La crisi democratica e istituzionale, “apre” le porte alla reazione fascista. Di Maurizio Ciotola

Non possiamo e non dobbiamo stupirci degli accordi e delle convergenze innaturali tra partiti politici, che in Parlamento si pongono uno all’opposizione dell’altro.

Avremmo dovuto saper accettare governi di coalizioni allargate, includenti politiche poco convergenti, nonostante questi ventisette anni di apparente bipolarismo.

Soprattutto in un Paese in cui le maggioranze di Governo sono state le più varie, con un solo partito ufficialmente escluso, ma politicamente coinvolto quanto gli altri, il Pci.

Il presente ci mostra un Paese apparentemente disordinato, in cui da questo disordine emergono fatti che mettono a rischio la sua tenuta democratica o il suo simulacro.

Non parlo del decreto sicurezza, che di fatto non pone a rischio la vita di chi sventuratamente e a pagamento, dopo un immane sfruttamento, cerca di giungere in Europa.

Ma della condizione per cui la nostra magistratura, fortemente indebolita dalla dittatura delle correnti politiche al suo interno, non riesce a condurre le indagini in misura soddisfacente.

Del circo mediatico che vi ronza intorno e trova i colpevoli, nel condannarli per “direttissima”, fino a esprimere sentenze inconciliabili con la nostra Costituzione, per esercitare troppo spesso un’intollerabile pressione sulla magistratura medesima.

Le forze dell’Ordine, cui i componenti per professionalità e dedizione riescono a far funzionare, non sempre godono di indirizzi chiari cui la politica di Governo dovrebbe dar loro.

Certo è che vi sono istituzioni dello Stato, che sembrano agire in divergenza, se non in contrapposizione, in virtù dei loro obiettivi, cui il Governo, nella persona del Ministro competente, non ha saputo riesaminare e delineare.

Quando viene abbattuta una classe politica e la sua tentacolare penetrazione nel sistema istituzionale, i nuovi politici arrivati non sono in grado di condurre la macchina istituzionale.

I legami interrotti e quelli ideali di appartenenza, possono divenire, com’è avvenuto nel nostro Paese dopo la prima Repubblica, legami mercenari con gli attori all’interno delle istituzioni, che da sempre hanno costituito il corpo dirigente attraverso cui condurre la macchina istituzionale.

La nuova classe politica non avendo competenze, se non teoriche, deve necessariamente affidarsi a questo stuolo di mercenari/dirigenti, che nei fatti conducono le istituzioni e le aziende di cui lo Stato è ancora l’azionista di riferimento.

Oggi in un Ministero come quello dell’Interno, in cui le competenze dei suoi funzionari e dirigenti sono evidenti, un politico di media statura, come il Sen. Matteo Salvini, non ha alcuna possibilità di condurre il ministero medesimo.

Le ricadute democratiche conseguenti per il Paese sono evidenti e di primo livello, come il Quirinale sa perfettamente e non può esimersi dal non rilevare.

Non possiamo pensare che un Paese possa dirsi democratico, se dopo settantuno anni dalla nascita della sua Carta Costituzionale, vediamo ancora non riconosciuti i più elementari diritti in essa sanciti.

Non può chiamarsi democrazia quella in cui, nell’ambito dei settantuno anni, non si è riusciti a venire a capo dei responsabili delle innumerevoli stragi in cui, i depistaggi prima e i silenzi dopo, hanno sancito verità processuali inconciliabili con i fatti più elementari, che hanno concorso alla loro drammatica realizzazione.

Dov'è quel Movimento che è riuscito a raccogliere oltre il 30% dei consensi, posizionandosi al primo posto tra i partiti in Parlamento, sbandierando le verità che diceva voler far conoscere alla popolazione?

Dov'è l’integrità di quella sinistra, più interessata a “spolpare” un Movimento/partito, che gli ha sottratto i temi originari del suo programma, per poi invece condividere posizioni convergenti con l’idea conservatrice di un partito di destra com’è la Lega?

Ancora, dov’è la sincerità di chi cavalcando gli omicidi come quello dello studente Giulio Regeni, in Egitto per conto dell’università inglese Girton college a Cambridge, continua a blandire la necessità della verità con metodi plateali, ma inutili?

Perché non puntare il dito verso coloro che continuano a mantenere il silenzio e hanno negato l’accesso al suo computer, presso il medesimo college inglese?

E'un Paese sicuro questo, ove è possibile sferrare undici coltellate su un carabiniere, Mario Cerciello Rega, in pieno centro a Roma, con una decina di colleghi coinvolti nella medesima operazione in uno strettissimo raggio d’azione?

Possiamo credere che un ragazzo, per quanto statunitense, ma non certo figlio di “capitan America”, con una corporatura pari alla metà dell’appuntato Cerciello, sia riuscito ad infliggere undici coltellate senza una reazione del carabiniere?

