BANNER 300X250

Il governo Draghi e la pericolosa deriva internazionale. Di Maurizio Ciotola

Ne “L’opera da tre soldi” Bertolt Brecht ha sostanzialmente voluto dirci che, il capitale in un sistema liberista, sfrutta la miseria per accrescere se stesso.

Citare Brecht, seppur non nei termini di cui sopra, per giustificare un’azione politica, è già di suo un fatto positivo, che lo citi la leader della destra italiana è in sé incredibile.

Certo è un fatto altrettanto “rivoluzionario” che, il partito più a destra, FdI, in ambito parlamentare sia l’unico ad esser guidato da una donna.

Questi sono aspetti che dovrebbero farci riflettere, quanto all’identità dei partiti italiani, se v’è né una, e agli effettivi propositi degli stessi, da cui si dicono animati.

Oltre alla citazione di Brecht, a noi cara, l’On. Giorgia Meloni ha fatto bene quando ha voluto sottolineare che, senza un’opposizione effettiva, il nostro Paese potrebbe essere assimilato alla Corea del Nord, come per noi fu la Bulgaria, cara ai comunisti, ieri.

Certo, auspichiamo che l’opposizione alla maggioranza di Governo, diventi più consistente in ambito parlamentare, perché fare opposizione significa anche vegliare e denunciare le manovre di governo, quali esse siano.

Il Governo Draghi, sembra avere solo lo scopo di sorvegliare e indirizzare i primi 209 miliardi di euro stanziati dall’UE, e per questo ha assunto uno stretto controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Ma in una compagine governativa di cui la “virtù” è nelle corde di pochi, troppo pochi, difficilmente riusciremo a vedere una Next Generation avanzare, allineata al resto dei principali paesi dell’UE.

Se, come dice Brecht, il capitale ha necessità della miseria per proliferare, abbiamo visto il suo ennesimo sopravvento in poco meno di trent’anni, in cui è stata operata la demolizione della politica socialdemocratica nell’UE, con il fine di erodere le tutele, per lasciare spazio alla miseria.

Una miseria cui attingere per produrre a bassi costi e a cui il capitale è indifferente, per vendere il prodotto competitivo offerto su scala planetaria.

E’ pur vero che il nostro ordinamento, prevede un organo di controllo di rango costituzionale sull’operato del Parlamento, ma è altresì necessario che una democrazia, riesca a mettere in atto un controllo preventivo e differente, rispetto al vaglio della Corte Costituzionale.

Corte che non potrebbe entrare in merito alle scelte politiche, quando esse non sono in contrasto con i principi costituzionali, ma con quelli di una giusta tutela economico-sociale.

Sarà comunque difficile per chi è rimasto fuori dalla maggioranza, vista la sua politica conservatrice e di destra, far emergere azioni di Governo che andrebbero a smantellare le poche tutele rimaste, per i cittadini e per i lavoratori, in questa fase di transizione infinita.

Non concorrerebbero neppure i sindacati a impedire il possibile allentamento, visto che negli anni passati hanno accompagnato le operazioni politiche, volte allo smantellamento di gran parte di esse.

Ma il timore di una simile compattazione dei partiti in Parlamento, non è rivolto solo all’operazione politica ed economica, che riguarda il nostro Paese.

Le voci con cui il Presidente Draghi ha voluto rimarcare l’importanza del patto Atlantico, facendo eco al nuovo interventismo statunitense, di cui cogliamo parole e azioni, sembrano calarci in modo compatto e acritico, in una campagna di scontro politico verso altri due protagonisti mondiali, i quali lo si voglia o no, metteranno in discussione l’egemonia statunitense.

Posizione che vede assolutamente coesa alla maggioranza, anche l’opposizione dei Fratelli d’Italia.

Dobbiamo stare particolarmente attenti a questo scenario, che sembra rigettarci verso una nuova guerra fredda, in cui l’Europa costituirà di nuovo il terreno di scontro, per le superpotenze in corsa verso l’egemonia planetaria.

I teatri di guerra, potenziali e in essere, vedranno ancora una volta l’UE senza un suo ruolo autonomo, se non sotto il cappello NATO, non più teso alla difesa, ma all’offesa.

