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The Cossiga beauty, italian history. Di Maurizio Ciotola

In effetti dovremmo riflettere sul perché il 24 giugno del 1985, Francesco Cossiga fu eletto Presidente della Repubblica al primo scrutinio, con un così vasto consenso mai più equiparato.

Se ci sforziamo, neppure poi tanto, e osserviamo il percorso politico di Cossiga negli anni che hanno preceduto la sua elezione a capo dello Stato, non troviamo elementi che giustifichino tale scelta e altrettanto consenso.

E’vero, Cossiga è sempre stato un politico che all’interno della Democrazia cristiana, non aderiva a correnti specifiche, ma è noto che più di Mariotto, fu il figlio politico di Antonio Segni, di cui non ricordiamo positivamente la figura da Capo dello Stato.

Anzi, la fine inaspettata del mandato del Presidente Segni fu macchiata da un tentato golpe, il Piano Solo ideato dal generale Giovanni De Lorenzo.

Il generale avrebbe potuto e dovuto agire su una organizzazione militare segreta, della quale era il coordinatore, cui lo stesso Segni era a conoscenza, se non primo promotore e organizzatore.

Cossiga ha passato lunghi anni a studiare il lavoro e l’organizzazione dei Servizi segreti, nei loro rapporti con il Parlamento e le istituzioni dello Stato.

Sappiamo che grazie alla sua approfondita conoscenza in merito ai servizi, gli fu affidata la riorganizzazione insieme al senatore del P.C.I. Ugo Pecchioli, smantellando il S.I.D. per realizzare il SISDE e il SISMI, nel 1977.

Un accurato lavoro cui prese parte in misura centrale il partito comunista, tramite il Sen. Pecchioli appunto, atto che preludeva al compromesso storico, poi impedito dall’omicidio di Aldo Moro e “seppellito” in quanto progetto politico.

In quegli anni, non rosei per la nostra democrazia repubblicana, messa in scacco dal terrorismo di destra e di sinistra, Cossiga fu ministro dell’interno, fino all’omicidio di Aldo Moro, per poi essere presidente del Consiglio in carica quando avvenne la strage di Bologna, l’abbattimento del Dc9 dell’Itavia, giusto per ricordare i fatti più eclatanti.

Sempre Cossiga, non fu un ministro dell’interno particolarmente gradito, e all’uopo ricordiamo l’omicidio di Giorgiana Masi del 1977, cui la magistratura non seppe mai fare chiarezza sul supposto coinvolgimento dei servizi segreti, come del resto non si è mai riusciti in quegli stessi anni per fatti ancora più devastanti.

Ricordiamo la strage di Bologna, il Dc9 caduto vicino a Ustica, il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, e nel 1980, l’uccisione del Presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella, per cui Giovanni Falcone indagò escludendo il coinvolgimento della mafia.

Durante i 55 giorni che passarono dal sequestro Moro, il ministro dell’interno Francesco Cossiga si circondò di un gruppo di esperti, poi risultati appartenenti alla loggia massonica deviata P2, tra cui un uomo dei servizi segreti americani, sul cui ruolo non fu mai fatta sufficiente chiarezza.

Cossiga, come il suo compaesano e segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer, fu uno degli uomini politici che si opposero alle ipotesi di trattativa per liberare il presidente della democrazia cristiana Aldo Moro.

Durante il cui sequestro, i servizi segreti appena nati, nella riorganizzazione curata dal senatore comunista Pecchioli insieme al ministro Cossiga, mostrarono inerzie evidenti, ma non inadempienze o scarsa perizia.

Aspetti che avrebbero dovuto essere presi in esame da una commissione Parlamentare ad hoc, più ferma e incisiva di quella che fu messa in piedi per “l’affaire Moro”.

Ma solo nel 1990 è il presidente del Consiglio Andreotti che nel deporre in Commissione Stragi rivelò l’esistenza di un’organizzazione paramilitare segreta, Gladio, illecita e indubbiamente sovversiva, pronta a intervenire in caso di occupazione del territorio italiano da una forza straniera non amica.

E’ confermato che “l’amministratore” principale dell’organizzazione “Stay behind” (Gladio) fu Cossiga, da quando egli entrò per la prima volta al Governo nel 1966, da Sottosegretario alla Difesa.

Tutto ciò che è stato esplicito al pubblico negli anni successivi alle sue dimissioni nel 1992, dalla presidenza della Repubblica, era ben noto agli addetti ai lavori, a quegli stessi che hanno espresso quel largo consenso per la sua elezione a Capo dello Stato.

Con l’impegno del Senatore Pecchioli nella riforma dei servizi segreti nel 1977, cuore pulsante e delicato di qualsiasi Stato, ancor di più in uno Stato democratico, il partito comunista è diventato parte sostanziale di quello che sarà da quel momento in poi, l’agire dei Servizi segreti nel nostro Paese.

Un momento essenziale per cui da tale data il PCI, in modo non esplicito, prese parte al Governo del Paese, passando per la parte meno evidente e se volete, meno trasparente delle istituzioni.

Francesco Cossiga ha portato via con se un’infinità di segreti, come Giulio Andreotti e Bettino Craxi, certo è però che, grazie a uno strano gioco delle parti e della storia scritta ad hoc, ai posteri lui appare come il politico cui il Paese deve esser grato, mentre gli altri come quelli che lo hanno devastato.

Maurizio Ciotola

Ennio Morricone, l’Italia e i senatori a vita. Di Maurizio Ciotola

E’sempre meraviglioso constatare la propensione postuma cui il commiato, i “coccodrilli”, gli articoli e le dichiarazioni sono normalmente inclini in occasione della morte di un grande personaggio.

Qualche giorno fa ci ha lasciato Ennio Morricone, un musicista, compositore, che ha donato bellezze impareggiabili all’umanità intera, attraverso la musica cui ha saputo dare vita.

Al pari dei grandi compositori del passato è riuscito a rendere udibile la bellezza del Cosmo, attraverso quei suoni che anticipano la nascita dell’Universo stesso.

Morricone è stato un italiano che ha saputo estendere la sua nazionalità a internazionalità, non attraverso le barriere, ma oltrepassando quelle di una certa umanità, per ricongiungere gli esseri umani all’Universo medesimo.

Solo per questo, si fa per dire, il Maestro Morricone avrebbe dovuto esser nominato Senatore a vita del nostro Paese, per i meriti cui nessuno poteva e può disconoscere, ma che in tanti hanno dimenticato e ricordato alla sua morte.

Ennio Morricone ha costituito la sintesi musicale dell’Umanità e della nostra Italia, come altri illustri artisti hanno saputo fare, ancorché disconosciuti da istituzioni poco attente all’universalità, quanto all’eternità cui queste grandi personalità hanno espresso.

Abbiamo seppellito, ahìnoi, tanti grandi interpreti della scienza, dell’arte, della società, senza onorarli del riconoscimento cui una patria, una nazione, uno stato dovrebbe dare quando essi sono ancora in vita.

Ascoltare e prendere atto delle loro riflessioni nell’Aula senatoriale, in cui possono contribuire positivamente all’intero Paese.

