Intervista all’On. Carla Cuccu, Consigliere Regionale M5S. Di Maurizio Ciotola

Dopo il successo del M5S alle ultime elezioni regionali, con l’elezione di sei consiglieri nella massima Assemblea regionale nel pieno rispetto di un’equità di genere, tre donne e tre uomini, abbiamo voluto intervistare la neo eletta Carla Cuccu, avvocato in Cagliari, portavoce del gruppo consiliare, nonché attivista storica dello stesso movimento. D) Il successo del 24 febbraio, con sei consiglieri eletti, è stato un risultato inaspettato o no? R) "Le aspettative erano grandi. abbiamo tutti pensato che fosse arrivato il momento per la Sardegna di aprirsi verso un cambiamento serio e concreto. Anche alla luce delle politiche portate avanti dal Governo nazionale, nella piena concretezza rispetto a quanto annunciato in campagna elettorale. Siamo contenti per esser riusciti ad entrare in Consiglio con sei rappresentanti dei diversi territori regionali, a garanzia di un ricco e profondo scambio dialettico. Abbiamo anche garantito, in un’equità della rappresentanza di genere, le pari opportunità e le prerogative per una maggiore sinergia del gruppo". D) Cosa pensi della legge elettorale sulla parità di genere, e a cosa attribuisci l’esito elettorale così negativo per le donne candidate? R) "Sicuramente vi è stato un uso improprio di questa legge, che ancora una volta ha consentito all’universo maschile assumere un ruolo monopolizzante rispetto a quello femminile. La dove si tralascia, che la capacità di incidenza nella società, partendo dalla famiglia, fino a dispiegarsi nel mondo del lavoro della donna, è da sempre maggiormente caratterizzante e quindi soprattutto autorevole. per cui c’è sempre la necessità di recuperare, prima ancora che nella politica, le singole funzioni e i ruoli che all’interno di una società civile, rivestono gli uomini da una parte le donne dall’altra. Non in una contrapposizione, ove l’uno debba prevalere sull’altro, bensì nei termini di complementarietà. Credo che prima ancora di parlare di contenuti politici, il compito primario di questa politica debba essere proprio quello di ricostruire una società, che oggi ha perso la propria identità e la propria funzione, di cui appunto l’agire di uomini e donne". D) Potresti esprimere un’opinione sulla Giunta, su quello che c’è e dei suoi primi accenni, di cui non siamo ancora riusciti a capire gran che. R) "Abbiamo anche noi difficoltà a cogliere quelle che possono essere le progettualità di questa Giunta. Siamo anche rimasti fuori da una rappresentanza all’interno dell’ufficio di Presidenza del Consiglio, per ora la maggioranza ha dimostrato che l’interlocuzione con il Movimento sia da espletare nei termini di una netta separazione. Sicuramente questa Giunta, che nasce con estremo ritardo rispetto ai proclami in campagna elettorale, sembra orientata a dare priorità all’occupazione dei posti di potere, piuttosto che occuparsi delle emergenze dei sardi". D) Massimo Zedda, subito dopo la proclamazione degli eletti ha prospettato la condivisione di un progetto di opposizione comune con il M5S. Quale è stata la vostra reazione? R) "Abbiamo accolto positivamente quanto proposto da Massimo Zedda. Ovvero laddove ci sarà un programma e una previsione di risposte reali e attuabili a vantaggio dei sardi, ci vedrà sicuramente affiancati. Tant’è che noi abbiamo proposto subito a Zedda di votare insieme la riforma della legge elettorale. Vedremo nel proseguo se oltre ai propositi ci saranno azioni conseguenti, che vanno a certificare la veridicità della loro proposta". D) La modifica della legge elettorale è quindi nel programma di opposizione del Movimento? R) "Si, l’attuale legge nasce nel 2013 ad opera di Cappellacci, con lo specifico obiettivo di sbarrare l’accesso in Consiglio al M5S alle elezioni del 2014. Anche in questa tornata elettorale ci sono state le gravi conseguenze di questa legge maldestra, per cui bisognerà apportare i correttivi necessari allo scopo di consentire una partecipazione democratica e rispettosa della volontà dei sardi, in termini di preferenze e di sbarramenti". D) Quale è la vostra idea di sviluppo per la Sardegna? siete disposti a prospettare un’idea di cambiamento sfidando la staticità locale e le problematiche di ricollocazione occupazionale che si creeranno? su questo avete già maturato una condivisione con il centro sinistra? R) "Devo subito premettere che, per ora non ci sono punti di condivisione, giacché non sappiamo quale è nello specifico, il programma del centrosinistra. Noi del movimento siamo coscienti dell’enormità del progetto di cambiamento cui andiamo incontro e che dobbiamo necessariamente affrontare. Per quelli che sono gli aspetti economici, culturali e sociali nel territorio, il nostro impegno non potrà che essere quello di tutelare l’occupazione in questa fase di transizione. per cui si passerà da un’industria pesante a nuove forme di produzione ad altissimo valore aggiunto, di cui abbiamo necessità per restare ancorati all’economia mondiale. Non posso per altro non stigmatizzare e mettere in evidenza le forti responsabilità di chi fino ad oggi ha governato la Sardegna, e non ha saputo prospettare un’adeguata transizione tra queste due fasi industriali. Vi è l’aggravio, costituito dall’incapacità o non volontà, per cui le stesse industrie non sono state vincolate ad un piano di dismissione e bonifica. Anche il piano Sulcis con le sue prerogative, era rivolto alla riconversione e bonifica del territorio, ma ad oggi non sappiamo come sono stati spesi quei soldi. Quali bonifiche sono state avviate o se sono state fatte. è stato prospettato un inserimento in un mondo economico capace di sostenere e offrire sviluppo in quei territori? Noi aspetteremo di vedere quali saranno le proposte di sviluppo della Giunta, e interverremo nella prospettiva di una loro possibile attuazione o rigetto. Proposte che ovviamente non potranno avvenire nell’ultima fase della legislatura. Stiamo parlando di problematiche complesse, da affrontare nell’immediato. Ed è per questo che ci spaventa il ritardo del varo della squadra di governo da parte della maggioranza". D) Vi spaventano le prossime elezioni europee, per quanto concerne gli eventuali esiti negativi generati dall’alleanza di governo? avete una candidata capolista di rilievo. R) "Non saprei dire, anche perché non è una preoccupazione che ci sta interessando. Per noi l’impegno principale è quello di fare bene e comunque, ovvero di dare un progetto concreto, che possa essere realizzabile ed effettivamente foriero di cambiamento. Oltre alla capolista Alessandra Todde, Ceo di Olidata, c’è il nostro attivista storico Donato Forcillo, che ha significativamente contribuito alla definizione del “reddito energetico”, sperimentato a Porto Torres". D) Cosa è il reddito energetico? R) "Con un fondo ad hoc vengono finanziate famiglie in difficoltà economiche, per l’installazione di pannelli fotovoltaici (chiavi in mano e manutenzione compresa), per cui oltre al risparmio stesso della famiglia, l’eccedenza energetica ceduta alla rete, remunerata secondo quanto deliberato dall’Autorità energetica, ha lo scopo di finanziare e reintegrare il fondo stesso". D) Non ti sei voluta sbilanciare sulle europee, per cui immagino non lo vorrai fare neppure per le amministrative a Cagliari. R) "A Cagliari vinceremo sicuramente!!". D) Che rapporti avete voi con gli indipendentisti? R) "Per ora nessuno. Noi riteniamo che tutte le forze politiche avvicendatesi in questi anni al governo della Regione, condividano un elemento di politica comune, che è quello del fallimento. Dobbiamo capire se gli indipendentisti vogliono aprirsi ad una progettazione realizzabile, evidentemente in termini anticipati rispetto a quelli che sono i giochi da scacchiera di una certa politica, che purtroppo mira solo alla sua reiterazione, piuttosto che dare risposte agli elettori. Siamo fiduciosi e attendiamo". D) E' la prima volta che entri a far parte della massima Assemblea istituzionale della regione, quali sono le tue prime percezioni in merito a questa grande macchina istituzionale, che tutti vogliono modificare? R) "La mia professione, che mi porta ad avere dimestichezza con le aule del Tribunale, quanto con le cancellerie, credo mi avvantaggi su questo versante. Per quanto ho potuto intravedere in queste poche battute iniziali, in Consiglio esistono diversi uffici e alte professionalità che necessitano di un coordinamento. Un imprinting che dia motivazioni e snellezza nell’agire per il conseguimento di un risultato. Probabilmente il fatto che si trascurino alcuni aspetti di questa grande macchina istituzionale, è dovuto al fatto che non cambiare certi suoi aspetti organizzativi è più semplice, perché consente un ulteriore radicamento di situazioni, che se mutate destabilizzerebbero il radicamento del potere. Vi è una staticità strumentale attraverso cui si finge di cambiare per non cambiare niente, il cui fine è quello di mantenere sempre le stesse persone nei ruoli strategici. Gli amici degli amici che devono perseverare ed accrescere un potere costituito nel tempo. Per iniziare a sgretolare, a scalfire questo sistema, che definisco “cristallizzato”, ritengo sia necessario il coraggio, l’impegno, quanto una forte determinazione. Una serie di caratteristiche personali attraverso cui, in un moto sinergico, riuscire a sgretolare questo blocco cristallizzato". D) Un’operazione che non potrà essere compiuta in una legislatura. R) "No, ma possiamo iniziare a farlo. Il nostro obiettivo, come movimento 5 stelle, è quello di non prestare il fianco a lungaggini che siano fine a se stesse, nel gioco delle parti. Ma mettere in campo una opposizione costruttiva per un cambiamento reale". Maurizio Ciotola