Una deriva dell’interventismo statunitense avrebbe inevitabili ripercussioni, in cui l’UE si troverebbe obbligata ad un impegno sotto l’azione della NATO.

E in una Europa in cui alcuni Paesi stanno scivolando verso una “democratura” evidente, mentre altri compiono una compattazione politica, facendo nascere un “fascio” acritico a sostegno dei governi, non vi saranno voci di contrasto, se non marginali, nei confronti di interventi e posizioni istituzionali tese ai limiti del conflitto bellico.

Il Governo Draghi non solo non dovrà essere lasciato solo, ma dovrà essere trattenuto e guidato da una vitale opposizione, quanto da una ferma critica intellettuale e da una politica extraparlamentare, tesa a puntellare qualsiasi cedimento democratico, cui la Corte Costituzionale non riuscirebbe ad arginare, se non nei termini formali.

Maurizio Ciotola

I restanti dodici mesi del governo Draghi. Di Maurizio Ciotola

Quella di determinare una mutazione dei vertici in un’organizzazione politica, sociale o aziendale a intervalli più o meno costanti e soprattutto ravvicinati, è una vecchia quanto efficace tattica.

Vengono congelati i processi in itinere, ritardati o annullati quelli prossimi all’avvio, in un bailamme di annunci o interpretazioni sui media, che agli occhi della società serviranno a riempire il vuoto temporale.

Del resto non poteva che accadere ciò che tutti hanno sempre saputo, ovvero trovarci di fronte a un vuoto temporale, seppur avvolto da euforie di imminenti rivoluzioni.

Il Presidente Draghi, cui va la nostra stima, ha fatto un salto significativo, passando da metodologie e organizzazioni, nel loro contesto lineari e gerarchizzate, per intraprendere il ruolo di chi non si potrà muovere con analoga linearità.

Tanto meno potrà pensare o imporre una gerarchizzazione delle azioni o delle informazioni, visto che istituzionalmente il Presidente del Consiglio è comunque un primus inter pares.

Si aggiunga che tra poco meno di un anno, il Parlamento sarà chiamato a eleggere il Presidente della Repubblica, e in questo brevissimo periodo rimanente in cui il Governo potrà muoversi, l’esecutivo riuscirà a malapena a governare le questioni correnti, nulla di più.

Affari correnti che potranno assumere una indeterminatezza a causa della litigiosità di una maggioranza eterogenea e in se contrapposta, senza precedenti analoghi nella storia repubblicana.

Ecco se dovessimo intravedere una “strategia” nell’azione di Renzi, la potremo trovare nell’avviare al fallimento l’esperienza del governo Draghi, con lo scopo di creare un vulnus per la sua elezione alla presidenza della repubblica.

Ovviamente nulla di tutto ciò ha un fine utile per il Paese, per la popolazione e per la sua azione produttiva, se non che è mediocremente fine a se stesso.

Dobbiamo essere obiettivi e analizzare il tempo che rimane a questo esecutivo appena varato.

Dopo i primi mesi in cui tra la nomina dei sottosegretari, dei capi di gabinetto e staff conseguente, dell’assunzione del controllo dei dicasteri, a parte quelli immutati ai loro vertici, che non necessariamente rimarranno tali negli incarichi di sottogoverno, il tempo restante sarà esiguo e insufficiente, per qualsiasi avvio verso una necessaria transizione industriale e economica del Paese.

La staticità “assicurata” dall’azione di Italia Viva, costituirà un ulteriore condizione di arretratezza per il Paese e soprattutto priverà le nuove generazioni del loro futuro, se non fuori da esso.

Del resto non è pensabile che un solo uomo, per quanto insigne e di altissimo profilo, sia in grado di mutare un sistema strutturato su una risposta clientelare, cui la rendita e il parassitismo feudale costituiscono le colonne principali.

Forse è ancora troppo presto per dichiarare il prossimo fallimento di un governo risultante da forze contrapposte, ma è sicuramente troppo tardi per pensare che un simile governo, riesca in poco meno di dodici mesi a tracciare le linee del cambiamento necessario.

L’erosione del prestigio del Presidente Draghi è l’obiettivo di alcuni, nonché dello stesso Renzi e di coloro che osteggiano la necessaria messa a sistema del salto di paradigma in corso.