Sono stati nominati Senatori a vita, imprenditori non sempre limpidi, politici discussi e purtroppo in minima misura scienziati, tecnici e artisti, che hanno saputo rappresentare e rappresentano ancora l’Italia nel Mondo.

Ancora oggi è possibile farlo, perché tuttora sono presenti alcuni artisti di grandezza internazionale, che sono riusciti a rendere nota la musica e l’arte italiana nel mondo, anche attraverso la capacità di coniugare le musiche di altri popoli con quelle italiane, per raggiungere un risultato sublime.

I “ponti” costituiscono la più grande opera ingegneristica e architettonica, capace di proiettare i nostri corpi e le menti verso l’unione tra punti estremi e contrapposti, come in questi mesi ha saputo fare e rendere possibile il senatore a vita e architetto Renzo Piano.

La musica riesce a realizzare ponti che costituiscono un continuum tra gli infiniti punti dello spazio, tra gli esseri umani, cui nessun muro, nessuna separazione fisica e politica può impedire e ostacolare, neppure l’imposizione del silenzio.

Una società civile, una democrazia ha voglia e bisogno di essere riconosciuta, oltreché rappresentata, da suoi componenti che definiscono la sua eccellenza, in una dimensione superiore a quella in cui settorialmente sono usi esprimere.

Devono costituire punti di congiunzione e non solo eccellenti rappresentanti di un’arte o mestiere, privo di un’affiliazione partitica.

La nomina dei Senatori a vita deve costituire sempre un punto di unione sociale e culturale, in cui le visioni partitiche devono scomparire e abbracciare quelle dell’alta politica.

Se dovessimo oggi individuare delle candidature per i vacanti posti previsti per i Senatori a vita, avremmo l’imbarazzo della scelta.

Nel mondo dell’imprenditoria, della scienza, della tecnica e soprattutto delle arti, per cui a dire il vero, quest’ultima dimensione è stata sempre poco valorizzata da tali riconoscimenti.

In un Paese come il nostro in cui l’arte costituisce indubbia e universale centralità, troppo spesso la politica faziosa ha ostacolato il riconoscimento, per chi direttamente o indirettamente ha avuto il coraggio di criticarla costruttivamente da una posizione di autonomia.

Purtroppo avviene invece che, tale critica è premiata se è essa stessa partorita da una condizione di riconosciuta appartenenza.

Lo spazio ancora neutro cui la Costituzione ha voluto riconoscere ai grandi protagonisti del Paese, <>, oggi più di ieri, ha il compito di fungere da “faro” e non solo per l’Italia.

Non lasciamo andar via i pochi artisti rimasti, capaci di rappresentare attivamente l’Italia nel mondo, come riuscirebbero e riescono ancora oggi in modo sublime in questa Grande Orchestra Italiana.

Maurizio Ciotola

Aldo Scardella, vittima della malagiustizia. Di Maurizio Ciotola

Oggi ricordiamo la morte di un cittadino cagliaritano vittima della giustizia, Aldo Scardella, morto suicida nel carcere di Buoncammino a Cagliari il 2 luglio 1986.

Ricordare questo trentaquattresimo anniversario della sua morte, costituisce un punto fermo attraverso cui fare luce sugli innumerevoli casi di malagiustizia del nostro Paese e dello stato di cancrena a cui la Giustizia sembra essere giunta.

Aldo Scardella fu arrestato sulla base di indizi, tale era allora la procedura che poteva portare chiunque alla condizione di imputato, cui concorse non solo l’organo della magistratura.

Il 23 dicembre vi fu un incursione presso un locale commerciale, il “bevimarket”, con scopi ancora non chiariti e in cui fu ucciso il proprietario Giambattista Pinna.

Aldo abitava a pochi metri, frequentava la vicina piazza Givanni XXIII, allora parzialmente luogo di smercio di droga, e in più faceva parte di una famiglia onesta e umile.

Non si è mai capito in base a quali “indizi certi” la Squadra Mobile della Polizia di Stato orientò le indagini nei suoi confronti.

In quegli anni la polizia giudiziaria più che raccogliere prove raccoglieva indizi e con quegli indizi, molto spesso insieme alla magistratura, si giungeva allo sviluppo di teoremi secondo una prassi acquisita.

Ovviamente questo modo di procedere non costituiva il metodo delle indagini dei tanti e onesti attori della polizia giudiziaria e della magistratura.

Generalizzare e esaltare le defezioni, le distorsioni in capo a delle specifiche funzioni istituzionali, necessarie per le garanzie di libertà e per la giustizia nel Paese, non è solo improprio, ma tendenzialmente reazionario.

Esistono i casi di malasanità, ma questi costituiscono una minoranza esigua, che non può connotare il servizio cui tanti attori della sanità, con impegno giornaliero, rendono possibile.

Altresì è doveroso affermare che dei casi di malagiustizia, forse in sé più numerosi e meno rumorosi, eccetto i casi in cui intaccano alte personalità dello Stato e della finanza, in pochi sanno e in pochissimi si impegnano per contrastarli.

Aldo Scardella fu praticamente buttato in una cella in isolamento, prima nel carcere di Oristano, dal 29 dicembre 1985 al 24 aprile 1986, poi tradotto nel carcere di Buoncammino, dove il 2 luglio dello stesso anno, senza elementi probanti da parte degli investigatori, si tolse la vita esasperato dall’inerzia e dall’arroganza delle istituzioni.

Aldo si è tolto la vita e tanti altri come Enzo Tortora la perderanno a causa di quello stress, cui la macchina giudiziaria conduce chi è consapevole della propria innocenza e passionalmente vive questa tragedia.

Citare “il Processo” di Kafka è sempre utile per capire, se è possibile, qual è la mostruosa macchina giuridica che aggredisce il cittadino, su cui è bene ricordare che, rimane sempre valida la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio.

Ovviamente questo quando l’iter giudiziario è privo delle devianze cui molti giudici ci hanno mostrato, ma mai abituato.

In questi giorni quanto è emerso dalle indagini e dalle intercettazioni in merito al massimo organo della magistratura, il suo Consiglio Superiore, è da ritenersi inconcepibile per un Paese democratico.

Sappiamo che quanto accade in quel coacervo di interessi e intrecci politico-giudiziari, è da sempre stato oggetto di guerre tra consorterie difficilmente propense a tutelare gli interessi del Paese, se non a sfruttarli per acquisire maggior potere.

Certo è che di fronte a questa decisa decadenza e perversione, che mette in discussione ingiustamente l’intera magistratura, non vi è alcun organo che può decretare lo scioglimento del suo Consiglio Superiore, che come sappiamo può procedere solo su propria e collegiale iniziativa.

Neppure la moral suasion del Presidente della Repubblica, ancorché presidente del CSM, ha indotto alle dimissioni i componenti dello stesso Consiglio, verso cui, è sempre valido il principio di innocenza, come per gli altri cittadini cui tale principio invece sembra essere omesso.

