Le elezioni del 16 giugno 2019. Di Maurizio Ciotola

Domenica a Cagliari, come in tante altre città d’Italia e della Sardegna si eserciterà il diritto di scelta elettorale. Forse pochi ricordano o più realisticamente si rendono conto che, questo diritto è abbastanza “giovane” nelle nostre democrazie, e soprattutto non è eterno. Giovanissimo, per quanto riguarda l’universalità del suffragio, che fino al 1946 escludeva ancora le donne. Già vecchio per le modalità con cui di esso si è abusato e reso quasi inefficace, attraverso regole solo in apparenza democratiche, che hanno ridotto la diversità a sconvenienza. E anche qui, come per lo spazio economico, la politica, nella sua veste di scienza, espressa dal main stream dominante in ambito accademico, come in quello comunicativo, ha forzato la definizione di democrazia fino ad includervi ciò che oggi è dominante, per partorire la cosiddetta “democratura”. Una dittatura espressa sotto le vesti di una democrazia, in cui il reiterarsi delle consultazioni elettorali, non conducono a scelte o cambiamenti, tanto meno al dibattito parlamentare, nello specifico nel Consiglio comunale. In Italia abbiamo un “padre” di questa degenerazione democratica, di cui noi sardi non dovremmo andar fieri, né per lui né per i suoi natali, il cui esercizio istituzionale stava per traghettare l’intero Paese che presiedeva verso un golpe effettivo. i Segni, figlio e padre. Ovviamente andare al “mare” come consigliò un altro leader, Bettino Craxi, in quel lontano 1991, non avrebbe avuto senso, come non lo ebbe nei fatti, perché quella rinuncia al voto referendario conteneva in sé la rinuncia ad un diritto di scelta. Siamo giunti al 2019 dopo anni di applicazione di questa legge, che con modalità simili è applicata anche per l’elezione dei presidenti della Regioni italiane. Ambiti in cui i Consigli sono stati ridotti ad organi muti e di ratifica, incapaci di imprimere scelte differenti rispetto a quelle determinate dal Sindaco o dal Presidente, in solipsistica autonomia, quando va bene, in mano alle lobby di cui sono espressione, nella maggioranza dei casi. Domenica dobbiamo comunque scegliere, perché la rinuncia avallerebbe quella tendenza reazionaria, che ci spinge a non partecipare o che vorrebbe escluderci dal voto, se necessario, adottando un metro di giudizio sul come ci esprimiamo. Scegliere un “capo” che guida un gruppo, non è scegliere un gruppo, un team, che guida un’amministrazione. E'personalizzare la politica, fino a renderla consona o contraria, in funzione della simpatia o della repulsione che abbiamo nei confronti del candidato Sindaco, in questo caso, del candidato Presidente, per quanto riguarda la Regione. Il razionalismo e l’obiettività sociale, derivante da una cultura allargata, che sì, ha le basi nel percorso educativo scolastico, ma è alimentata da una poliedrica conoscenza del nostro tempo, oggi purtroppo non sembra essere strutturale nella nostra società. Se la democrazia è tale nel suo aspetto normativo e formale, senza un’adeguata consapevolezza sociale essa diviene “populismo”, personalismo, dittatura del popolo, nell’ambito delle formalità da cui è imbrigliata, ma non sostanziata. Il degenerare della politica e dei rapporti lobby-istituzioni, è stato attutito da un unico baluardo, la fonte primaria delle leggi, la Costituzione. Essa custodisce e rende invalicabili i principi di libertà e dei diritti di cui siamo portatori. Ovvero in un ambito sociale, di cui la politica tutta è espressione, ove la povertà culturale e democratica è divenuta portante, noi abbiamo il dovere di ripartire dalla Costituzione, non pensare di abbatterla. Se una scelta di destra o di sinistra, non può nel nostro Paese degenerare verso una dittatura fascista o comunista, questo è possibile in virtù della Costituzione della nostra Repubblica Parlamentare. Le sue istituzioni, seppur in parte soggette alle aggressioni di una corruzione devastante, consentono ad un Paese di quasi sessanta milioni di abitanti di continuare a essere tra i dieci più avanzati del Pianeta. Dovremmo ripartire da un referendum, con cui abolire il sistema di scelta dei Sindaci e dei Presidenti delle Regioni, che ha radicato nel Paese contrapposizioni basate sull’inimicizia di matrice personale, piuttosto che sulle divergenze politiche. Perché oggi la scelta è devoluta alla simpatia del “faccione” indotto da i candidati che lo mettono in mostra, piuttosto che dalle loro scelte politiche, molto spesso incoerenti con la coalizione da cui sono portati. Domenica voteremo per un Sindaco, cui dubitiamo in merito alla sua indipendenza, e per un Consigliere, cui sappiamo avrà ridottissimi, se non alcun margine di azione. Votiamo, ma non asteniamoci da far pesare il nostro volere nei prossimi cinque anni, in cui i nostri rappresentanti eserciteranno il loro mandato. Deve prevalere nella società, nel Popolo, di cui siamo parte attiva, la capacità di imprimere con forza e con costanza la nostra volontà, cui i rappresentanti eletti non possono disconoscere o rifiutare di ascoltare. La democrazia è partecipazione e dialogo continuo, non solo un esercizio con cadenza quinquennale. E'contrasto risolto nell’ambito di regole, la cui equità ci consente di trovare soluzioni condivise, senza una limitazione dei diritti dell’altro. Ricordiamoci che, il voto di domenica 16 giugno, è solo un momento di scelta, cui dovrà necessariamente seguire una continua partecipazione, finalizzata a contenere o indurre scelte contrastanti il nostro agire, seppur ammesse sul piano costituzionale. Maurizio Ciotola

Intervista a Francesca Zaru, candidata con la lista "Cagliari - Città d'Europa"

Nell’incontrare i candidati al Consiglio del Comune di Cagliari, abbiamo intervistato Francesca Zaru, socialista, quarantuno anni, ingegnere, candidata con la lista “Cagliari - Città d’Europa”, che sostiene Francesca Ghirra Sindaca.

D: Un giudizio sintetico sull’amministrazione uscente

R: "E'positivo. L’aspetto più importante è che, nell’arco degli otto anni vi è stata una continuità sull’idea di città, che nelle due legislature ha trovato modo di prender corpo, svincolata da personalismi. Forse in alcuni casi, come per le opere pubbliche, sarebbe stato necessario un iter più celere per la loro realizzazione, ma cercheremo di recuperare".