E' un Paese sicuro questo, in cui è possibile morire sotto i colpi del proprio stalker, dopo aver denunciato due o tre volte il suo accanimento?

Forse può dirsi democratico il Paese in cui gli istituti di diritto non sono applicati per seicentomila persone, non riconosciute e senza identità, sfruttate, uccise e aggredite, in barba ai diritti universali cui la nostra Costituzione riconosce nel profondo?

Non sappiamo quanti altri anni occorreranno per rivedere riassestato un simulacro di democrazia in questo nostro Paese, ma egregio Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, non consentite oltre tale deriva democratica.

Rischiate infatti di diventare corresponsabili di una restaurazione illiberale e reazionaria, di cui i segnali sono fin troppo evidenti.

Maurizio Ciotola

Stragi, paura ed immobilismo, lo scacco della democrazia italiana. Di Maurizio Ciotola

Un altro 2 agosto, da trentanove anni a questa parte, è passato senza vedere la luce sulla verità, che ha causato la più grande strage negli anni della Repubblica.

Ottantacinque morti, unitamente alle altre centinaia di caduti nelle altre stragi pianificate, di cui non sapremo mai chi sono stati i mandanti, gli organizzatori, più che i “manovali” funzionali al disegno di morte.

C’è stata prima la strage di piazza Fontana a Milano, di Piazza della Loggia a Brescia, di via Fani a Roma, dell’Italicus, poi quella del Dc9 caduto nel mare di Ustica, della Moby Prince nel mare di Livorno, in ultimo Capaci e via D’Amelio.

Aldo Moro, Valter Tobagi, Piersanti Mattarella, Giuseppe Fava, Pio La Torre, Rocco Chinnici, Carlo Alberto dalla Chiesa, Rosario Livatino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri ancora che ad elencarli tutti completeremo almeno due volumi.

Senza mai dimenticare Portella della Ginestra, vero e proprio atto di genesi.

Un continuo “muro di gomma” su cui si sono imbattuti magistrati e investigatori delle forze dell’ordine, politici e giornalisti.

Una continua operazione tesa a deviare, falsare, mutare, prove e dati, con il fine di sovvertire l’ordine delle cose e i capi di imputazione.

Vi sono stati momenti in cui lo Stato attraverso gli organismi parlamentari e il supporto leale alla magistratura, pareva avesse imboccato la strada della resa dei conti.

Sporadici impegni di uno Stato per una verità, cui tanti cittadini di questo Paese hanno lavorato fino allo stremo, in molti casi perdendo la vita e in modo non accidentale, in tanti altri relegati in un isolamento nel contesto politico e sociale.

Nel 2018, con una legislatura cosiddetta del cambiamento, che attraverso il rigore e un’evidente impronta giustizialista, tanti hanno pensato che quegli “armadi” contenenti i tanti scheletri, si sarebbero aperti.

Tanti hanno immaginato che questa esigenza di giustizia, cui sembrerebbero inclini alcuni dei parlamentari e la maggioranza di governo, potesse tradursi in strumento istituzionale per la ricerca della verità.

Abbiamo assistito in questi giorni all’epilogo della decadenza istituzionale del più alto organo della magistratura, il CSM, in mano alle correnti politiche in un esercizio mercantilistico della Giustizia.

Non sono mancate le azioni ai limiti dei diritti umani universalmente riconosciuti, in taluni casi addirittura negati.

In ultimo il flop della riforma della Giustizia, dell’ordine Giudiziario, che è orientato ad un inasprimento delle pene, quanto ad una durata del processo sine die, innervata in un comune sentire in cui la presunzione di innocenza è decaduta.

Anche di fronte al presunto finanziamento da parte della Russia di Putin alla Lega di Salvini, dopo le prime urla che gridavano all’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul finanziamento dei partiti, tutto ha ripreso a tacere.

Tra le commissioni istituite, non esiste una che indaghi sulle stragi che hanno irrorato di sangue il nostro amato Paese, ancora in attesa di verità.

Non è stata istituita una commissione d’inchiesta sul finanziamento illecito ai partiti, con cui sarebbe possibile rendere evidente lo scenario storico, che ha reso possibile la politica dei partiti nel nostro Paese, radicali e comunisti inclusi.

Non è mai stata istituita una Commissione d’inchiesta su “Stay behind”, più comunemente nota come “Gladio”, l’organizzazione paramilitare pronta ad intervenire, o forse sempre in pieno intervento, di cui il presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlò nel 1991, facendo andare su tutte le furie il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Gladio, un’organizzazione armata e clandestina di cui le istituzioni non erano a conoscenza, se non alcuni e particolari soggetti politici, non sempre aventi ruoli istituzionali.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è al corrente che, Giovanni Falcone nelle indagini da lui condotte per la verità sull’assassinio del fratello Piersanti Mattarella, non attribuiva alla mafia l’omicidio dello stesso, ma ad altre forze operanti sul territorio.