Gli stessi componenti togati e non, dovrebbero rimettere il loro mandato per offrire un passo certo alla riforma del CSM e della giustizia in generale.

Anche per questo è importante ricordare oggi Aldo Scardella, in occasione della ricorrenza della sua morte causata da una malagiustizia, in cui hanno concorso alcuni attori di polizia giudiziaria e di una stampa poco avvezza alle garanzie, cui le leggi e i principi costituzionali, non gli uomini, si richiamano.

Ma non per questo corriamo ad accomunare casi e persone, vittime o ipotetiche vittime di una giustizia settaria, che in epoche e con modi differenti ha aggredito cittadini del nostro Paese in base a istanze reazionarie.

Azioni cui purtroppo alcuni magistrati, membri della polizia giudiziaria e del sistema mediatico erano e sono votati, in contrapposizione alla Giustizia e alla Libertà, cui si dovrebbe ispirare qualsiasi democrazia.

Maurizio Ciotola

La Sardegna tra appetiti energetici e lassismo politico. Di Maurizio Ciotola

Il mercato dell’energia, di quella elettrica in particolare, è un mercato ghiotto, che nei prossimi anni diventerà predominante e su cui graveranno le più grandi speculazioni di matrice industriale.

Su i quotidiani e le riviste non specialistiche, sono in tanti a parlarne in modo sintetico, ma essendo la materia particolarmente ostica, si finisce quasi sempre per scrivere bestialità.

Allo stesso tempo coloro che conoscono bene il sistema elettrico, le sue peculiarità e i difetti, quasi mai esprimono una visione limpida e chiara a i non addetti.

Altri invece che puntualmente hanno l’alto compito di insegnare nelle università del Paese, come della Regione, si guardano bene dall’intervenire, essendo sempre in bilico tra le consulenze prezzolate offerte dalle grandi società e la loro autonomia, che non paga nell’immediato in termini materiali e accademici, per cui ad alcuni non è sufficiente.

Oggi però abbiamo letto un intervento prolisso e inconcludente sull’energia elettrica in Sardegna, in cui oltre ad alcuni preziosi ricordi storici, errori sostanziali di cui le società interessate se vorranno si occuperanno, vi è anche una grave omissione.

E’la perenne omissione che in campo energetico e industriale tutti i politici sardi, i funzionari delle istituzioni e i manager di azienda, puntualmente fanno a salvaguardia del loro vivere, oltreché per garantirsi probabilmente qualche prebenda in più.

Pili su L’Unione Sarda, omette due aspetti fondamentali, forse uno perché non conosciuto, l’altro esplicitamente taciuto.

Per la Sardegna come per il resto d’Italia, vige un mercato, quello elettrico, soggetto a una borsa in cui domande e offerte si intrecciano per sei volte al giorno, in sei sessioni di mercato.

Un mercato che non grava in modo differenziato sul consumatore ultimo, per cui in Sardegna non spendiamo una lira in più rispetto al consumatore di Roma o di Milano, ma le cui differenze rispetto ad altri esiti delle ulteriori zone regionali di mercato, in cui l’Italia è suddivisa, possiamo dire, semplificando, che vengono “spalmate” attraverso oneri gravanti su tutti gli utenti elettrici del Paese, allo scopo di uniformare un prezzo finale.

Questo a spanne, senza usare termini specifici, al fine di essere più o meno comprensibili dal cittadino comune.

In questo mercato, nella borsa elettrica, gli unici produttori che non sono soggetti alle transazioni e al suo esito, nelle varie sessioni giornaliere e regionali, sono i produttori da fonti rinnovabili e i CIP6/92.

Per questi ultimi, i CIP6/92, sono applicate tariffe fisse differenti e più remunerative rispetto a tutti gli altri produttori, FER o tradizionali che siano, oltreché adeguatamente rivalutate nel tempo.

Inoltre le fonti rinnovabili (FER) e i CIP6, possono produrre in modo incondizionato e illimitato, salvo esigenze di sicurezza vagliate da Terna, per cui se la richiesta energetica è bassa, gli altri produttori che partecipano al mercato, sono costretti a produrre esclusivamente a copertura della parte energetica non assegnata in via preliminare, che in Sardegna risulta ampiamente ristretta per il ridotto mercato isolano e la limitazione del transito dei cavi che ci connettono alla Penisola.

In Sardegna la grande installazione di generatori eolici e la diffusa produzione fotovoltaica, oggi sarebbe in grado di coprire oltre l’intero fabbisogno regionale, in modo istantaneo, non costante e solo per le ore di forte vento e alto irraggiamento solare.

Inoltre vi è l’altro soggetto, quello relativo al CIP6, non legato alle variabili del vento e dell’irraggiamento solare, che produce per l’intera potenza disponibile, in modo esclusivo e “passante” rispetto al mercato e alla borsa, per tutte e le 24 ore della giornata.

Questa è la SARAS, che attraverso la sua centrale elettrica (SARLUX), alimentata con il residuo di raffinazione espulso dallo stabilimento limitrofo, soddisfa più o meno la metà del fabbisogno energetico regionale.

Fatte le somme ci si rende subito conto che, già oggi i produttori storici di energia elettrica da centrali termodinamiche a carbone, del sito di Portoscuso e Fiumesanto, sarebbero già un di più se non fosse per le condizioni di sicurezza elettrica richieste giornalmente da Terna e per l’esistenza dei due cavi, sempre di Terna, che connettono la Sardegna alla Penisola, attraverso cui è possibile esportare l’energia in eccesso.

E’in questo scenario che politica e industria si stanno muovendo, ignorando esplicitamente le eventuali opportunità di sviluppo regionale, di cui solo i lavoratori e i cittadini dell’Isola pagheranno lo scotto, compresi gli aspiranti lavoratori, oggi ancora alle prese con gli studi nelle scuole e nelle università.

Pili omette questo passaggio e rinuncia a un ulteriore proposta, che non può essere il “tutto resti com’è” o il riportare la lancetta indietro nel tempo.

Ovvero la posa del futuro cavo tra la Sicilia e la Sardegna potrebbe avere un senso, se e solo se, quella interconnessione con il nord Africa, fallita due secoli addietro, dovesse oggi vedere invece la sua legittima e possibile realizzazione.

Un cavo sottomarino che connette la Sardegna con l’Africa, non solo per consentire di soddisfare le richieste energetiche dell’Isola, del Paese e dell’Europa alla quale siamo elettricamente connessi, ma per dare un’opportunità di crescita e stabilizzazione ai paesi del Maghreb.

Un cavo elettrico al quale potrebbe essere affiancato un gasdotto, che renderebbe francamente libera la Sardegna dai vincoli del Gpl (prodotto dalla medesima raffineria di Sarroch) e dai pericoli dei rigassificatori, cui le condizioni future ci costringerebbero.

Le stesse centrali a carbone potrebbero essere rapidamente convertite a gas, con efficienza e flessibilità importanti per la rete elettrica isolana, di cui gli esperti, che opportunisticamente evitano di intervenire, sanno bene.

