Il popolo curdo, il diritto internazionale e la sua parametrazione commerciale. Di Maurizio Ciotola

Non sappiamo quali sono stati gli scambi e gli accordi tra gli Stati Uniti di Trump, la Turchia di Erdogan, la Siria di Bashar al-Assad e la Russia di Putin.

Non abbiamo compreso qual è la voce in capitolo dell’Ue o dei singoli Paesi della stessa, asserviti al patto Nato.

Certo è che in questo “mondo” condiviso, sul piano degli interessi economici, degli scambi miliardari e degli insediamenti produttivi incentrati sullo sfruttamento, qualsiasi accordo è quasi sempre al di sopra del diritto internazionale.

E se questo diviene inconsistente, di fronte alla prepotenza armata, nei confronti di quelli che sono ancora definiti Stati/nazione, è evidente che la certezza del suo rispetto, per le piccole enclave di popoli, ai margini di quegli stessi Stati, è praticamente inesistente.

La popolazione curda al Nord della Siria, in quella fascia di rispetto artificiosamente e militarmente definita, delimitata a sud dall’Eufrate e ad est dall’Iraq e a nord dalla Turchia, è oggi carne da macello e merce di scambio.

Ma un curdo-siriano, per la comunità internazionale, per l’Onu, per la Nato, per l’Ue, pesa nella misura in cui una eventuale contrapposizione all’operato di Erdogan non inficia i ricchissimi rapporti commerciali con la medesima Turchia.

L’esposizione apparente di Stati come l’Italia e la Francia di fronte all’aggressione turca, non comprometterà di una virgola il rapporto commerciale esistente, per la teatralità burlesca con cui queste azioni oramai sono messe in campo.

La grande enfasi trasferita sul circuito mediatico, ha lo scopo di sedare gli animi e le proteste nei rispettivi Paesi, temporeggiare in una sorta di mediazione, di cui non si vuole vedere l’inizio, se non dopo la conclusione dell’operazione bellica in atto.

Del resto, la Turchia di Erdogan, che fa parte della Nato e acquista armi dalla Russia, non avrebbe potuto compiere un solo passo oltre il suo confine senza il consenso condiviso di Usa e Russia.

L’Ue, se esiste una parvenza istituzionale di questa organizzazione, è imbrigliata nel suo agire dal ferreo patto rinnovato anni addietro nella Nato, in quell’organizzazione che non aveva più senso di esistere, dopo la caduta dell’Urss e del patto di Varsavia.

La Nato ha impedito la nascita di un corpo militare paneuropeo, figliato dall’Ue, allo scopo di rendere impossibile la costituzione politica dell’Ue stessa, ma soprattutto per vincolare a degli standard militari i Paesi dell’Unione europea.

Standard attraverso cui veicolare miliardi di euro e dollari, nei confronti dei produttori di armamenti statunitensi, garantendone i profitti miliardari, cui la caduta del Muro sembrò incrinare.

Ogni minuto che passa computa un enorme impiego di armamenti il cui agire determina morti e distruzione, di entità decisamente superiore a quelle che, ahì noi, abbiamo avuto modo di registrare per mano di qualche delinquente invasato, nelle piazze e nelle vie delle nostre capitali occidentali.

Le abbiamo chiamate stragi, a Parigi, a Londra, a Madrid, e ovviamente a New York. non potevamo giustamente chiamarle diversamente.

Non possiamo chiamare stragi i conflitti esistenti in Siria, nello Yemen, in Libia, e oggi in quell’area cuscinetto popolata dalla popolazione curda in Siria.

No queste azioni, in una giusta parametrazione “contabile” delle morti e delle distruzioni, non possono essere classificate come stragi, ma come azioni di distruzione bellica e di pulizia etnica.

Azioni e interventi per cui, coloro che li compiono dovrebbero sedersi di fronte alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, istituita oltre vent’anni fa a Roma.

Ma il diritto internazionale di cui si chiede conto in simili tribunali è divenuto lettera morta, privo di efficacia ed effetto, se non supportato dalla forza, che in questo momento è in capo a chi procura le maggiori oppressioni e devastazioni.

E' quella stessa forza che agisce indisturbata in una rete di connessioni economiche, che per la loro sopravvivenza non concedono spazio ai diritti, men che meno a qualsiasi principio sociale.

Le migliaia di morti tra militari e civili, generati da questi conflitti, se è pur vero che destano una minima attenzione sul piano mediatico, risultano essere ininfluenti, se non convergenti con gli accordi commerciali intrapresi, in una mutua dipendenza tra Paesi.

Le morti tra la popolazione curda aumenteranno nei prossimi giorni e probabilmente, prima dell’avvio dell’offensiva turca, alcuni esponenti istituzionali seduti ad un tavolo condiviso, hanno pragmaticamente quantificato il numero delle vittime, gli effetti delle distruzioni, e gli impegni per la ricostruzione in una diversificazione etnica dell’area medesima.

Non sappiamo se questa pulizia etnica è stata concessa ad Erdogan, affinché quest’ultimo si rafforzasse politicamente nel suo Paese, o se ha lo scopo di presidiare una fascia permeabile tra Siria ed Iraq, con fini di dominio geopolitico, incentrati sul contenimento dell’Iran in un corridoio collaudato.