In una maggioranza come l’attuale senza alternative possibili, per cui l’ininfluenza di Italia Viva ha determinato il peso irrinunciabile di un liberismo d’antan senza sbocchi, Draghi sarà costretto ha immobilizzare la macchina economica del Paese, piuttosto che vederla imboccare strade non più percorribili.

Maurizio Ciotola

Il Governo Draghi costituirà l’antitesi della politica renziana. Di Maurizio Ciotola

Cerchiamo di staccarci dalle euforie dei tifosi della politica e incominciamo a capire ciò che è accaduto.

Il Presidente della Repubblica nel suo intervento repentino, solo poche ore dopo il fallimento della trattativa di Governo, ha convocato Mario Draghi al Quirinale per la mattina successiva.

Mattarella non è stato tenero nel sottolineare quanto tempo il Quirinale, il Parlamento e il popolo italiano hanno atteso per vedere nei due precedenti esecutivi, la squadra e il programma di Governo.

Il momento non consente un’attesa analoga alle precedenti, non solo, egli ha richiesto espressamente un auspicato sostegno unitario del Parlamento al nuovo Governo, che come ha rimarcato non dovrà assumere connotati politici.

Chi si occupa di politica sa che essa è deputata, nel migliore delle ipotesi, alla gestione delle risorse del Paese per il raggiungimento di obiettivi comuni.

Nella peggiore delle ipotesi, quasi sempre presente, nella gestione delle risorse per nome e per conto degli interessi non espliciti, rappresentati dai partiti.

Il punto è mettere a nudo i reali interessi, che nelle parole e nei proclami sembrano essere quelli del cittadino e della collettività, popolare o economica, ma che nei fatti coincidono sempre con le reali espressioni di potere finanziario ed economico, che a tali partiti garantiscono l’esistenza.

La validità generale di questa affermazione trova riscontro in quasi tutti i movimenti o partiti, non significando ciò un’accezione necessariamente negativa.

Il nodo della questione per cui Renzi ha ritirato il suo appoggio al Governo Conte, è da individuare nella gestione degli oltre duecento miliardi di euro, che quelli come lui chiamano il Recovery fund, ma che in Europa è chiamato Next Generation.

Lo spot mediatico politico, che Renzi ha lanciato durante le trattative di governo dall’Arabia Saudita, da cui è stato invitato e sostenuto economicamente, ha un contenuto in antitesi con qualsiasi piano di sviluppo ancorato ad una Next generation, cui il nostro Paese, in questo momento storico deve investire.

Quando i partiti non hanno più finanziatori, pur di esistere racimolano fondi da chiunque, cui però poi devono rispondere compiendo abili ed eccentrici giravolte, molto spesso in contrasto con la loro genesi politica.

Questa è Italia Viva di Renzi, che da presunto innovatore politico, esaurito l’unico punto cui si atteneva il suo programma, ha incominciato a caricare sul carro non più vincente, una serie di sponsor economici al tramonto.

Il Presidente Conte, d’intesa con la maggioranza che lo sosteneva, escluso Italia viva, blindò la gestione dei fondi europei, ottenuti con grande difficoltà dal nostro Paese.

Sono stati blindati in opposizione alle volontà di cui era portatore il partito di Renzi, che avrebbe voluto disperdere con usi non consoni alla loro funzione.

Conte e Gualtieri hanno costituito i mediatori principali con l’Unione Europea, divenuti garanti non potevano e non dovevano cedere all’uso di un mantenimento erosivo, cui Renzi avrebbe in gran parte voluto.

La democrazia è questo, e in assenza di numeri il Governo nato anche grazie a quelli di Italia viva, non poteva che terminare il suo mandato.

Per questo l’intervento repentino e netto del Presidente Mattarella deve essere accolto positivamente da tutti i partiti dell’ex maggioranza, eccetto Italia Viva.

E per lo stesso motivo Italia Viva sostiene a spada tratta Draghi, nella speranza di aver voce nella gestione dei fondi.

Solo l’unità di quella parte coesa dell’ex maggioranza e dei parlamentari costruttori di un futuro per il Paese, potranno consentire a Mario Draghi di guidare una squadra apolitica, capace di seminare e tracciare un percorso per gli anni futuri, cui il nostro Paese non può rinunciare.

