In Sardegna la nuova legge urbanistica regionale mette in calce il dispregio delle tutele ambientali. Di Maurizio Ciotola

Il varo della legge urbanistica sembra contenere i parametri propri di un rapporto clientelare, totalmente avulso alle reali esigenze di quest’Isola martoriata da una classe politica predatoria. Nell’estate del 2017 l’On. Soru portò a conoscenza dell’opinione pubblica le operazioni nascoste e palesemente incostituzionali derivanti dall’eventuale approvazione del Ppr, nello specifico al suo art. 43, con cui si indicavano i casi in cui allo stesso Ppr si poteva entrare in deroga, attuando accordi tra la presidenza della regione e i soggetti economici coinvolti. Lo abbiamo denunciato sulle pagine di questo giornale, e ancora intravediamo nello stesso art., se non modificato, un palese asservimento senza alcuna garanzia di tutela, affidata ad una soggettiva decisione del Presidente in carica. La storia e non solo quella isolana, ci fa comprendere la pericolosità di tale deroga, in cui il dispregio delle tutele è posto in calce. Sappiamo per altro che, nell’Isola gli immobili invenduti ed esistenti costituiscono una porzione di cospicua entità, non solo, ma di questi, inversamente, solo una piccola quantità costituisce oggetto apprezzabile per l’incremento turistico ed economico, a causa del loro utilizzo e della illiceità con cui esso avviene. I grandi flussi turistici sono sempre più orientati ad una fruizione “leggera”, dinamica e poco onerosa, incentrata sull’utilizzo di B&B, campeggi e case in affitto stagionale sulle coste dell’Isola. L’incremento registrato negli Hotel, non giustificherebbe ampliamenti come quelli previsti dall’incremento volumetrico, indicati dalla legge urbanistica al varo della maggioranza consiliare. Gli eventuali incrementi volumetrici previsti nelle città e nei paesi dell’Isola, per contro porterebbero ad una ulteriore deturpazione di brutture già edificate su concessione clientelare, privando il mercato delle nuove costruzioni di possibili acquirenti. Se una nuova legge urbanistica deve esser varata, questa dovrebbe condurre al riutilizzo e rifacimento di zone già urbanizzate, oggi in degrado; ovvero essa dovrebbe esser definita secondo un’accezione più globale in sinergia con l’identità dell’Isola medesima, per cui l’architettura e la bellezza espressa entrino in armonia con la natura, ancorché con la storia della Sardegna, senza deturparla o ancora violarla. In ultimo, ci chiediamo se questa maggioranza in Consiglio regionale, di cui le ultime elezioni politiche nazionali hanno messo in minoranza, sul piano delle opportunità politiche sia nei fatti legittimata al varo di questa legge che, a fine legislatura, sa più di ricco regalo ad entità immobiliari proiettate verso la speculazione edilizia del territorio. Maurizio Ciotola