Scuola ed università, educazione e omologazione, il ruolo delle risorse. Di Maurizio Ciotola

Oltre agli studi specifici compiuti dall’Università, unitamente ad una moltitudine di pedagogisti intraprendenti ed indipendenti, l’impegno dello Stato nell’educazione dell’età evolutiva, dai 0 ai 18 anni, è fortemente deficitario rispetto a quanto richiesto dagli stessi studiosi e dai principali attori dell’educazione. La porzione predominante delle risorse destinate all’istruzione, rispetto al fabbisogno complessivo, è costituita dalla necessaria, quanto insufficiente remunerazione dei docenti. Al fabbisogno essenziale, lo Stato sottrae una altrettanto cospicua porzione delle risorse, per destinarle alle molteplici, seppur necessarie, attività educative di integrazione. Abbiamo un sistema educativo ed istruttivo il cui impegno profuso dallo Stato, in corrispondenza dell’età di chi frequenta le scuole e le università, risulta chiaramente capovolto o inverso alle esigenze stesse per fascia di età. Ancora una volta gli stanziamenti e le erogazioni, sono determinate dalle pressioni dirette, convergenti con interessi specifici, piuttosto che dalla messa in campo di un progetto di crescita generale. Sappiamo, grazie ai continui studi di cui l’Italia vanta l’eccellenza, che l’età infantile è quella in cui l’apprendimento costituisce la centralità nella costruzione delle capacità cognitive di ogni individuo, su cui andranno ad innestarsi negli anni successivi, gli ulteriori apporti educativi e formativi. In quell’età infantile di massima e solida percezione, abbiamo il dovere di rendere fruibile gli elementi attraverso cui, l’educazione consente la massima crescita dell’infante, futuro protagonista sociale dello Stato che lo educa e istruisce. Assistiamo invece ad un doppio disimpegno, da parte delle istituzioni che riducono o azzerano gli investimenti verso l’educazione, e dei genitori la cui costrizione economica li conduce a ricercare un banale ambito di accoglienza per i loro figli. Lo Stato è reo di un comportamento finalizzato a depotenziare gran parte della cittadinanza, su cui con metodi differenti e in fasi successive, saprà imporre le “adesioni” funzionali ed acritiche, ovvero la chiave per l’omologazione comportamentale. Le famiglie vittima dell’annullamento del welfare, per cui sopperirvi è necessario un totale impegno sul piano lavorativo e temporale, nel senso remunerativo, sono obbligate a consegnare i propri figli a condizioni di ribasso economico ed educativo. Quelle più abbienti e il cui impegno è allineato all’ascesa funzionale negli ambiti professionali più diversi, consegnano i loro infanti in ambienti ove è assicurata l’omologazione, di cui essi stessi sono vittima ed autori. La sinistra progressista di questo Paese, non più degli altri del nostro Occidente in declino, ha cessato di costituire il gruppo di pressione all’interno dello Stato allo scopo di accrescere l’impegno nell’educazione e nell’istruzione. Si è appiattita sulla necessità di finanziare in modo preminente le Università, attraverso progetti di chiaro interesse per quelle aziende private che, nell’orientare la ricerca non lesinano incarichi ai docenti, secondi destinatari di questo impegno economico, oltreché parte attiva nella politica istituzionale. L’obiettivo è annullare l’autonomia scolastica ed universitaria, in ultimo della <> attraverso cui è possibile il governo democratico della società. Maurizio Ciotola

