Salario minimo e reddito di cittadinanza versus carità e clientele. Di Maurizio Ciotola

Qualsiasi tentativo volto a non rendere più necessaria la carità o la concessione clientelare, è destinato al fallimento in un Paese ostile a laicità e legalità. Ci siamo sempre chiesti perché una società, in un determinato territorio ove condivide usi e costumi, culture ed aspirazioni, nel focalizzare una idea comune, cerca di renderla concreta istituendo una organizzazione che chiamiamo Stato. In epoche illiberali e reazionarie, ovvero tutte quelle antecedenti le grandi rivoluzioni sociali di cui l’Occidente è stato artefice e testimone, lo Stato, meglio il Regno o l’Impero, costituivano l’organizzazione attraverso la quale una classe dominante esercitava il suo potere a discapito di una popolazione priva di diritti e obbligata a servire. In questo contesto, parte del clero si è inserito affiancando tale classe egemone da cui otteneva il diritto di esercitare altrettanti abusi a discapito del popolo, concedendo in cambio indulgenze e coperture politiche, mascherate attraverso il velo religioso di cui era interprete indiscusso. A dire il vero, non sempre e non tutti in entrambe le organizzazioni, quella del regno e del clero, hanno esercitato con abusi il loro ministero, seppur in divergenza dalla maggioranza corrotta. Quando le rivoluzioni armate hanno sovvertito il potere di classi decotte e consolidate, grazie alla guida di borghesie colte e stanche di subire quel dominio da parte di una classe ignorante e supponente, quella stessa borghesia è subentrata al potere istituendo Stati, modificando il sistema politico per optare verso apparenti e moderati regimi democratici. I fatti storicamente registrati e asetticamente analizzati, mostrano una indubbia alternanza al potere e qualche conquista sociale, seppur marginale e tante volte solo ideale. Ci vorrà la prima e poi la seconda guerra mondiale, in contemporanea alla rivoluzione industriale, per mutare radicalmente consapevolezza e partecipazione alla politica nei Paesi democratici, da parte di quelle classi meno agiate per riuscire a pianificare interventi statali perequativi e produttivamente assistenziali. Fu l’avvento della socialdemocrazia nei paesi a regime capitalista in contrapposizione a quelli comunisti in cui vigeva il regime socialista. Gli Stati più o meno efficientemente, sembrarono assumere il significato proprio inscritto in quel “contratto sociale”, richiamato da Rosseau, che dovrebbe essere ricordato ancor oggi da tanti, dai più. Ma le organizzazioni sociali non presentano un unico schema attraverso cui l’agire politico determina un solo esito o esiti predeterminati. Qualsiasi scienziato sociale lo sa perfettamente, e così anche in quegli spazi politici retti da sistemi democratici o così definiti, il potere di pochi tende sempre a prevalere su quello dei tanti, soggiogandolo attraverso una egemonia, nell’accezione gramsciana del termine, ma con finalità totalmente ribaltate. La redistribuzione del reddito e l’assistenza socio-sanitaria, può avvenire attraverso il diritto riconosciuto per legge, con un accesso diretto e non mediato. Oppure, come purtroppo in molti casi e nello specifico del nostro Paese accade, tale riconoscimento od esclusione può avvenire attraverso una mediazione socio culturale, organizzativa, che costituisce un organo di potere superiore al legislatore e alla popolazione medesima, nonché in ultimo, il fautore e gestore di un sistema clientelare. Parimenti, tale esclusione, reale origine di evidenti sacche di povertà, più o meno visibili, consente la profusione caritatevole nei confronti di quegli “esclusi”, appagando nel contempo, sul piano della pietas caritatevole, quegli stessi responsabili esercitandola e che, coscientemente, ne sono causa. La gestione della povertà quanto quella del degrado sociale o dell’emarginazione è essa stessa un business, un arricchimento per i tanti, “delegati” dallo Stato ad assolvere tali funzioni, senza alcun controllo degno di esser chiamato tale. La dignità dell’essere umano, sancita internazionalmente dai diritti umani e in Italia dalla Costituzione, che attende ancora da settant’anni la sua piena applicazione, è anche strettamente legata alla capacità di accesso ai beni essenziali, in grado di render possibile la dignità del vivere. Una capacità, che ogni individuo in un sistema capitalistico acquisisce attraverso il suo reddito, più o meno capiente, ma necessariamente sufficiente. Un’incapacità o incapienza, ovvero assenza di quel reddito minimo, provocata o determinata scientemente, consente l’esistere della povertà, su cui la carità organizzata e le associazioni sociali, quanto quelle sindacali intervengono come attori del business. Uno Stato che rispetta il contratto sociale, incentrato sulla solidarietà tra i sostenitori del patto medesimo, non può e non deve consentire in alcun modo l’esistenza della povertà e dell’esclusione sociale di quella parte della popolazione. Una via perseguibile attraverso una perequazione reddituale, ovvero attraverso la riduzione della forbice di quella sperequazione da anni fuori dal controllo, non può non passare anche attraverso il riconoscimento del salario minimo e del reddito di cittadinanza. La massimizzazione dei profitti delle aziende in genere, ma soprattutto delle tante, che prima erano controllate dallo Stato e ancor oggi continuano ad operare in una sorta di monopolio mascherato, ha imposto espulsioni e riduzioni significative del personale addetto al loro ciclo produttivo, riducendo i servizi al minimo consentito, con oneri generali sempre più crescenti. Una ciclicità economica interrotta allo scopo di garantire obiettivi avulsi a qualsiasi senso di Stato democratico, genera una sperequazione, povertà e involuzione democratica. La risoluzione non sarà immediata, tanto meno semplice e altresì non potrà incarnare quei modelli sociali perseguiti nel novecento, cui oggi una classe politica ignorante e decotta vorrebbe reiterare. Prescindendo da un modello dirigista dell’economia, dovrà necessariamente tutelare gli individui, cresciuti per consapevolezza e conoscenza, investire nell’istruzione di base, ed orientarsi verso il ritorno di una nuova socialdemocrazia ispirata ai diritti umani, di cui la dignità dovrà costituire il valore supremo e universale. Maurizio Ciotola