La violenza del processo giudiziario. Di Maurizio Ciotola

Parlare di giustizia e della giustizia negli stessi termini tecnici e politici con cui sulle pagine de L’Unione Sarda alcuni giorni fa è stato affrontato il tema, non è affare comune o agevole per chiunque. Ma visto che l’argomento trattato è rivolto ai suoi lettori di cultura ed estrazione più diversa, credo sia opportuno che, un uomo della strada debba restituire impressioni e percezioni, non sempre in sintonia con chi da tecnico e politico le avverte. Nei fatti la macchina giudiziaria e il mondo, che intorno ad esso ruota a garanzia del cittadino, non presenta la linearità o le pregiudizialità cui il dott. Mura e l’On. Maninchedda, nelle loro differenti quanto apprezzabili visioni, hanno dichiarato. Qualsiasi cittadino onesto e poco avvezzo alle diatribe giudiziarie che, per un ipotesi di reato diviene destinatario di un avviso di garanzia o scopre di esser iscritto sul registro degli indagati, precipita nella più completa disperazione. Uno smarrimento non dovuto al giudizio cui il processo giudiziario alla fine giungerà, quanto invece a ciò che il processo medesimo, nel suo iter, determinerà nei confronti dell’imputato, ancora né colpevole né non colpevole. Non dobbiamo certo rifarci al mai superato romanzo di Kafka, “il processo”, che in ogni caso sembra ancora essere uno strumento culturale importante per comprendere in cosa consista oggi, nell’Italia democratica e repubblicana, l’iter processuale cui il cittadino potrebbe trovarsi a dover affrontare. Se gli azzeccagarbugli, di manzoniana memoria, costituiscono ancora una parte non minoritaria dei legali che operano nei fori della repubblica, in parte lo dobbiamo alla radice culturale da cui sembra non ci si riesca emendare. E'altresì vero però che, la loro presenza è dovuta in misura maggiore da chi scientificamente non vuole perdere l’egemonia ed il controllo di una società, rendendola all’uopo ricattabile in virtù di una pianificata incoerenza legislativa, cui solo l’autonomia del magistrato, più che della magistratura, sembra sapersi districare, quando vi riesce. Il magistrato risponde solo alla legge e se, com’è ovvio, questa legge nell’ambito di una pertinenza costituzionale ha una sua connotazione politica, è evidente che, il magistrato a quella connotazione indirettamente risponde. Nell’incoerente e poco accessibile selva legislativa, qual è il nostro corpus juris, non sono presenti leggi con una univoca connotazione politica, cui le ulteriori modifiche, quando avvengono, generano un grado di conflittualità applicativa, su cui l’obbligo “facoltativo” dell’azione giudiziaria è necessariamente esercitato partendo da una probabile distopia del magistrato stesso. Questa distopia, che attinge da una selva volutamente incoerente esercitata in un abnorme contesto procedurale, diviene un campo minato per il cittadino, le cui paure si accrescono di fronte all’azione giudiziaria, benché certo della sua innocenza ed onestà. Forse, come dice l’on. Maninchedda, è probabile che vi siano magistrati cui l’esercizio dello sviluppo dei teoremi prevalga su quello della constatazione dei fatti, andando così a costituire una condizione pregiudiziale incompatibile con il ruolo svolto. E'anche vero però che, chi svolge le indagini deve comprendere il perché quei fatti si compiono con sequenza seriale negli ambienti specifici in cui indaga, non in quanto fatti sporadici o autonomi mossi in autonomia dal reo, per questo reiterabili o ancora in atto per mano di altri complici. Altresì gran parte dei nostri rappresentanti in Parlamento, dovrebbero compiere un serio lavoro sulla riorganizzazione legislativa e giudiziaria, per consentirci di condividere con le più evolute democrazie, una Giustizia chiara ed inequivocabile, una Giustizia uguale per tutti, il cui fine sia quello di consentire, nelle opportunità e nella linearità, un identico accesso ad ogni cittadino. Una pretesa probabilmente assurda visto che, il Parlamento fino ad oggi sembra sia stato popolato prevalentemente da corporazioni dei lavoratori e delle professioni, più che da rappresentanti indipendenti dei cittadini liberi. Un Parlamento che, con lo scopo di proteggere o agevolare specifici mestieri e in modo velato alcune irregolarità, scrive leggi delle quali nella loro singolarità non si ravvede certo l’incostituzionalità, ma che sono altresì capaci di costituire nella loro organica funzionalità, ambiti di incertezza giudiziaria superabile solo attraverso una autonoma interpretazione, che purtroppo per via delle aleatorietà intrinseche, genera più incertezze di quanto ne assolva. Maurizio Ciotola

L’emergenza meningite in Sardegna, una tragica cartina di tornasole dell’inefficienza sanitaria regionale