In ultimo, ma non perché meno importante, sarà possibile recuperare grazie a esso i siti industriali di Portoscuso e Fiumesanto, oggi decisamente degradati, per avviarli alla conversione che offrirebbe un’occupazione stabile, almeno fino alla prossima rivoluzione energetica, verso cui nel lungo termine ci stiamo avviando.

Maurizio Ciotola

Smart working, intelligenza artificiale e 5G, rendono possibile un nuovo paradigma. Di Maurizio Ciotola

In un Paese come il nostro, tendenzialmente poco incline a mutare, se non sul piano esteriore per non cambiare nulla, il salto paradigmatico avviato per effetto della pandemia costituisce una novità storica.

Ma non tutto il Paese e i suoi cittadini offrono una forte opposizione ai cambiamenti, generalmente sono coloro che dal sistema attuale traggono profitti e hanno un’incapacità strutturale, culturale a mutare.

E’la scienza e con essa la tecnologia che trascina in avanti, grazie a una spasmodica ricerca, la società che fino ieri l’altro usava i pitali per smaltire i propri liquami.

Del resto il luddismo non è stato un fenomeno sporadico, ma ha mantenuto con costanza una sua presenza, nella nostra come nelle diverse società che arricchiscono il pianeta.

Certo è bello, romantico, immaginare di lavorare la terra con le proprie forze e quelle degli animali, ma questo sarebbe a mala pena sufficiente a nutrire una o due persone per volta e non sempre nell’arco di un anno o una stagione.

Perché a questi romantici benpensanti, dovremmo ricordare e riportarli a vivere in quei tempi, cui vorrebbero sentimentalmente il ritorno senza mutare i loro onerosi confort e le sicurezze conquistate.

Nessun lavoratore di una miniera oggi accetterebbe e neppure riuscirebbe a immaginare, il proprio lavoro svolto solo settant’anni fa.

Così come un agricoltore o un allevatore non tenderebbe in alcun modo a ripristinare quelle condizioni di insicurezza e fatica disumana, cui i loro avi e i loro padri sopportavano, talvolta in silenzio, talaltra reagendo.

E’da circa trentacinque anni che il terziario affronta una mutazione quantitativa e qualitativa, evolvendo verso una sua componente definita avanzata, che non ha moltiplicato gli impieghi, esigendo nel contempo una preparazione superiore affiancata da una formazione costante e inarrestabile, pena l’esclusione.

Ma tutto questo è evoluto secondo una parametrazione e un paradigma immutato nella sua essenza, rispetto agli inizi del XIX° secolo.

La rete informatica, internet, non è rivoluzionaria solo perché tutti parlano con tutti e tutti possono accedere a banche dati prima inarrivabili, se non per gli studiosi appositamente dedicati.

Internet è una maglia che non ha più canali, ma continuità senza distinzioni.

La tecnologia e la ricerca, attraverso cui la connessione diverrà pressoché totale per gli uomini e l’umanità, costituisce un fatto irreversibile cui solo chi ostacola l’evoluzione e la progressione, solo teoricamente, vorrebbe impedire.

Lo smart working oggi ha traghettato l’ottanta per cento dei lavoratori del terziario in uno spazio lavorativo in cui l’uomo è al centro, asservito dalle strutture.

Domani, in misura sempre più prorompente, ma vi sono realtà già in essere, anche il lavoro di produzione potrà essere guidato da sedi diverse, tra cui quelle domestiche, senza particolari oneri, se non benefici per il lavoratore e consistenti risparmi per il datore di lavoro.

L’intelligenza artificiale e il 5G non sono argomenti riconducibili alla fantascienza, ma elementi tecnologici già in essere, cui ancora non esiste la piena affidabilità e diffusione.

Ma del resto prima del marzo del 2020 quali erano i pareri e le opinioni in merito allo smart working oggi in uso presso le aziende?

I dati cui ci si è subito incaricati di raccogliere, per testare questa sperimentazione obbligata, non solo smentiscono le improvvide dichiarazioni del prof. Ichino, forse congelato nei suoi studi a vent’anni fa, ma anche le uscite populiste del sindaco di Milano, Sala.

La certezza evidente, per cui non solo le grandi aziende e la p.a. proseguono oggi con lo smart working, è che in tale modalità di lavoro la produttività è cresciuta del 15-20%, equiparando quella tedesca, come il sociologo prof. De Masi testimonia.

Non è poco e non è indifferente. nessuno può ritenersi indifferente a questo risultato che basa il proprio successo sulla diversa articolazione del lavoro.

Un lavoro che è divenuto estensione naturale del proprio vivere, senza ovviamente esagerare, per cui il compenetrare attività personali e lavorative, non più in conflitto, ha reso il lavoratore più disponibile e più efficiente, grazie alla sua disponibilità, appunto.

Ovviamente tutto questo dovrà avere un preciso quadro normativo di riferimento, capace anche di saper guardare oltre la recente attualità.

E’ altresì necessario che, la definizione di questa nuova regolamentazione escluda a priori quella preponderanti parti sindacali e politiche retrograde, tese a tutelare lo status quo in dispregio ai vantaggi sociali e umani, che invece tale nuova normativa renderebbe possibili.

Lo spazio e il tempo libero, diversamente libero, potrà costituire un’opportunità per tante e differenti attività produttive, che anch’esse non potranno mantenere immutate le loro aspettative e proposizioni.

Siamo certi che la mutazione in atto non potrà esser impedita e tanto meno rallentata, ma se la politica e i sindacati(?) non ne prenderanno atto vi saranno forti emarginazioni e esclusioni sociali, che tante, troppe persone si troveranno costrette a subire a causa della loro incapacità e del misero interesse di una classe dirigente votata all’estinzione.

Maurizio Ciotola

Stati generali, tra resilienza e sopravvivenza. Di Maurizio Ciotola

Credo che tutti i momenti di confronto, proposizione e ascolto, costituiscano i veri punti di ancoraggio a un sistema democratico su cui per contro, per altro in modo imperativo, agiscono le corporazioni e le lobby.

Gli Stati generali indetti dal Presidente Conte, giungono in un momento di crisi epocale, che nessuno avrebbe avuto il diritto di affrontare senza ulteriori interlocuzioni propositive extraparlamentari.

L’opposizione ha commesso un errore nel disertare il tavolo, in cui avrebbe potuto contribuire alla dialettica che condurrà alla definizione dei fini del progetto socioeconomico del Paese, in questa fase avanzata del XXI secolo.

Un rifiuto che contraddistingue certamente l’immaturità politica di una destra incapace di emendarsi dal fascismo e dai suoi metodi, ma soprattutto mette a nudo la rappresentanza di quegli interessi economici che nel non voler mutare, intendono trascinare la società verso l’abisso e la disperazione economica.

Gli Stati generali ovviamente non possono costituire un “luogo”, un “atelier” in cui i “sarti” continuano a ricucire gli strappi di un vestito oramai logoro e inutile che indossa il nostro Paese.

Le erogazioni rese disponibili dall’Ue non potranno fungere a tale scopo o ancor peggio, per la realizzazione di toppe da utilizzare nelle voragini di un vestito liso e completamente rattoppato, di cui non riusciamo a distinguere più il taglio e lo stile originale.