Labbra. Di Maia Cortex

Quando l’intensità dei passi aumentava, capiva. La cena era terminata. Seguiva sempre un andirivieni. Udiva i rumori disordinati delle stoviglie nel lavello. Staccava l’orecchio dalla parete e correva verso la finestra del balcone, per guardarla. Lei usciva, lentamente e con metodo, osservava tutt’intorno e dopo aver fatto volare le poche briciole rimaste sulla tovaglia, rientrava. Era l’unico momento della giornata in cui lui aveva modo di osservarla da vicino, senza il timore di esser visto. Seguiva le linee del suo corpo, il viso, i capelli. Fino perdersi con lo sguardo su quel seno identico a tanti altri. poi le braccia in cui si perdeva sfiorandole con lo sguardo. Rafforzava la memoria già viva di quell’immagine con cui giocava nei suoi sogni. Integrava e completava ciò che non vedeva, con fantasie erotiche e dolci. Negli istanti successivi, dall’appartamento proveniva il rumore duro e secco dei passi del compagno. si avviava verso l’uscio, per la sua discesa serale. senza spostarsi dalla finestra volgeva lo sguardo in basso, lo vedeva mentre attraversava il cortile, sempre in diagonale, saltava le aiuole con il sacco dell’immondezza in mano. Non rientrava subito, da un po’ di tempo aveva preso a cronometrare quei tempi, si erano allungati, fino a venti, trenta minuti, senza una specifica costanza. Il suo rientro spesso era accolto da un vociare di lei, incalzante, aspro, fino a sfociare in un litigio, quasi tangibile attraverso l’esigua parete, che separava i loro appartamenti. Seguivano silenzi, più o meno lunghi, mai uguali nella durata. dopo qualche minuto la chiamava, spostandosi verso di lei nella sala da pranzo. lui per udire meglio seguiva quei momenti origliando con maggiore attenzione i loro movimenti. Le parole scambiate divenivano meno tese. ancora qualche silenzio. poi iniziavano le risate, alterne, e il gioco. si rincorrevano per le stanze, fino a quando non sentivo la loro spalliera urtare contro la parete facendo vibrare i miei quadri. Il rumore non terminava e i loro gemiti mi distruggevano. Ero travolto dalla idea di lei e dalla sua voce, appropriandomi nell’immaginario di quell’amplesso. Gli ingressi separati dei due palazzi contigui, rendevano rari i loro incontri. Capitava, qualche volta, il vedersi da marciapiedi opposti, lui intento ad uscire e lei nel rientrare,ma solo una volta lui entrò e da dietro i vetri del portone, cercò di osservarla da vicino. vide poco più che una sagoma offuscata dal vetro, incolore ed inodore. Oltre alle braccia e il viso, a quel seno fermo, il resto era frutto di ricostruzioni immaginarie, percezioni. Quella sera mi fu chiaro, che sarei potuto andare oltre quando vidi nel cortile il suo compagno con il sacco dell’immondezza in mano e il telefono nell’altra. Venti, forse trenta minuti. un tempo sufficiente per ciò che pensava di compiere. I loro balconi distavano tra loro poco più di un metro. il cornicione rasente al muro avrebbe potuto ospitare un piede piccolo, ma sulla sua tenuta non c’era da contarci. Lei aveva contornato la ringhiera di vasi fioriti, saldamente ancorati. Le luci del cortile non giungevano al quinto piano e il buio in parte gli era complice. Spense la luce, uscì sul balcone, rapidamente guardò le finestre dei palazzi a contorno e saltò. Riuscì agevolmente, adesso la vedeva attraverso il vetro della finestra, seduta in penombra sul divano, impegnata in una lettura distratta. Gli parve ancora più bella e attraente delle sue immaginazioni. Spinse la finestra e si trovarono l’uno di fronte all’altra, lui eretto e in subbuglio, lei sdraiata e sbigottita. Per circa trenta secondi restarono nel silenzio ad osservarsi. - Cosa vuoi? - Le disse - Vederti...- Rispose troncando la frase. - Lo hai fatto ogni sera..., con attenzione...- rispose lei. - Si ma non sentivo il tuo odore.- Rispose percependo una variazione sul suo viso. - Adesso rientra ed è armato. Quasi sempre lo è. - Lo so - asserì fingendo di conoscere quel particolare, che gli era sfuggito. Non riusciva a rendersi conto di quanti minuti eran passati da quando Lo vide attraversare il cortile. Forse cinque, più probabilmente dieci. Lei lo guardò e si alzò tremante, per andare lentamente verso il frigo. Portò fuori una bottiglia d’acqua fresca. c’era un’afa esasperante quella sera. Sciacquò un bicchiere che giaceva sul fondo del lavello e lo riempì. Era verde, zigrinato, ruvido al tatto delle labbra. - Vuoi?- Disse allungando il braccio. - No, grazie, non sono qui per questo...- Rispose con un sorriso. Dopo aver bevuto o forse solo bagnato le labbra per refrigerarsi, disse: ..anche se volessi...il giorno in cui lo deciderò, diverrà quello della mia fine... - Qui sei già morta,... muori ogni giorno... - Può darsi. Ognuno di noi sceglie la sua vita e la sua morte. - Hai scelto? ... hai scelto tu? le disse freddamente. - ...in parte, si... Dal cortile giunse il rimbombo della chiusura del portone. -E' lui... disse irrigidendosi -...Ha finito la sua conversazione telefonica...- aggiunse lui con sarcasmo. -...Mi dirà che domattina dovrà andare in servizio, ovviamente su richiesta del suo capo...oramai avviene quasi ogni sabato.- - Due minuti e sei altrove, due minuti e rimetti in libertà tutta la tua vita...un istante per decidere...- indicò la finestra con lo sguardo. Si staccò dal tavolo a cui si era appoggiata, raggiungendolo fino a sfiorarlo, il suo odore ed i fremiti erano identici, come vent’anni prima, lo tradivano, attraendola ancor di più. Fece scivolare le sue labbra su quelle di un uomo tremante e si avviò verso la finestra. L’ascensore era in moto, pochi istanti ancora. Scomparve nel balcone e saltò. Udì il tonfo. Corse e la vide riversa sul cemento del cortile. La serratura della porta incominciò a muoversi, saltò. Continuò a guardare quel corpo dal suo balcone. I capelli mascheravano la sorgente di quella crescente chiazza scura su cui si adagiavano. Le finestre incominciarono ad aprirsi, il vociare e poi le urla. Il compagno uscì sul balcone, cercò di capire e un istante dopo vide il corpo di lei. Incominciò ad urlare. Corse giù. Intorno al cadavere nel cortile vi era già una folla che osservava, un signore, forse un medico, si inginocchiò posandole due dita sul collo. Volse lo sguardo indietro verso gli altri senza lasciare dubbi. Non scese, rientrò nel suo appartamento. Anche lui era armato. Sentì le sue labbra, la loro sensuale irregolarità e premette il dito sul grilletto. Maurizio Ciotola