Forse per entrambe le esigenze.

Certo è che la popolazione Curda, di cui abbiamo avuto modo di conoscere la storia e gli atti contemporanei, contro un terrorismo illiberale ed efferato, è di fronte ad una vile azione condivisa dalla politica internazionale.

Altresì accettata nella sua viltà dagli usi di quella stessa popolazione occidentale, idealmente illuminata, ma che nella pratica quotidiana vive nell’indifferenza, allo scopo di asservire le sue irrinunciabili esigenze.

Maurizio Ciotola

Cagliari e la gogna morale di una mozione criminogena. Di Maurizio Ciotola

Non servono lapidi e tanto meno spazi, in memoria degli intimi dolori personali, se non specificamente e singolarmente richiesti.

Non pensiamo sia utile per una comunità, l’azione di un ente locale qual è il comune, che in virtù di una morale impersonata da alcuni Consiglieri di maggioranza, attraverso una loro mozione, si contrapponga ad una legge dello Stato, la 194, sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Una contrapposizione palese che avviene attraverso l’istituzione di una “berlina” o una “gogna” morale, per coloro che hanno fatto ricorso all’interruzione della gravidanza.

All’accettazione laica di una volontà individuale, normata dalla legge, non si possono opporre moralismi mascherati da aiuti, che non intervengono a sostegno, ma evidenziano e sono finalizzati a rimarcare le scelte non consone a specifiche morali.

Da un istituzione pubblica, da un ente locale, ci saremo aspettati atti e azioni, nell’ambito di una propria competenza, di concerto co altri soggetti istituzionali coinvolti.

Purtroppo dall’entrata in vigore della 194, come della presa di coscienza istituzionale della sofferenza delle madri, soggette ad aborti spontanei e a morte fetale, sono mancati nelle strutture sanitarie nazionali, percorsi di accompagnamento psicologico, pre e post interruzione, capaci di restituire consapevolezza ed attutire il dolore, per quelle donne che hanno dovuto o voluto farvi ricorso.

Nel nostro Paese una certa morale avviluppa da sempre una parte consistente della politica, che non possiamo dire esclusivamente di destra, quanto assolutistica e integralista, sotto l’aspetto ideologico e quello marcatamente religioso.

Una morale deviata, che ha ostacolato la ragione e la riflessione laica su tematiche complesse, cui l’individuo, nella sua autonomia, può e deve poter affrontare.

I consiglieri comunali dei Fratelli d’Italia, parte della maggioranza del Consiglio comunale di Cagliari, hanno presentato una mozione per delimitare uno spazio al cimitero S. Michele, per i “bambini non nati”, che già in sé, con la locuzione adottata, presenta un’incongruenza, nel definire lo spazio totalmente per “bambini” e non per i “feti”, o come è attualmente previsto, per entrambi.

Ma cosa spinge un gruppo di maggioranza a presentare tale mozione, se tale spazio è già presente in cimitero, con la distinzione richiamata, per i bimbi nati morti e i feti, per cui i genitori vogliono dare disposizione di regolare sepoltura?

La verità è emersa grazie all’errore per cui la prima bozza della mozione, sbianchettata in seguito, imponeva il seppellimento dei feti a prescindere della volontà genitoriale.

Ovvero una sorta di marchio fisico, espletato attraverso un luogo e una precisa fisicità con lapide alla memoria, contraddistinta da una frase “giardino degli angeli”.

Una condanna esplicita, una dannatio memoriae, per coloro che hanno “contribuito” a “popolare” quel giardino facendo seppellire i feti, impropriamente ed artificiosamente elevarti a “bambini non nati”.

Il peso di una memoria impropria, che diversamente dalle lapidi deposte in ricordo di storici drammi sociali, vorrebbe rendere sociale un momento drammatico, la cui soggettività individuale invece, conduce chi lo vive ad affrontarlo in modo differente ed estremamente personale.

Vi è un che di “criminogeno” in questa mozione, mascherata da un’apparente bontà moralistica, che in modo evidente cerca di minare l’equilibrio di una società laica, per volgere verso una spietata, quanto subdola, applicazione di una morale intransigente e punitiva, attraverso cui negare qualsiasi idea di salvezza.

Quest’assenza di compassione di cui le “pareti” delle istituzioni laiche sono intrise, a causa di una morale pungente e neppure nascosta, comprime le libertà individuali, rendendole accettabili e plausibile solo in “spazi” delimitati da moralismi disumani.

L’interruzione di una gravidanza in un Paese evoluto, laico e ricco, non può avvenire sotto il segno delle minacce contrarie alla sua attuazione, e perlopiù ostacolato dalle subdole assenze dello Stato, cui invece la legge 194 dispone.

Un’assenza che riscontriamo anche per l’assistenza pratica e psicologica, per quelle mamme che subiscono le morti intrauterine del feto per cause naturali.

Una percentuale ancora molto elevata rispetto alle gravidanze condotte a buon fine, che ha effetti devastanti per qualunque donna e famiglia.

Effetti verso cui lo Stato, oltre ad una mera prassi burocratica con cui procedere al seppellimento o alla cremazione , non fa niente, scaricando totalmente sulla madre l’iter del procedimento e gli oneri, senza sostenerla sul piano psicologico fino al superamento del trauma.