Abbiamo bisogno di una radicale trasformazione che non può che partire dalla Scuola, dall’educazione, primaria e secondaria, in una rivisitazione generale delle modalità con cui essa è espletata.

In un investimento corposo nelle sue strutture principali costituite dagli insegnati e dai luoghi fisici in cui essi insieme agli studenti espletano la loro attività, contribuendo in modo primario all’educazione della società.

In second’ordine, ma sempre prima di ulteriori interventi, si dovrà investire nell’Università, cui dobbiamo strappare l’idea di formare perfetti e dotti esecutori, incapaci di ridefinire il progetto o il modello di cui sono strumento e tal volta mediocri attori.

Gli interventi mirati a sostenere le imprese, incapaci di mutare il loro ciclo produttivo o l’erogazione verso le scuole di formazione, nate per fornire manovalanza e impiego, costituiranno una dispersione di risorse ad incremento irreversibile del debito pubblico, se anch’esse non ribalteranno le modalità di asservimento per cui sono state create.

Sappiamo quanto è difficile mutare il proprio lavoro, cambiarlo completamente, ridefinirlo, ma è proprio in questa riuscita che si misura una società capace di sopravvivere a se stessa.

Le infrastrutture che garantiscono una connessione e equiparano i cittadini sul territorio nazionale, costituiscono la centrale operazione che nell’immediato dovrà condurre questo governo e quelli che seguiranno, in una continuità cui l’alternanza politica non dovrà minare.

Anche per questo l’errore macroscopico della destra, egemonizzata da Salvini e dalla Meloni, farà gravare sulla restante parte, nei fatti più connessa al mondo produttivo, il divario che un’eventuale interruzione o azzeramento del programma potrebbe apportare.

Se FI è anche un partito in cui si condensano i consensi e la rappresentanza di una certa borghesia imprenditoriale, è pur vero che l’assenza al tavolo non sarà indolore per i suoi rappresentati.

Un’idiozia, come le tante che purtroppo hanno contraddistinto gli ultimi venticinque anni di politica nel nostro Paese.

Quelle corporazioni sindacali incapaci di rappresentare l’ottanta per cento dei lavoratori che non aderiscono al sindacato per rifiuto e opposizione, devono riuscire a mutare il loro approccio politico, oggi cristallizzato e finalizzato al mantenimento di se stessi, in quanto corpose aziende di business garantite in un monopolio inaccettabile.

E’necessario un master plan e gli Stati generali possono costituire il primo tavolo attraverso cui abbozzarlo, per poi definirlo nelle sue linee principali.

Il grande scontro tra gli interessi in gioco, di porzioni garantite della società, possono condurre ad un nulla di fatto, lasciando immutate le rendite di posizione costruite negli anni.

Non sarebbe solo un fallimento politico, ma il fallimento del Paese in questo momento storico di cui siamo parte e attori.

Significherebbe la condanna per le generazioni future, che non avranno l’opportunità di vivere con dignità nel rispetto dei diritti cui la Costituzione riconosce.

La resilienza di cui tanti oramai parlano, forse impropriamente, non è la capacità di ripartire dopo un grande stress sociale e economico senza mutare le modalità di marcia.

Quella non è resilienza, ma sopravvivenza.

Una sopravvivenza che per stress di minor portata rispetto a quello vissuto nei tre mesi passati, ci ha accompagnato per oltre vent’anni in una condizione geopolitica protetta.

Quell’età è finita, come altresì è terminato l’ossigeno per questo corpo industriale moribondo, giunto all’ultimo stadio.

Non comprenderlo per volontà o negligenza, renderebbe complici di questo omicidio sociale ed economico, l’intera classe dirigente e gran parte della società inerme.

Maurizio Ciotola

Mitezza e riformismo. Di Maurizio Ciotola

Le vie della mitezza, della progressione riformista, della libertà democratica non hanno mai albergato in pianta stabile nel nostro Paese e forse nel Globo terraqueo di cui siamo figli.

Nella rozzezza che contraddistingue l’Umanità, la via materiale, coercitiva e violenta, adottata nei confronti dell’altro ha da sempre prevalso, fino ad avere la meglio anche su quelle persone miti, ma esauste nel portare avanti i loro propositi dialettici.

Nel fare un salto all’indietro nella temporaneità dilatata negli anni della Repubblica italiana, per giungere alle ceneri disastrose su cui è sorta, non possiamo tacere sul rigurgito di violenze, cui non solo la popolazione fu anima e vittima, ma che le parti politiche innescarono in una feroce guerra dialettica, i cui strascichi hanno determinato morti e lotte disumane in una popolazione da sempre abusata.

Questo nostro Paese, politicamente nato su un compromesso geopolitico europeo, conscio della propria instabilità e asservimento, ha ingenerato politiche nazionalistiche e reazionarie, che hanno condotto a una belligeranza manifesta prima, e dopo a politiche ancora violente, ma agite in un agone similmente democratico, che ha partorito violenze civili di minore impatto, ma non meno omicide.

Nel nostro Paese, ove il senso di laicità ha costituito e costituisce l’assenza determinante, vi è una occupazione centralizzata e canalizzata da politiche regressive e violenti, definite nell’ambito di estremismi interpretativi, su base religiosa e antireligiosa.

Un’egemonia culturale e morale, antitetica rispetto all’idea gramsciana, che ha forgiato i cittadini senza liberarli in quanto persone, di per sé non inclini all’audacia riflessiva e speculativa propria degli spiriti liberi.

Le scuole e le università, hanno avuto il ruolo e offerto la possibilità a un popolo semianalfabeta e analfabeta di ritorno, di poter costruire un dialogo mite e conflittuale, argomentato, capace di restituire una civiltà di cui, per certi versi, abbiamo visto e plasmato le origini.

La mitezza non paga chi è teso a trarre profitto dal suo esercizio, sia esso economico, politico, culturale.

La mitezza che non è confusione e tanto meno fusione di visioni o di progetti socio politici, trae la sua essenza dalle virtù cui è possibile portare alla luce grazie a un’educazione libera, di cui si giova la società.

Norberto Bobbio nel suo “elogio alla mitezza” mette in luce come essa è parte di una società in cui l’etica del dovere, cara a Kant, è definita in quanto dovere interno, distinto dal quel dovere esterno di cui si occupa la dottrina del diritto.

Questa separazione deve, dovrebbe essere tale solo sul piano categoriale e della riconoscibilità, non su quello dell’esercizio quotidiano, cui tutti noi nelle differenti occupazioni assolviamo o tentiamo di assolvere.

E’una distinzione necessaria nell’analisi filosofica che da essa scaturisce, ma è altresì una separazione cui non dobbiamo e non possiamo rendere effettiva nel nostro agire.

Sempre Bobbio riflette sulla definizione di mitezza, data dal filosofo torinese Carlo Mazzantini: “la mitezza è l’unica suprema “potenza” che consiste nel lasciar essere l’altro quello che è” e ancora “il violento non ha impero perché toglie a coloro ai quali fa violenza il potere di donarsi. Ha impero invece chi possiede la volontà, la quale non si arrende alla violenza, ma alla mitezza”. Dunque “lasciare essere l’altro quello che è”, è virtù sociale nel senso proprio e originario della parola, conclude Bobbio.