In queste ore stiamo assistendo all’incompetenza gestionale di una organizzazione sanitaria, di cui la Regione ha voluto modificare l’articolazione, prescindendo dal compito specifico del suo esistere. L’Azienda regionale sanitaria, non è stata in grado di prevenire e far fronte all’emergenza meningite, che da mesi ha incominciato a colpire tra i giovani di questa regione. La lentezza e l’irresponsabile inazione è propria di questa macchina pubblica, in cui chi ha funzioni dirigenziali non riesce a dar seguito o forse a definire un vero e proprio programma d’azione. Nei fatti però, l’Ats ha moltiplicato dalle prime battute della sua esistenza, dopo l’approvazione della riforma, le sue funzioni apicali con i relativi costi dei diversi dirigenti responsabili. Assistiamo ad una indisponibilità nelle strutture preposte alla vaccinazione del vaccino contro il meningococco B, per cui le file di attesa per le vaccinazioni giungono ad agosto/settembre del 2018. Lo stesso vaccino, reperibile in commercio ad un costo di 140 euro, pari al doppio di quello offerto dall’azienda pubblica, circa 90 euro, non è più disponibile presso le farmacie della città di Cagliari e della regione. Una società civile non può accettare una simile inefficienza, da una struttura tenuta in vita dagli stessi contribuenti con ingente apporto economico. Non può accettare la moltiplicazione di funzioni apicali, in cui figure incapaci percepiscono redditi sostanziosi per decapitare la funzionalità aziendale e non per fornire un servizio al cittadino. I Sardi dovrebbero ribaltare una situazione con cui l’attuale Giunta Regionale ha demolito la sanità pubblica, la sua già precaria efficienza con lo scopo di trasferire sulla sanità privata, a costi triplicati, la medesima prestazione. Non è populismo dire che, non è accettabile chiedere 90 euro per un vaccino da cui dipende la vita di un individuo, dei ragazzi in particolare, e per contro pagare milioni di euro ai dirigenti di una organizzazione incapace di affrontare le emergenze, orientata soprattutto a trasferire con costi triplicati, i sevizi prima offerti dalla medesima struttura pubblica. Chiediamo con quale visione e convinzione questa Giunta, a parole vicina alla classe più disagiata, ha consentito e voluto con forza una riforma, che crea differenze insuperabili tra chi può accedere a strutture sanitarie e chi no. Chiediamo come riescono a giustificare, il Presidente Pigliaru, l’Ass. Arru, il direttore dell’Ats Moriano, un costo di 90 euro per una famiglia di quattro componenti, con il cui reddito riesce a mala pena a tirare a campare, e che vorrebbero vedere i propri figli crescere senza vederli falcidiati dal meningococco di tipo B? hanno forse meno diritto di chi può permettersi di pagare i 90 o i 140 euro presso una farmacia? Ma soprattutto, com’è possibile che in tutti questi mesi non è stata avviata una campagna di vaccinazione preventiva per il meningococco B, causa di morti contingenti e tragiche, ma invece si è mostrata una intransigenza, giusta seppur spropositata, per altre vaccinazioni di gravità non comparabile? Maurizio ciotola

Quartu Sant’Elena, la periferia degradata dell’Area metropolitana. Di Maurizio Ciotola