D: Ritieni Cagliari una capitale europea, sul piano culturale, turistico attrattivo?

R: "Sul piano turistico possiamo affermare di essere sulla buona strada. Il flusso dei turisti da tutto il mondo è evidente. Il richiamo che la città di Cagliari ha nel contesto europeo, di cui ho avuto modo di verificare personalmente, è grande. Sul piano culturale sono state impegnate risorse importanti. La presenza di personalità internazionali è parte di questo impegno. Per altro vi sono iniziative in corso che non hanno visto ancora il loro compimento, come nelle periferie".

D: Castello potrebbe divenire un borgo medioevale, interamente pedonalizzato, realizzando i servizi necessari per la sua vivibilità?

R: "E'stato sviluppato un ottimo piano regolatore per il centro storico. I costi di recupero sono considerevoli, questo è evidente. La riqualificazione del centro storico e di Castello in particolare, deve avvenire attraverso una condivisione, sul piano delle risorse, tra Comune e cittadini. L’incidenza dei costi sui singoli cittadini è importante, per cui ritengo sia necessario mettere a disposizione fondi, nelle forme e nei modi adeguati, per chi deve intervenire sui propri immobili. Ma non solo. Penso ad uno sportello dedicato all’assistenza dei cittadini, per quanto riguarda la complessità normativa che contraddistingue questi interventi. Bisogna riportare i giovani in centro, per una possibile idea di condivisione socioculturale con i già residenti, di età più avanzata. Agevolare la riapertura delle botteghe, magari anche attraverso un vantaggio fiscale, in una precisa formula da studiare".

D: La periferia è sempre più abbandonata a se stessa, sul piano urbanistico e dei servizi, quanto su quello dei progetti culturali

R: "Partiamo dal fatto che, purtroppo anche alcune parti del centro sembrano periferia. Sono partiti importanti progetti sociali per l periferie, altri devono prendere il via, come già è scritto sul programma politico della coalizione. Per Sant’Avendrace è previsto un piano di riqualificazione di cui è già stata avviata la progettazione a livello di fattibilità. E Sant’Avendrace è sicuramente una ricucitura importante con il centro cittadino, costituendo il naturale accesso alla città. A Sant’Elia, abbiamo un Borgo che è stato in parte riqualificato, il Villaggio dei pescatori ed il Lazzaretto, rimane certo il problema degli imponenti edifici popolari. ma questo punto dovrà essere necessariamente affrontato con determinazione e piena condivisione, ben oltre la maggioranza che scaturirà in Consiglio, per trovare una adeguata soluzione. Il rifacimento dello Stadio potrebbe dare il via a questo importante intervento, con una riqualificazione per cui rifiutiamo qualsiasi idea di gentrificazione. Un fenomeno pianificato in altre grandi città, dove si avviano le espulsioni allo scopo di riqualificare e aumentare il valore delle aree".

D: Il centro di Cagliari ha subito una gentrificazione?

R: "Non solo il centro, ma la città in generale. Cagliari è piccola, e per quanto concerne la mia esperienza da ingegnere, il valore degli immobili mantiene un alto e costante valore per l’intera area cittadina".

D: ... E nel senso per cui le abitazioni sono state sostituite da B&b e ristorazione?

R: "Non è vero, non nella totalità, almeno. In parte vi è stata la creazione di B&b e ristorazione, ma nel primo caso molti locali erano in abbandono, mentre la ristorazione è sorta, grazie ad una imprenditoria giovane, laddove erano presenti altre attività commerciali. E'invece necessario che vi siano più sportelli legati al mondo dei servizi, che in troppi casi sono stati accentrati altrove".

D: La viabilità urbana non sembra aver raggiunto un buon livello, cosa ritieni sia necessario fare?

R: "Devo dirti che personalmente io mi reco al lavoro utilizzando l’autobus o a piedi. non abito distante dal mio luogo di lavoro, ma è anche vero che l’utilizzo dei mezzi pubblici è legato ad un aspetto educativo e culturale. Indubbiamente per chi viene da fuori e prende l’auto, sarebbe necessario avere agevolazioni sul biglietto degli autobus, sicuramente per i lavoratori che attualmente sono esclusi. dobbiamo realizzare dei parcheggi di scambio, da cui è possibile avviarsi verso il centro cittadino utilizzando i servizi pubblici. Per quanto riguarda la mobilità cittadina è necessario pensare a degli autobus di minor dimensioni, elettrici e soprattutto con linee dai percorsi più brevi. Potrebbero girare anche la notte, almeno durante i week-end, anche su chiamata. del resto oggi questo sarebbe possibile grazie allo sviluppo delle “app” sugli smartphone. Anche le piste ciclabili ovviamente, ma non così come le attuali, prive di continuità. Perché non svilupparle per il collegamento tra le sedi universitarie. Tanti studenti abitano tra Is Mirrionis e San Michele, perché non devo consentire loro di raggiungere le sedi di studio, in sicurezza attraverso una pista ciclabile, utilizzando la strada e i marciapiedi, quando le dimensioni lo permettono".

D: Cagliari non è una città vivibile per i portatori di handicap

R: "Purtroppo non posso che confermare. Per ogni attraversamento pedonale deve esistere una rampetta, è una questione di civiltà prima ancora che di soddisfazione delle norme. Non si può neppure dire, non ho i fondi o non il tempo. perché un bilancio comunale deve includere, senza esitazione alcuna, questi interventi. non ci sono solo le persone disabili che usufruirebbero dell’abbattimento delle barriere, ma anche gli anziani, i genitori con i passeggini. E'vero che sono stati realizzati rifacimenti in alcune parti della città, ma non è possibile aspettare sempre questi interventi. Il comune dovrebbe dotare tutte le aree commerciali della rampetta sul marciapiede, del pulsante di chiamata per l’accesso nei locali commerciali. E sempre l’amministrazione comunale dovrebbe portare avanti una campagna in tal senso e fornire gli strumenti per l’installazione di questi importanti accessori, sostenendo l’onere. Per quanto riguarda tutto ciò che concerne l’abbattimento delle barriere in ambito privato, deve essere compiuta una semplificazione, aprendo uno sportello interamente dedicato. Questo tipo di richieste per i cittadini che affrontano già uno svantaggio, non può seguire l’iter burocratico generale, ma deve avere un canale privilegiato".