Massimo Zedda e le prossime Regionali. Di Maurizio Ciotola

Un’amministrazione civile e democratica di fronte all’ipotesi per cui una piazza, quella del Carmine a Cagliari, si riempie oltre misura di persone per la presenza del WiFi free, non spegne il servizio, ma decide di moltiplicarlo per le vie e le piazze dell’intera città, riducendo gli affollamenti. Spegnere questo servizio, in uso in tante altre metropoli europee, con lo scopo di allontanare ed emarginare chi non possiede una casa e ovviamente l’abbonamento domestico, non trova alcuna coerenza con le originarie idee di una sinistra, che ha portato questo sindaco a governare la città. Queste sono misure adottate dalle dittature, in sé reazionarie e discriminatorie, che non colmano il digital divide, ma lo acuiscono agendo su una divisione di censo, che è figlia di quest’Occidente oramai proiettato verso la sua fine. Il Sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, ha voluto testare il consenso popolare e locale rispetto a delle misure, che potrebbero costituire il profilo della sua prossima campagna elettorale per le Regionali, con lo scopo di sottrarre consenso ai leghisti/Sardisti e accattivarsi quelle del centrodestra. Del resto Zedda sa che la sua riconferma a Palazzo Bacaredda è stata possibile grazie a quegli stessi sardisti, quanto alla borghesia reazionaria, che della Città di Cagliari custodisce e gestisce gli affari. E se Zedda sarà il candidato unico del “centrodestrasinistra” alle prossime regionali, deve necessariamente dare dimostrazione esplicita ed evidente di questa sua intolleranza, volta alla chiusura piuttosto che all’apertura e all’accoglienza civile. Del resto anche l’utilizzo dei figli degli agenti della polizia locale per denunciare i vandalismi notturni dei maleducati di tutte le età, ci fa comprendere che, per questo sindaco, come per tanti altri, la repressione piuttosto dell’investimento nell’educazione, costituisce il metro e la cifra della sua amministrazione. Il tendere verso questa inclinazione retrograda e repressiva, cui l’attuale sinistra sembra aver deciso, condurrà le forze politiche, che in essa si riconoscono, a scomparire, estinguersi, per transitare d’un colpo in una destra conservatrice pronta a sospendere la democrazia in una forzata emergenza. Adottando il metro suddetto, che se volete ha contraddistinto in parte i mandati del Sindaco di Cagliari in modo sempre più crescente, Zedda potrebbe riuscire sicuramente a far scomparire la coalizione di centrosinistra, assestando definitivamente il colpo fatale, dopo il pianificato avvio al suicidio già vagliato dalla giunta Pigliaru. Maurizio Ciotola