Men che meno questo avviene per chi, quali che siano le cause, avvia una procedura di IGV, per la quale in verità la prassi presenta ostacoli formali privi di senso, fortemente intrisi di un moralismo colpevolizzante.

In un Paese civile, una maggioranza consiliare illuminata, raziocinante, dovrebbe rigettare una mozione così infestante, come quella presentata in Consiglio comunale a Cagliari, cui forse superficialmente tanti consiglieri, troppi, hanno firmato senza avviare una riflessione adeguata, scevra da istinti moralistici.

Maurizio Ciotola

Il phase out dal carbone in Sardegna. Di Maurizio Ciotola

Il piano di phase out dal carbone fossile per il 2025 adottato dalle centrali elettriche in Sardegna, per l’inerzia e l’indeterminatezza in merito all’eventuale progetto di conversione neppure prospettato, non presenta elementi di credibilità.

Non esistono neppure certezze, se non annunci centellinati, in merito a quello che dovrebbe essere lo sviluppo della rete per il gas naturale nell’Isola, e non la sola dorsale principale, anch’essa ancora nelle ipotesi di sviluppo.

Certo è che l’Isola, già autosufficiente sul piano della copertura del fabbisogno energetico, presenta peculiarità e soprattutto, storture strutturali, cui la semplice quantità di energia disponibile sul territorio, non è sufficiente a garantirne la sicurezza in ambito energetico.

Le ridotte dimensioni della Sardegna, su cui per anni e senza inversione di tendenza, sono stati applicati parametri di progettazione per la rete elettrica e il suo sviluppo, come se questa appartenesse integralmente e strutturalmente alla rete della Penisola, ha consentito uno sviluppo di poli energetici di dimensioni improprie, per la rete isolana e per l’evoluzione odierna della produzione distribuita.

Il phase out dal carbone, se avverrà con la conversione al gas naturale, senza una mutazione significativa delle taglie e degli insediamenti delle centrali elettriche, costituirà una spesa rilevante priva di futuro nel medio e lungo termine.

Se lo sviluppo della rete del gas, in una sua impegnativa penetrazione del territorio può aver senso, questo è solo in funzione di un’analoga re-distribuzione delle centrali elettriche, secondo taglie più piccole, tese ad innervare diffusamente la rete elettrica.

Una distribuzione sul territorio dei gruppi di produzione energetica, dalle dimensioni più piccole, soddisferebbe nel breve e nel lungo termine lo scopo di una maggior sicurezza, con la peculiarità per la quale, nel lungo termine, verrebbe assolta anche l’insostituibile funzione di “riserva” energetica.

Nell’ambito della trasformazione della rete di bassa tensione, verso l’autoproduzione diffusa e della selettività “intelligente” delle connessioni, a garanzia dei flussi produzione/consumo, tale trasformazione dei centri di produzione in una distribuzione diffusa, costituirebbe la “riserva” energetica per aree, delle cosiddette smart grid.

Una simile trasformazione garantirebbe in termini di investimento complessivo, delle risposte soddisfacenti, con risvolti occupazionali ad alta professionalità e un impatto ambientale compatibile con le necessità energetiche.

Bisognerebbe iniziare a smontare i “ferrovecchi” del Sulcis e di Fiumesanto, per dar vita a una redistribuzione sul territorio, per aver una quantità più numerosa di centrali minori, alimentata da una rete del gas, altrettanto capillare, con la duplice funzione di soddisfare le utenze industriali, tra cui le nuove centrali, e nel breve termine le utenze domestiche.

Questo passaggio non potrà risultare indolore per un altro polo di produzione, smisurato nelle sue dimensioni, quale quello della Saras, a bocca di raffineria, da cui i residui di raffinazione, trattati, alimentano un polo energetico equivalente con quello del Sulcis o di Fiumesanto.

Queste storture non hanno possibilità di esistere nel lungo termine e si presentano come incompatibili allo sviluppo della dorsale del gas, quanto al phase out dal carbone, attraverso un abile gioco tecnico-economico, attuato in una continuità politica servile e senza idee, di cui continuiamo a pagare i disastri sulla nostra pelle.

Maurizio Ciotola

Sardegna per la Pace e II Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. Di Maurizio Ciotola

Oggi 2 ottobre 2019, ricorrono i 150 anni dalla nascita di Gandhi, avvenuta nel 1869, tale data è stata scelta dall’Onu nel 2007, per istituire “la giornata internazionale della non violenza”.

Al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, Johan Galtung, docente di Studi sulla Pace all’‘Università di Witten in Germania, in occasione della celebrazione della prima giornata della Pace, il 2 ottobre del 2007, individuò cinque punti dell’insegnamento gandhiano, di cui brevità ricordiamo i primi due: " Non temere mai il dialogo", ricordandoci che Gandhi, nelle sue lotte, dialogava con chiunque, compreso il vicerè dell’impero a cui si opponeva e : "Non temere mai il conflitto: è un’opportunità piuttosto che un pericolo", perché nel conflitto, Gandhi, vedeva la sfida per conoscersi l’uno con l’altro.

Sempre oggi 2 ottobre, in occasione della giornata mondiale per la Pace, e in concomitanza con la partenza da Madrid della Marcia della Pace, a Cagliari alla MEM, la Mediateca del Mediterraneo in via Mameli, prendono il via una serie di eventi fino al 9 ottobre, sul tema della Pace.