D: Chiaramente vincerete?

R: "Spero di si. Al di là della polemica sull’immondezza, su cui non è pensabile condurre una campagna elettorale, dal momento che rientra nella normale amministrazione. Ritengo invece vincente invece per l’organicità del programma della nostra coalizione, attraverso cui esprimiamo una chiara visione complessiva di città, che purtroppo dall’altra parte non vedo. Abbiamo una meta precisa e tutte le parti della coalizione dialogano fra loro per concorrere al raggiungimento di questo obiettivo".

Maurizio Ciotola

Intervista a Marcello Veneziani. Di Maurizio Ciotola

Marcello Veneziani, giornalista e scrittore, saggista, ha presentato a Cagliari il suo ultimo lavoro, “Nostalgia degli dei”, edito per Marsilio, su invito dell’associazione "Noi e voi insieme". Gli dei di cui parla Veneziani nel suo libro, sono gli “intramontabili”, in antitesi alla nostra esistenza, al tramonto dell’essere umano. Per cui la nostra caducità ci fa guardare agli “dei”, come a principi, essenze, idee che non tramontano. Il riferimento cui l’autore rivolge al “dio” non è di tipo confessionale e tanto meno teologico. Parla di una religione laica, che non intende sostituire la religione con una idea vaga di divinità. Ma che l’individuo pensa e ragiona intorno a dio, se non dentro dio, senza però affrontare nel testo, la fede in dio. Veneziani pensa l’essere umano all’interno dell’ordine dell’Universo, come parte dello stesso e per questo i meccanismi del pensiero umano, non possono essere al di fuori di questa sequenza omnicopmrensiva.

"Possiamo credere o non credere in dio, ma questo principio, che regola l’Universo, è la regola entro la quale noi siamo", dice Veneziani. Afferma sempre l’autore che al di la di questo dio, inteso come origine e principio dell’Universo, può esistere quel dio affabile e caldo a cui noi crediamo ogni giorno per fede personale, ma quest’ultimo, specifica, non è il dio che affronta nel suo libro. Il tema della nostalgia, non richiama il dolore di una perdita, ma la nostalgia delle origini, e mette in luce l’esigenza, presente in ognuno di noi, di ritornare all’inizio. Ad un nuovo inizio, aggiungiamo noi. L’autore fa riferimento all’origine in cui c’è un inizio che è prima del tempo, che si rifà a quell’essenza del nostro essere al mondo. Per l’autore la nostalgia ha un suo portato paradossale, per cui essa assume le caratteristiche di un’aspettativa. Una nostalgia del futuro. Rapporta alla condizione attuale le sue riflessioni, per cui il nostro vivere apparentemente dilatato, attraverso gli strumenti tecnologici e comunicativi, è di fatto un mondo ristretto tra noi e l’interfaccia comunicativa, privo di una dilatazione temporale da cui è espulsa la tradizione. E'sicuramente un libro intriso nella vita e nella storia, quindi legato anche alla dimensione della politica, intesa quest’ultima come aspetto fondamentale della vita umana. Veneziani fa un importante richiamo alla tragedia politica e civile, che è parte del nostro passato storico e costituisce una ferita ancora aperta. Il riferimento è evidentemente al regime fascista, alla guerra, a quella civile, e alla ferita ancora aperta di quel passato, che vide vinti e vincitori appartenenti allo stesso popolo. L’autore non esprime un giudizio sulle responsabilità storiche, ma si limita a guardare gli eventi tragici del ’45 sotto la luce classica della tragedia. Richiama l’Iliade e le suppliche di Priamo ad Achille che richiese il corpo del figlio Ettore, per dargli degna sepoltura. compiendo così un profondo atto di umiliazione. un atto che non riguarda solo l’aspetto formale ed umano, ma è un momento catartico di purificazione.

"... Se noi vogliamo digerire le tragedie della nostra storia dobbiamo compiere degli atti di catarsi e dei riti di purificazione, che consentano di poter in qualche modo, non cancellare, ma rimarginare quella ferita. riuscire a concludere quel periodo feroce, senza una mutazione dei giudizi o una rimozione delle responsabilità..."

In quegli atti conclusivi della seconda guerra mondiale, in Italia, con l’epigono in piazzale Loreto, l’autore evidenzia l’assenza di una figura terza, un’Autorità, fuori dal fascismo e dall’antifascismo. un “Padre”, un Re, un Sacerdote, che richiedesse la restituzione di quei corpi, compiendo, con quell’atto catartico, attraverso un rito, un necessario passo per la ricongiunzione civile di un Paese martoriato e separato.

D: Oggi i diritti umani possono essere assunti come punti di riferimento per l’intera società, in alternativa agli dei di cui parla?

Veneziani: "I diritti umani non sono sostitutivi degli dei. Nel senso che ciò che caratterizza l’umanità è la precarietà, la fragilità. Quindi inevitabilmente il loro tratto relativo, contingente, passeggero. I principi intramontabili cui fanno riferimento gli dei, rappresentano invece un altro orizzonte, un altro riferimento. non entro nel merito se sia giusto o meno difendere i diritti umani, probabilmente è una scelta giusta. ma non è una scelta sostitutiva. E se dovesse diventare sostitutiva, sarebbe una scelta autolesionista. perché avrebbe la pretesa di un’autorevolezza umana in grado di sostituire i principi fondamentali e immutabili. noi non siamo né fondamentali né immutabili. Siamo tutti di passaggio. E' il senso del limite quello che caratterizza l’umano".

D: L’assenza degli dei in quest’epoca, in cui la limitatezza dell’essere è mascherata da un’illusoria interazione multifunzionale, sembra condurci verso una visione minima di quanto accade. Nei fatti però la gioventù attuale, sembra intravedere un futuro differente. Come se loro avessero voluto abbandonare l’idea di pesantezza, di cui sono stati causa gli “dei” nei secoli precedenti, intesi come causa di grandi dolori per l’umanità. Non pensa che l’umanità stessa voglia abbandonare questa via, per ricercarne una più fluida?