La Regione Sardegna, i fallimenti e i deliri di fine legislatura. Di Maurizio Ciotola

Qualsiasi fine legislatura giunta a naturale scadenza deve necessariamente, non solo sul piano regolamentare, ma su quello delle opportunità politiche, congelare o astenersi dal legiferare e dal deliberare, se non per quanto di stretta necessità circoscritta agli affari correnti. L’avviare o portare a conclusione riforme incompiute, approvazioni di leggi la cui ampia e complessa discussione ha impedito la loro approvazione durante la legislatura corrente, è ancora una volta un approccio emergenziale, furbesco, da predatori senza scrupoli. Altresì le nomine dirigenziali, le assunzioni, la stipula di contratti e convenzioni in tale periodo, dovrebbero essere rigettati invocando la loro nullità per i vizi presenti, che con un termine potremo sintetizzare di carattere “clientelare”. La Regione Sardegna, in autonomia, more solito, in questo ultimo lembo di legislatura normalmente giunta al termine, attraverso la sua maggioranza e le opposizioni parte della medesima “medaglia”, si apprestano a chiudere un ciclo con una serie di approvazioni, leggi e promozioni, che pongono questo presunto governo dell’onestà, in linea con tutti quelli da cui è stato preceduto. Sia la Giunta, che il Consiglio, posti in mora con le ultime elezioni nazionali, hanno proseguito senza avviare la men che minima riflessione sul disastro politico di cui, per la nostra regione sono stati la causa ultima, seppur non esclusiva. Non solo non è stato avviato alcun progetto inerente uno sviluppo industriale in linea con l’evoluzione globale, capace di offrire interesse e di conseguenza spazi occupazionali, ma nel ricalcare il sentiero oramai non più percorribile, ci si è incentrati sull’accanimento “terapeutico” allo scopo di protrarre la inevitabile “morte” economica della Regione. Non è stato compiuto un passo per quel che riguarda quelle servitù militari, “grazie” alle quali ampie zone della regione sono impraticabili per devastazione ambientale; altresì, in antitesi agli annunci è stato sostanzialmente confermato il vecchio modello industriale manifatturiero, proprio dell’inizio de XIX secolo, senza pretendere la sua mutazione tipologica o il suo evolversi verso un’impronta moderna e automatizzata, cui altre realtà industriali occidentali hanno preteso. Non è stato varato alcun piano per consentire una continuazione abitativa nei piccoli agglomerati urbani del centro Sardegna, cui diversamente attraverso la sottrazione di servizi, dei trasporti pubblici, scuole e servizi sanitari, per non parlare del mancato mantenimento e sviluppo di quelli infrastrutturali, è stata decretata la loro morte. La metanizzazione dell’Isola, oramai inutile, ha subìto modifiche derivanti da fortissime pressioni, che hanno insistito sulla Presidenza e soprattutto la sua candidatura, un patto ante litteram, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi, ovvero il nulla. Più determinante, anzi l’unica azione forte e devastante, la cui intransigenza non avrebbe potuto trovare eguali in governi di matrice illiberale e di destra, è stata la messa in campo della riforma sanitaria. Ha stupito nelle sue modalità di attuazione in difformità e autonomia rispetto al D.M.70/15, il raddoppio dei posti letto nelle strutture private, cui sappiamo in gran parte essere destinati alla struttura del Mater Olbia, la cui realizzazione fu partorita dal San Raffaele di Milano, con un ampia erogazione di capitali da parte del Banco di Sardegna. Una forte esposizione cui il Presidente del Banco di Sardegna ha sicuramente sofferto e tuttora soffre, per conto della Banca e dei suoi azionisti di cui è presidente. Una sofferenza, che sarà appianata o quanto meno per cui verrà avviato il piano di rientro, quando il Mater Olbia, sarà funzionante e pienamente inserito nella riforma sanitaria, fortemente voluta dall’Assessore Luigi Arru, fratello del Presidente del Banco di Sardegna. Qualcuno spera ancora nell’approvazione della legge sull’Urbanistica e, in Consiglio come tra i partiti senza più elettori ed iscritti, nei sindacati, si conta di portare a termine un ulteriore stupro, perché “due euro” che non sfamano e non concedono alcun futuro, sono sul piano clientelare più “utili” di progetti a lungo termine, lungimiranti e innovativi. Non ci si rende conto che tale approvazione porterebbe con se l’epigrafe da ascrivere sulla lapide che verrà apposta sulla tomba politica dell’attuale maggioranza, quanto su quella di una “opposizione” tacita e alleata. Non vi sarà alcun futuro per il Partito democratico, per la sinistra in senso lato, se non si riuscirà a mettere in discussione gli ottusi atteggiamenti fideistici, posti in essere in ossequio ai tecnicismi capaci di reiterare modelli avulsi alla società e alla sua evoluzione. Non potrà esservi alcun futuro se questa Giunta, e in ultimo il suo Presidente, nel continuare a negare l’istituzione di un registro regionale delle malattie tumorali, prosegue indifferente nell’esoso finanziamento alle Università della Regione, che sembrano volte ad assegnare cattedre per docenti ordinari piuttosto che, insegnamenti ai suoi allievi, in un contesto regionale senza sbocchi. E'assente un piano complesso di rinascita, evolutivo sul piano umano ed economico se non per porzioni disarmoniche, finalizzate ad un abuso delle risorse pubbliche. Trent’anni di delirio non si cancellano di botto, trent’anni di abusi e ritorsioni attuate in nome di un neoliberismo mai posto in essere, non saranno superati con un colpo di spugna o con la prossima legislatura, ma non di meno è necessario voltar pagina per riuscire a ri-centrare la politica sulle esigenze umane, nella loro articolazione più complessa, senza estromettere nessuno o privilegiare i soliti noti. Maurizio Ciotola