Alle 17:30 si partirà con l’inaugurazione della mostra fotografica “100 anni di Pace” del Centro Studi di Torino Sereno Regis, preceduta dal recital “Versi di pace”, interpretato dalle attrici Rita Atzeri e Gisella Vacca.

Carlo Bellisai e Antonello Murgia, illustreranno temi e contenuti dell’esposizione.

Il 4 ottobre alle 17:30 verrà proiettato il documentario “The wash” di Tomaso Mannoni selezionato per i Nastri d’Argento “Corti DOC” 2019. lo stesso giorno verrà presentato il libro di Lisa Camillo, “Una ferita italiana”, ed. Ponte alle Grazie, a cura dell’associazione “Miele Amaro”.

Il 9 si chiuderà con “Pratobello 50 anni dopo - testimonianze”, a cinquant’anni dalla contestazione nonviolenta di Pratobello, cui il paese di Orgosolo con la sua partecipazione diede una vera lezione universale di civiltà. verrà proiettato il documentario “Sa lota” alla presenza della coautrice Maria Bassu e il canto a tenores del “Tenore Supramonte de Orgosolo”.

Una serie di eventi che si terranno tra Capo Frasca e Cagliari, fino al 29 febbraio del 2020, giorno in cui la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, farà tappa a Cagliari con la sua delegazione internazionale.

Vi sarà anche una importante iniziativa che interesserà le scuole, con un progetto specifico di diffusione della cultura per la pace e la nonviolenza, cui gli stessi istituti scolastici potranno aderire e partecipare, fino all’otto marzo 2020, giorno della conclusione della marcia mondiale.

I temi centrali discussi e argomentati in occasione della Marcia Mondiale, dall’iniziativa sarda a cura del Comitato Sardo per la 2a Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza ( costitituito da: AIFO, ANPI, Africadegna, Assotziu Sarda Consumadoris, Confederazione Sindacale Sarda, Lab 28, La Carovana, Comunità la Collina, Ass. Malik, Los Quinchos, Movimento Nonviolento, Rete Radiè Resch Cagliari, SCI, Senzatomica, SERVAS, Tavola Sarda della Pace, Theandric, UNICA 2.0, Ass. Donne di Carta, Cagliari Scuola popolare di poesia per la pace di Is Mirrionis) riguarderanno la proibizione delle armi nucleari, la rifondazione delle Nazioni Unite, la creazione delle condizioni di un Pianeta integralmente sostenibile, l’integrazione di regioni e aree con sistemi socio-economici, che garantiscono benessere e risorse per tutti, senza nessuna discriminazione di sesso, età, razza, religione, situazione economica, fino allo sviluppo della nonviolenza come nuova cultura per il pianeta.

Tematiche che troveranno una specifica argomentazione riguardante le problematiche dell’Isola, a partire dalla riconversione della fabbrica di bombe della RWM, la chiusura dei poligoni militari, causa di danni per la salute degli abitanti dell’Isola, oltreché dei militari medesimi.

Verrà toccato il tema dell’ambiente, con l’azzeramento progressivo dell’utilizzo delle fonti energetiche di origine fossile, e il superamento della cultura del consumismo, quanto quella dell’”usa e getta”.

In merito al rigetto di qualunque tipo di discriminazione, verrà approfondito il tema attraverso cui sviluppare una cultura dell’accoglienza, che non generi ulteriori discriminazioni.

Gli eventi delle tre giornate alla MEM assumeranno la Nonviolenza, come tema dominante per la risoluzione dei conflitti, con attenzione particolare a quanto quotidianamente accade nella società, in merito alla violenza verso i malati, gli esclusi, i poveri, i diversi e le donne, nell’analisi di un triste e pericoloso trend di crescita delle sue vittime.

Maurizio Ciotola

Più liberi e più consapevoli. Di Maurizio Ciotola

"Da oggi siamo tutti più liberi, anche chi non è d’accordo", dice Marco Cappato, imputato per l’aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani, il Dj Fabo, dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che si è espressa indicando le clausole stringenti, sulla non punibilità per chi fornisce aiuto al suicidio.

Marco Cappato nel febbraio del 2017, accompagnò in Svizzera Fabiano Antoniani, che in seguito ad un incidente era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, per cui su esplicita richiesta chiese di porre fine alla sua esistenza.

La sentenza della Consulta è precisa, ancorché dettagliata, per cui si ammette il suicidio assistito a determinate condizioni: la non reversibilità della patologia, il trattamento di sostegno vitale senza del quale il paziente non potrebbe sopravvivere, le sofferenze fisiche e psicologiche, ma soprattutto che il paziente sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

La Corte di fronte all’inazione del Parlamento, sollecita un provvedimento legislativo capace di regolamentare le diverse e molteplici sfaccettature etico-morali, insite negli innumerevoli casi possibili, su cui non è immaginabile un intervento ricorrente della Consulta in seguito ad una vacatio legis.

Questi sono i fatti, ma ripartiamo dalle dichiarazioni di Cappato, esponente dei Radicali, "da oggi siamo tutti più liberi", nessuno escluso.