Radio Radicale. Di Maurizio Ciotola

Chi si è occupato di politica e ancora cerca di adoperarsi perché questa non lasci spazio a tecnicismi o a all’antipolitica, ha ascoltato ed ascolta Radio Radicale nella quotidianità. Ancora oggi Radio Radicale contribuisce in modo decisivo alla formazione superiore di chi vuole occuparsi di politica e dell’informazione politica in modo professionale e profondo. Radio Radicale è un veicolo informativo, che nell’ambito delle sue capacità ed indipendenza, consente la conoscenza dei fatti e delle connessioni tra i fatti, in misura sopraffina ed encomiabile. E'l’emittente radiofonica che ci ha consentito di seguire le audizioni delle Commissioni parlamentari, di cui nessun giornale, sicuramente nessuno tra i più diffusi, davano e danno notizia. Ha garantito in un’epoca buia del Paese, quella a ridosso del 1992 fino ai giorni nostri, di ascoltare i diversi processi giudiziari, cui grandi politici o intere aree politiche sono stati sottoposti. Forse abbiamo capito che “il bacio di Totò Reina con Andreotti” non è mai avvenuto, ed altresì che il processo “Mafia Capitale” ha messo a nudo un intreccio malavitoso tra politica e organizzazioni a delinquere di stampo mafioso, che non ci saremmo mai aspettati. Ma Radio Radicale ci porta anche notizie dirette dalla Turchia, dall’estremo oriente, dall’India, dal mondo della tecnologia e della finanza, che fanno scoprire quanto occultato dai “media di regime”. E'stata l’unica testata giornalistica che ci ha consentito di seguire la guerra in Cecenia grazie all’inviato Antonio Russo,giornalista poi ucciso a Tibilisi come vero e proprio martire dell’informazione. Il servizio continuo e costante attraverso cui abbiamo da sempre udito le sedute in Parlamento ha l’imprinting originario di Radio Radicale, minato nel 1998 dalla maggioranza di centro sinistra, che fece nascere Rai Radio Parlamento, allo scopo di azzerare il finanziamento a Radio Radicale, appunto. Quello che vediamo oggi, è un dejavù, incarnato ieri dai democratici di sinistra e dai popolari, oggi tutti riuniti nel PD. Nulla di nuovo sotto il sole, ma non per questo meno pericoloso o meno disastroso per l’informazione. Radio Radicale non ha mai goduto dell’appoggio delle tante testate giornalistiche italiane, notoriamente in mano a lobby economiche, il cui compito ancora immutato, più che fare informazione o indagini, è stato ed è quello di orientare l’opinione pubblica. La forza di Radio Radicale, è ovviamente costituita dai suoi giornalisti, ma in quanto ad indipendenza e forza intellettuale, la garanzia ultima è sempre stata quella di Marco Pannella. Gli stessi Radicali, oggi divisi in due fazioni, non condividono una visione comune e non offrono una garanzia di indipendenza per le loro azioni, che in parte si riverberano sulla radio omonima. Nessun politico, degno di esser chiamato tale, ha mai rinunciato all’ascolto della rassegna stampa mattutina di Radio Radicale, la cui forza e autonomia interpretativa è stata data negli anni da Massimo Bordin, per la cui conoscenza storica ed interdisciplinare, meriterebbe una cattedra ad hoc in una delle migliori Università italiane. Possiamo non condividere tante opinioni ed azioni dei Radicali o quelle veicolate dalla medesima radio, cui personalmente pur ascoltandola da decenni, in parte rifiuto o non condivido. Ma la sua neutralità trovava il garante indiscusso in Marco Pannella, un uomo la cui statura politica lo poneva al di sopra di fazioni o parti della politica medesima. Un’emittente però non può essere legata al suo fondatore e garante, se vuole continuare a svolgere quel ruolo di indipendenza a garanzia dell’informazione nel modo l’ha contraddistinta dalla sua nascita. Forse Radio Radicale deve compiere una ulteriore mutazione sul piano organizzativo ed amministrativo, della sua proprietà, se essa è d’intralcio allo svolgimento dell’attività sul solco di ciò che è stato il suo passato. Probabilmente l’indipendenza stessa dei giornalisti che in essa operano, deve trovare maggiori spazi in modo da non concedere coabitazioni su più testate, offrendo così il fianco ad un conflitto di interessi delle informazioni veicolate. Siamo sicuri che Radio Radicale riuscirà a svolgere ancora il suo ruolo informativo ed insostituibile, grazie al quale è consentito l’ingresso ad ognuno di noi ascoltatori, dentro le carceri e il loro perenne degrado “istituzionale”. Ma soprattutto vogliamo augurarci che, le eventuali motivazioni di una sospensione dei finanziamenti pubblici, che rifiutiamo, non risieda nella solita difesa in ombra ad una parte della magistratura, che negli anni della Repubblica ha esercito la giustizia in modo arbitrario e disonorovole per il Paese. Altresì non vorremmo che, di fronte alle tante disponibilità dei testimonial politici, si nasconda la volontà di portare a chiusura una radio scomoda, per mano altrui, scaricando le responsabilità visibili e concrete su coloro che oggi governano il Paese, invisi ad una intera classe politica ancien régime. Crediamo che un tavolo di discussione tra la redazione di Radio Radicale, il Presidente del Consiglio e il Ministro per lo Sviluppo economico, intrapreso in un’ottica di trasformazione a garanzia dell’indipendenza, che ha sempre contraddistinto la Radio, condurrà ad un esito positivo e fruttuoso per il Paese, prima ancora che per i colleghi della Radio. Maurizio Ciotola