Veneziani: "Io credo che gli dei non siano soltanto come a volte sono stati rappresentati nella tradizione occidentale. Soltanto come il segno del sacrificio, del dolore e del martirio. a volte sono stati, in modo evidente, la risposta al dolore, alla sofferenza umana. Sono stati un lievito di speranza. Hanno dato aperture di vita a chi sembrava non ne avesse più. I suicidi si sono, come dire, trattenuti sull’orlo di tale decisione, proprio perché c’era un’apertura all’idea di Dio. Io credo occorra, invece, avere capacità di confrontare il senso del divino. Non semplicemente attraverso un’esperienza vissuta o un’immagine che ci è stata consegnata, ma attraverso un confronto di tradizioni, di civiltà. Quante opere sono fiorite nel nome dell’arte. Quanti sono gli esempi fulgidi di pensiero e architettura, di bellezza, di poesie di cui sono stati origine. Perché dovremmo avere un’idea solo luttuosa della religione? Si tratta di riaprirsi a questa dimensione molto più sinfonica della divinità, che non è semplicemente il ricordo della nostra mortalità. E'anche il presagio di qualcosa che continua oltre la nostra morte. C'è un lato luminoso nelle religioni, che non può essere cancellato da quell’aspetto, triste, luttuoso, doloroso, che viene di solito identificato con le religioni del passato".

D: "La tradizione e la religiosità ci conducono a Pier Paolo Pasolini. Lui attribuiva alla modernità la grande responsabilità della cancellazione delle tradizioni. E'stato un profeta inascoltato?

Veneziani: "Pasolini aveva colto negli anni sessanta questa frattura, e devo dire che lui è stato un implacabile critico di questa deriva nichilista del sessantotto. Però aveva già detto negli anni sessanta che, noi viviamo tra macerie morali, spirituali, che lui diceva essere ben più gravi delle macerie della seconda guerra mondiale. Perché riguardano l’animo umano. lui aveva capito che noi stavamo vivendo questo trauma della perdita del sacro. Del senso religioso e quindi questa vitalità spirituale da noi perduta. Pasolini ne portava il lutto. Pensiamo alla sua visione apocalittica della storia, che nasce proprio da questa convinzione, per cui la grazia ci è stata negata. Viviamo in un mondo senza redenzione. Questo aspetto tragico di Pasolini non è mai colto nella sua interezza. Viene sempre ricordato nei suoi aspetti più banali, di denuncia, per alcuni tratti passeggeri della società degli anni sessanta. Invece c’era questo profondo discorso religioso di Pasolini, che a mio parere in quest’epoca, potrebbe costituire un punto per la ripartenza".

Maurizio Ciotola

Lo scandalo del CSM e lo scampato colpo di Stato. Di Maurizio Ciotola

Probabilmente ai tanti cittadini di questo nostro Paese, lo scandalo che attraversa il Consiglio Superiore della Magistratura, di cui i vari magistrati e i politici coinvolti, interessa nella misura in cui esso pare rappresentare semplicemente un ulteriore ambito, in cui la corruzione è praticata senza tante perifrasi. Ma la corruzione e il sistema attraverso cui, alcuni componenti della magistratura e del Csm, unitamente ad un’ampia fascia della politica, non costituisce semplicemente un caso tra i tanti, ma il caso più rilevante in assoluto, ad altissimo rischio di tenuta democratica. Nella separazione dei poteri dello Stato, per quanto il presidente Cossiga non annoverasse la magistratura tra i poteri dello Stato, definendolo un Ordine; ebbene, questa separazione, con ciò che in questi giorni sta emergendo dalle indagini, risulta fortemente compromessa a scapito della democrazia. Unitamente ad alcuni magistrati, che nell’intessere un sistema viziato e corrotto, ordito per attuare un falsato riconoscimento della professionalità e degli incarichi di tanti magistrati, vi è una componente politica, rappresentata dal braccio destro di Matteo Renzi, allora segretario del Pd. Luca Lotti, vicepresidente del Consiglio dei Ministri, uomo forte di Renzi e primario dirigente nella segreteria del Pd, già sotto indagine per gli affari di Consip, la grande piattaforma di acquisti di prodotti e servizi per la p.a., è oggi anche sotto inchiesta in questo terribile scandalo, di enorme portata per la stabilità democratica del Paese. Possiamo ipotizzare che la conduzione del Pd di Matteo Renzi, unitamente al suo ruolo da Presidente del Consiglio, nonché agguerrito sostenitore del referendum per la modifica Costituzionale, ci ha portati ad un passo dal colpo di Stato. Ridurre il sistema Bicamerale ad una Camera con pochi rappresentanti eletti, attraverso la legge elettorale maggioritaria, che ci si apprestava a varare, avrebbe reso possibile una gestione legislativa ed esecutiva da parte di pochi attori politici, cui neppure più la Costituzione avrebbe potuto arginare gli eventuali eccessi. La commistione politica con alcuni membri del Csm, di una rete di magistrati ad essi funzionale sul piano delle nomine ed incarichi, avrebbe potuto costituire, se la fase di modifica costituzionale avesse avuto successo, la riduzione sotto una unica entità dei tre poteri dello stato, legislativo, esecutivo, giudiziario. Un evidente colpo di Stato, secondo le conosciute regole canoniche, in cui non un uomo, seppur presente, quanto una parte del partito democratico, nella sua componente maggioritaria, si sarebbe reso autore. Oggi l’esplicita tendenza verso una politica forte, illiberale, financo violenta, è presente nel Paese e nelle istituzioni, ma è la Costituzione stessa, che ancora una volta, costituisce l’argine verso una deriva totalitaria e fascista, da cui non ci avrebbe evidentemente salvato la modifica costituzionale voluta da Renzi. Questa attuale esplicita azione “celodurista”, priva di argine nelle componenti politiche che l’affiancano nell’esecutivo, è palese a tutti e per questo foriera di contrasti democratici. L’operazione che invece emerge dalle inchieste su quella parte della magistratura, che all’interno dell’ordine costituiva un potere conciliabile con le forze politiche, in cui pare vi sia il coinvolgimento di Luca Lotti e del Pd, si mostra in se oscura ed eversiva. Costituisce quanto di più pericoloso la nostra democrazia si è trovata ad affrontare, dopo il tentato “Golpe Borghese o Piano Solo” degli anni sessanta e della Loggia P2 negli anni settanta. Maurizio Ciotola

Intervista ad Angelo Cremone, candidato Sindaco a Cagliari con “Verdes per Cagliari pulita”. Di Maurizio Ciotola