La battaglia di Cappato, come le tante affrontate negli anni dai Radicali, si inserisce in quel filone di libertà cui la persona non può rinunciare e tanto meno esser costretta a rinunciarvi.

La Corte Costituzionale argomenta e basa le sentenze sul dettato costituzionale, che include in sé ampia fascia della dichiarazione dei diritti umani universali, in un esercizio laico delle sue funzioni.

Troviamo legittime le posizioni contrarie di una parte della popolazione, come altrettanti parti delle forze politiche, forse doverose e sempre auspicabili nel rispetto del dialogo e della contrapposizione democratica.

Rileviamo pericolosa l’indifferenza o la mancata evidenziazione in ambito mediatico, da parte di alcune testate giornalistiche apparentemente indipendenti e per questo più pericolosamente schierate.

Ma tra tutti abbiamo il dovere di ritenere inaccettabile l’onda di sdegno e pressione della Chiesa cattolica, ancora imbrigliata nella sua onnipotenza spirituale e temporale, da cui per liberarci abbiamo dovuto avviare le guerre di indipendenza.

E' questa forte pressione, a nostro parere illegittima, sullo Stato italiano, sulla Repubblica, attraverso la permeante presenza nelle istituzioni, negli organi laici di controllo, nella Sanità, nella Giustizia e in modo esplicito e meno esplicito in Parlamento, con cui si induce a ridurre il grado di libertà, che la nostra Costituzione, laicamente, prevede per ogni singolo cittadino.

I Radicali hanno quasi sempre sbagliato, quando hanno affrontato temi che non riguardavano direttamente le libertà individuali, aprendo tal volta ad un liberalismo disumano, attraverso cui nella legittimazione di attori finanziari si sono introdotte clausole liberticide per la società.

Ma nel contempo i Radicali hanno costituito il più grande ed esteso partito trasversale, quando le loro campagne di lotta politica hanno interessato primari aspetti di libertà individuale, cui la Chiesa, quanto il partito comunista e quello cattolico della Democrazia cristiana, remavano contro in Parlamento.

Ed è proprio attraverso la chiamata in campo della popolazione italiana, attraverso la consultazione refendaria, che sono state abbattute remore e forzature cui la Dc e il Pci, sotto l’esercizio improprio di una pressione ecclesiastica, impedivano il varo di leggi di libertà individuale.

Negli ultimi venticinque anni, la commistione più intricata tra le rappresentanze parlamentari e le più potenti forze ecclesiali, ha impedito l’evoluzione verso quel concetto di libertà e responsabilità di cui l’individuo, la persona, è portatore e attore legittimo.

Attraverso l’ingerenza di una morale, su cui ci asteniamo dall’esprimere un giudizio, l’agire delle istituzioni è sempre stato, salvo eccezioni che confermano la regola, di appiattimento ai principi morali di una chiesa cattolica, affiliata allo Stato del Vaticano ottemperando alle sue regole temporali.

L’esito dei referendum radicali ha sempre sconfessato la morale di una chiesa, che invece negli anni ha saputo negarli all’interno del proprio corpo ecclesiastico.

Vi sono posizioni moralistiche che a differenza di quelle ideologiche, posano il loro esistere su regole religiose, cui si vorrebbe attribuire significato spirituale.

L’indebolimento culturale, di cui il potere è il primo fautore, tende a minare le capacità individuali nella loro consapevolezza sociale, consentendo così agli organi di potere l’assurgere al ruolo di decisore politico, morale, spirituale, cui la popolazione deve attenersi.

Pur ritenendo la Vita il bene principale di un essere vivente, nell’ambito dell’umanità, di ogni singola persona, abbiamo il dovere di rispettare e consentire l’esercizio della Libertà, in egual misura per qualsiasi individuo, che per i cristiani credenti si esplicita nell’espletare il proprio "libero arbitrio" nell’ambito del rispetto altrui.

Grazie alla Corte Costituzionale, per la sua sentenza in aderenza ai principi costituzionali e agli universali diritti umani, ma soprattutto grazie a Fabio Antoniani e Marco Cappato che, attraverso il loro agire, hanno consentito a tutti noi di essere oggi più liberi nel nostro Paese.

Maurizio Ciotola

La Sardegna e l’”Agenda Industria” della RAS. Di Maurizio Ciotola

Questa volta l’incontro con le parti sociali e le istituzioni, nello specifico regionali, non ha costituito uno sgarbo istituzionale.

Pur essendo i soggetti politici e le parti sociali gli stessi, ma di rango regionale, non hanno creato incidenti come fu per l’analogo incontro di livello nazionale, svoltosi con il Ministro dell’Interno del precedente governo.

L’Assessore all’Industria, Anita Pili e il Presidente della Regione, Christian Solinas, vogliono coinvolgere le parti sociali, allo scopo di definire un programma decennale per l’industria in Sardegna.

L’hanno chiamata “Agenda Industria”, questa piattaforma attraverso cui sviluppare un programma con cui sfruttare tutte le potenzialità del territorio.

Un’iniziativa che sembra avere le caratteristiche sufficienti per stilare un programma ambizioso, qual è quello prefissato dalla Presidenza, volto ad una programmazione decennale.

