipotesi per cui una piazza, quella del Carmine a Cagliari, si riempie oltre misura di persone per la presenza del WiFi free, non spegne il servizio, ma decide di moltiplicarlo per le vie e le piazze dell’intera città, riducendo gli affollamenti. Spegnere questo servizio, in uso in tante altre metropoli europee, con lo scopo di allontanare ed emarginare chi non possiede una casa e ovviamente l’abbonamento domestico, non trova alcuna coerenza con le originarie idee di una sinistra, che ha portato questo sindaco a governare la città. Queste sono misure adottate dalle dittature, in sé reazionarie e discriminatorie, che non colmano il digital divide, ma lo acuiscono agendo su una divisione di censo, che è figlia di quest’Occidente oramai proiettato verso la sua fine. Il Sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, ha voluto testare il consenso popolare e locale rispetto a delle misure, che potrebbero costituire il profilo della sua prossima campagna elettorale per le Regionali, con lo scopo di sottrarre consenso ai leghisti/Sardisti e accattivarsi quelle del centrodestra. Del resto Zedda sa che la sua riconferma a Palazzo Bacaredda è stata possibile grazie a quegli stessi sardisti, quanto alla borghesia reazionaria, che della Città di Cagliari custodisce e gestisce gli affari. E se Zedda sarà il candidato unico del “centrodestrasinistra” alle prossime regionali, deve necessariamente dare dimostrazione esplicita ed evidente di questa sua intolleranza, volta alla chiusura piuttosto che all’apertura e all’accoglienza civile. Del resto anche l’utilizzo dei figli degli agenti della polizia locale per denunciare i vandalismi notturni dei maleducati di tutte le età, ci fa comprendere che, per questo sindaco, come per tanti altri, la repressione piuttosto dell’investimento nell’educazione, costituisce il metro e la cifra della sua amministrazione. Il tendere verso questa inclinazione retrograda e repressiva, cui l’attuale sinistra sembra aver deciso, condurrà le forze politiche, che in essa si riconoscono, a scomparire, estinguersi, per transitare d’un colpo in una destra conservatrice pronta a sospendere la democrazia in una forzata emergenza. Adottando il metro suddetto, che se volete ha contraddistinto in parte i mandati del Sindaco di Cagliari in modo sempre più crescente, Zedda potrebbe riuscire sicuramente a far scomparire la coalizione di centrosinistra, assestando definitivamente il colpo fatale, dopo il pianificato avvio al suicidio già vagliato dalla giunta Pigliaru. Maurizio Ciotola
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