Un Governo perfettamente inserito nella mediocrità trentennale da cui il Paese è stato umiliato e defraudato. Di Maurizio Ciotola

I punti del contratto di Governo tra Lega e Movimento 5 stelle non prevedono, e del resto come potrebbero, l’imponderabile, gli eventi drammatici, i disastri naturali e quelli determinati da imperizie umane. Pochi di noi conoscono le chiose del contratto, le note a corredo del testo principale, ma visto che dal suo inizio questo governo sembra essersi attestato su un atteggiamento di matrice sensazionalista, non dissimile da quelli che lo hanno preceduto, votato alla spettacolarizzazione, ma soprattutto determinato da annunci virtuosi e sottoscrizioni deplorevoli, non riusciamo ad intravedere i termini di una svolta. La gara dei due protagonisti, in perenne campagna elettorale, non giova al Paese, né sul piano reale del fare, né tanto meno su quello delle idee da realizzare, che sembrano proiettate a separare, frantumare, aizzare una società già logora, a causa dei venticinque anni di malgoverno e continue frodi. Una frantumazione sociale, reale, cui le parole violente ed insulse dei protagonisti attuali, sembrano voler accentuare ed esacerbare. In questa mediocrità, radicata da una costanza di tre decenni, la competenza cara ai tanti si è posta al servigio prezzolato di una delinquenza politica e di quella celata nei mercati finanziari, con cui i partiti a discapito delle istituzioni, sembra abbiano stretto un patto d’acciaio. Un accordo con cui è minata e sostituita qualsiasi ragionevolezza sociale, fino a surrogare i primari diritti dell’uomo, per rispondere a bilanci mai trasparenti in cui i “tagli” finanziari vengono effettuati nei confronti dei più deboli e dei senza voce. Il 14 agosto, neppure un mese fa, una struttura imponente e centrale nella viabilità del Paese, si è sgretolata portandosi via quarantatré vite umane e determinando quasi seicento sfollati, oltre all’immobilità di aziende operanti nell’area sottostante quel ponte, il ponte Morandi sul Polcevera. Solo oggi iniziamo a leggere i primi nomi degli indagati, cui non è stato neppure espresso un avviso di garanzia, ma nel segno di una “efficienza” ed “amore” per la propria terra, una serie di soggetti ha da subito incominciato a calcare l’acceleratore per la ricostruzione di quel ponte, del simbolo costituito, non certo della viabilità nel rispetto dei cittadini e dell’ambiente. Un’efficienza scatenata da un’emergenza, ovvero ciò in cui i predatori di questo Paese sono più capaci, false e mendaci ricostruzioni su cui è distolto il controllo degli affidamenti e l’erogazione finanziaria, ove i tecnici nelle certificazioni sono chiamati ad omettere ciò che viene realizzato e su come viene effettuato. Qualcuno ritiene utile indagare come il ponte Morandi fu realizzato cinquant’anni fa e sicuramente rileverebbe irregolarità, ma pochi oggi decidono di penetrare il sistema di scambio esistente nell’ambito delle costruzioni, delle manutenzioni delle infrastrutture statali in gestione diretta o in concessione. E'stato un triste spettacolo quello cui abbiamo assistito l’altro dì, dove il Presidente della Regione Liguria, il Sindaco di Genova, l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e l’architetto, nonché Senatore a vita, Renzo Piano, hanno voluto mostrare l’efficienza del Paese del non fare o del fare male. E'stata sconveniente la presenza dell’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e l’incomprensibile idea di un nuovo ponte. Il ponte sul Polcevera permetteva il transito di milioni di veicoli sopra le abitazioni di tanti genovesi, rendendo invivibile il loro quotidiano, travolto da rumori in qualsiasi ora della giornata, ma soprattutto dalle tonnellate di particelle inquinanti che ammorbavano l’aria sottostante. Più di uno studio di ingegneri ed architetti ha espresso un altro tipo di idea, non un ponte ma un tunnel, capace di contribuire sostanzialmente ad una riduzione del rumore e dell’inquinamento dell’area, lasciano una sky line naturale, non più antropizzata da una bruttura in sospensione. Il Movimento Cinque Stelle a nostro dire sembra ispirarsi o forse è espressione, di quelle porzioni della democrazia cristiana e del partito comunista di matrice gesuita, verso cui certo non esprimiamo avversione, ma che è stato sempre legate ad un becero pragmatismo antitetico a qualsiasi umanesimo rivoluzionario, cui i sostenitori dello stesso movimento sembravano ispirarsi. Maurizio Ciotola