Pur costituendo le parti sociali coinvolte, la rappresentanza parziale dei soggetti che concorrono a rendere tale l’industria, dobbiamo necessariamente osservare che, la loro visione conservativa, ancorché orientata verso la spartizione dello sfruttamento da rendita di posizione, non ha prodotto in questi ultimi anni alcunché di positivo.

I timori di una politica al servizio dei grandi interessi, dei soggetti industriali, che in Sardegna concorrono in misura dominante alla definizione del Pil regionale, rappresentati a quel tavolo, non possono farci presagire nulla di buono.

Analogamente, seppur in modo inverso e a tutela dei pochi lavoratori iscritti, abbiamo l’obbligo di riferire per le parti sindacali riunite al tavolo, che non rappresentano neppure il 50% dei lavoratori nella Regione.

Non sappiamo quale sia l’idea del futuro industriale che il Presidente Solinas e l’Assessora Pili, prospettino per la Sardegna, certo è che non potrà costituire un’idea di continuità con il lontano e recente passato fallimentare.

Quasi in contemporanea, in tante Capitali dell’Occidente avanzato, i ragazzi, unitamente a tanti altri manifestanti di ogni età e colore, senza i sindacati, sono scesi in piazza per indurre le istituzioni ad una decisa sterzata in merito al devastante impatto delle attività antropiche, quelle industriali in primis.

Non sapremo dire se l’intervento della Germania varato in queste ore, con uno stanziamento di oltre cinquanta miliardi di euro per un piano di mutazione industriale, capace di incidere positivamente sul recupero ambientale, esprima una risposta solidale alle richieste di questa responsabile gioventù.

Green New Deal, così per altro è chiamato il piano europeo attraverso cui segnare il cambiamento epocale, non solo sul piano industriale ed ambientale, ma su quello istituzionale, dell’istruzione, della solidarietà, della finanza pubblica e dell’immigrazione all’interno dell’UE.

Un impegnativo ed ambizioso piano da cui la Sardegna non potrà chiamarsi fuori, come vorrebbero invece le tante voci dell’immanente immobilismo autoctono.

Se vi è una élite in Sardegna, attraverso cui è controllata la gestione delle pubbliche finanze e l’esercizio di un sistema burocratico regionale, a favore o di impedimento alle tante iniziative private, è la stessa che determina e controlla una parte maggioritaria del Pil e della politica regionale.

Probabilmente una classe dirigente siffatta, continuerà a remare contro questa ineluttabile svolta, cui l’intera Europa si è impegnata per restituire un benessere economico e sociale in risposta a quanto le mutazioni globali hanno inficiato.

Certo è che l’”Agenda Industria”, non potrà prescindere dal confronto e dall’apporto delle Università Sarde, come identicamente dal coinvolgimento di un’ampia gamma di riferimenti sociali, economici e scientifici, che operano attivamente per questo cambiamento.

Non si possono impegnare risorse e sviluppare programmi allo scopo di tenere in vita, sul piano industriale, ciò che non ha più ragione e possibilità di esistere.

Se quasi il 40% dei giovani lascia l’Isola per studiare e lavorare, e di cui solo una minima parte ritorna in Sardegna, questo non è causato solo dalla voglia di cambiare, quanto dall’impossibilità di trovare un lavoro soddisfacente sul piano professionale e remunerativo.

L’industria che dovrà esser pensata da qui a dieci anni su quel tavolo regionale, non potrà avere elementi di condivisione con l’attuale, sia sul piano operativo che su quello produttivo.

Il Green New Deal, non è rivolto solo o semplicemente ad una mutazione tecnologica, quale l’industria 4.0 e suoi derivati, di cui per altro la Sardegna è in gran parte priva.

Esso include una mutazione significativa sul piano delle relazioni industriali, sui rapporti di lavoro e le sue modalità, l’equità di genere, fino a ridefinire uno Statuto Europeo dei lavoratori.

L’Agenda Industria della Regione Sarda, non potrà essere esente dagli obblighi derivanti da questo programma europeo, con cui attraverso specifiche leggi verranno rese disponibili ingenti risorse.

Non dovrà neppure essere indifferente nei confronti degli auspici, non ancora proposti con carattere di obbligatorietà, ma bensì avviarsi per renderli nei termini effettivi.

Da oltre vent’anni in Sardegna si parla di svolta, ma chi ritorna sull’Isola dopo altrettanto tempo di assenza, si rende conto che, né la politica e i sindacati, né la grande industria, per quel che c’è rimasto, ha avviato un vero processo di svolta industriale.

Per ora vi è solo il ricatto e la ricattabilità, strumenti attraverso cui l’industria, la politica e i sindacati, tengono in piedi un sistema insostenibile, che esclude oltre il 50% dei lavoratori, rendendoli disoccupati o emigrati.

Quasi un anno è già passato dall’insediamento del Presidente Solinas, altri quattro, in linea teorica, sono a sua disposizione e della Giunta, per varare un piano di rinascita industriale, che sia capace di andare oltre l’ostacolo, senza lasciare vittime sul campo.

Non come le tante finora generate dall’immobilismo dell’establishment esistente a cui è subentrata o forse di cui fa parte, e il tempo saprà esser inoppugnabile rivelatore, l’attuale Presidenza e la Giunta regionale.