Da ventisette anni il nostro Paese è stato ed è in mano a politici, che non possono incidere sulle mutazioni politiche ed istituzionali del Paese, se non per asservire chi lo governa al di la delle istituzioni democratiche.

Il sogno di Beppe Grillo e quello di tanti che hanno portato il movimento 5 stelle ad essere la prima forza politica del Paese, si è infranto nelle inestricabili beghe dei palazzi del potere figurato, ancorché istituzionale.

La baldanza dei giovani arroganti, di una sinistra che ha abdicato al suo ruolo per cercare di approdare al Governo del Paese, ha aperto una crisi irreversibile, cui il Pd potrà uscire solo mutando i suoi rappresentanti in Parlamento, com’è avvenuto con le recenti elezioni europee.

Non solo nessuno ha assistito all’apertura di quella “scatola chiusa”, il Parlamento, così chiamato dai grillini, ma abbiamo registrato operazioni politiche non dissimili da quelle in uso da tempo, tra i partiti che hanno dominato il Parlamento dal 1994 al 2018.

Dopo poco più di un anno, oltre alle violenze verbali, alle minacce continue, e qualche buona e promettente iniziativa di Governo, siamo precipitati in una condizione di incertezza e staticità, di cui si intravedono sul breve termine gli effetti negativi, disastrosi sul lungo termine.

E'subentrata la “paura” da parte di chi nel 2018 è entrato in Parlamento con lo scettro in mano; la paura da parte di coloro che, in un capace gioco politico-mediatico hanno saputo ribaltare le posizioni di dominio in maggioranza; ma soprattutto la paura è presente nei due partiti in agonia, oggi entrambi all’opposizione, che cercano di ricostruire i fondamentali da cui riuscire a ripartire.

Una paura diffusa, che immobilizza la politica e le istituzioni democratiche, lasciando il Paese in mano a chi durante queste emergenze, costanti negli ultimi ventisette anni di vuoto politico, lo ha governato con suo personale profitto.

Maurizio Ciotola

Forze dell’Ordine, emergenze e democrazia. Di Maurizio Ciotola

Non sappiamo se fra quattro o cinque giorni, le cronache continueranno ad occuparsi dell’efferato omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega.

Probabilmente altri fatti di identica o maggiore gravità, occuperanno l’interesse collettivo di una società oramai giunta allo stremo emotivo ed esistenziale.

Di fronte a queste vere e proprie “frustate” emotive, che colpiscono la comunità, vi sono stati sempre coloro i quali, cavalcando gli eventi hanno soppresso diritti e avviato repressioni.

Ma in nessuno caso, questi atteggiamenti hanno saputo o voluto assorbire, tanto meno operare per ricercare una coesistenza supportata da un equilibrio sociale.

L’attuale Governo si muove con due schieramenti diversi e su versanti apparentemente opposti, ma entrambi rigoristi ed illiberali.

Quando la cronaca mette in evidenza, con becero opportunismo mediatico, fatti umani di efferata violenza, ed altrettanto incomprensibili sul piano umano, la politica di governo nel cogliere lo sdegno emotivo, annuncia sangue e rigore su tutto il territorio nazionale.

Il ministro dell’Interno nel ruolo/non ruolo di ministro e magistrato in pectore, annuncia rappresaglie e condanne esemplari.

Diversamente, ma in misura convergente, il M5S inneggia ad una carcerazione a vita e a processi esemplari, molto simili a quelli di vecchia memoria comunista, che nelle piazze confermavano il giudizio e la condanna già avvenuta.

Un esercizio illiberale cui ventotto anni fa, alcuni utili idioti animati dal sacro furore, unitamente ad un sistema mediatico e parti politiche eversive, hanno trasmesso al sentire popolare.

Un degrado cognitivo, democratico e liberale, che vede nella stessa popolazione il principale attore, con il ruolo di suicida, veicolato da un potere finanziario, economico e politico, sempre più stringente.

Il tutto tra una regia cui la titolarità è definita da una appartenenza, e da uno strato di umili servi dello Stato e della Società, che nella loro onestà rendono possibile tale regia.

Nel mezzo vi è una serie incombente e drammatica di vittime, che per numero e modalità ci avvicinano ai modelli illiberali e repressivi del Sud America, degli anni settanta di kissingeriana memoria.

Il collante di questo governo è la repressione, che prenderà piede in misura sostanziale, quando il voluto grado di inazione avrà saputo generare una ridondante ira popolare.