L’urbanizzazione che nel dopoguerra ha preso piede in tutta la nazione ha in parte procurato disastri, brutture e violenze urbane, quanto sociali. Alla nostra Isola non sono state risparmiate identiche violenze, vieppiù per mano degli autoctoni, seppur non sempre professionisti o impresari. Dopo quasi settantrè anni da quando è partita la ricostruzione in Sardegna, a Cagliari, vi sono aree ancora la cui devastazione risale allo spezzonamento del 1943. Nel frattempo però il tessuto urbano oggi inscritto nell’Area metropolitana, di cui Cagliari e altri centri urbani fanno parte, è cresciuto a dismisura, in modo convulso e disordinato, con lacune nei servizi e nei collegamenti, in linea con le zone più arretrate del Paese. Ma nell’area vasta, in quest’area metropolitana, oltre al capoluogo è presente la terza città dell’Isola, Quartu S.E., che costituisce un vero punto singolare sul piano edilizio, infrastrutturale e sociale, verso cui sembra non ricadere l’attenzione delle amministrazioni. Quartu S.E. si è sviluppata negli ultimi quarant’anni senza un vero piano urbanistico, sotto l’aggressione di imprenditori edili medi e piccoli, che dal suo nucleo originale hanno portato l’estensione della città sul litorale del golfo. Una estensione rapida e convulsa, costituita per lo più da abusivismi in gran parte risanati, cui i servizi sono sempre stati centellinati o non forniti, seppur dovuti dopo l’avvenuta legalizzazione. Lo stesso centro storico, asfittico e compresso da una urbanizzazione che non trova e non ha mai voluto trovare con esso continuità, non riesce ad aver peso sul piano culturale e delle tradizioni, se non per un mero fatto folkloristico cui destano l’attenzione gli autoctoni più che i turisti. L’amministrazione di Quartu S.E. non ha mai avuto un peso politico commisurato alle sue reali dimensioni, fino a restare in ombra alla Città capoluogo verso cui, diversamente dagli altri paesi ad essa limitrofi, sembra esservi una soggezione culturale. Le amministrazioni di Quartu S.E., compresa quella in corso, non sono mai riuscite a dare omogeneità alla città sul piano dei servizi, della sua viabilità e dei trasporti, tanto meno su quello architettonico e funzionale. Esistono rioni le cui diversità non offrono peculiarità, ma disfunzionalità tali da renderli non comunicanti e avulsi alla città di cui fanno parte. Quartu è una città che, salvo la sua estensione sul litorale, proiettato verso Villasimius, non ha un contatto diretto con il mare e quando si avviò un tentativo con l’estensione dalla sua periferia ad est - Pizz’è Serra - questo non rappresentò un contatto, ma una vera e propria aggressione verso il mare. La città non ha una pertinenza reale sullo stagno di Molentargius, se non figurativa, vista la devastazione del medesimo parco nelle sue aree a ridosso della zona urbana, con cui la popolazione qualche mese fa ha dovuto fare i conti, senza una vera attenzione del Comune, dell’Area metropolitana e della Magistratura. Il suo litorale, sviluppatosi con le seconde case dei cagliaritani, che del rispetto ambientale e demaniale si sono fatte beffa, si è poi esteso per un ampia fascia verso l’interno, divenendo ambito di residenza stabile per oltre ventimila cittadini, in prevalenza giovani famiglie con figli. Qui i servizi non latitano, sono del tutto inesistenti. Fatta eccezione per la presenza di alcuni insediamenti scolastici del ciclo primario di pubblica pertinenza, tutto il resto è lasciato all’iniziativa privata ad elevata selezione economica, in un ambito dove il benessere non è centrale, ma di pochi. I rioni nati a ridosso della SS 554, presentano soluzioni irrazionali e abbandonate al caso, comunque incompatibili con una città europea di pari dimensioni e senza andare troppo oltre, con i ridenti paesini circostanti e la città capoluogo. Il comune di Quartu S.E., oggi amministrato da una giunta ibrida e un sindaco voluto dal Pd, poi sfiduciato, ha costituito da sempre un interessante bacino elettorale tendenzialmente di sinistra, che però non ha saputo dare mai risposte di sinistra allo sviluppo della città e la sua amministrazione. Le succedutesi amministrazioni comunali, i suoi sindaci proiettati dopo il primo o secondo mandato a ricoprire un posto in consiglio regionale e lì scomparire, sono state da sempre incapaci nel gestire lo sviluppo urbano e il suo riassetto. Quello che sul territorio quartese è ancora apprezzabile, è tutto ciò su cui l’amministrazione e l’imprenditoria selvaggia non ha ancora messo mano o dove, al confine con altre amministrazioni, il comune si è dovuto necessariamente confrontare per migliorarlo. Quartu è una città rumorosa, benché piccola, altresì incapace di creare una viabilità urbana scorrevole e ridotta nel suo centro congestionato. E'sfregiata dalla decadenza di edifici riprodotti in scala, a cui è stato concesso prima di estirpare l’antica radice urbana, per poi divenire memoria delle brutture architettoniche moltiplicatesi negli anni. Quartu S.E. non è solo dei quartesi, ma dell’estesa area metropolitana, dell’intera Isola e per questo il suo recupero infrastrutturale e architettonico, viste le dimensioni, deve godere di un impegno esteso alle responsabilità politiche regionali. Un impegno ed una forza con cui riuscire a sgretolare quella malsana commistione storica, tra l’amministrazione e chi si abbevera alle risorse comunali, incapace di restituire vivibilità e bellezza alla città medesima. Maurizio Ciotola