Maurizio Ciotola

Mine politiche. Renzi, Salvini e la morte degli struzzi. Di Maurizio Ciotola

Tutti sapevano che, alla fine, l’uscita dal Pd sarebbe stata la conclusione del percorso politico segnato dalla decadenza del giovane Matteo Renzi.

Del resto lui, come l’altro Matteo, il leghista Salvini, è portatore di una politica ad effetto, che raccoglie consensi nell’immediato, ma per assenza di programmazione decade come un elettrone non aggregato, sollecitato ad effettuare un salto quantico.

Non abbiamo mai capito se le scelte di Matteo Renzi siano partorite da un moto proprio o per via di una eterodirezione, che negli anni si è fatta sempre più evidente.

Del resto i partiti politici aggregano interessi comuni o similari, al fine di tradurne gli effetti in sede parlamentare, attraverso leggi specifiche, oggi palesemente avulse a qualsiasi tipo di mediazione.

Renzi è espressione palese di questo tipo di rappresentanza, che non partecipa di una visione complessa e mediata del sistema sociale, il cui livello di riconoscimento e reciprocità contraddistingue il grado di una civiltà democratica.

Nei secoli le lotte di “classe” hanno permesso l’affermarsi di tale riconoscimento, e la cui affermazione è stata tollerata negli anni dalle élite economiche in contrapposizione alla minaccia comunista del blocco sovietico, su cui era obbligatorio vincere, sacrificando la visione liberista.

Da trent’anni quel mondo non esiste più e nel suo deflagrare ha mostrato imperfezioni e aberrazioni, fino ad indurre verso evidenti cambiamenti di rotta, rilevanti aree socialdemocratiche dell’Occidente, piegate oramai verso un neo liberismo scientifico.

Matteo Renzi è un qualcosa che ha avuto effetto dalla rottura di questa visione sociale, lungimirante e progressista, per ancorarsi ad un treno mutevole e profittevole, privo di visione del futuro.

Lui come Salvini sembrano essere espressione di un esteso gruppo di interesse, apolitico, da sempre capace di introdurre personaggi nei partiti politici, allo scopo di arraffare consensi, attraverso i quali condurre la politica in parlamento.

Le operazioni schizofreniche condotte da tali rappresentanti, rendono evidenti la loro eterodirezione, di cui ricordiamo a futura memoria, la personalizzazione della campagna referendaria per la riforma costituzionale per un verso, quanto la richiesta dei pieni poteri per guidare il Paese, o la convocazione con successo delle complici parti sociali al Ministero dell’Interno.

Sembra evidente che, sia Renzi quanto Salvini, costituiscono lo stereotipo degli showman politici per antonomasia, di questo modello di politica asservita.

Vi è un ma, che risiede però nelle loro differenti operazioni e soprattutto, dalla capacità di intercettare gli interessi di quelle stesse lobby stanziali nel nostro Paese.

Renzi sembra aver aperto a quell’area centrista e liberista, di cui Forza Italia, con i dovuti distinguo e puntualizzazioni, è contenitore.

Salvini a quello stesso partito, che è Forza Italia, ha invece mosso l’assalto con la volontà di espugnarlo.

Operazione non proprio gradita né dal Cavaliere né dalla classe dirigente dello stesso partito e soprattutto dal gruppo di interesse che li sostiene.

Chi in prima persona ha riferito dell’incontro tra il Presidente Giuseppe Conte e Silvio Berlusconi, durante le consultazioni post incarico, ha riferito che, "c’è mancato poco per cui lo stesso Berlusconi garantisse la fiducia al secondo Governo Conte".

Siamo certi che tale fiducia, non esplicitamente garantita attraverso le operazioni di voto palese nelle aule Parlamentari, può divenire tale se il partito di Forza Italia e quello di Italia Viva troveranno un minimo comune multiplo per agevolarne la fusione, funzionale alle prossime regole elettorali.

Ovvero, l’operazione di Matteo Renzi si inserisce in una ipotesi di allargamento del sostegno parlamentare al Governo Conte, cui però dobbiamo inquadrare la spicciola contabilità politica del “concambio”.

Sicuramente saranno prete delle granzie, tra cui la prima al colosso editoriale della famiglia Berlusconi, altrettanto avverrà probabilmente per alcune banche e un mondo imprenditoriale, oggi diviso tra il sostegno a Forza Italia e al club della Leopolda di Matteo Renzi.

Un sostegno alla maggioranza di Governo per garantire l’elezione del futuro Capo dello Stato, che per quanto designato dal M5S e dal PD di Zingaretti, ha la necessità di un più esteso consenso parlamentare, di cui capiremo quale sarà la contropartita.

Senza dubbio rientrerà nel patto la modifica della riforma della Giustizia, che così com’è troverebbe implicati a vita tutta una serie di personaggi, dentro il Parlamento o a loro sostegno, estranei al M5S e a gran parte del Pd.

Non di meno potremmo trovarci a veder pesare le pretese delle stesse parti sociali, nella loro miope visione conservatrice del sistema economico e produttivo, da anni fuori mercato, tese a estorcere rendite di posizione, quanto a creare grosse aree di sostegno assistenziale, di matrice clientelare, purtroppo prive di qualsiasi futuro.

Quel gruppo politico così allargato potrà rappresentare una consistente fascia dei dirigenti della Pubblica amministrazione, tesa a conservare, male, il loro esistere senza alcun ritorno di efficienza per i cittadini del Paese.