Un governo forte con i deboli e debole con le lobby. Di Maurizio Ciotola

Siamo passati da governi che, nel silenzio, hanno tenuto in ostaggio gli immigrati, adottando in taluni casi l’isola di Lampedusa in luogo della nave Diciotti, per passare all’attuale governo che, di questa prassi fa ostentazione. Seppur diversamente, nessuno dei governi passati, incluso quello in carica, sembra avere avuto forza nel contesto europeo ed internazionale, tanto che l’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, per rafforzare la sua voce inascoltata si procura degli ostaggi, innocenti ed inermi, già merce per la mafia nostrana ed internazionale. Azione riprorevole, inaccettabile sotto ogni aspetto e vieppiù sul piano dei diritti umani, che però sembra non avere effetto alcuno sulle sclerotizzate istituzioni nazionaliste dei Paesi di questa Unione monetaria europea, già occupati ad esercitare simili violenze ai loro confini. Gli immigrati classificati come clandestini da una legge contestata negli anni, la Bossi-Fini, mai modificata o cancellata dalle maggioranze susseguitesi al governo del Paese, non costituiscono una garanzia per le pensioni dei già cittadini italiani, giacché le loro prestazioni sono anonime e in nero, quanto per i datori di lavoro che, con un decimo del costo definito da un contratto legittimo, assoldano lavoratori ricattabili e sul piano anagrafico, inesistenti. Oramai gli stessi media mettono in minor risalto la notizia degli immigrati bloccati sulla nave Diciotti, ormeggiata nel porto di Catania; forse perché questa può divenire o è già affare di baratto con la Lega, in merito al dissenso sulla risoluzione del contratto di concessione governativa ad Autostrade per l’Italia. E vista l’entità degli scudi levatisi nei media e nelle istituzioni economiche, queste notizie sembrano costituire oggetto di possibile baratto in cambio di un dissenso al possibile ed auspicabile controllo proprietario dello Stato, di tutte quelle società che macinano utili dai servizi a rete assegnati in concessione, a discapito degli utenti finali, cittadini e piccole e medie imprese. Ancora una volta assistiamo alla debolezza intellettuale e politica di una classe dirigente e dei suoi servili maggiordomi, pronti a scagliarsi sui deboli, gli immigrati e a sostenere i forti, le grandi lobby, nello specifico Atlantia, proprietaria di Autostrade per l’Italia. Una società di cui solo il 30% è in mano ai Benetton, attraverso Edizione Holding, ma che il restante 70% è di proprietà di banche italiane, del fondo di investimento più grande del mondo, Blackrock, e di un flottante azionario, circa il 45%, internazionale. Ma questo argomento oggi fa parte della ribalta mediatica e politica in seguito alla strage di Genova per il crollo del ponte Morandi, che ha causato la morte di 43 persone e più 600 sfollati. Da qui però si può ripartire senza indugi nel rivedere tutte le concessioni governative, fino a rendere operativo il piano attraverso cui è possibile trasferire sotto il controllo maggioritario dello Stato, in modo diretto o indiretto, tutte le società che gestiscono servizi a rete: autostrade, acquedotti, l’intera rete elettrica e del gas, le reti ferroviarie e di telecomunicazione. Viceversa se consentiamo, come fino ad oggi è accaduto, che un governo in una democrazia continui ad esser forte con i deboli e debole con i forti, in nome di sclerotizzate e disumane teorie economiche e di sfruttamento, il nostro ruolo, quello di cittadini liberi è finito ed avrà, forse, meno valore di quello dei tanti cittadini oppressi da un sistema reazionario visibile ed identificabile. Maurizio Ciotola