Non vi è nulla di nuovo in questa folle strategia, di cui sul nostro territorio nazionale abbiamo già visto l’operato negli anni settanta/ottanta, grazie ad una parte deviata delle istituzioni.

Ma oggi non sembrano esserci alternative di governo possibili, se non un esercizio provvisorio da parte di tecnocrati, rispondenti ad altre pressioni illiberali, in sé capaci di generare una reazione ancora più illiberale e totalitaria.

Almeno non sembra ve ne siano ora, nell’ambito delle rappresentanze parlamentari di maggioranza ed opposizione, così come attualmente esprime il loro operato e i loro intenti.

Noi crediamo che, questo Paese sia riuscito ad affermarsi nel contesto internazionale, grazie a quella politica levantina, invisa ai Paesi amici e nemici, di cui la Prima Repubblica è stata espressione.

Crediamo essere ancora oggi l’unica via praticabile, sul piano politico, per condurre la dove si vuole il Paese, ma questa modalità politica, presenta dei limiti etici ed ideali, cui nessun pragmatismo potrà sostituire.

Per questo crediamo che, l’attuale esperienza di Governo sia giunta al termine, per trovare nell’attuale legislatura una differente convergenza, ispirata dagli immutabili articoli fondanti della nostra Costituzione.

Il Paese già logorato, non potrà accettare di giungere al temine della legislatura con un Governo sostenuto dall’attuale maggioranza, se non pagando in termini di libertà e democrazia, un prezzo umano che ci scaraventerebbe indietro di almeno due secoli.

Maurizio Ciotola

Le “corporazioni” e l’incontro al Viminale. Di Maurizio Ciotola

L’incontro al Viminale con i rappresentanti delle forze produttive del Paese, industriali e sindacati, è certamente irrituale sul piano istituzionale, ma soprattutto risulta minaccioso su quello politico. L’estesa fascia dei sindacati e degli industriali attraverso questo atto teatrale, ha voluto rendere esplicita la loro alleanza con la Lega di Salvini. Al Viminale ieri si è consolidato un patto per i giorni a venire, di cui il M5S e tutta la sinistra, per quel che ne resta, risulteranno esclusi dal governo del Paese. Sappiamo tutti che il nostro Paese ha dovuto attraversare un’epoca in cui la guerra tra i due blocchi ha condotto, anche sul nostro territorio, la guerriglia armata, unitamente ai finanziamenti occulti. Oggi non vi è nulla di nuovo sotto il sole, se non un terzo incomodo, di dimensioni spropositate rispetto ai vecchi e stanchi contendenti, la nuova Cina. Identicamente nessuno può pensare neppure per un attimo che, la quinta potenza mondiale sul piano economico e per gli interessi di alto livello in giro per il mondo, possa sfuggire all’influenza di chi continua a “disegnare” la geopolitica del Pianeta. La gravità dell’incontro con il Ministro dell’Interno non è di natura politica, in senso lato, ma di matrice istituzionale e soprattutto democratica. Il Viminale è il luogo in cui si definisce la sicurezza interna del Paese, nelle sue modalità, che non sempre hanno mostrato piena rispondenza ai principi costituzionali. E'sempre tale Dicastero che accentra il coordinamento delle forze dell’ordine sul territorio, attraverso un legame diretto e gerarchico con le Prefetture. Il Ministero dell’Interno, durante la prima Repubblica, costituiva l’anticamera per l’elezione alla presidenza della Repubblica, e non per fatti meritori, quanto per rispondenza all’ordine costituito e a garanzia dei mai svelati segreti di Stato, seppur in regime democratico. Niente e nulla, se non in condizioni di emergenza sociale e politica, può legittimare l’incontro avutosi ieri tra il ministro dell’Interno e le parti sociali. Lo sgarbo è istituzionale, certo, ma lo sgambetto politico unitamente alla simbolica minaccia delle parti sociali, nei confronti del Governo del Paese e di una parte politica che lo sostiene, il M5S, va ben oltre le regole democratiche di un qualsiasi Paese civile. In epoca fascista gli industriali e le corporazioni incontravano il ministro dell’interno. Durante quel regime reazionario e sanguinario, gli industriali e le corporazioni hanno dato supporto alla dittatura, di cui oggi la Lega unitamente al sistema mediatico in mano agli industriali, rappresentano un “affidabile” riedizione per il prossimo futuro. Fino a quando una parte politica, minoritaria nello scenario politico nazionale, ancorché al governo, mostra gli intenti di una politica reazionaria e fascista, possiamo indignarci e stigmatizzarne il comportamento. Quando questa però, nella canonica ritualità di qualsiasi regime reazionario nascente, richiama a se le parti sociali, in quanto rappresentanti istituzionalmente riconosciute, seppur prive di consenso, la democrazia è già in bilico. Questo la sinistra del Paese deve saper valutare, e riuscire a lavorare per rendere possibile un’altra alleanza di governo per il Paese, piuttosto che un’onda reazionaria e conservatrice da cui saremo schiacciati. Un’articolazione politica complessa verso cui le istituzioni democratiche sembrano incapaci di reagire nell’attingere alle fonti primarie, alla Costituzione; ma verso cui, nell’ambito delle specifiche funzioni di garanzia costituzionale, il Presidente della Repubblica ha il dovere di intervenire senza ulteriori indugi. Maurizio Ciotola