Per questo motivo il più grande partito di maggioranza ha il dovere di partecipare al progetto del governo Draghi, in una compagine che renderà residuale Italia Viva, destinata alla scomparsa.

Maurizio Ciotola

La Regione Sardegna e i sei milioni annui. Di Maurizio Ciotola

In una società in cui etica e educazione costituiscono la norma, non esistono momenti o periodi in cui è possibile accettare furti legalizzati dagli organi istituzionali.

In questa fase cruciale in cui un evento, che ha accelerato il cambiamento del paradigma economico e a causa dell’inerzia politica ha portato famiglie sul lastrico, possiamo definire eversivo aver istituzionalizzato un furto, mascherato attraverso incarichi assegnati su base fiduciaria.

La Regione Sardegna, una regione povera sul piano economico, in cui il Pil procapite è tra i più bassi del Paese, è riuscita a sottrarre ulteriori sei milioni di euro annui, per incarichi a sessantacinque nuove figure aggiunte alla Presidenza della Giunta.

Non stiamo parlando di una commissione di studio per il cambiamento richiesto dall’Europa, già anni luce distante dalle condizioni di arretratezza del Paese e di questa ottocentesca Regione.

La regione grava in una condizione di povertà da anni e che, grazie all’assenza di programmazione della precedente Presidenza, è ripiombata tra le regioni più povere dell’UE.

Siamo di fronte a dei veri e propri malfattori politici, che nel richiamare motti di rinnovamento e rinascita nella loro propaganda elettorale, proseguono imperterriti nel “mungere” le casse regionali, cui le attività dei cittadini hanno contribuito a riempire.

Proveniamo da cinque anni in cui la Sanità regionale è stata più o meno smantellata, per far posto a gestioni private, per le quali gli oneri devoluti dalla Regione sono ampiamente ridondanti, rispetto a quanto si potrebbe spendere in una gestione diretta e pubblica.

Tutto ristagna, galleggia a causa di un’inerzia sbalorditiva di questa Giunta sardo-leghista, che ha abbandonando a se stessa l’economia, facendola affondare insieme alle famiglie, oramai costrette a rivolgersi alla Caritas.

Certo con sei milioni all’anno non si può far molto, ma questo non giustifica la loro spesa, per essere sottratta a ulteriori azioni di sostegno, imprescindibili per il tessuto economico regionale allo stremo.

Vi è certo anche l’aspetto etico, di rispetto verso chi nel silenzio continua il suo lavoro per sostenere questo disastro economico e sociale.

Questa assenza di etica e educazione, di rispetto, in cui non ricade solo il Presidente della Giunta Regionale, ma tutti coloro che hanno approvato questa vergognosa operazione, è oltraggiante.

Questa è una legge che nel contesto attuale assume le caratteristiche eversive di un regime assolutistico, indifferente al degrado sociale.

E’ una gestione istituzionale che combacia e si sovrappone con quella del malaffare, non originata dall’attuale Presidenza, ma la cui origine è per lo meno trentennale, senza alcuna soluzione di continuità.

Sappiamo anche però che, fino a quando in questa Regione a matrice assistenziale, il potere politico continuerà a distribuire le ingenti risorse regionali, attraverso spartizioni clientelari, nulla accadrà.

Fra qualche giorno anche dei sei milioni annui non ricorderemo più nulla, unitamente a quelli condivisi tra maggioranza e opposizione, di cui non si parla.

Maurizio Ciotola

Conte ter. Di Maurizio Ciotola

L’attuale crisi di governo non è determinata da una possibile nuova legge elettorale e ancor meno dalla relazione del Guardasigilli, espressione della volontà politica con cui è stata abrogata la prescrizione.

Meno ancora dalla gestione della pandemia, su cui possiamo sollevare numerose critiche al Governo, che in realtà ha dovuto operare con una Sanità pubblica disastrata, gestita da regioni incompetenti e in alcuni casi malavitose.

Il vero problema è costituito dagli oltre 200 miliardi di euro erogati dall’Unione Europea, diffidente e scettica, che preme per le riforme ineluttabili del nostro Paese.

Personaggi come Renzi, venuti a galla grazie al mantra della “rottamazione” di un vecchio sistema politico, sono oggi i più ancorati all’immobilismo, che nei fatti si traduce nell’erogazione dei fondi europei a società e imprese decise nel non mutare il proprio core business, fino a mettere a repentaglio l’evoluzione stessa del Paese.