Confindustria e Sardegna. Di Maurizio Ciotola

Siamo convinti che l’economia di questo Paese può ripartire grazie ad un impegnativo, quanto significativo investimento industriale. Altresì siamo consci che tale sviluppo industriale non potrà ripartire o in taluni casi, partire, se non si investe nella infrastrutturazione del Paese e nello specifico, di questa Regione. Gli impegni politici ed istituzionali senza un chiaro piano organico, sul cosa e del perché investire, si trasformano notoriamente in sostanziose erogazioni a perdere. Il convegno di Confindustria in Sardegna, svoltosi a Cagliari venerdì 29 marzo, sembra agire con una evidente pressione verso il nuovo esecutivo Regionale, tra l’altro non ancora insediato e di cui non si conoscono gli incarichi in Giunta. Sicuramente oltre al Presidente Solinas, Confindustria e i suoi associati, intendono interagire con un assessore il cui dialogo conduca ad esiti positivi, forse per entrambi, sicuramente per Confindustria. Crediamo che, nella legittimità apprezzabile cui Confindustria esercita il suo ruolo, il piano industriale proposto nella sua organica fumosità, non costituisca le basi per la rinascita dell’economia Isolana. L’Industria in Sardegna è costituita per l’ottanta per cento dalle raffinerie della Saras, con gli annessi stabilimenti chimici, e la produzione elettrica generata dallo sfruttamento dei residui di raffinazione. Il resto è costituito da un insieme di insediamenti chimici, in parte convertiti e in parte inutilizzati. Non esiste un’area significativa, di peso e in prospettiva, capace di condurci a pieno titolo nel millennio che abbiamo incominciato a vivere. Gli unici interventi di svolta, ma la cui esiguità li pone ai margini al pari di applicazioni da “laboratorio” è relativo a ciò che avviene nel contesto del CRS4 a Pula. Ci dovrà essere un momento in cui avrà inizio la “migrazione” da una condizione industriale al tramonto oramai da vent’anni, ad una pienamente inserita nell’evolutivo contesto mondiale. In quest’Isola esistono insediamenti industriali con una tecnologia di esercizio risalente a vent’anni prima del loro effettivo tramonto, cui l’impatto ambientale, inquinamento del suolo, delle falde acquifere, ha determinato una totale compromissione del territorio. Quell’industria, in parte deve abbandonare il territorio e in parte deve mutare radicalmente il suo ciclo produttivo. Nel comprendere le preoccupazioni di Confindustria, rimaniamo sconcertati di fronte ad un inesistente piano industriale generale, di cui gli stessi industriali dovrebbero essere i propositori. Sono trascorsi almeno venticinque anni dal rifiuto poi reiterato con e ad ogni legislatura regionale, la cui accettazione invece, ci condurrebbe verso un effettivo cambio di passo dell’industria locale. Non abbiamo assistito a vere e proprie trasformazioni tecnologiche, che avrebbero potuto garantire efficienza e concorrenzialità, ma solo ad una vera e propria combine clientelare, con cui si è azzerata qualsiasi prospettiva industriale. Par suo la Regione ha evitato di impegnarsi in un piano di infrastrutturazione, se non con degli annunci spot, cui l’inconsistenza è verificabile ogni giorno dagli operatori di qualunque settore. Non sarà l’incremento delle volumetrie a ridosso delle spiagge sarde, il momento capace di determinare una rinascita dell’industria, che di tali “briciole” si avvarrà in misura minima e a tempo. Per contro il deterioramento permanente della bellezza naturale, che verrà sfregiata, soffocherà l’unico e vero motore dell’industria turistica. Il territorio deturpato e offeso ha necessità di esser bonificato, la dov’è ancora possibile, con un impegno miliardario e di lungo termine cui non solo la Regione deve puntare. Il 5G in Sardegna verrà testato certo, come è avvenuto per una serie numerosa di tecnologie innovative, poi divenute attuali; ma questo al pari degli altri casi, determinerà ricadute temporanee e non strutturate, in cui la popolazione attiva regionale si troverà a svolgere ruoli in posizione di subalternità, per altro mai riconosciuti. Ancora oggi non è possibile operare connessi ad una rete efficiente e stabile, in un qualsiasi paese del centro Sardegna o eventualmente pensare di insediarsi con la propria famiglia, per gli impedimenti derivanti dalle pesanti carenze di quelle infrastrutture essenziali, quali strade e servizi primari. L’industria in Sardegna non può campare sul perenne e mai finito rifacimento della SS131 Carlo Felice, unica arteria isolana, su cui l’Anas ha devoluto ininterrottamente oltre il 50% dei suoi investimenti regionali, per almeno tre o quattro decenni. Dovremo necessariamente ripensare ed esaminare lo sfacelo ambientale in cui versa l’intera area industriale di Macchiareddu e richiedere sostanziali adeguamenti, senza peraltro barattarli con edificazioni para circensi nella città di Cagliari. Ma, nella concretezza che sembra emergere, pare quasi impossibile sperare che questo esecutivo regionale riesca o voglia mutare tale percorso, piuttosto che reiterare l’esistente a garanzia del duopolio di cui è parte e da cui è figliato. Maurizio Ciotola