Sardegna Pride e le opinioni, degenerate in un pericoloso femminicidio mediatico. Di Maurizio Ciotola

Su questa testata giornalistica, "Il Punto Sociale", per cui scrivo da anni, ho già parlato e ribadito più volte l’importanza dei diritti umani e universali, quanto il naturale diritto di esprimersi liberamente senza ledere la libertà altrui. In questi giorni dopo il Sardegna Pride ho sottolineato che, chi manifesta per riconoscere i propri diritti compie un’azione più che legittima, oltreché meritevole di sostegno, diversamente da chi per paura o convenienza, evita di esporsi a difesa dei propri diritti civili, umani ed universali, troppo spesso calpestati o non riconosciuti. Su Facebook, l’osservazione da parte di un ex membro dell’Ersu, in merito alle modalità espressive del Pride, è saltata alla ribalta mediatica. Motivo per cui, un altro membro dell’ERSU, ha pensato di inveire contro quell’osservazione, tirando in ballo l’appartenenza universitaria del ragazzo comparso nella foto oggetto di critica. Appartenenze e ruoli, quello dello studente, dell’ex membro dell’Ersu e quello effettivo, per cui molto probabilmente si è scatenata una sorta di vendetta, per fatti cui la cronaca del passato e recente ha riportato. Le osservazioni della dottoressa Noli, riportate su Fb in merito agli indumenti di alcuni manifestanti al Sardegna Pride, per cui la vistosità e l’appariscenza non abituale, non costituiva, a suo dire, un buon viatico per l’affermazione dei loro diritti legittimi, hanno scatenato per contro, una violenza mediatica in antitesi rispetto a qualsiasi idea di libertà e dei diritti. Il post della Noli non riportava alcuna offesa, ma un punto di vista legittimo, condivisibile o meno, ma nell’ambito della libertà di espressione cui ognuno di noi ha diritto, senza ledere la libertà altrui. Il consigliere dell’ente per il diritto allo studio universitario, Gianluigi Piras, ha espresso un giudizio attraverso il quale si è scatenata una vera e propria gogna mediatica nei confronti di Daniela Noli. Forse solo rea di esser stata ex presidente dell’Ersu, in una fase calda dell’ente, per l’assenteismo al suo interno, di cui le cronache hanno poi riportato gli esiti delle indagini e le relative condanne della magistratura. Crediamo che la libertà di scegliere gli indumenti rientri tra i diritti elementari di ognuno, sempre nell’ambito e nel rispetto delle altrui libertà; altresì è evidente che, chi decide di vestirsi in pubblico in misura appariscente, con lo specifico scopo di attrarre l’attenzione altrui, non può rinunciare a sottoporsi ad un qualsiasi giudizio libero e altrettanto rispettoso. E inoffensiva, seppur non condivisibile, è stata la nota riportata nel post su fb dalla Noli. Il pretendere il silenzio e le scuse non dovute, non solo sarebbe incomprensibile, ma decisamente illiberale, se non evidentemente reazionario e senza mezzi termini, da fascisti. L’aver poi apostrofato la Signora Daniela Noli con epiteti non ripetibili, oltreché minacciata sul social, va addirittura oltre: si è esercitata una vera e propria violenza, dopo averne altrettanto violentemente censurato l’espressione, che senza perifrasi definiamo esser stato un vero e proprio femminicidio mediatico. Maurizio Ciotola