I laici e liberali, gli europeisti nel partito di Forza Italia, hanno sempre voluto e cercato di portare avanti in un contorno immobile, ciò che oggi l’Europa si aspetta da noi.

Ma come parte della Lega e parte di Forza Italia sono espressione di un’Italia che produce e avanza, secondo un’etica condivisibile negli opposti schieramenti politici, è altresì vero che questa stessa condivisione, finalizzata alla crescita del Paese, troverebbe consono il sostegno a un Governo presieduto da Giuseppe Conte.

La stessa Unione Europea accetterà l’erogazione di quell’immenso flusso di denaro, destinato alla rinascita di una economia differente nel suo paradigma, se e solo se dopo l’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, potrà contare su chi sarà altrettanto in grado di fungere da garante, sul piano etico, politico e istituzionale.

Sappiamo che il Presidente Berlusconi non potrà ambire a tale carica, per la sua evidente posizione politica significativamente di parte, insufficiente garanzia di terzietà nel ruolo di presidente della Repubblica.

E’ altresì vero che Matteo Salvini, nell’indicare Berlusconi come possibile presidente, esplicita ciò che avverrebbe con una diversa maggioranza di governo, da cui sarebbero esclusi il Pd e il M5S.

Sappiamo tutti che il prossimo Presidente della Repubblica, non dovrà avere solo una caratura nazionale, quanto fortemente internazionale e marcatamente europea.

Altresì, come non lo potrà essere Silvio Berlusconi, in egual misura e per le stesse motivazioni, non potrà ambire alla stesa carica Romano Prodi.

Esiste solo un punto di convergenza e di riferimento, per l’indiscutibile integrità etica e morale sul piano internazionale, e soprattutto di fiducia su quello dell’economia politica mondiale, esso è rappresentato da un uomo come Mario Draghi.

La vera opposizione di Renzi e di un gruppo ammutolito e sudditamente privo di spunti, quale si è dimostrato essere finora quello di Italia viva, risiede nell’avversità a Draghi quale possibile presidente della Repubblica.

Non è un’avversità che ha radici soggettive, quanto oggettive, essendo Draghi il garante dei 200 miliardi di euro cui in parte invece lo stesso Renzi e la sua “compagna” politica, vorrebbero destinare secondo metodi abusati e non sempre leciti ai loro supporter.

E’ più che legittimo, oltre che eticamente corretto, che il Presidente del Consiglio in carica rigetti una nuova apertura al più forte oppositore di Draghi alla presidenza della Repubblica.

Com’è altrettanto chiaro che, un nuovo Governo non presieduto da Conte, costituirebbe l’ennesima sconfitta politica del Movimento Cinque Stelle, che sbaglierebbe e fallirebbe nel barattare la presidenza, per mantenere il ministro della Giustizia o, ancor peggio, se intende perdere gli Esteri a favore di una Presidenza traballante.

Qualche giorno fa la Senatrice a vita Liliana Segre, non ha esitato un solo istante a sostenere, con il suo voto di fiducia, il Presidente Conte, esponendosi con vigore, quel vigore e quella forza che ha contraddistinto da sempre la sua esistenza.

Credo ciò sia già qualitativamente sufficiente, per il debito inestinguibile cui il nostro Paese ha contratto, non solo nei suoi confronti, per sostenere ragionevolmente un cammino forse differente, ma a guida immutata del nuovo Governo.

Maurizio Ciotola

I cent’anni del Pci e la falsità storiografica. Di Maurizio Ciotola

Oggi ricade l’anniversario del primo “frazionamento” a sinistra, che segnerà nella storia la consuetudine della genesi politica dei movimenti di sinistra in Italia.

Il 21 gennaio 1921, costituisce la data in cui l’incapacità di far sintesi nel movimento socialista, costerà al nostro Paese un ventennio di repressioni fasciste e una guerra mondiale disastrosa.

Cento anni fa, l’immaturità politica costituì la guida per realizzare quel disastro, cui l’idea di rivoluzione e la volontà di riscatto, cedettero negli anni a compromessi e ideologie inumane.