Pensiamo all’assenza nella nostra società dell’etica del dovere, cui non registriamo solo in ambiti politici, ben visibili e se volete gli unici su cui son da sempre puntati gli indici, senza mitezza.

Pensiamo all’esercizio della frode, cui società finanziarie e industriali demandano corpi “scelti” dei loro dirigenti/dipendenti, al fine di totalizzare un profitto purché sia.

Osserviamo l’esercizio continuo e costante di chi nel giustificare la propria evasione fiscale, denuncia le deficienze e la corruttela dell’amministrazione pubblica, di cui in taluni casi è concorrente o connivente, sicuramente utente.

Pensiamo alla violenza insita in chi è teso ad applicare la legge del taglione sul piano giuridico e verso cui orienta l’opinione pubblica, determinando sommosse e violenze popolari, cui prontamente rigetta, ma giustifica.

E’esistita mitezza nell’esercizio politico nella prima fase repubblicana, in cui gli estremismi inglobati nel Movimento sociale e nella Democrazia cristiana, quanto nel Partito comunista, hanno partorito la violenza terroristica subita fino agli anni ottanta?

Com’è stato possibile che un uomo apparentemente mite come Enrico Berlinguer, abbia guidato un partito violento nella dialettica e di rimando, nell’agire di attori terzi a i suoi ideali ispirati?

Diversamente cosa e quale motivo ha fatto si che un uomo, dinamico, diversamente mite, sicuramente non violento, cui è stato Bettino Craxi ha guidato un partito mite cui i propositi e le azioni riformiste, prima e durante la sua guida, costituiscono ancora oggi i fondamentali della democrazia per il nostro Paese?

Quanta violenza è stata contrapposta alla violenza terroristica, da parte di uno Stato mellifluo e indefinito nei suoi organi e nelle sue strutture, se Esso Stato è riuscito a rivolgersi violentemente verso gli uomini, che incarnando le istituzioni ricercavano la mitezza democratica nel suo processo di sviluppo repubblicano post-bellico?

Aldo Moro di cui ricordiamo la sua indiscussa mitezza, senza necessariamente sposare in toto la via politica, è stato o no, vittima di questa assenza premeditata di mitezza politica, a cui i componenti delle parti politicamente avverse non puntarono?

Come facciamo a non comprendere che il grande progetto di Aldo Moro, rientrava nel definire una indipendenza democratica per il nostro Paese, già sottomesso a quelle aree di influenza internazionale, statunitense e sovietica, cui gran parte della Dc e del Pci erano piegati, se non proni?

Come in tanti hanno detto, noi in Italia “la cortina di ferro” l’avevamo in “casa”, e Aldo Moro nel suo capolavoro politico spinto da altri al fallimento, intendeva abbattere anzitempo questo radicalismo violento, determinato dallo scontro per interposta persona, attraverso la DC e il PCI nel nostro Paese.

Perché Craxi avrebbe dovuto spendersi fino allo spasimo per la liberazione di Moro, se la sua scomparsa avrebbe portato, come ha portato, all’esclusione sine die del PCI dal governo del Paese?

Quale fu la responsabile assenza di volontà da parte di Cossiga e Berlinguer, ognuno per la sua parte, nella mancata liberazione e nell’omicidio di Aldo Moro?

Possiamo affermare, senza possibilità di smentita, che i due cugini, sono stati interamente responsabili di un’adesione senza coraggio alle direttive internazionali da cui dipendevano, lasciando Moro in mano ai brigatisti o a chi lo deteneva sotto il loro nome.

Una loro differente decisione avrebbe potuto garantire la liberazione di Moro, ma essi non hanno esitato per intraprendere la via più sicura e protetta, che inevitabilmente avrebbe condotto al sacrificio dello statista.

Piuttosto che contribuire con responsabilità a cambiare in misura mite il corso storico del nostro Paese, hanno preferito non correre alcun rischio politico e di incolumità personale, per non opporsi ai mandanti internazionali, autorizzando così l’esercizio della violenza di Stato in contrapposizione alla violenza del terrorismo armato.

Lo Stato mite è quello del fare, inesorabile e continuo, silenzioso, ovvero un modello cui non abbiamo saputo aderire se non per pochi anni, in una circostanza di maturazione sociale e politica, figlia anche della tragedia di Moro, in cui le forze laiche sono diventate centrali nel governo del Paese.

Una per tutte fu la risposta saggia, mite, con cui di fronte alle efferatezze di alcuni terroristi palestinesi, che presero in ostaggio l’Achille Lauro nell’ottobre del 1985, il governo del pentapartito presieduto da Craxi, risolse senza ulteriore spargimento di sangue l’evolversi della situazione.

Contrapponendosi ancora una volta alle efferatezze di Stato, cui con spirito colonialista gli Usa cercarono di affermare attraverso una violenta intransigenza militare.

Negli stessi anni la via giudiziaria contro una bestia nera qual è la mafia, costituì la risposta dura e mite a quella violenza.

Perché un cittadino sottoposto a giudizio deve essere sempre soggetto all’azione ferma e mite del diritto, non a quella violenta in cui il diritto vacilla e cede spazio a prerogative di vendetta.

Falcone e Borsellino furono alfieri della risposta mite della giustizia alla violenza della mafia, ma furono anche i bersagli di una violenza incrociata da parte di tanti altri magistrati, e delle loro componenti politiche dentro l’Anm e nel CSM.

Furono aggrediti da quelle aree politiche che per decenni, in una contrapposizione da operetta, hanno ingenerato e seminato i propositi ideologici degli atti di violenza fisica e verbale nel Paese.

Oggi non intravediamo nessun erede laico di una politica che ha saputo tenere testa a forti e ricchi partiti politici, cui DC e PCI costituirono la massima e inequivocabile espressione.

La violenza è esercizio principale dei vari caporali con funzioni politiche e giornalistiche, financo intellettuali, che grazie a essa hanno potuto garantirsi una “protezione” economica del loro esistere.

i violenti continueranno a cercare “altrove”, tra le tante vie possibili, le soluzioni di una buona e ottimale gestione politica dello Stato, diversamente da dove intende investire chi della mitezza ha costituito la centralità del vivere.

La violenza perpetuerà i disequilibri, agendo su una ripartizione delle risorse senza alcun progetto nel medio e lungo periodo, badando a perpetuare la depauperazione su cui si fonda il suo esistere.

Diversamente da un’azione laica e mite, che intravede nell’educazione, scolastica e universitaria, artistica, gli ambiti principali e imprenscindibili su cui investire, onde rendere un Paese libero e forte per ambire ad ampie prospettive future.

Maurizio Ciotola

23 maggio 1992, ventotto anni dalla strage di Capaci.Di Maurizio Ciotola

A ventotto anni dalla strage di Capaci, in un tempo in cui oramai non è più presente nessuno di coloro che furono in prima fila per combatterla, dobbiamo capire perché la mafia, in quanto potere, non ha finito di esistere.