L’Affaire Moro raccontato ai miei figli. Di Maurizio Ciotola

Se dovessi raccontare ai miei figli chi rapì e poi uccise Aldo Moro, dopo una lunga e non silenziosa prigionia, farei un distinguo necessario, onde impedire che il tempo e l’uniformato pensiero sradichi la verità. Il primo distinguo necessario avrebbe lo scopo di chiarire a chi, oggi quindicenne, tenderebbe ad attribuire agli stessi terroristi le operazioni materiali e la loro pianificazione strategica. Ovviamente farei ben presente che, questo distinguo, la separazione dei ruoli, non esime da responsabilità gli esecutori materiali e quelli ideologici, per i delitti commessi. Sicuramente gli direi, in questo approccio iniziale con i fatti della politica e la sclerosi dello Stato, che le brigate rosse hanno parzialmente eseguito all’atto del rapimento, la strage degli uomini di scorta all’On. Moro, per poi dopo i 55 giorni di prigionia assassinare l’uomo politico, senza troppi ma ed eccessivi se. Sempre delle Br è la responsabilità materiale di quanto è stato compiuto e ancora loro è quella morale per il silenzio in cui oggi perseverano allo scopo di garantirsi la libertà, la vita e in troppi casi la notorietà. Ma vi è una responsabilità morale da cui tanti, troppi uomini dello Stato, delle sue istituzioni, non potranno mai emendarsi e per la cui omissione collettiva sono doppiamente responsabili. Si è parlato di un Grande Vecchio, direi ai miei ragazzi, che nello sgranar gli occhi immagineranno un matusalemme privo di umanità e indifferente ai diritti umani. Confermerei che, pur non trattandosi di un vecchio, di un matusalemme, ma di un insieme di soggetti della politica nazionale ed internazionale, le attenzioni di questo gruppo di uomini nei confronti dei diritti umani era ed è assente, ancor oggi in mutate condizioni dei soggetti e del contesto geopolitico di azione. Cercherei di non sollecitare troppo l’immaginazione di due adolescenti, naturalmente protesi a fantasticare sul caso, come per altri più attuali, cercando di ricondurre la vicenda all’inadempienza umana e politica degli uomini del partito di cui Moro era il Presidente, la Democrazia cristiana e alla disumana rigidità di un partito ancora legato alle efferatezze dell’Unione Sovietica, il Partito comunista italiano. Farei loro presente l’impegno politico del segretario del partito Socialista italiano, Bettino Craxi, che attraverso i molteplici canali disponibili del partito, ma non solo di quello socialista, cercò di salvare l’uomo, Aldo Moro, il cui impegno e le cui scelte non potevano implicare in uno Stato democratico e civile, una simile esecuzione capitale, decretata dall’ignavia dei suoi sodali di partito e dai suoi avversari politici. Una singolarità politica, quella di Craxi, che pur trovando un’ampia fascia di sostenitori trasversali tra la popolazione, è stata rigettata ed avversata in sede politica ed istituzionale. Lo Stato Italiano, attraverso le sue istituzioni, gli uomini investiti del ruolo di rappresentanza esecutiva e parlamentare, è stato responsabile del martirio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta. Direi loro che, in quei giorni lo Stato repubblicano e democratico è morto sotto la pressione ideologica e materiale, di un sistema impegnato a reprimere quanto di diverso stava emergendo rispetto alle regole fissate nel “gioco” e nella spartizione del potere nazionale ed internazionale. Non avrei remore nel raccontare ai miei amati figli e ai loro amici, che quelle stesse persone con ruoli istituzionali e politici, non sempre centrali, probabilmente hanno in seguito “usufruito” della “rendita” derivante dalla conoscenza di quel segreto di Stato in cui è racchiuso l’Affaire Moro, come lo apostrofò il grande Leonardo Sciascia, membro della Commissione di inchiesta sul caso. Ricorderei loro che, la moglie e i figli di Aldo Moro, non vollero più incontrare nessuno degli attori istituzionali e politici, rifiutando al suo funerale le esequie di Stato e la presenza di politici e delle istituzioni, fatta eccezione per il segretario Socialista, Bettino Craxi. La moglie di Aldo Moro accusò espressamente tanti di loro, a partire dal Presidente Cossiga, allora ministro degli Interni. Quel Francesco Cossiga, perno dell’organizzazione “Stay behind”, cresciuto e “allevato” nel ranch politico del Presidente Antonio Segni, avvezzo alle “esercitazioni” e simulazioni domestiche dei colpi di stato. Ancora direi loro che, l’Affaire Moro non chiuse una fase oscura della Repubblica, ma che in un contesto di ricatti e di equilibri, questa continuò a permeare la vita politica del Paese fino a i nostri giorni. Parlerei delle numerose stragi compiute da una manovalanza armata di cui gli ideologi e loro affini hanno avuto ruoli più o meno visibili nelle Istituzioni. E in ultimo chiederei con forza ai miei figli di tener vivo il dibattito e la ricerca della verità, fino a pretendere la pubblicazione degli atti secretati per quanto concerne l’intero filone stragista, di cui Moro è stato vittima scelta. E se l’On. Aldo Moro fu, senza dubbio alcuno, uno dei principali artefici della democrazia repubblicana dell’Italia post fascista, è altresì chiaro che la sua eliminazione fisica segnò una deviazione significativa alla progressiva trasformazione democratica del Paese, di cui ancora oggi avvertiamo il grande deficit. Nient’altro direi ai miei figli. Maurizio Ciotola