Dopo la riammissione ad opera del Tar della lista “Verdes per Cagliari pulita”, che candida Angelo Cremone a Sindaco di Cagliari, abbiamo posto alcune domande allo stesso Cremone, in merito al programma dei Verdes per il futuro della città. Facciamo un passo indietro, per cercare di capire chi è Angelo Cremone. Il suo attivismo politico risale a circa trent’anni fa, da cui l’impegno nelle istituzioni, come Consigliere al comune di Portoscuso prima e nella provincia Carbonia-Iglesias, dopo. Da profondo e concreto ambientalista interviene, per denunciare le condizioni ambientali in cui gli operai prima e i cittadini dopo, si trovavano a vivere nel contesto Sulcitano industriale di Portoscuso. Ha pagato con il licenziamento da Alcoa, di cui era dipendente, le sue accuse in merito all’inquinamento. E' tra le parti civili di un processo giudiziario aperto contro Eurallumina e ha denunciato la mancanza di controlli radiometrici da parte dell’Arpas sul rottame metallico in ingresso alla Portovesme Srl, che pur avendo il suo portale, controlla se stessa. Un portale di controllo radiometrico fu installato anche al Porto Canale, ma ad oggi non si hanno riscontri sull’operato e ancor meno se è attivo. Sempre Cremone, con Sardegna Pulita, ha messo in risalto e condotto una campagna di accuse, giungendo fino a Roma, manifestando alla Presidenza del Consiglio, per denunciare la RWM di Domusnovas, ove si realizzano ordigni utilizzati nel conflitto Arabo-Yemenita. Una guerra dimenticata e sottaciuta, in cui gli stati arabi bombardando lo Yemen del Sud, infierendo sulla popolazione in modo indiscriminato, causando innumerevoli vittime tra i bambini oltreché in presidi sanitari. Per questo suo attivismo è stato di recente minacciato di morte, attraverso avvisi anonimi ed espliciti, come è avvenuto quando la sua auto è stata verniciata di rosso sangue, durante una manifestazione di fronte alla fabbrica di morte di Domusnovas. E'Marina Forti che cita Cremone nel suo saggio: “Mala Terra”, come hanno avvelenato l’Italia, edito da Laterza, in merito alle condizioni del sito di Portoscuso in cui è insediato il polo industriale, causa del pericoloso livello di inquinamento del sito, tale da rendere non coltivabile la terra circostante. Il comune di Portoscuso ha emesso l’ordinanza di divieto di coltivazione a scopi alimentari, per l’elevato grado di inquinamento raggiunto e documentato dall’ASL n.7 di Carbonia. Residente da diversi anni a Cagliari (in via ufficiale da tre), Angelo Cremone ha vissuto e vive il capoluogo di regione e le contraddizioni politiche da cui è amministrato, che nei fatti impediscono il riconoscimento della città, come naturale candidata a Capitale del Mediterraneo. Superati i sessant’anni, Cremone è ancora un attivo movimentista, crede fortemente nelle iniziative che porta avanti e grazie alla sua onestà e alla ferma convinzione, è riuscito a spuntarla nel riconoscimento della lista, inizialmente esclusa, alle prossime amministrative di Cagliari. D:Cagliari città della pace, del dialogo... R:"..E dei diritti. Non si può restare indifferenti di fronte a quello che succede in questa città, al transito dei carichi di morte. Parlo delle bombe prodotte dalla RWM di Domusnovas, che partono dal porto di Cagliari. La comunità internazionale e il Papa hanno già preso posizione. Cagliari non può essere la città della pace, del dialogo e dei diritti, se non fa almeno come ha fatto Genova, dove i “camalli” hanno cacciato via una nave con un’equivalente carico di “morte”. è necessario dichiarare Cagliari off-limits per qualsiasi transito dei carichi di “morte”, nell’ambito del rispetto dei diritti umani, che sono validi anche per i bambini yemeniti". D:Da ambientalista, ritieni di affrontare il problema energetico per la città? R:"Abbiamo l’obbligo, davanti ai gravi cambiamenti climatici, di ridurre gli impatti ambientali almeno del 20% su scala europea. Per poter realizzare questo obiettivo, non abbiamo sicuramente bisogno di un rigasificatore, un impianto chimico del gas alle porte della città. Precisamente, affiancato al Villaggio dei Pescatori di Giorgino. Diversamente, sull’esempio di diverse città del Nord Europa, intendiamo percorrere un’altra strada, senza regalare smisurate quantità di denaro alle multinazionali del GNL. Per impegnare quegli stessi miliardi di euro come incentivi per l’utilizzo di impianti fotovoltaici in ambito domestico, singolo e condominiale. Utilizzando l’energia elettrica per riscaldarci e cucinare". D:Un intervento complesso e frazionato, forse insufficiente R:"Per questo prevediamo la possibilità di istituire una Municipalizzata per l’energia, capace di sfruttare la produzione elettrica degli impianti eolici e fotovoltaici presenti nella zona industriale di Macchiareddu, a favore nella distribuzione cittadina. Grazie all'utilizzo di questa energia pulita per il fabbisogno della città, riusciremo ad ottenere una significativa riduzione dei costi energetici per il cittadino". D:Cagliari, una smartcity, pur non avendo ancora un’adeguato sviluppo della rete, stiamo per sperimentare il 5G R:"Cagliari non ha bisogno del 5G. Così come Firenze in Italia e Bruxelles in Belgio, in seguito all’intervento del Ministro dell’Ambiente, hanno detto no al test del 5G. Per l’assenza di dati certi relativi agli effetti sanitari sulla popolazione. Anche Cagliari deve rifiutare questo test, per cui non conosciamo gli effetti sulla popolazione e la sua salute. E'necessario intervenire per bloccare questa sperimentazione accettata dalla Giunta Regionale del centrosinistra di Pigliaru e Paci". D:Tu vedi Cagliari come città del benessere? R:"Il duopolio centrodestra-centrosinistra deve finirla di parlare di Cagliari come città del benessere. Le ultime analisi