Cento anni fa non nacque la sinistra, ma incominciò a morire quella sinistra, fino ad allora deputata a costruire l’evoluzione di una classe soggiogata da una élite conservatrice e reazionaria.

E se dopo cent’anni non abbiamo alcun sopravvissuto politico di quella scissione, è evidente che più che “un esaurimento della spinta propulsiva”, come affermò Berlinguer in epoche più recenti, possiamo affermare che, quella spinta propulsiva, invece, ha portato al disastro della sinistra, al suo azzeramento.

Il partito comunista italiano è stato un’illusione “grafica” prima e storiografica dopo.

Una falsità storiografica che ha cercato e ancora per tanti versi cerca di costruire un mito, un mito avulso alla realtà, verso cui tendere.

Ha costituito il mito per tanti giovani e oppressi, che nella loro scalata all’interno del partito si sono trovati costretti a immobilizzare ogni spinta, cui quella mitizzazione rivoluzionaria li aveva portati, fino a rinnegarla.

I passaggi di una evoluzione democratica e di riscatto per le classi sottomesse e sfruttate dal capitalismo, nel nostro Paese non portano la firma o la spinta del PCI, ma di altri partiti laici o di politici fuoriusciti dallo stesso PCI.

Il partito comunista definisce la sua alleanza in una coesistenza di regime, insieme alla Democrazia Cristiana, già dai primi passi della Costituente.

Nell’ennesima lotta a sinistra, contro il Partito Socialista e altri partiti laici, troverà l’unione con la Dc per introdurre in Costituzione i patti lateranensi di matrice fascista.

Il Partito Comunista ha logorato fino a far estinguere la sinistra italiana, nel perenne baratto politico tra le idee e il conformismo ideologico, cui di volta in volta la sua classe dirigente si atteneva.

Rende l’idea in modo sconcertante Vincenzo Salemme, nel suo monologo sul comunismo, più delle tante parole dotte che cercano di giustificare aberrazioni e delitti, di cui il Comunismo e il partito comunista è stato responsabile.

Ricorrono anche i cento anni della nascita di Leonardo Sciascia, che da comunista uscì dal PCI, di cui ne “il Contesto” seppe darne una puntuale e profonda descrizione, non edificante.

Potremo ricordare le trattative parlamentari ed extraparlamentari tra DC e Pci, tese a bloccare riforme significative nel rispetto dei diritti umani, quali divorzio e aborto, cui solo il soccorso del referendum dei Radicali riuscì a confermare.

Dovremmo ricordare lo Statuto dei lavoratori, che approvato in Parlamento non portò la firma del Partito comunista, che ritenne di astenersi.

Come possiamo altresì dimenticare l’aggressione politica e sessista, che subì Pier Paolo Pasolini, altra vittima trasversale di una parte del PCI e della Dc, prima di Moro.

Non possiamo dimenticare la “finta” con cui nel tendere la mano ad Aldo Moro, egli fu indotto nella trappola mortale, di cui Berlinguer e Cossiga decretarono la morte.

E' scomparso il partito socialista, dopo un travaglio poco edificante, in cui gli obiettivi riformisti erano chiari solo ad alcuni, troppo pochi perché potesse restare in piedi dopo tangentopoli.

Non vi è alcun lascito edificante per cui mitizzare o auspicare il ritorno di quei partiti a condizioni immutate.

Certo è che, l’arretratezza storica del nostro Paese non ha una matrice di centro destra o almeno non solo quella.

Il nostro Paese ha avuto il più grande partito comunista dell’Occidente, ma è anche a causa di quello stesso partito, unitamente alla Dc, che paga la sua arretratezza e immoralità.

Un’immoralità cui le parole del segretario del PCI condannarono e per le quali degli atipici comunisti pagarono con la vita nel combatterle, ma che il partito in ragione della sua tenuta, ha sempre metabolizzato e gestito non diversamente dagli altri.

Ci siamo sempre chiesti dove stava la questione morale cara a Berlinguer, quando questi insieme al padre di Gladio, Cossiga, ha ritenuto di sacrificare la vita di un insigne uomo politico e statista quale fu Aldo Moro.

A dire il vero avremmo dovuto chiedercelo prima, quando i dollari che Mosca inviava, giungevano anche attraverso le casse del vaticano.