Human rights pride. Di Maurizio Ciotola

Dobbiamo sempre ammirare chi dopo anni da una tragedia, in un percorso di riconoscimento dei propri diritti, ancorché della libertà di esercitarli, tiene viva nella società quest’attenzione. Un’eccessiva quanto reazionaria azione normativa, nei secoli addietro, ma per niente esaurita ai nostri giorni, definisce gli ambiti funzionali delle società in cui gli esseri umani si organizzano. Da sempre l’ombra e l’impeto di una morale partorita dal pensiero umano, sia esso di derivazione religiosa o filosofica ha generato reazioni fobiche e disastri umani, cui solo l’essere umano in natura ha saputo compiere con simili efferatezze. Una religione antica e reazionaria ha conformato culture e piegato libertà, imprimendo nelle menti degli esseri umani la leicità delle loro azioni agite in nome di dio. Una religione che persiste e imprime ancora in alcune parti del mondo, per come è interpretata e in parte definita, reazioni che in nome di dio si privano del lato umano, o forse, attraverso la loro umanità criminale, inneggiano a dio per giustificarla. Non parlo della religione islamica, o almeno non solo, che in occidente e nel millenario medio oriente altre religioni monoteiste, come l’ebraica e la cristiana, hanno saputo fare egualmente nei secoli, se non peggio. Religioni di quest’Occidente in cui laicità e diritti umani fanno fatica ad affermarsi, compiono percorsi altrettanto intrisi di mistica irrazionalità, giustificata da una morale divina a cui rispondere e obbedire. Religioni che nel loro organizzarsi sul piano clericale, come per qualsiasi religione, hanno espresso un potere più subdolo e persistente di qualsiasi poter politico altrettanto reazionario. In Italia, lo sapeva Mussolini che cercò l’accordo con la chiesa cattolica durante il fascismo, come lo confermò alla nascita della repubblica, nella sua Costituzione, il Pci di Togliatti, in contrapposizione ad una vasta area laica e socialista. Vi è sempre una necessità di schierarsi, affiliarsi, apparentarsi, per affermare l’idea del gruppo politico, religioso, sociale, senza riuscire ad individuare le possibili convergenze e connessioni possibili, al di la delle ideologie e della morale di artificiosa e pericolosa definizione. È la giustizia stessa che per millenni è stata, e in alcune parti del pianeta è ancora esercitata in nome di una morale religiosa o di una ideologia politica. Una società cui all’idealismo politico è subentrato quello economico, ancora più mistico e pericoloso, perché apparentemente razionale. E'in funzione di un tornaconto economico che vengono portati avanti scontri bellici, reazioni omofobe, razzismo, stratificazione sociale e repressione delle illegalità marginali. Per questo bene fanno coloro che rimarcano la propria naturale esistenza, in virtù dei diritti umani universali, che troppo spesso non sono riconosciuti, perché alla mercé di un utilitarismo economico, o ripudiati in virtù di dogmi religiosi e ideologici. Male fanno coloro che assistono inermi e proni di fronte a questo imperialismo economico, liberista e non liberale, attraverso cui parte di quei diritti umani è soppressa, mentre la parte rimanente è riconosciuta solo in base ad un obolo da pagare, per chi se lo può permettere. Malissimo fa chi nel rilevare tali aberrazioni, riesce a porre in contrapposizione il riconoscimento di questi legittimi diritti, adottando una ideologia massiva e di facile divulgazione, che risulta utile sempre e solo, per chi di tali diritti vuole l’azzeramento. Meravigliosamente bene hanno fatto le persone che, ovunque hanno sostenuto e partecipato ai gay pride, perché in tali manifestazioni la condivisione dei diritti è elemento saliente per ognuno di noi. Penosamente fanno e hanno fatto coloro che, nel partecipare a queste manifestazioni hanno voluto perseguire un tornaconto politico di consenso, attraverso cui, come tante volte abbiamo visto, traghettare i loro fini. Ecco è questa stupidità che ci dovrebbe atterrire, quella del non saper distinguere l’appartenenza ai fini di un riconoscimento dei diritti umani ed universali, diversamente da quell’appartenenza militante, predominante, dettata dalla ceca affermazione di se, dei propri diritti, quasi mai universali, tesi ad escludere qualsiasi dialogo. Non solo gli esseri umani condividono il loro vivere su questo Pianeta, ma loro stessi lo condividono con l’intero Globo, in cui sono presenti tutti quegli esseri viventi e gli elementi che, tale vita rendono possibile. Maurizio Ciotola

L’immigrazione e Carola, alibi per non cambiare il nostro modello di vita. Di Maurizio Ciotola