Una mutazione pragmatica, colta e consapevole. Di Maurizio Ciotola

Nessuna lode e nessuna glorificazione, non ne hanno bisogno, certo è che la mutazione del consenso di cui in queste ore si raccolgono gli effetti, ha la necessità di un coraggio collettivo, quello richiesto fuori dalla cabina elettorale. Quanto potrà esser mutato, annullato e sviluppato sul piano legislativo, avverrà in Parlamento, tutto il resto dovrà esser compiuto degli stessi cittadini, che hanno acquisito la consapevolezza di esserlo. Il movimento Cinque Stelle è frutto delle performance di Beppe Grillo che, tra le risate e i sorrisi a denti stretti, è riuscito negli anni a farci prender coscienza del grande inganno. Il mondo è cambiato, ma non per le motivazioni che ha oggi riportato un quotidiano nazionale, su cui un abile collega ha “dipinto” le statuine del Pd al governo come eroi decaduti che, figli di un passato romantico e dotto, sono state vittime di una modernità povera e “buzzurra”. In verità il mondo sta mutando grazie ad una consapevolezza veicolata da quella conoscenza diffusa, attraverso cui è stata messa al muro l’ipocrisia, quanto le distorsioni tra l’enunciato e l’attuato. E' una dicotomia che non si è più disposti ad accettare, almeno nella misura in cui chi enuncia, mette in atto un depauperamento strutturale per fasce estese della popolazione e uno spropositato arricchimento per poche élite. Non si tratta di un idealismo divenuto realtà, ma neppure di un idealismo la cui attuazione è in antitesi con esso. Lo chiamerei piuttosto, un pragmatismo consapevole e colto, cui l’idea socialista non seppe raggiungere, probabilmente per l’eccesso dogmatico in cui si rinchiuse o forse perché, la conoscenza, allora àmbito di pochi, costituiva il collante e non l’unione, tra gruppi dirigenti, militanti ed elettori. La conoscenza diffusa consente una percezione ed una unione negli intenti, capace di donare ai singoli un motore intellettuale proprio ed autonomo, senza la necessità di un traino, appunto. Dopo l’implosione dei partiti in Italia, nel 1992, e in assenza di quanto rimase del loro tessuto capillare già morente e corroso, la coesione dei consensi fu agita attraverso una spudorata azione clientelare ed il partito, che nacque con i miliardi di Berlusconi, decretò un modo condiviso di fare politica, la non politica. Venticinque anni non sono pochi, ma il dramma sta nel fatto che, gli stessi attori e una parte di coloro che, da questi sono stati “figliati”, non hanno saputo comprendere la mutazione in corso, se non rigettandola. Forse il guado è superato, ma non completamente, almeno a nostro avviso, e non perché debba esservi una maggioranza assoluta del M5S, ma per l’incapacità di una fascia consistente seppur non più maggioritaria del Paese, di prender atto della mutazione in corso. I tanti consapevoli ed ingiustamente esclusi, unitamente ai non esclusi ed altrettanto consapevoli, hanno saputo dar vita ad un movimento e ad una via, per cui viste le recenti reazioni sociali e politiche, dobbiamo ritenerci fortunati abbia avuto una evoluzione in un alveo democratico. Altresì siamo certi che, grazie ad una consapevolezza politica collaterale, nell’ambito del medesimo alveo, prenderà vita un governo capace di trasformare le distorsioni economiche e sociali, cui il Paese da troppi anni è angustiato. Maurizio Ciotola