In ultimo dovremmo chiederci chi e cosa fu quel morente PCI-PDS, con una classe dirigente immutata, quando nelle aule parlamentari decise di dar guerra a Falcone prima e Borsellino dopo, fino a decretarne l’isolamento e la morte.

Un partito che ha saputo sfruttare le tante oneste e genuine volontà di eguaglianza e giustizia, per poi assegnare in una visione egemonica e clientelare, incarichi nelle istituzioni e società di Stato a una parte della sua classe dirigente.

Di questi cento anni dovremmo parlare, contare i morti, i baratti umani e i diritti ripudiati, cui il Partito comunista fu responsabile.

Certo c’è anche Gramsci, cui sappiamo cosa subì da Togliatti prima e dopo la sua morte; ma lui dei cento anni del Pci, pur rimanendo un faro oscurato dallo stesso partito e da Mosca, non ha fatto parte se non nell’iconografia irreale.

Maurizio Ciotola

Potrebbe essere una strada necessaria. Di Maurizio Ciotola

Siamo poco interessati a ciò che potrà accadere questa sera, dopo il Consiglio dei Ministri a causa di una noiosa e puerile azione di un partito maldestro.

Potremmo sottolineare che chi lo guida, ha sempre operato fuori dal Parlamento, nel legittimare o delegittimare una via di governo e soprattutto il suo sostegno.

Così come avvenne all’inizio della legislatura, sul palcoscenico televisivo di “Chetempochefà”, copia simildolciastra di “Porta a porta”.

Matteo Renzi sembra non perseguire alcun progetto per il Paese, quanto l’obiettivo di contare, di esserci.

Un fiorentino dal livore recondito, che si è fatto strada attraverso il rancore, nutrito verso una moribonda classe politica.

Risalendo le classifiche dell’apprezzamento nei sondaggi, grazie ai media, è stato proiettato su una poltrona che come sappiamo non ha saputo gestire.

Tanto basterebbe per ricacciarlo nell’abisso di periferia da cui proviene, se non fosse che una precisa ed estesa lobby del non fare, lo sostiene al momento attraverso un patto pragmatico del do ut des.

Lui continuerà a esistere se loro continueranno a usufruire dei flussi finanziari definiti dalle rendite di posizione, di cui è composta parte del nostro sistema economico e mediatico.

Renzi si è alleato con chi avrebbe voluto rigettare fuori dal sistema politico-economico, almeno nelle sue parole di propaganda, che immobilizza il Paese da oltre trent’anni.

L’uomo si mostra palesemente contrario alle riforme democratiche e costituzionali, necessarie affinché questo Paese si allinei sul piano delle funzionalità burocratiche, economiche e legali, ai membri principali dell’Unione Europea.

Per ripicca e non per scelta politica, impedì a D’Alema di essere il Commissario europeo della politica estera dell’UE.

E’ un uomo di sgambetti, che destano risate e scalpore, fino al consenso, in un’epoca in cui si da credito a quattro parole messe in croce su Twitter, piuttosto che a un agire silenzioso ed efficace nelle istituzioni.

Probabilmente siamo giunti al punto per cui, una eventuale crisi, non potrà evolvere verso lo scioglimento delle camere per l’assenza di un consenso dei partiti, ma verso un governo politico limitato da un appoggio esterno, che non sarà quello di Italia Viva, ma sicuramente di un’altra “Italia”.

Negli oltre quarant’anni in cui Scalfari non né ha azzeccata una, pur lavorando sempre allo disfacimento, è probabile che ai suoi novant’anni sia riuscito a cogliere una possibilità, seppur non nel modo e nel senso in cui la annunciò in campagna elettorale.

Forse quel partito nato con idee liberali, travolto dalla conservazione e dall’illegalità, oggi potrebbe avere la possibilità di rinascere sostenendo indirettamente quelle riforme che l’attuale Governo vuol portare avanti, malgrado Renzi.

Maurizio Ciotola

Gli oneri del rifiuto della vaccinazione contro il COVID-19. Di Maurizio Ciotola

In un epoca in cui il rispetto dei diritti civili è diventato consuetudine, almeno in un’area non estesa del Pianeta, ci accorgiamo che alcune persone, più che metterli in dubbio non hanno compreso il loro significato essenziale, forse per la mai provata privazione.