sulle polveri sottili, pm 2.5, registrano un superamento dei limiti ammessi e certificano la città, insieme al suo hinterland, come centro urbano tra i più inquinati d’Italia. Le polveri sottili pm 2.5, costituiscono un inquinante ad altissima pericolosità per la salute umana". D:Ma i pm 2.5 non sono frutto della circolazione delle auto, o almeno non solo... R:"Appunto. Dovremmo chiederci chi origina queste pericolosissime polveri sottili. La rete di monitoraggio ambientale sulla qualità dell’aria, non può più assomigliare alle centraline poste di fronte alla Fluorsid, che confondevano i microgrammi con i milligrammi. Fatto inaccettabile per cui sono sotto accusa ed in via di processo, dirigenti della Fluorsid e dell’Arpas. E'necessaria una rete di rilevamento che non sia data in gestione, così com’è accaduto per tanti anni, alla Sartec srl, società della Saras ricerche. Ovvero il controllato è proprietario al 100% del controllore. Ed ecco perché dei veleni che arrivano dalla Saras, dal petrolchimico più grande d’Europa, dall’inceneritore e dalla Fluorsid, mai nessuno ha potuto dire quanto questi inquinavano ed inquinano". D:Cagliari città della cultura... R:"E dell’Università. Pensiamo ad Urbino, una città che vive solo della sua università. Il suo centro storico è stato riqualificato e rivitalizzato, togliendolo dalle mani degli speculatori, così come dovremmo fare noi per il centro storico di Cagliari, portando decine di migliaia di studenti. Urbino, una città di circa tredicimila abitanti, è riuscita ad attrarre quindicimila studenti, a differenza di Cagliari, che ha perso quattromila abitanti negli ultimi due anni. La nostra città si sta spopolando, con un trasferimento degli studenti nell’hinterland, a Monserrato sul cui territorio c’è la cittadella universitaria, seguendo un percorso inverso rispetto a quello di Urbino, che dovremmo assumere da esempio. Riqualifichiamo il centro storico, lavorando sugli edifici esistenti per restituire confort ed ecocompatibilità, partendo dal risparmio energetico. in un’idea di recupero urbano, dobbiamo intervenire per sviluppare un Campus diffuso nella città, ispirandoci a quello che è stato fatto a Camerino ed Urbino". D:Questa è l’idea per una città aperta all’università. Pensi ad un ulteriore impegno nella cultura e nello spettacolo? R:"Non può esserci cultura, turismo e qualità della vita, se non esiste una sostenibilità ambientale. Non è cultura il restare indifferenti, davanti al traffico di morte che passa per il porto della città". D:Cagliari è la città del mare, a quali sviluppi pensate? R:"Il mare significa turismo, un ulteriore passo importante per la città, è quello di riqualificare la costa che va da Giorgino a Sant’Elia. Sicuramente evitando di installare un ecocentro all’ingresso di Giorgino, così come ha deciso la giunta uscente, senza registrare alcuna contrarietà da parte dell’opposizione. Ma soprattutto, impedendo la costruzione dell’impianto chimico del rigasificatore, previsto al fianco del Borgo dei pescatori. Un Villaggio che invece, per le sue peculiarità storiche, andrebbe rivitalizzato, con interventi opportunamente integrati, fino al recupero di quella parte di costa, che costituisce il biglietto da visita per la città". D:Una città del mare che non contempli solo il Poetto... R:"Certo. al Poetto dal canto suo, è necessario il recupero dell’ex ospedale Marino, ma non nei termini in cui sembrano affrontarsi, più che confrontarsi, i due schieramenti politici, nel fare a gara a proporre l’albergo più grande. Visto che puntiamo sulla sostenibilità ambientale, dovremmo trovare un accordo con l’Università per ubicare nello stesso stabile, un centro europeo ambientale. I giovani che scendono in piazza in tutte le città del mondo, chiedono la fine degli slogan in cambio di una effettiva inversione di marcia del modello produttivo. Lì, al Poetto, quel grande edificio non deve finire nelle mani dell’ennesimo speculatore ma può essere trasformato, in collaborazione con l’Università, in un grande centro di educazione ambientale europeo". D:Il tuo giudizio sulle modalità della raccolta differenziata porta a porta R:"Non possiamo accettare che un turista, arrivando a Cagliari e nelle periferie, in cui transitano, veda i cumuli di immondezza, che ricordano Napoli e Roma, soprattutto degli ultimi tempi. E'evidente che il sistema presenta più di una deficienza. Cagliari non è una città di stupidi o maleducati e non può essere da meno di città come Trento e Bolzano, che prendo ad esempio per l’efficienza e i costi della Tari, pari alla metà dei nostri. Dobbiamo entrare in merito ai costi di conferimento e chiederci perché, al Casic, lo smaltimento dell’umido costa ottanta euro a tonnellata. Perché rimane lì invenduto. In merito agli ultimi dati acquisiti, il Comune di Cagliari ha speso quattro milioni di euro per il conferimento dei rifiuti e ricevuto poche centinaia di migliaia di euro per la loro vendita. Tra i molteplici sistemi di riutilizzo del conferito, proviamo a sviluppare una filiera energetica che adotta il biogas. Non possiamo continuare ad accettare che il comune faccia pagare ai suoi cittadini la Tari più alta d’Italia". D:Quale è la tua idea di viabilità urbana? R:"La città deve essere decongestionata dal traffico automobilistico. Le periferie non sono collegate con il centro, che per essere raggiunto in auto, mediamente si impiegano quaranta minuti. Le decine di migliaia di auto che giungono in città ogni giorno, non possono riuscire a defluire nel centro cittadino. E'necessario creare punti di raccordo da cui far partire delle navette, che consentano il raggiungimento del centro cittadino, come già accade in tantissimi paesi europei, a cui dobbiamo guardare per migliorare". Maurizio Ciotola