Ma il cuneo politico insinuatosi ha anche una matrice europea, francese, macroniana, di contrappeso alla mano tesa verso la Germania della Merkel.

Insomma, Renzi sa di poter costituire l’ago della bilancia e congelare qualsiasi inversione di tendenza, se non per un avvio parziale e figurativo, controbilanciato da garanzie impopolari di cui sarà portatore e rappresentante.

Ecco, il Presidente Conte dovrà stare attento a questo logoramento e soprattutto all’equilibrio in cui i compromessi, potrebbero assumere dimensioni e legittimità sociali non commisurate al peso di rappresentanza.

Il M5S e il Pd, avviati ad un accordo sul piano programmatico verso un intesa extraparlamentare, oltre quella già siglata in Parlamento, dovranno riuscire a ridurre gli effetti, per ora solo potenziali, del protagonismo politico di Renzi, esaltato dal valore marginale del consenso garantito al Governo Conte.

Solo alla fine della legislatura capiremo se Matteo Renzi, impersonerà l’Angelino Alfano del centrosinistra.

E se, lo stesso Renzi, vorrà caratterizzare il suo sostegno al Governo minando il percorso, che Conte ha enunciato nel suo programma di Governo.

Maurizio Ciotola

La morte di Matteo Fabbrocile, le responsabilità del comune di Quartu S.E. e del Ctm. Di Maurizio Ciotola

Ieri sera un bambino di tredici anni, Matteo Fabbrocile, è morto a causa di un incidente stradale, in cui dobbiamo ravvisare certamente l’omicidio stradale, ma soprattutto potremmo ipotizzare anche il concorso in omicidio dell’amministrazione del Comune di Quartu S.E. insieme al CTM.

Matteo è sceso dall’autobus alla fermata della linea dell’1Q in una strada priva di luce, di attraversamento stradale e spazio utile per la fermata dell’autobus.

Questo è quanto, non solo nel comune di Quartu S.E., è operante in merito ai servizi pubblici del CTM, per ciò che riguarda il disastroso esercizio delle linee in servizio.

Le campagne di Quartu S.E. sono gremite da abitazioni e abitanti residenti, famiglie giovani e meno giovani, con un’altissima percentuale di ragazzi che frequentano le scuole.

La presenza di sedi scolastiche, dalle scuole primarie ai licei, è un dato incontrovertibile e testimoniale.

In trent’anni di questo sviluppo urbanistico, mal regolato o messo in sicurezza, il comune di Quartu S.E., senza offrire servizi è corso ad esigere i balzelli, come ovunque accade per altrettante amministrazioni comunali in Sardegna.

Le linee degli autobus del CTM, come quelle dell’ARST, transitano in strade improbabili, prive dell’illuminazione nei punti ad alto rischio, ma soprattutto per le quali non è stato realizzato alcun habitat di sicurezza per gli utenti, cittadini in transito.

Le fermate degli stessi pullman avvengono in prossimità di cunette, senza spazio adeguato, prive di qualsiasi striscia pedonale, che dovrebbe consentire gli attraversamenti in sicurezza da una parte all’altra della carreggiata.

Non una luce che segnali le fermate, già stabilite dal CTM di concerto con l’amministrazione comunale, che pur essendo al corrente non ha mai provveduto ad effettuare spazi adeguati per pensiline e illuminazione.

Matteo è morto in una circostanza evitabile. Se la responsabilità dell'autista che lo ha travolto è inequivocabile, ma colposa, quella dell’amministrazione comunale, sul cui dolo ci si interroga, potrebbe essere definita preterintenzionale.

Nessuno restituirà più Matteo alla sua famiglia, cui in un paese civile, per altro, dovrebbe esistere un servizio psicoterapeutico di assistenza per un simile dolore.

Non di meno la Magistratura dovrebbe mettere sul banco degli imputati l’amministrazione comunale di Quartu S.E. e il Ctm, nel caso specifico, per le mancate osservanze di sicurezza previste nell’esercire un servizio di trasporto urbano ed extraurbano.

L’indipendenza della nostra Regione parte dalla consapevolezza e dalla responsabilità degli enti locali, i comuni nello specifico, che piuttosto che disperdere i contributi dei suoi cittadini, dovrebbero garantirne la sicurezza con onestà ed efficienza.

Amministrazioni comunali, che purtroppo fungono solo da trampolino di lancio dei politici locali, senza esercire le loro funzioni elementari nell’ambito previsto dalla legge, il cui richiamo della Corte dei Conti è ininterrotto.

Forse, più che in battaglie topiche e di facciata, che servono a qualcuno per coprire altre malefatte e drenare ulteriori risorse dallo Stato e dalla Ue, per un loro pessimo o personale utilizzo, i comuni della Sardegna dovrebbero trovare l’unità per mettere in sicurezza il loro territorio, di cui sono i primi responsabili amministrativi.

La morte di Matteo ci travolge e addolora al pari dei tanti ragazzi che negli anni, nelle campagne di Quartu S.E., sono stati ammazzati per le strade a causa delle tante guide indolenti, ma soprattutto per l’irresponsabilità e il dolo delle amministrazioni susseguitesi da almeno trent’anni.

Maurizio Ciotola

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