E'sempre difficile "vedere" gli esclusi, soprattutto quando da quell’esclusione traiamo giovamento e ne siamo causa. E' quasi impossibile sentirsi responsabili di una morte, di devastazioni ambientali, di stragi silenti ma continue, come delle guerre in atto a migliaia di chilometri. Non vi è alcuna volontà di mettere in discussione il nostro modello economico e sociale, rapace e repressivo, non solo fuori dalle “mura”, ma nel silenzio, anche al suo interno. Possiamo ritenere un’utopia pensare che, persone di ampia competenza riformino i loro ruoli e la loro remunerazione con uno spirito di solidarietà nello specifico, parliamo di competenza perché ad essa non associamo cultura, per cui la seconda include l’altra e non viceversa. Purtroppo in molti casi, e non solo sul piano politico, quanto economico ed industriale, neppure la prima, la competenza, entra a far parte dei curriculum di tanti attori centrali della nostra economia. Usando un termine cinematografico, felliniano, ripreso poi da un politico della cosiddetta prima repubblica, Bettino Craxi, possiamo dire che la "la nave va’", e le sue dimensioni in ambito internazionali sono tali per cui nessuno è interessato a vederla affondare, magari appropriarsene in parte, quello si. Ma perché la prendo così alla larga per parlare di un fatto che ha diviso, in un ottica di feroce bipolarismo, la nazione, che bipolare non è, e mai lo sarà nel reale. Perché, spingere l’attenzione verso il “dito” che punta alla luna, è sempre stato il metodo adottato dal potere politico e mediatico, per distogliere l’attenzione dal fatto essenziale ed originario. Sui quotidiani nazionali per contro capeggia da qualche giorno la pubblicità a tutta pagina dell’Eni, con l’immagine di una leggiadra ragazza, i cui capelli sono costituiti da una rigogliosa e fitta erborescenza marina. Il colosso petrolifero mondiale, che esercita le sue strategie in modo libero da pressioni politiche, perché è nato per determinarle e non subirle, accosta il suo esercizio ad un impegno per l’ambiente, di cui tutti, insieme, dobbiamo andar fieri. Non conosciamo le pagine degli altri giornali internazionali, ma non dubitiamo che, analogamente le società petrolifere, nell’acquistare pagine e spazi in tv, riusciranno a fare altrettanto, se non in misura superiore. Si chiama “Silvia”, non Greta e neppure Carola, la persona a cui in modo immaginario l’Eni, accosta il suo agire indispensabile per noi e per la natura. Ecco siamo giunti al punto, “Silvia” è però frutto dell’immaginazione del pubblicitario che ha venduto il suo prodotto all’Eni, interessata a modificare la percezione delle persone sul suo operato. E non abbiamo intenzione di porre sotto accusa l’Eni per quello che fa, almeno in senso stretto e giuridico, che a far questo, semmai se ne trovano, ci penseranno i giudici. Quanto sul suo agire politico e strategico, insieme alle consorelle degli altri Paesi industrializzati, che nell’ottica della speculazione e del guadagno, non ha termini di paragone con altre società industriali. Un agire, e ripeto, non parlo solo dell’Eni, ma anche di Gazprom, Shell, Exxon, Chevron, Elf, etc.(ad elencare tutte occorre una pagina intera) che per raggiungere i loro obiettivi, garantiti dalla penetrazione all’interno dei Paesi dotati di giacimenti utili, destabilizzano o sovvertono il potere esistente, per poi costituire nell’ambito dei loro siti petroliferi di estrazione, piccole enclave autonome, indipendenti e militarmente autosufficienti. Questo accade ovunque sul pianeta, su quella parte sfruttata, e in particolar modo, toccando il punto chiave, nelle aree del nord Africa, Libia in primis. Uomini politici come Salvini e chi lo sostiene, unitamente ai suoi diretti contendenti, non hanno alcuna intenzione di riformare un sistema decotto, che va incontro alla sua fine naturale, quanto invece sostenerlo artificiosamente, nel delirio collettivo dei Paesi alleati, seppur non amici. Se Carola è divenuta l’alfiere su cui scaricare energie e forza in modo inconcepibile e illogico, per contro la stessa “Carola-Davide”, cavalca l’opportunità e l’idea di abbattere una linea politica, nel momento in cui questa battaglia si presenta o si cerca, nulla facendo per le cause originarie, per cui migliaia di esseri umani vengono valutati da destra e da sinistra, da dittature e democrazie, come granelli di sabbia arsa al sole. Questo è il Paese che, attraverso il suo sistema mediatico, in mano alla finanza e all’industria, si urla quando vengono annullati gli incentivi al consumo di beni in contrapposizione ad uno sviluppo sostenibile, per agevolare un sistema compatibile. La faziosità, molto spesso l’incompetenza premiata proprio perché incline a tale faziosità, si insinua nelle descrizioni e nelle cronache, per cui l’atteggiamento delinquenziale, proprio dell’essere umano, è associato all’ambito tecnologico su cui le organizzazioni a delinquere mettono le mani: la produzione di energia elettrica attraverso i generatori eolici è il caso emblematico. Un’associazione faziosa che spinge l’opinione pubblica a definire quella stessa tecnologia di produzione, altrettanto compromessa, per gli incentivi esistenti, e quindi da ridurre o eliminare. E'sempre il “dito” ad occupare il proscenio, non la Luna. Carola, come tanti prima di lei, è il dito, non gli immigrati che vengono utilizzati per uno scontro politico, legittimo e giusto certo, ma se svolto senza “ostaggi” da liberare. Maurizio Ciotola .