La crisi di Governo e del M5S. Di Maurizio Ciotola

Con oltre il 34% dei consensi, la Lega, piaccia o no è il primo partito d’Italia. In quella stessa Italia di cui i membri della Lega, i fondatori e i sostenitori, disconoscevano autorità e unità. Ma la Lega ha compiuto questo salto stratosferico, impensabile in altri tempi, oramai ere fa, grazie alla sua azione di governo, cui il M5S ha permesso in modo quasi passivo. Nulla hanno potuto gli scontri teatrali di cui Salvini e Di Maio, si sono resi protagonisti in questi ultimi giorni, ma che in alcun modo hanno inciso sull’operato del governo. Il portato del M5S, partito di maggioranza relativa all’interno del Parlamento italiano, nei fatti è stato messo a disposizione della Lega, con cui ha stretto un patto o contratto per governare il Paese. Non vi sono dubbi che, da quanto emerge dalle votazioni europee, in cui la Lega primeggia al Nord e al Centro, mentre il M5S al Sud e nelle Isole, la parte ricca del Paese rifiuta la parte povera e nel disconoscerla sembra distaccarsi ancora più da essa, senza preveder ponti o unioni. Forse la prevalenza in certe aree, com’è avvenuto in Sardegna, è dovuta ancora una volta all’approccio colonizzatore di cui la Lega è il braccio politico nel sud Italia. E la Sardegna, che non ha mai partorito una decisione in autonomia, ha preferito servire chi impone un modello politico e forse, produttivo, piuttosto che assumersi in autonomia la responsabilità di scegliere il proprio futuro. Le ultime regionali hanno espresso un Presidente della Regione, Sardista sulla carta, che finora non è riuscito a muovere un solo uomo senza il consenso del rappresentante locale della Lega. E questo pare non dispiaccia, ad una parte del popolo sardo di cui si narrano grandi prodezze, ma anche tante nefandezze, anzi. Certo è che, per ritornare sul piano nazionale, il M5S ha dilapidato quasi la metà dei consensi avuti alle ultime politiche e la decrescita non sembra arrestarsi. Qualcuno dice che non è in gioco il Governo del Paese, e questo sarebbe vero se la flessione dei consensi al M5S, si fosse mantenuta in un range fisiologico. Nei fatti quanto è accaduto, non ha le dimensioni di una fluttuazione politicamente accettabile, ma di una debacle che fa la coppia con quella avuta ad elezioni invertite, dal Pd di guida renziana. La serietà di un movimento o di un partito sta anche nella capacità di prendere atto delle sconfitte elettorali, della crisi di consenso dovuto alle sue mancate azioni di governo. O, vieppiù, alla rinuncia di esercitarle nella misura in cui avrebbero potuto, visto il loro peso politico che i numeri in Parlamento gli riconoscono. Un fallimento di queste proporzioni, non offre tante prospettive differenti da quelle della crisi di governo, a cui il M5S dovrebbe aprire, non meno della messa in discussione della sua stessa leadership. La Lega non costituisce una minaccia per la democrazia, questo lo sanno bene tutti, e ancora di più coloro che sui media di questo Paese, in un modo o nell’altro, hanno riconosciuto in questo partito l’avversario con cui confrontarsi, diversamente dal M5S che, da destra e da sinistra, è l’obiettivo da abbattere. Ma la sconfitta non è giunta grazie ad un’azione dell’opposizione, pressoché inesistente, financo banale, quanto dalla mancata chiarezza di un patto di Governo, che ha visto il M5S adeguarsi agli usi e le azioni di una Lega, con cui non avrebbero potuto e dovuto condividere nulla. Il M5S non è un partito di “plastica”, come non lo è stato Forza Italia, ma la velocità e la fluidità con cui è giunto in vetta ai consensi presenta una evidente reversibilità, altrettanto rapida e pericolosa. Questo è ancora più vero in quest’epoca gattopardesca e fluida, cui la fluttuazione di una maggioranza politica, rende instabile qualsiasi governo e rafforza il potere costituito nell’ambito delle strutture canoniche dello Stato, che per rispetto dell’accezione del termine, non è possibile chiamare istituzioni. Per questo non vi è altra scelta per Luigi Di Maio, che l’apertura della crisi di Governo e le sue dimissioni, cui ci auguriamo il movimento saprà esaminare attraverso un percorso democratico, utile ed importante per il Paese. Maurizio Ciotola

Cagliari. Incontro – Dibattito “Quando fiorivano i garofani”

Idee, sogni, progetti ricordando Lello Mereu. Maestro elementare, Sindaco per oltre 20 anni di Senorbì, Salvatorangelo Mereu - per tutti Lello - è stato uno dei protagonisti in Sardegna negli anni tra il 1970 e il 1990, quando il Partito Socialista esprimeva amministratori locali e politici capaci di interpretare la realtà economica, sociale e culturale dell’isola nella sua costante evoluzione. Presidente del Consiglio regionale dal 1989 al 1991, ha ricoperto l’incarico di assessore dell’Ambiente nei primi anni Novanta, con la Presidenza di Antonello Cabras. Negli ultimi 10 anni ha partecipato attivamente alla vita dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, della quale è stato socio sostenitore, animando gli incontri con sensibilità e attento impegno civile. Il suo contributo non è passato inosservato. A lui ma anche alle idee, ai sogni e ai progetti che hanno caratterizzato la classe politica dirigente del PSI, è dedicato l’appuntamento in programma giovedì 23 maggio ore 16,30 nella Sala Conferenze della Fondazione di Sardegna. Dopo un intervento introduttivo di Maurizio Ciotola, giornalista, si svolgerà il dibattito a cui sono stati invitati amici e compagni che hanno condiviso con Lello speranze e valori. Coordina l’incontro Maria Grazia Caligaris, presidente SDR. Nel corso dell’appuntamento, nell’ingresso della Sala Conferenze sarà possibile acquistare i lavori di ricamo delle detenute della Casa Circondariale di Cagliari-Uta, realizzati durante il corso tenuto gratuitamente dalla maestra ricamatrice di Domusnovas Alma Piscedda. Il ricavato sarà interamente devoluto alle donne della sezione femminile dell’Istituto “Ettore Scalas”. Cagliari, 23 maggio 2019. Sala Conferenze Fondazione di Sardegna Via San Salvatore da Horta n. 2, ore 16.30.