Certo è che in una condizione di restrizione del libero agire, con cui si tenta di preservare ognuno di noi dal possibile contagio di un agente patogeno, che può condurre alla morte, dovremmo comprendere quali conseguenze potrebbe determinare il non arginare il contagio, la pandemia in corso.

Abbiamo raggiunto una meta importante, in tempi brevissimi grazie allo sviluppo di tecniche differenti dalle precedenti, nello sviluppo del vaccino capace di arginare la pandemia corrente.

Eticamente, nel senso in cui ognuno di noi deve procedere e comportarsi nel rispetto di quei diritti civili, figli dei diritti dell’uomo, non vi è alcun dubbio che la vaccinazione, urbi et orbi, deve essere non solo auspicata, ma richiesta.

Nello specifico del nostro Paese, la Costituzione garantisce a ogni cittadino il diritto alla salute, per cui qualsiasi malato, inclusi quelli colpiti dal Covid-19, verrà necessariamente curato.

Credo altresì, però, che non sia esplicito e soprattutto corretto per l’intera comunità, che i malati di Covid-19, contratta in seguito a una opposizione al vaccino, vengano sostenuti in malattia dalla cassa comune dell’INPS.

In sintesi e in modo esplicito, qualsiasi azienda che non richieda la vaccinazione obbligatoria, dovrebbe avere l’obbligo di accollarsi gli oneri della malattia del proprio dipendente/dirigente, senza poter pretendere un euro dalle casse comuni dell’INPS.

Qualora il dipendente/dirigente, legittimamente, rifiuti di vaccinarsi è necessario che in caso di sua assenza, causata dalla malattia medesima, si accolli gli oneri del proprio sostentamento.

Come abbiamo già precisato tali oneri esulano dalle prestazioni del Servizio Sanitario e consistono nella mancata retribuzione, come normalmente avviene in aspettativa o per assenza non giustificata, nei limiti contrattuali di durata consentiti a tal proposito.

Nessuno di noi può e deve accanirsi contro coloro i quali rifiutano la vaccinazione, del resto non è possibile obbligare qualcuno a lavorare o a studiare oltre i termini di legge, certo è che questa scelta consapevole non può restare senza conseguenze.

Sicuramente non può gravare ulteriormente sulla collettività, che nel rispetto dei diritti umani già garantisce facendosi carico delle cure sanitarie in caso di malattia.

Nessun libero professionista, autonomo, che sa quanto il suo reddito dipenda dal suo lavoro, penserebbe mai di non vaccinarsi, se non a suo totale rischio e pericolo.

Identicamente tale principio etico, dovrebbe essere seguito da chiunque svolga un lavoro, sia esso coperto da un adeguato sistema di welfare o no.

Per nessun motivo chi contribuisce a sostenere un’adeguata cassa “malattie”, è disposto a vederne sperperate le risorse a causa di capricci illegittimi in un contesto sociale.

Non è ammissibile che, all’interno dei servizi sanitari esista la facoltà di adempiere o no al vaccino contro il Covid-19.

Non è accettabile che la collettività, immersa in una profonda crisi economica cui i Governi stanno cercando di arginare, debba sobbarcarsi i cospicui oneri derivanti da un rifiuto alla vaccinazione, che comporterebbe costi per le assenze per malattia, in misura sproporzionata e non contenibile.

La politica non può lasciar liberi in tal senso i cittadini, se non con le necessarie penalizzazioni, nei confronti di chi contrae il Covid a causa del rifiuto del vaccino medesimo.

Se tale libertà deve esser lasciata ad ogni cittadino è altresì necessario che a chi ha rifiutato il vaccino, alla contrazione della malattia, venga sospesa l’erogazione retributiva da parte dell’INPS.

Ovvero l’INPS non deve subentrare alla mancata erogazione da parte dell’azienda o dello Stato, per le amministrazioni pubbliche.

Del resto nessuno può obbligare un altro cittadino a non incorrere verso queste condizioni, rese espressamente palesi, quanto determinate da una libera scelta.

Se giustamente non è ammissibile trattare sulla libertà dell’individuo, altresì non è ipotizzabile un obbligo di pagamento di una prestazione lavorativa, cui volutamente ci si è predisposti per non assolvere.

Maurizio Ciotola

Sottoscrivi questo feed RSS

giweather joomla module