Cagliari, l’astensionismo e il ruolo del M5S. Di Maurizio Ciotola

Il 17 giugno Cagliari ha visto Paolo Truzzu superare al primo turno, con il 50,12 % delle preferenze, il confronto elettorale con gli altri due candidati, Francesca Ghirra, 47,78 % e Angelo Cremone con il 2,10% dei votanti. Lo scarto di ottanta voti tra Truzzu e la Ghirra per un eventuale ballottaggio, ha indotto quest’ultima a richiedere il ri-conteggio degli stessi. Ma questo scontro postumo, diciamo pure sterile, si posa sulla sabbia costituita dalla percentuale dei votanti rispetto agli aventi diritto: il 51,7%, ovvero la metà della popolazione con il diritto di voto. L’altra metà, costituita dagli astenuti, non è irrilevante e seppur volutamente ignorata dai politici in corsa e dalla stampa, rappresenta l’effettiva crisi della legge elettorale esistente per i comuni di tutta Italia. Possiamo attribuire una ulteriore lettura, cui necessita un ovvio raffronto con le passate elezioni, nell’arco di almeno vent’anni, per capire che il crescente astensionismo è in linea con l’immobilismo reale delle amministrazioni succedutesi. Non di meno, vi è un rifiuto esplicito di delega a coloro i quali i cittadini, nel caso specifico di Cagliari, non ritengono all’altezza del ruolo per cui si sono candidati. Il disincanto è l’altro fattore, dovuto alle tante promesse sbandierate nelle precedenti campagne elettorali, e disattese una volta eletti. Il popolo non è bue, a differenza di quello che i media e una certa politica definisce chi non garantisce loro sostegno e delega. Il popolo è sempre più consapevole dell’assenza di competenze, non sul piano formale e curriculare, ma su quello fattuale, di una classe dirigente e politica, che per trent’anni si è cibata a discapito del bene pubblico. Le parole che riportiamo nella valutazione che ci apprestiamo a compiere, sono anche quelle da sempre in uso nel movimento 5 stelle, che in un apparente rigetto del loro candidato sindaco, non hanno partecipato al confronto elettorale. L’astensionismo e la mancata partecipazione del M5S sono due fatti diversi, che trovano però un unico punto finale di convergenza. Ci spingiamo oltre e rifacendoci alle parole di Giulio Andreotti, che a "a pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso ci si indovina" è ipotizzabile che, il M5S si sia spinto, probabilmente all’insaputa dei suoi dirigenti locali, verso un’assenza calcolata e soprattutto concordata, della propria lista alle elezioni comunali di Cagliari. Un passo a preludio di un accordo nascosto con il centrosinistra, che una volta mutata l’anima stessa del Pd, diverrà strategico ed ufficiale nella politica nazionale. Gli elementi e i segnali ci sono tutti, nella nuova segreteria del Pd, che vede esclusi i renziani, e nel M5S che dopo la crisi alle elezioni europee, ha dato pieno mandato a Luigi Di Maio. Questo è stato un pensiero latente durante tutta la campagna elettorale cagliaritana, cui lo specifico silenzio assordante della stampa ha reso marcatamente reale. Il fatto per cui la coalizione che sosteneva Francesca Ghirra, non fosse a guida Pd, ha reso ancora più veritiera tale ipotesi, ma i cui tempi ristretti non hanno consentito rendere ufficiali. Del resto la convergenza tra una sinistra esterna al Pd, quanto ad una minoranza dello stesso Pd con il M5S è ben nota, e molto probabilmente anche auspicata. Ma come sempre in questi giochi impliciti e poco chiari, gli elementi per una vittoria costituiscono un fattore estremamente aleatorio e dubbio. Certo è che la presenza di una lista del M5S avrebbe reso esplicita la sconfitta della Ghirra e del centro sinistra, senza possibilità di appello per un riconteggio e l’eventuale ballottaggio. Un tacito accordo che non volge a favore del M5S, il quale nell’impedire agli uscenti consiglieri comunali una ricandidatura, ha decretato l’assenza del movimento nel Consiglio comunale del capoluogo sardo. E il popolo, che non è bue, ma conoscitore dei maldestri “maneggi” politici, ha probabilmente intuito che questa assenza è figlia di un compromesso. La popolazione, come del resto ha dimostrato nel non andare a votare, fatto in se deprecabile, ha espresso un chiaro rifiuto al gioco delle camarille, cui i vertici nazionali e blindati del M5S si sono prestati. Un passo privo di visione strategica sembra avviare lo stesso Movimento verso una implosione, che potrebbe seguire, in senso inverso, le medesime dinamiche della sua esplosione nei consensi. Un azzeramento o ridimensionamento sostanziale, cui non seguirà la crescita degli altri partiti in campo, quanto un pericoloso accrescersi sul piano democratico, dell’astensionismo su tutto il territorio nazionale, a partire da Cagliari. Maurizio Ciotola
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