La Strage di Genova. Di Maurizio Ciotola

38 morti, 20 dispersi, 11 feriti e 600 persone evacuate, costituiscono una strage, in ogni caso. Il responsabile della strage non è il ponte Morandi o lo stesso progettista, che fece realizzare l’opera negli anni sessanta. E questi responsabili non sono ignoti. Chi esercisce una rete autostradale ha degli oneri specifici, dei compiti precisi ed è soggetto ad una sorveglianza altrettanto attenta. È evidente che, l’attenzione di chi esercisce e di chi sorveglia è venuta meno, non sappiamo se ignorata o mascherata, questo forse, lo rileveranno le indagini. Certo è che, chi esercisce una struttura adibita al transito di uomini e mezzi, la cui sicurezza per la viabilità deve essere garantita, non può certo ignorare le condizioni strutturali in cui essa grava e i necessari interventi per poterla esercire in sicurezza. Se questo non è possibile, la chiude al transito e trova altre soluzioni; in merito alle conseguenze dell’eventuale impatto per la collettività sarà l’amministrazione locale o statale a prevedere vie alternative o se forte di una sicurezza certa ed inequivocabile, imporrà la riapertura del viadotto. Questo non è avvenuto, il servizio di Autostrade per l’Italia, in merito alla porzione specifica ha continuato ad esser svolto con la relativa richiesta di pedaggi, a garanzia di una remunerazione priva di garanzia su quanto veniva venduto. Ovvero il “prodotto” offerto dalla società Autostrade non solo non era rispondente alle clausole previste, ma ha determinato una strage, evidente ed inequivocabile. Uno Stato efficiente e di diritto, perché il diritto non è solo e sempre quello degli “altri”, dei potenti, delle grandi lobby, ma anche quello dei cittadini, che questo nostro Stato sorreggono con i loro sacrifici e le loro morti, ha il compito di scioglier il rapporto contrattuale con la società che non ha offerto le garanzie richieste, con un evidente aggravio. Il diritto individuale, il principio di innocenza cui dovrà esser riconosciuto fino all’eventuale condanna, dei soggetti ritenuti responsabili di questa strage, non può e non deve fare il paio con la revoca immediata della concessione alla Società Autostrade per l’Italia, causata dal venir meno degli elementi di fiducia tra Stato e Società Autostrade garante dell’esercizio. Il tempo e i processi, quanto le commissioni d’inchiesta ministeriale e parlamentare, sapranno produrre atti, capi d’imputazione e condanne, in merito alle responsabilità penali e oggettive dei tecnici incaricati che non hanno saputo svolgere il loro lavoro. La risoluzione di un contratto di affidamento, in questo caso di una concessione, prescinde dalle responsabilità penali degli individui, che nell’esercizio della somministrazione del servizio sono incorsi. Non vi sono le condizioni fiduciarie tra Stato e la proprietà, che nel controllare la società Autostrade, non ha saputo tutelare e garantire la sicurezza su ciò che ha in affidamento, e per cui esercizio i termini fiduciari assumono un’importanza centrale. Da troppo tempo oramai assistiamo a gestioni finanziarie di apparati industriali o di servizi, cui l’avvicendarsi delle proprietà impone adeguamenti finanziari privi di piani industriali. In venticinque anni di massimizzazione degli utili, con relativa riduzione dei costi di gestione, mancati adeguamenti salariali e riduzioni degli interventi di sviluppo e manutenzione, questo nostro Paese è giunto al collasso e non in modo indolore; generando morti, il più delle volte stragi, non sempre eclatanti, riguardanti esclusivamente quella popolazione, che non partecipa ai dividendi e non ha saccheggiato il Paese, ma nel silenzio ha continuato a sorreggerlo. Se vi è una giustizia, questa non può prescindere dalle malversazioni poste in atto da tanti nell’esercizio delle loro funzioni, una strage come questa avrà i suoi colpevoli, ma nell’immediato e in assenza di fiducia verso la società che gestisce le Autostrade, lo Stato ha il dovere di impedire che vi siano altri colpevoli e soprattutto altri morti. Maurizio Ciotola