Cagliari e la “mediocrazia”. Di Maurizio Ciotola

La data esatta in cui andremo a votare per eleggere il sindaco di Cagliari e i Consiglieri comunali, ancora non è certa, al pari delle candidature delle coalizioni e dei partiti. Zedda con il suo primo mandato riuscì a captare la maggioranza dell’elettorato, in virtù della sua giovane età, ma soprattutto di una idea per la Città. Il secondo mandato, di cui gli effetti dell’insuccesso del primo erano già evidenti, lasciò spazio a tatticismi fruttuosi sul piano elettorale, ma privi di respiro politico. Così Massimo Zedda, su indicazione di chi gli faceva e gli fa ombra, ha caricato sulla barca della coalizione il gruppo sardista, che in Regione stava all’opposizione. Sappiamo quale fu il forte e determinante contributo del Psd’Az per la sua vittoria al secondo mandato, poi interrotto da una duplice sconfitta, di cui sempre il Psd’Az in contrapposizione, è stato il principale artefice. Non sappiamo ancora quali candidati e soprattutto quali progetti verranno messi in campo, per concorrere nell’aggiudicazione del ruolo di Sindaco di Cagliari, ma di almeno due aspetti dovremmo aver fatto tesoro. Il primo è che un giovane teleguidato, figliato a propria immagine, da una classe politica disadattata, non presenta utili risorse di innovazione e crescita. Il secondo aspetto è che, i partiti politici regionalisti costituiscono un peso significativo capace di determinare la vittoria o la sconfitta di una coalizione. Per altro, in questi anni di politica regionale, è manifesta la grande assenza delle donne, soggette a femminicidi politici o vincoli elettorali, a causa dei quali sono state tenute ai margini con subdola violenza. Di questa esclusione, gli artefici di ieri e di oggi siedono ancora con ruoli da strateghi nelle segreterie dei partiti e ai tavoli delle coalizioni. Così, le vittorie certe vengono garantite ai candidati maschi nell’accoppiamento della doppia preferenza di genere, mentre quelle incerte vengono lasciate alle donne, che non riescono ad emendarsi da tale ruolo subalterno. Certo è che i giovani teleguidati non possono costituire un punto di approdo alle prossime elezioni comunali. Altresì sarebbe interessante capire quale partita vogliono giocare i sardisti e gli indipendentisti, quanto il movimento cinque stelle che a Cagliari sembra aver fagocitato giovani e donne. Se da questa città, quanto dall’intera Regione, i nostri giovani ancora intenti negli studi vanno via, la causa non è da ricercarsi solo nell’inesistenza del lavoro, ma anche nella gestione della “rete” attraverso cui i lavori direttivi ed altamente remunerati, restano in mano ad una fila di mediocri grazie ad un nepotismo imperante. Una condizione di asfissia cui il prezzo da pagare è l’allineamento alla mediocrità dominante. La maggioranza dei sardi è consapevole che, gran parte della gestione amministrativa, politica e delle aziende private, che campano grazie alla politica, è in mano ad una mediocrazia che figlia se stessa. Cagliari, per il suo ruolo di Capoluogo e per l’accentramento delle poche direzioni statali e aziendali rimaste, rappresenta in sommo grado questa mediocrità al potere. Zedda sembrava porsi in antitesi rispetto a questo stato di cose, ma poi è divenuto ad esso funzionale e ancor più servile di chi lo ha preceduto. Forse i Sardisti e gli indipendentisti possono iniziare a spezzare queste catene candidando uomini liberi, è altresì probabile che vi possa riuscire anche il movimento cinque stelle, se alle prossime amministrative decide di uscire da questi schemi e candidare giovani portatori di esperienze indipendenti. O forse, come è più probabile che avvenga, questa città sonnolente sempre in riva al mare e mai pronta ad attraversarlo, garantirà servilmente, ancora una volta, la mediocrazia da cui è dominata. Maurizio Ciotola

Intervista a Claudia Zuncheddu sull’unione degli indipendentisti. Di Maurizio Ciotola