Il 4 marzo e la mutazione del Paese come traguardo civile. Di Maurizio Ciotola

Il 5 marzo non avremo una maggioranza definita e sufficiente a guidare il Paese, ma nei giorni successivi il Presidente della Repubblica incaricherà comunque il rappresentante del partito, che siamo certi saprà costituire una coalizione di maggioranza per il Governo del Paese. Non vi saranno improbabili alleanze destra-sinistra, populisti-destra o populisti-sinistra, secondo i cliché da propaganda elettorale propugnati per far propendere l’elettore verso un partito piuttosto che l’altro. E se nell’attuale Parlamento decaduto, il gruppo misto costituito da fuoriusciti dai partiti, è pari al 10% alla Camera e quasi altrettanto al Senato, possiamo immaginare quale ruolo potranno avere coloro che, in dissenso con il proprio partito con cui il 4 marzo giungeranno in Parlamento, garantiranno il raggiungimento di una maggioranza di Governo ad una coalizione, che potrà esser costituita dal Movimento 5 Stelle-Misto, Centrodestra-Misto o dal Centrosinistra-Misto. Non vi saranno elezioni a breve e neppure un Governo di scopo o del Presidente, questo è certo, quanto una presa di coscienza o nel peggiore dei casi, una campagna-acquisti furibonda, il cui prezzo per il Paese in termini di inettitudine, sarà allarmante. Del resto il passato non ci ha mostrato prese di coscienza degne di esser annoverate come tali, ma solo spregevoli “compere” politiche, di cui sono stati resi noti “acquirenti” ed “acquistati”. Di questo aspetto il Presidente della Repubblica è preoccupato, esso è uno degli ulteriori motivi di attenzione dell’osservatorio politico del Quirinale, che ovviamente contrasterà qualsiasi campagna acquisti, ma resterà giustamente neutrale di fronte ad inoppugnabili prese di coscienza. Questo nostro amato Paese ha la necessità di trovare un assetto democratico, in cui le scelte di campo e non la corruzione, determinino il suo esistere. Anche l’Ue, almeno i suoi Paesi principali, Germania e Francia in testa, non intendono più interloquire con Istituzioni in cui è dilagante la corruzione e l’inefficienza, permeate da un sistema clientelare con cui si sta decretando la morte dell’Italia. Nessun politico saggio ed avveduto può pensare che, le normali ingerenze dei Paesi con i quali il nostro interagisce, risultino prive di efficacia politica in questa fase cruciale. Altresì, qualsiasi osservatore e analista politico indipendente è in grado di comprendere che, la fase successiva non potrà più passare per le mani di coloro, che negli ultimi venticinque anni alternativamente alla guida del Paese, hanno partecipato o sono stati indifferenti al saccheggio e alla dilagante corruzione. Nel contempo una grande quantità di esclusi, istruiti e consapevoli, tenuti al margine o costretti all’espatrio, ha preso coscienza della falsa rivoluzione annunciata nel 1992, consacrata nel 1994, perpetuatasi nella farsa fino ad oggi. La sfida è tra coloro, che già sono proiettati nel futuro in un’ottica meritocratica, quanto solidale, e coloro i quali nel farsi scudo di nobili Istituzioni, agiscono nel perpetuare se stessi a discapito dell’intera collettività. Ciechi attori politici cui l’ingordigia ha condotto oltre il 50% della società ad essere parte esclusa o prossima ad esserlo sul piano sociale ed economico, ma non politico su cui esercitano un’azione clientelare e di ricatto. Forse il 4 marzo qualcosa cambierà per tutti, ma non fermiamoci alla prima tappa, puntiamo al traguardo affinché la mutazione e la consapevolezza interessino l’intero tessuto civile del Paese. Maurizio Ciotola

La Commissione parlamentare sull’uranio impoverito e il “negazionismo” militare. Di Maurizio Ciotola