La Tav, "corruzione ad alta velocità". Di Maurizio Ciotola

Nei primi anni novanta la sinistra, con inclusione dell’area riformista, condusse un serio e vitale confronto in merito all’idea di realizzazione della Tav in Italia. I tavoli attivi in ogni parte del Paese misero a nudo il deficit strutturale della rete ferroviaria esistente, evidenziando la sua assenza in ampia parte del territorio italiano, nel quale era ed è surrogata da vie stradali ed autostradali non sempre efficienti. In quegli anni si reputava una follia impegnare economicamente il Paese nella costruzione di una rete ferroviaria ad alta velocità, dedita all’esclusivo transito di passeggeri, quando sul medesimo territorio nazionale risultavano e risultano, assenti i collegamenti più essenziali. La Tav partì con tre General contractor per le tre aree nazionali, nord, centro e sud, in cui fu suddiviso il progetto e di cui le società capofila nella gestione delle stesse erano la Fiat, l’Eni e Impregilo. Ampia documentazione in merito alla loro costituzione, alla gestione degli appalti, alle consulenze di progetto, tra cui ricordiamo anche Nomisma, per passare all’affidamento dei lavori in appalto e subappalto ad imprese compromesse e sotto indagine per l’associazione a delinquere di stampo mafioso dei loro proprietari o amministratori, riporta il libro scritto dall’ex magistrato ed ex senatore Fernando Imposimato, insieme a Giuseppe Piasuro e Sandro Provvisionato: "Corruzione ad alta velocità", pubblicato nel 1996 da Koiné. La Tav, per quanto viene riportato e relativamente a quanto emerso dagli atti giudiziari pubblicati sul libro e ai flussi di denaro intercettati in merito al quantitativo di denaro “devoluto” per la corruzione, sovrasta di gran lunga quella che fu definita la madre di tutte le tangenti, che diede vita allo scandalo Enimont. Ieri un incidente disastroso a Bologna, su un’autostrada vitale per il Paese che attraversa un centro urbano, e un ulteriore incidente di lavoratori in nero, trasportati dai furgoni fatiscenti dei caporali, che assoldano anche autisti senza patente, ha messo ancora una volta a nudo il deficit strutturale del Paese nell’ambito dei trasporti, ma sopra tutto dell’educazione civica. Nel nostro Paese e non dico nulla di nuovo o di sconosciuto, le opere infrastrutturali costano mediamente, rispetto ad altre similari in Europa, almeno tre volte tanto per unità di realizzazione. L’esborso “dovuto” ai “parassiti”, che compaiono al momento dell’assegnazione del progetto per finire con l’appalto finale, è stratosferico oltreché illegale. La Tav deve essere fermata allo scopo di operare una verifica totale di tutto il flusso procedurale e di affidamento, che va dalla fase progettuale a quella di realizzazione. Da quegli importi già stanziati, ma non ancora erogati, devono saltare fuori almeno quei due terzi devoluti alle parti, che operano “mediazioni” con propositi corruttivi ai fini gestionali e autorizzativi. Non vi è alcuna impellenza affinchè si concludano dei cantieri pressochè inutili per il Paese, almeno per quanto riguarda la sicurezza e la differente modulazione del traffico umano e delle merci transitante su strada ed autostrada. Il nostro Paese ha bisogno di una cura del “ferro”, capace di rivitalizzare e realizzare un’efficiente e profonda capillarità attraverso la rete ferroviaria, con l’ulteriore scopo di ridurre inquinamento e consumi di carburante ed evidentemente gli incidenti. In trent’anni la sinistra si è appropriata di concetti predatori sul piano economico, ponendosi alla destra di quella che è stata una destra politica nel Paese. Gli ulteriori ultimi sviluppi hanno consentito che, gran parte della popolazione prendesse atto di questo disastro, fino a rifiutare quel progetto politico in cui gli individui nel venir privati della loro umanità, sono stati ceduti a gruppi di pressione ed interesse, con l’esclusivo fine di operare speculazioni a brevissimo termine. Borgo Panigale è uno dei drammi emersi, perché vistoso e spettacolare, in cui ha perso la vita un uomo, che conduceva il suo lavoro. uno dei tremila e cinquecento morti, che registriamo ogni anno sulle strade del nostro Paese. In questo vi è imprudenza e mancato rispetto delle regole, ma soprattutto la costrizione di dover utilizzare dei mezzi gommati su supporti stradali inadeguati e resi saturi da una politica dell’abbandono delle strutture ferroviarie. Il Governo Renzi e quello Gentiloni hanno operato una delle più grandi aberrazioni immaginabili, cui una sinistra critica e cosciente non avrebbe mai permesso: l’unificazione della rete ferroviaria e di quella stradale sotto un’unica gestione, un solo consiglio di amministrazione e un solo amministratore delegato, per la più grande base appaltante del Paese. Questo ultimo Governo, su cui siamo critici e attenti, ha però saputo interrompere questa follia, cui non immaginiamo dove ci avrebbe potuto condurre, se fino ad oggi, nonostante la separazione effettiva delle gestioni, ha comunque prevalso lo sviluppo della rete stradale a discapito di quella ferroviaria. La Tav deve essere fermata al fine di compiere una ispezione profonda sulla “macchina” appaltante e di gestione, iniziando dall’affidamento progettuale per finire su quello più critico e dispendioso della realizzazione. La sua fermata e revisione deve consentirci di ripartire per la realizzazione di una rete ferrroviaria ad lata velocità sull’intero territorio, per arrivare alla congiunzione con la rete europea ove non collimino solo i binari, ma sopra tutto le spese sostenute per la sua realizzazione. Maurizio Ciotola
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