I pericoli dell’Occidente, tra egemonia e dittatura del pensiero. Di Maurizio Ciotola

Il vero rinnovo di una classe dirigente è sempre stato figlio di confronti aspri che, come narra la storia, sono per lo più degenerati in atti di violenza. E non sempre questi strappi hanno condotto a evoluzioni, sociali e civili, nel senso proprio del termine. Il XX secolo è stato testimone di plurimi fallimenti e involuzioni profonde. Ma non solo. E’ anche il secolo che, grazie al sodale contrasto di generazioni coese dallo spirito di libertà, ha visto nascere la democrazia e il suffragio universale. L’evoluzione scientifica già a pieno ritmo nel precedente secolo, ha subito nel XX un’accelerata senza eguali nella storia dell’umanità. Con una peculiarità altrettanto sconosciuta nella maggior parte delle aree del Pianeta, fino al secondo decennio del medesimo secolo, ovvero godere dei suoi frutti in termini popolari. La tecnologia è parte fondante dell’era capitalista, come di quella socialista, nei termini di ottimizzazione e incremento della mole produttiva, con il fine di soddisfare da un lato il mercato, e dall’altro determinarne la crescita attraverso la distribuzione dei redditi, garantita dalla moltiplicazione dei lavori e delle funzioni. Con una matrice consimile, seppur differente, oltre che divergente, così accadeva nel mercato capitalista e in quello bloccato socialista. Nel primo con una tensione preminente verso un modello darvinista, nel secondo attraverso l’applicazione di una visione non speculativa, regolata ed assistenziale. Gli esiti postumi esprimeranno il successo del modello capitalista, grazie anche all’acquisizione di significativi elementi caratterizzanti quello socialista, modulati attraverso una visione democratica e in alcuni casi meritocratica. Un processo di ibridazione consentito dalla forma democratica dei Paesi in cui il capitalismo era ed è modello discusso, ma insostituibile. Altresì la nostra visione democratica, frutto di un lungo processo socioculturale, segnato da traumi e sangue, non può e non poteva trovare applicazioni pedisseque, in altri Paesi, con tradizioni fortemente distanti dalle nostre. Analogamente, visto che supporre la società come un corpo omogeneo è in se un’utopia, anche nell’Occidente capitalista, esistevano e continuano ad esistere, enclave non completamente permeabili da tale modello. La mancata sincronizzazione tra la democrazia e i moti propri di una società ad elevato tasso di analfabetismo, in cui la tradizione è gabbia, non libero spazio dell’essere, ha visto nascere la “reazione” di enclave sociali e territoriali, strumentalmente ingaggiate in aspre lotte politiche. Moravia ci ricordava che il portare la “TV”, intesa come replicante di stereotipi, là dove l’analfabetismo è strutturale alla tradizione dominante, avrebbe condotto quelle stesse popolazioni a fratture socio culturali incolmabili, nel breve e medio periodo. Ampie aree del Pianeta, in cui il capitalismo o il comunismo sovietico non avevano ancora messo piede, hanno subito incisivi “innesti” culturali, spuri e devastanti, attuati con violenza e l’occupazione. Innesti o trapianti, che però non sono riusciti a contaminare in toto il corpo sociale centrale. Interruzioni che nell’aggredire tali evoluzioni, inserite in un continuum culturale, sono state causa di grandi fratture sociali. Molteplici processi evolutivi scanditi dalla ritmicità propria del corpo sociale, sono stati avviluppati da un corpo estraneo di natura ideologica e unitaria, nell’ambito delle due differenti visioni enunciate. Fratture da cui si è dispiegata una forte turbolenza sociale e politica, ove la violenza costituisce centralità. La nostra società ha subito un innesto culturale non molto differente. I protagonisti politici e sociali del Paese, in un’azione prevalentemente condivisa hanno saputo in parte accompagnare e mettere a nudo le fratture in corso e quelle potenziali, mutando e annullando gli stessi effetti dirompenti, attraverso un legiferare responsabile. Ma il “potere” economico/finanziario, che in quegli anni non coincideva pienamente con quello politico, ha sempre l’obiettivo di controllare le masse, soprattutto se queste divengono appetibile oggetto di arricchimento. Esso non incontra significativi contrasti in una democrazia bloccata, vieppiù ove la dialettica e le capacità di contrasto sono banalmente assenti. Se l’educazione, l’istruzione e in qualche misura la formazione, costituiscono forti ostacoli per una gestione massiva della popolazione, è evidente che questi indiscutibili pilastri sociali, diverranno il naturale obiettivo da abbattere, ridimensionare e uniformare. Gli espliciti regimi dittatoriali, riformano e piegano tali istituti ai loro fini, attraverso evidenti e palesi azioni repressive, di cui sono origine. L’egemonia culturale, nella sua accezione più democratica, costituisce la supremazia riconosciuta di un insieme di pensieri condivisi su altri, nell’evidente e libero riconoscimento. Quella stessa egemonia culturale può, in alcuni casi, mutare verso una “dittatura del pensiero” e degli usi, se essa stessa è espressione dell’affermazione, in via esclusiva e totalizzante, del pensiero dominante. Dal XX° secolo, o secolo breve, terminato nel 1989, siamo giunti all’inizio del XXI° navigando a vista, sotto il continuo implodere di “architetture istituzionali” consolidate negli anni, se non nei secoli. Di pari passo l’innovazione scientifica e la sua applicazione tecnologica, di cui non siamo riusciti a cogliere gli immediati effetti sulla società, ha intellettualmente compiuto uno strappo, nei confronti di quel processo educativo volto alla ricerca della consapevolezza sociale, egemonizzandolo. Nel contempo gli spazi di riflessione ed esercizio intellettuale sono stati chiusi o limitati a pochi attori centrali, in seguito ai tagli da parte dei governi. Uno scippo di risorse finanziarie, avvenuto allo scopo di assegnare e remunerare spazi intesi, volgarmente, come similari, ancorché legittimati da specifici professionisti. I luoghi di elaborazione, all’interno dei quali il confronto paritario definiva ulteriori evoluzioni di una idea politica o sociale originaria, sono stati soppressi, per dar voce ad istituti di un pensiero incasellato e sempre uguale a se stesso. In taluni casi, spudoratamente finanziati da pseudo-filantropi. Per contro, negli anni più recenti, abbiamo visto il risorgere di ulteriori spazi fuori da tali istituti, quasi sempre in contrapposizione con essi, ma il cui grado di elaborazione soffre di una continuità interrotta da circa trent’anni. Strutturati in modo fortemente instabile e altrettanto risibile, si esprimono sul piano intellettuale attraverso un esercizio al limite della pratica “alchemica”. Due mondi non dialoganti, separati da una insanabile frattura, che sono divenuti funzionali al raggiungimento di un obiettivo, la cui specifica architettura sociale è di per se apolitica, quanto priva di ideali antropocentrici. In perfetto e pragmatico asservimento alle funzionalità economiche e scientifiche, di cui agli attuali idealismi sottaciuti, ove l’umanità è regredita a strumento e la democrazia relegata alla mera funzione di gestione amministrativa. Maurizio Ciotola
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