La Commissione Parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito ha concluso le sue attività e presentato una relazione sull’operato svolto, che si completa con la denuncia alla Procura della Repubblica di Roma dei fatti specifici, emersi nel corso dell’inchiesta, per la valutazione delle eventuali ipotesi di reato. Il resoconto della Commissione è però articolato, la severità non meno dell’intransigenza, fanno emergere le ipotesi di reato, le irrispettose procedure "pro domo mea" in uso nei reparti militari in merito alle inosservanze della sicurezza per il personale militare e civile, operante nei teatri di guerra o nei poligoni di addestramento e difesa. Eemerge il “negazionismo” dei militari, queste sono le parole riportate nella relazione, di fronte alle constatazioni di fatti non rispondenti a quanto dichiarato in audizione. Ovvero ci si trova di fronte al comportamento omissivo e ostativo, dei vertici militari nei confronti della suprema rappresentanza democratica dello Stato, il Parlamento attraverso la sua Commissione di inchiesta, per cui è stato richiamato il mancato rispetto del 3 comma dell’art. 52 della Costituzione: "l’ordinamento delle Forze armate si ispira allo spirito democratico della Repubblica". E'un richiamo riportato nelle conclusioni finali attraverso cui, la Commissione ritiene opportuno e necessario rimarcare, a nostro avviso, l’arbitrio del quale alcuni organi dello Stato si rendono protagonisti, nell’inosservanza della Costituzione e delle leggi. Un comportamento, è opportuno ricordare in questa sede, che non presenta particolari differenze rispetto ad altri già rilevati negli anni passati, in merito a fatti di rilevanza penale, cui parti delle Forze armate sono stati responsabili e complici. L’accusa esplicita di “negazionismo”, ci pone di fronte alla rilevanza e al pericolo derivante dal comportamento di alcune parti specifiche delle Forze armate, su cui non è possibile non intervenire, sia sul piano giudiziario quanto su quello istituzionale, a tutela e nel rispetto della Costituzione. Il mancato rispetto verso la Commissione, per le omissioni e le negazioni emerse, è il mancato rispetto verso il Parlamento, le istituzioni dello Stato cui le Forze armate, nell’ambito del dettato costituzionale e di una democrazia compiuta, hanno il dovere di servire. Un negazionismo articolato, finalizzato a non far emergere gli usi e gli abusi nei poligoni militari e l’inosservanza delle procedure a tutela degli stessi militari esposti agli agenti inquinanti, dannosi per la salute, frutto del materiale bellico adottato negli stessi poligoni e nei teatri di guerra. L’utilizzo improprio di aree territoriali asservite ad uso militare, di cui è stato fatto scempio ambientale con ricadute per la salute dei militari e dei civili, ha determinato una condizione di inquinamento ambientale quasi irreversibile, causando morti e malati per neoplasie e patologie cardiovascolari. Solo nella penisola di Teulada, interdetta ai civili e mai sottoposta a bonifica, si possono trovare residuati di “munizioni di calibro superiore” (missili, artiglieria pesante e razzi) per un peso totale che potrebbe variare tra 1750 e 2950 tonnellate. La Commissione non opera solo un esame della grave situazione esistente, ma compie un importante sforzo nel promuovere la mutazione dell’utilizzo delle aree su cui insistono i poligoni militari, per un loro possibile impiego duale, militari/civili, con scopi civili, a tutela delle professionalità e del lavoro. Un differente ed auspicabile indirizzo più strutturato quindi, e funzionale ad una significativa crescita economica del territorio. Nella relazione non poteva mancare l’invito al Ministero della difesa, inerente ad un significativo ridimensionamento e relativa bonifica, delle ampie fasce di territorio assegnate ad uso militare già dagli anni ’50, nate in un diverso contesto geopolitico, oramai non più plausibile e soprattutto non più giustificabile. Un immenso lavoro cui la metodologia di indagine adottata, il contributo delle precedenti commissioni, della magistratura, degli uomini delle Forze armate ispirati ai principi della Costituzione, ha consentito di portare alla luce responsabilità ed inadempienze la cui gravità pregiudica la salute e la vita di tanti esseri umani, non meno della tenuta democratica del nostro Paese. Maurizio Ciotola
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