E’lecito richiamare l’affermazione del prof. Isaia Sales, nel suo saggio “Storia dell’Italia mafiosa”, per cui “Nessun potere extra-istituzionale può vivere e sopravvivere in contrapposizione a quello statuale. Se le mafie sono riuscite a sopravvivere per due secoli, ciò significa che non costituiscono e hanno costituito un potere alternativo, ma nei fatti un potere relazionato con esso”.

E ancora in merito alla storia che studiamo del nostro Paese edulcorata della storia delle mafie, che come gli storici sanno invece hanno contraddistinto l’affermazione dell’unità d’Italia, nella misura in cui le stesse mafie erano collaterali ai poteri preesistenti, mutando solo riferimento politico e istituzionale, ma non la prassi.

Non possiamo certo identificare la storia d’Italia come storia mafiosa a tutto tondo, altresì “..non è corretto ridurla (la storia di mafia) a una componente secondaria e dunque ininfluente nel determinare le caratteristiche della grande storia nazionale”, ci dice sempre il prof. Sales.

Il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 costituiscono la fine di quella lotta, cui una parte dello Stato e della politica riuscì a far partire negli anni ottanta e di cui constatiamo l’epilogo dopo il maxi processo nella conferma delle condanne in Cassazione.

Il ruolo delle mafie fu centrale anche durante la liberazione dal regime nazi-fascista, in funzione di tenuta antisovietica, piuttosto che anticomunista.

Nei processi sulle stragi terroristiche in cui furono implicati neofascisti e servizi deviati, corpi dello stato, emersero contiguità con il mondo della malavita organizzata, delle mafie appunto.

E’sempre il prof. Sales che nel suo saggio mette per iscritto nomi e cognomi, tra cui quello di un Presidente della Repubblica, Antonio Segni, e le sue relazioni con capi della mafia, “...un presidente della repubblica, Antonio Segni, frequentava assiduamente il mafioso Calogero La Volpe, medico del capo della mafia siciliana Calogero Vizzini, uno che quando si recava negli USA partecipava abitualmente alle riunioni di Cosa nostra”.

Presidente su cui ricadrà in modo più esplicito l’ombra del tentato colpo di Stato, di cui al fallito “piano Solo” del Generale De Lorenzo nel 1964.

Il 6 gennaio 1980 il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, viene ucciso secondo uno stile non riconducibile alla mafia, fatto per cui il giudice Falcone avviò un’indagine sul coinvolgimento del terrorismo di matrice fascista.

Il 30 aprile 1982 il deputato comunista Pio La Torre, venne ucciso dalla mafia o da una combine imprecisa di volontà, non semplicemente nazionali.

Ma anche lui, come dieci anni dopo accadde per Falcone e Borsellino, restò solo, isolato nel suo stesso partito, come ci ricordò Rossana Rossanda su “il manifesto”.

In quell’evidente emergenza, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fu inviato dal Presidente del Consiglio Spadolini, con la funzione di prefetto a cui furono demandati speciali poteri, ma senza poter disporre di mezzi effettivi.

Il 3 settembre 1982, dopo pochi mesi di permanenza il Generale dalla Chiesa, la moglie Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, furono trucidati in un attentato mafioso.

La reazione di una parte delle istituzioni, sicuramente della procura di Palermo, per mano del giudice Chinnici spinse all’istituzione del pool antimafia, favorito dal contesto emergenziale, politicamente favorevole.

Erano gli anni in cui le presidenze del Consiglio dei ministri furono in mano ai partiti laici, prima Spadolini poi Craxi.

Anni in cui il presidente della Repubblica e quindi presidente del CSM, il laico e socialista Sandro Pertini, costituì un forte punto di riferimento, ancorché motore dell’avvio di un cambiamento istituzionale.

Nell’ottobre del 1983, un mese dopo l’omicidio Dalla Chiesa, in Brasile fu arrestato Tommaso Buscetta, boss mafioso in opposizione alla supremazia corleonese di Totò Riina, che per combatterlo gli sterminò l’intera famiglia rimasta a Palermo.

Falcone lo incontrò in Brasile, capii che poteva nascere una collaborazione e chiese la sua estradizione.

Passo importante, perché l’estradizione pur seguendo gli accordi internazionali, è un fatto politico, cui il governo di un Paese riesce a ottenere o a evitare, compiendo o no i dovuti passaggi necessari, non sempre istituzionali.

Buscetta fu la chiave attraverso cui fu possibile aprire quella porta che avrebbe poi consentito al pool, Falcone e Borsellino in particolare, di emettere oltre trecentosessanta mandati di cattura per associazione a delinquere di stampo mafioso e l’arresto della maggioranza degli imputati del maxiprocesso.

La reazione mafiosa non si fece attendere, Chinnici venne ucciso il 23 luglio del 1983, cui subentrò Antonio Caponneto che supportò in misura altrettanto energica il pool.

Adesso il pool, Falcone e Borsellino avevano il duro compito di redigere l’istruttoria per quello che sarebbe stato il maxiprocesso alla mafia.

Dopo l’omicidio del Commissario Montana, ancora una volta lo Stato attraverso i servizi, attuò un vero e proprio raid per mettere in salvo Falcone e Borsellino, nell’agosto del 1985.

La minaccia incombente nei confronti dei due giudici, spinse le istituzioni dello Stato, diversamente sensibili, a trasferirli con le rispettive famiglie in un luogo sicuro e protetto, il super carcere nell’isola de L’Asinara.

In quell’isolamento protetto Falcone e Borsellino, redassero l’istruttoria del maxiprocesso per gli oltre quattrocento imputati.

Ma la maglia di protezione dello Stato non presentava uniformità e purtroppo durante quei mesi di lavoro senza sosta, nell’infuocata Palermo fu ucciso il commissario Ninni Cassarà.

Era necessario pensare anche dove poter svolgere in sicurezza un processo, con una tale mole di imputati di peso dell’organizzazione mafiosa.

Un luogo sicuro, protetto, in cui far giungere gli stessi imputati, senza mettere a rischio i trasferimenti dal carcere all’aula del tribunale, ove nello stesso tempo era necessaria anche una protezione da eventuali attacchi esterni.

L’aula bunker venne realizzata all’interno del carcere de L’Ucciardone, in strutture in cemento armato a prova di missile, come narrano le cronache del tempo, perché si paventò anche una simile minaccia.

Furono realizzati gli spazi per consentire ai giudici e i giurati la loro permanenza in isolamento alla fine del processo, nei giorni di camera di consiglio, che furono trentacinque, in completo isolamento.

Una struttura realizzata in pochi mesi e perfettamente efficiente, cui il governo in carica volle fortemente, concretizzando la sua realizzazione nelle misure di massima protezione prevedibili.

Questo ulteriore passaggio politico mette in risalto che, in quel determinato periodo storico del nostro Paese la volontà di lotta alla mafia non apparteneva solo ai talk show o alla retorica politica, ma era parte delle istituzioni quanto della politica di governo.