Le recenti elezioni regionali hanno escluso per la seconda volta i gruppi indipendentisti, che hanno deciso di presentarsi in autonomia rispetto alle coalizioni dei partiti italiani. Nel complesso hanno raggiunto oltre l’8% delle preferenze, ma per una legge elettorale che impedisce la rappresentanza alle minoranze, i partiti divisi sono rimasti fuori dalla massima Assemblea regionale. In una democrazia compiuta è da ritenersi inammissibile uno sbarramento elettorale finalizzato a porre ai margini le minoranze, e per questo abbiamo intervistato l’On. Claudia Zuncheddu, di Sardigna Libera, già Consigliere comunale a Cagliari e Consigliere regionale nella XIV legislatura, che nel ricercare un ruolo centrale dei partiti sardi nella politica regionale, ha fatto un appello all’unità del frammentato mondo indipendentista e progressista. - On. Claudia Zuncheddu, perché una unione degli indipendentisti? "il motivo principale è da ricercarsi nella nostra storia. A distanza di settant’anni di gestione politica da parte dei partiti italiani, riscontriamo dei risultati catastrofici su tutti i fronti. Ci ritroviamo con una Sardegna più povera in cui i problemi si sono sovrapposti nel tempo. Subiamo un inquinamento ambientale causato da modelli di industrializzazione imposti e contro natura, giustificati dall’alibi del superamento del sottosviluppo, che a distanza di oltre mezzo secolo ha generato realtà ancora più povere e depresse di prima. Bisogna chiederci di chi è la paternità di questa cattiva gestione. chi ha distrutto la cultura sarda. Chi è che ha svenduto le risorse della nostra terra. ancora, chi ha promosso la militarizzazione dei nostri territori, perché non è accettabile che oltre il 62% della militarizzazione, prevista su tutto il territorio italiano, sia concentrato in Sardegna. Una evidente gestione coloniale della politica locale, la cui paternità di questa disfatta è da attribuire ai partiti italiani, che nel gioco dell’alternanza hanno governato la Sardegna. Abbiamo la necessità di una classe politica preparata a governare la nostra terra negli interessi dei sardi. Certo, ci rendiamo conto che la maggioranza degli abitanti di questa nostra Isola, milita o vota per i partiti italiani, ma questo rientra nell’effettiva mancanza di una proposta politica credibile, cui grande responsabilità ha il mondo identitario, che mai come oggi è stato diviso". - Il mondo identitario, le sue componenti organizzate in partiti hanno un progetto? E se si, perché non si è mai riusciti a giungere ad un convergenza politica? "Sulla mancata convergenza, credo che il motivo sia legato ad una forte disgregazione culturale imposta da forze esterne, nella più drammatica e tipica forma di colonizzazione perpetuata negli anni. E'stato attivato un processo di cannibalismo politico ed intellettuale in sostituzione a quello adottato un tempo, quando l’insorgere sociale veniva domato attraverso dei complotti, in cui venivano individuati e giustiziati gli artefici a monito dell’intera popolazione. Adesso quei complotti non sembrano più necessari, vi sono dei sistemi molto più sofisticati ed economici per disgregare i sardi, agendo dall’interno del mondo identitario. Io credo che la disgregazione, concausa di una mancata convergenza, sia il frutto di questa devastazione culturale. non è possibile che un popolo sia costituito solo da invidiosi o da generosi. Questo sentimento basso dell’invidia o dell’autodistruzione, per cui un indipendentista distrugge un altro indipendentista, perdendo di vista il nemico numero uno, è l’esito di una lunga e tenace educazione di matrice coloniale. Molto spesso nel mondo indipendentista, si ereditano i peggiori difetti dei partiti italiani. Dobbiamo prendere atto e comprendere che noi siamo diversi, dovremmo essere solidali tra noi e se vi fosse una intensa solidarietà, sarebbe più facile l’unione, per naturali affinità". - On. Zuncheddu, esistono dei veri e propri muretti a secco tra gli indipendentisti? O peggio ancora, è possibile che alcuni portatori politici del progetto indipendestista, forse a causa di una loro soggettività complessa, costituiscono l’elemento di impedimento verso la convergenza dei partiti indipendentisti? "Più i tanti implorano questa unità, più questa sembra allontanarsi. E'necessario andare a fondo sul concetto di unità. Se questa unità implica processi di annessione, e non di condivisione, va da se che non potrà mai avere esito. Tutti nell’affermare se stessi, in quanto movimenti o partiti, invitano gli altri ad entrare nella loro organizzazione. Un atteggiamento di annessione, finalizzato ad ingrossare le fila dei propri partiti, e scimmiottare i partiti italiani nel tentare di gestire il potere. Noi oggi non siamo in questa condizione. Per altro, noi di Sardigna Libera proponiamo, come già abbiamo fatto dal 2009, durante la mia presenza da indipendentista in Consiglio regionale. Presi presto atto di esser sola nella massima Assemblea regionale: le nostre idee non combaciavano né con il centro destra né con il centro sinistra. Lanciai un appello alle forze identitarie per unirsi all’esterno, con lo scopo di rendere più efficace l’azione in Consiglio. purtroppo non vi fu alcun seguito a quell’appello. Il progetto di unione deve andare oltre quello di mero “assorbimento”, per cui le forze deboli vengono fagocitate da quelle più forti. Noi proponiamo la creazione di un vasto <>, in cui convergano tutte le diversità politiche, non solo quelle indipendentiste, che nei fatti attualmente sono marginali nella realtà sarda. Esiste un fortissimo fermento nei territori, dato dall’esistenza di comitati, che lottano nei settori più diversi, dalla pastorizia alla difesa della sanità pubblica o contro la militarizzazione. Esistono forze progressiste fuoriuscite dal blocco politico italiano di centro sinistra, che possono trovare un ruolo all’interno di questo fronte popolare identitario, ed è l’unica possibilità per far fronte ad una legge elettorale regionale, formulata per difendere il bipolarismo italiano, che oggi con il movimento 5 stelle è diventato tripolarismo. Tutti i movimenti identitari, tutte le minoranze che stanno fuori dai blocchi politici italiani, sono esclusi dalla partecipazione politica nella massima Assemblea del popolo Sardo, a causa di questa legge elettorale fatta da sardi, contro i sardi. Dobbiamo puntare ad una proposta credibile e realizzabile, dove ognuno ha diritto a conservare le sue peculiarità politiche, ricordandoci che dobbiamo fare i conti con le potenzialità numeriche della società sarda. Ahimè, non è mai esistito un progetto politico serio, solitamente tutti scrivono i programmi sedendosi ad un tavolo, poi quelli che padroneggiano la lingua italiana hanno la meglio. Il progetto politico non può e non deve nascere ad un tavolo, ma dai bisogni dei territori. Il territorio è una collettività, un settore che vive un problema e conosce anche la sua soluzione. La classe politica non può esser costituita dagli unti del Signore, che dopo esser eletti diventano onnipotenti. Con questi meccanismi la classe politica ha espresso dirigenti mediocri ed incompetenti, completamente scollegati con il territorio. Per altro, sul versante femminile, purtroppo ancor oggi le donne sono viste come una minoranza che, minoranza non è. vi sono responsabilità non solo maschili, ma di donne che dall’interno delle istituzioni hanno proposto l’estrapolazione di una pessima legge, solo di una sua componente che riguardava il genere femminile. La doppia preferenza è a mio parere un errore, sia perché non ha risolto il problema di rappresentanza delle donne, come il risultato elettorale ha mostrato, sia perché ha consentito agli uomini di mettere in piedi diverse aggregazioni, in cui sono stati privilegiati gli uomini stessi. Le donne devono battersi per una legge elettorale equa, la società sarda deve essere dotata di una legge elettorale all’altezza della situazione, adeguata". - Lei ritiene che, nei termini di una aggregazione, l’unità può essere determinata e agevolata da una donna? "Assolutamente si. Di recente c’è stata una grande assemblea indipendentista a Scanu Montiferru, alla presenza di gruppi organizzati e no. la maggioranza era costituita da liberi pensatori, tutti indipendentisti. Moltissimi giovani, tantissime donne. Ciò che mi ha sorpreso, in un momento abbastanza critico della vita politica sarda qual è l’attuale, è stato il numero di interventi da parte di giovani donne, competenti e passionali, che hanno richiamato i miei ricordi della saggezza delle vecchie donne sarde. Una di queste giovani rimarcava la precarietà di un suo impegno, a causa di una incerta permanenza nell’Isola, per via degli studi e della ricerca del lavoro. Il suo problema è il problema attuale di tutti i giovani, che non si trovano più di fronte ad una opportunità, ma ad una necessità inderogabile, la cui soluzione deve essere al centro della politica degli indipendentisti". - Oggi abbiamo più opportunità e ulteriori costrizioni che ci spingono a viaggiare per studiare e lavorare, che frutto traiamo, in quanto sardi, da questo arricchimento culturale? "In un libro da me scritto nel 1992, reportage sulla corsa Parigi-Pechino, dissi che “per essere dei buoni cittadini del mondo, bisogna avere delle radici profonde”. Un concetto valoriale, importante e giusto. Oggi la Sardegna, ai nostri giovani che partono può solo garantire un certificato di nascita. Sanno che devono lasciare questa terra, per poter vivere e crescere. E'anche vero però che, distanti dalla loro terra, questi stessi giovani maturano un forte sentimento di appartenenza culturale. E'una caratteristica importante dell’indipendentismo fuori dalla Sardegna, per cui tra i giovani, che studiano in giro per il mondo, si sviluppa e si accentua il sentimento di appartenenza. Allora dico che, il loro contributo di idee, grazie all’arricchimento derivante dal confronto con le diverse culture, può svolgere un ruolo determinante nello sviluppo di un progetto per il futuro della Sardegna". - Possiamo quindi sperare che il viaggiare dei nostri giovani, nel confrontarsi con l’umanità mondiale, conduca loro e noi ad abbattere quei muri a secco che ci tengono imprigionati? "Ma certo, bisogna superare una condizione di arretratezza culturale e politica. oggi un giovane inorridisce al pensiero dell’idea di indipendentismo chiusa dentro una scatola. L’indipendenza è un sentimento, un valore come la libertà. L’indipendenza e la libertà vanno di pari passo, sono sentimenti nobili ed ultimi, il cui raggiungimento però, deve avvenire attraverso un percorso altrettanto nobile". Maurizio Ciotola