Nel dicembre del 1987 il primo grado del maxiprocesso ebbe fine con la lettura del dispositivo della sentenza: 346 condannati e 114 assolti.

Tra il secondo grado e la Cassazione furono uccisi altri due giudici, Saetta e Scopelliti, il primo avrebbe dovuto presiedere la fase di appello, il secondo costituiva il procuratore generale che in Cassazione avrebbe dovuto sostenere l’accusa.

Nel frattempo, nel 1988 Caponnetto lasciò l’incarico per raggiunti limiti di età, Falcone candidato naturale, fu bocciato da il CSM presieduto dal nuovo Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che optò per Meli, il quale una volta insediato smontò il pool antimafia in aperto contrasto con Falcone.

Anche alla presidenza del Consiglio dei ministri era ritornato un democristiano, Ciriaco De Mita, di cui è utile riportare quanto scrive il prof. Sales sul suo saggio, in merito alla trattativa tra Stato e camorra che condusse alla liberazione di Ciro Cirillo, membro della Dc campana.

Dice Sales: “...il presidente del consiglio dell’epoca Ciriaco De Mita, attaccò frontalmente il giudice che aveva scoperto la trattativa dicendogli che si era messo “fuori dal circuito costituzionale”.>p/>

Il pool smembrato, Falcone fuori gioco, Borsellino alla procura di Caltanisetta.

In Cassazione aleggiava l’ombra del possibile annullamento delle condanne del maxiprocesso.

Annullamenti di cui in altre occasioni il giudice Carnevale , chiamato l’”ammazza sentenze”, fu responsabile per diversi processi relativi a singoli casi di mafia.

De Mita lasciò, subentrò Andreotti nel 1989, cui il vice fu Claudio Martelli e Guardiasigilli ad interim.

In contemporanea nel 1989 fu sventato un attentato dinamitardo a Falcone, con il ritrovamento dell’esplosivo nella scogliera prospiciente la sua casa all’Addaura, a Palermo.

Lo stesso giorno Falcone avrebbe ospitato i giudici svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, con cui stava svolgendo indagini sul traffico internazionale di droga, lui stesso parlò di “menti raffinatissime”, riferendosi a mandanti dell’attentato.

Sempre in quegli anni, Falcone fu attaccato pubblicamente dal Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il democristiano in lotta con la componente andreottiana, che lo accusò di tenere nei cassetti i nomi dei politici collusi con la mafia.

Falcone dissentì duramente dalle affermazioni di Orlando, accusandolo frontalmente di “cinismo politico”: “questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia i nomi e i cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia, non è lecito parlare in assenza degli interessati”.

Falcone fu candidato come componente del CSM, in qualità di membro togato, ma non fu eletto dagli stessi giudici.

Il suo isolamento divenne effettivo all’interno della magistratura, con avversione palese della componente di “magistratura democratica” e i partiti politici ad essa riconducibili, cui è opportuno ricordare, il Partito democratico della sinistra e il quotidiano La Repubblica.

Falcone chiedeva l’istituzione di una super procura di coordinamento nazionale, che avrebbe dovuto operare sulle indagini mafiose, in un’avversione totale da parte del CSM e delle compenti della magistratura.

Quella procura che solo dopo la sua morte e in misura e modalità differenti fu istituita.

Accettò l’incarico offertogli da Claudio Martelli come capo ufficio della direzione degli affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, grazie a cui riuscì a definire le modalità di assegnazione dei processi alle sezioni della Cassazione, riuscendo così a evitare che il giudice Carnevale prendesse in mano il ricorso del maxiprocesso.

Nel gennaio del 1991 la Cassazione confermò tutte le condanne in Appello del maxiprocesso.

Di lì a poco una rivoluzione stravolse la cosiddetta prima Repubblica, emerse l’istituzione segreta di Gladio, denunciata da Andreotti presidente del Consiglio, in un contrasto epocale con il capo dello Stato Cossiga, che fu anche il creatore di tale istituzione di matrice segreta, finalizzata a una difesa antisovietica, nei fatti un’istituzione sovversiva.

Fu ucciso Salvo Lima, deputato europeo democristiano di Palermo.

Le componenti istituzionali dello Stato oramai deboli a causa di una politica in totale crisi, condusse a uno stallo nell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, che subentrò a Cossiga.

Si giunse così a quel 23 maggio del 1992, senza un presidente eletto, il Psi alla berlina della magistratura milanese e una Democrazia cristiana in lenta decomposizione.

La strage di Capaci avvenne con il Parlamento in piena votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica, imprimendo quella improvvisa accelerazione con cui fu eletto Oscar Luigi Scalfaro.

Riina fu sicuramente il braccio armato che determinò la strage di Capaci, ma questo fu possibile grazie a quella presenza e contiguità delle mafie con organi dello Stato, che segna la storia del nostro Paese.

Organi di cui le mafie in un duplice e reciproco scambio si servivano e si servono per un controllo esteso sull’intero territorio nazionale, cui non è mai stata estranea la politica di Paesi amici.

Lo Stato è assente, non protegge e non tutela chi si contrappone alle organizzazioni mafiose.

In una maglia sempre più fitta di correlazioni tra poteri, legale e illegale, i successivi arresti sporadici e non sistemici di componenti della malavita organizzata, avuti per mano di pentiti poco attendibili, non hanno inficiano la potenza distruttiva delle mafie.

Oggi il CSM è sotto scacco in quanto istituzione, a causa di malversazioni la cui violenza implicita assume il tenore cui le stesse mafie erano e sono use adoperarsi.

Giovanni Falcone era ben conscio, come tutti i suoi colleghi e collaboratori falcidiati nelle stragi, che la mafia e lo Stato avessero elementi di contiguità, ma è la “raffinatezza” di questa contiguità, che ancora oggi sfugge o non vuole essere presa in considerazione.

Quel “là” che permise l’avvio del maxiprocesso e della sua conferma in Cassazione, non fu solo opera di preziosissimi e grandi servitori dello Stato, quanto di una stretta collaborazione tra essi e la politica del Paese in quel preciso contesto, perché né prima né dopo questo fu più possibile.

Vi è stato un arco temporale in cui la politica, una parte di essa, ha preso in mano le istituzioni e, nell’ambito di ciò che è possibile governare all’interno delle stesse, ha consentito la guerra alla mafia, alle mafie.

Il punto è che dopo il 1992, da una contiguità esplicita di una parte dello Stato e della politica, si è passati ad essere sotto completo ostaggio delle mafie, che hanno assunto entità differenti da quelle rozze espresse dai Riina e i Liggio.

Lo stesso Falcone nelle sue ultime incursioni internazionali stava cercando di far emergere tale trasformazione e complessità, tra cui la collaborazione con il magistrato dell’ex Unione Sovietica.

Oggi ci rimane solo la retorica della ricorrenza della strage, della sua morte, cui tanti suoi ex colleghi lo hanno condannato, nell’isolamento professionale e umano attuato negli ultimi anni della sua vita.

Per Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Maurizio Ciotola

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