I nostri ragazzi manifestano per fermare il disastro ambientale e climatico. Di Maurizio Ciotola

In Sardegna la protesta contro il deterioramento dell’ambiente e con esso della mutazione climatica, avrebbe dovuto vedere da anni i suoi figli in piazza e per le strade. Oggi, venerdì 15 marzo, le scuole e le università italiane batteranno il tempo insieme ai loro coetanei d’Europa e dell’Occidente intero. Greta Thunberg, nel 2018 a poco più di quindici anni di età iniziò la protesta contro l’inquinamento, quale principale responsabile della degenerazione climatica della Terra. Il suo attivismo la condusse a parlare al COP24 dell’Onu, ove espresse le sue esplicite accuse e la necessità di una repentina inversione di marcia, non più procrastinabile. Era l’ottobre del 2018, in Italia la sonnolenza politica e di uno spontaneo attivismo, quasi completamente scomparso, non è riuscita a sostenere nell’immediato questa pregevole iniziativa. Dopo diversi mesi i nostri ragazzi sembrano pronti a muovere contro le lobby trasversali, che hanno piegato la politica di questo Paese verso la devastazione del territorio, con l’aggravio della “partecipazione” della malavita organizzata. Non è nostro compito compiere dei distinguo sul tema, smaltimento dei rifiuti, minacce ed inquinamento degli industriali, abusi militari, certo è che con mezzi differenti si è giunti a risultati coincidenti, l’irreversibile inquinamento atmosferico delle acque e del territorio. Un perenne ricatto che ha da sempre trovato un sodalizio tra imprenditori/prenditori e sindacati dei lavoratori, cui una politica clientelare e prezzolata ha sempre avallato. La Sardegna di suo, raggiunge percentuali di devastazione ambientale e incidenza tumorale, come di altre patologie legate ad agenti inquinanti, fuori misura e oltre la media nazionale. L’Italia, il Bel Paese, per anni ai primi posti nell’ambito della raffinazione del petrolio e della chimica ad esso legata, oggi presenta ampie aree compromesse, per le quali non esistono piani di bonifica in grado di restituirne l’integrità originaria. L’abuso delle molteplici industrie chimiche, manifatturiere, l’uso irrispettoso dei pesticidi sul territorio del Paese, quanto le esercitazioni militari non soggette a controllo, hanno compromesso irreversibilmente il territorio, che costituirà negli anni la principale di patologie mortali per l’intera popolazione. Gli abitanti di Taranto, che vivono sotto gli effetti mortali del ciclo produttivo dell’ex Ilva, certificati e ufficializzati dalle istituzioni, protestano ogni giorno e contano i loro morti nell’indifferenza di una classe politica e sindacale inerte e corrotta. Il movimento dei giovani di oggi non ha le negative peculiarità di quelli già conosciuti negli anni passati, ove la violenza costituì l’unica scelta possibile contro un’oppressione prorompente ed asfissiante. I giovani di questa nostra epoca sono in grado di farsi carico del male generato dai loro genitori, contro cui non muovono in armi o con la violenza, ma con una grande capacità intellettuale e forza pacifica, forti dell’immanenza cui sembran dotati. Portano con se la ragione e la pulizia del loro agire, non aggredibile o corrompibile da forze politiche già compromesse ed intente ad incorporare le loro azioni attraverso cui accreditarsi in ambito politico elettorale. Ci auguriamo che domani(oggi) i ragazzi manifestino tutti, con lo scopo di riuscire a far comprendere ad una classe politica morta che non vi sono altre strade se non quelle della riconversione. Il mettere in campo un progetto attraverso cui transitare da questa condizione di fine ottocento, sul piano industriale, a quella del terzo millennio non è più procrastinabile e altresì, non è neppure sufficiente esserne semplicemente consapevoli e privi di azione. In trent’anni molti Paesi hanno avviato un piano di riconversione, seppur non adeguato alle esigenze di cui oggi paghiamo lo scotto, ma il nostro Paese e vieppiù la nostra Regione, hanno vissuto reiterando modelli e piani desueti, quanto ottocenteschi, defraudando le casse Statali e regionali in una combine tra corrotti e prenditori. Se questa analoga situazione si fosse presentata in un clima simile a quello degli anni settanta e non con una gioventù speciale e consapevole, che abbiamo già avuto modo di apprezzare, oggi avremmo la guerriglia per le strade. Grazie Greta e grazie ragazzi, non cedete di fronte a questa élite di sordi e supponenti, che ancora rubano il nostro residuo futuro, ma soprattutto il vostro ampio e gioioso progresso. Maurizio Ciotola

L’otto marzo, non un unicum, ma la costante. Di Maurizio Ciotola

L’otto marzo è una data importante nel contesto misogino in cui l’umanità si è sviluppata divorando la parte essenziale del suo esistere. Ma giungere all’otto marzo dopo una continua e ciclica ecatombe di donne trucidate da maschi, cui provo vergogna solo nel definirli, non può far gioire quest’umanità che ha ritrattato e tenta di azzerare le basi del suo esistere. La violenza sulle donne è in ogni luogo, istituzionalizzata, acquisita e normalizzata in qualunque organizzazione lavorativa, politica, sindacale, clericale, genericamente partecipata da esseri umani. In questa breve ed umile analisi che ci apprestiamo a compiere, prenderemo in esame anche l’esito ancora non definitivo delle ultime elezioni regionali. Non ci soffermeremo sulla qualità dell’elettorato, distinta per appartenenza che ha negato o consentito la rappresentanza femminile dei partiti o delle coalizioni in Consiglio regionale, questo aspetto lo lasciamo al lettore, che meglio di chiunque saprà trarre le conclusioni in merito. E'però utile osservare che un elettorato di cui più della metà è costituito da donne, non trova una identica rappresentazione in Consiglio regionale, se non con una esigua minoranza di otto consigliere regionali su quasi sessanta. Certo non è stata utile la doppia preferenza di genere, ma non per la possibilità offerta, quanto per il solito e meschino gioco all’interno dei partiti, in cui i maschi hanno ancora un peso determinante a discapito di quelle donne che accettano un ruolo ancillare. Del resto nessun partito o coalizione ha candidato come Presidente della Regione una donna e non certo per mancata disponibilità delle stesse. Nelle aziende e nell’amministrazione pubblica la parità di genere avviene in ambiti organizzativi realizzati e concepiti da maschi e per maschi, per cui le donne nel divenirne parte sacrificano una “quota” essenziale del loro essere. Una donna saprà sempre esprimere nella media e nel ruolo ricoperto, capacità superiori a quelle maschili, ma queste potranno raggiungere l’eccellenza solo quando gli stessi ruoli saranno disegnati a loro misura, nella loro completezza, da cui potrà scaturire un’eccellenza e non un suo surrogato, seppur di grande qualità. Il razzismo, la separazione, la discriminazione, la distinzione dei ruoli, financo la frammentazione categoriale, hanno un’unica origine, prettamente sessista quanto istintuale, che in nessun modo partecipa dell’umanità di cui dovremmo essere portatori, ovvero di quelle capacità razionali di cui siamo dotati per natura umana. Non le regole cieche e becere, nella loro sterilità legislativa, possono contribuire a mutare questa esasperante misoginia imperante, quanto una educazione appropriata, esercitata nel percorso istruttivo iniziale, primario e secondario, cui l’istruzione scolastica statale mette a disposizione della società. Una educazione che dovrebbe entrare anche a far parte dei cosiddetti piani “formativi” all’interno delle aziende e della p.a., quanto di tutti quegli ordini professionali, che mettono in campo seminari per l’accreditamento formativo previsto per legge. Gli stessi operatori dell’informazione dovrebbero stare attenti a non ridurre a spettacolo dell’orrore le tragedie di cui le donne sono vittima, perseguendo così, inconsapevolmente, un’inflazione dell’informazione che alla lunga causa una mancata rilevanza della stessa. Le istituzioni, il Parlamento in primis, dovrebbero sviluppare un adeguato e permanente, quanto permeante piano di educazione laico, cui la nostra scuola e tutte le organizzazioni attive sul piano socio economico divengano destinatarie. E'necessario seminare oggi gli elementi per cui l’otto marzo nel futuro non costituisca più un unicum, ma la costante del nostro vivere. Maurizio Ciotola
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