Il capitalismo non governato, i suoi fallimenti e la genesi dei disastri umanitari. Di Maurizio Ciotola

La finanziarizzazione delle società di capitali non quotate in borsa e di enti pubblici trasformati in società di capitale, ha costituito per trent’anni l’obiettivo comune di quasi tutte le forze politiche, avvicendatesi al governo del Paese.

La spinta forzata dei soggetti finanziari internazionali, secondo un’idea globale cui adeguare la ristrutturazione dell’economia italiana, era ed è prevalentemente mirata a rendere quest’ultima, permeabile ai flussi del capitale globale.

La miccia del debito pubblico, per la sua dimensione, fu quella attraverso cui nel nostro Paese, quel pensiero unico mondiale aprì una breccia ideologica, e in tal misura tuttora acriticamente sostenuta da gran parte degli economisti in cattedra, quanto dai media.

La privatizzazione prima e la finanziarizzazione dopo, assunti dogmaticamente come obiettivi irrinunciabili per abbattere il debito, diventarono opinione comune e unica via da percorrere.

Dalle stesse privatizzazioni e cessioni aziendali furono raccolte poche briciole, ma l’aver escluso totalmente o parzialmente lo Stato dai beneficiari dei loro cospicui incassi, generò nel tempo ulteriore deficit.

Il più grave danno però fu determinato dal sottrarre il controllo politico, nell’equilibrio e nella sollecitazione di mercato, di questi attori economici di primo piano nel sistema economico nazionale ed internazionale.

In misura più banale è come se in famiglia, ci privassimo del mezzo grazie al quale riusciamo a sopravvivere, al fine di cercare di tamponare un debito contratto con alcuni componenti della famiglia medesima.

Un debito che, inevitabilmente, continuerà a crescere in assenza di questi strumenti, attraverso cui, in parte, era possibile coprire il fabbisogno dello Stato.

Il debito pubblico del nostro Paese, dai primi anni novanta ad oggi non ha subito alcuna inflessione, anzi è aumentato corposamente, nonostante le vendite delle ricche aziende di Stato, giacché quelle improduttive e deficitarie sono ancora a nostro carico, e solo una minima parte di esse è stata estinta.

La crescita del debito è avvenuta pur essendo intervenuti sulla contingentazione dei mezzi finanziari, disponibili presso tutti gli enti statali e locali, limitando al minimo interventi di manutenzione ordinaria e di sviluppo, fino a spingersi violentemente verso una contrazione del welfare.

Viceversa abbiamo riscontrato un carico finanziario crescente, diversamente da quanto ipotizzato e che in teoria avrebbe dovuto subire una inflessione, grazie al trasferimento degli oneri di quei servizi oggi trasformati in business per altre entità, non più statali.

Un fabbisogno cui la contingentazione imposta, avrebbe dovuto garantire la sua stabilità, se non il suo contrarsi in termini assoluti.

Le società di capitale, incluse quelle partecipate in misura minoritaria da Cdp e in alcuni casi dal ministero delle Finanze, grazie all’assegnazione di concessioni pluriennali, in monopolio o in abuso di posizione dominante, hanno attuato ristrutturazioni aziendali di pura matrice contabile, fino ad incidere negativamente sui servizi resi all’utente, al cittadino.

L’intervento primario agito da queste società, la cui attenzione principale è rivolta al mondo finanziario e azionario, è costituito da una grande spesa devoluta alla costruzione della loro immagine, per lo più irreale.

Per altro le stesse amministrazioni societarie, attraverso operazioni contabili e certificazioni al limite del lecito, hanno falsato e disatteso le reali condizioni delle strutture cui sono chiamate a esercire, in quanto missione principale definita nell’affidamento concessionario.

In tutti i casi o quasi, queste società sono state contraddistinte da una ambivalenza contrapposta, quella finanziaria, di cui al Cda, e i soggetti “tecnici”, che hanno cercato di garantire nell’ambito delle loro competenze e delle possibilità, la rispondenza industriale di tali servizi.

Laddove l’ambito tecnico non ha saputo o non si è voluto adeguare ad un’irragionevole gestione, è stato scalzato attraverso una “rigenerazione” delle strutture gerarchiche, con soggetti pienamente asserviti alle linee dei Cda, sul piano finanziario, quanto privi di reali cognizioni, sul piano tecnologico e di gestione.

Se noi dovessimo andare a rivisitare i piani industriali, gli interventi, le spese, gli errori che si nascondono nelle pieghe contabili, con gli occhi di chi possiede una conoscenza industriale delle società in esame, potremo cogliere la loro irragionevolezza ad origine dell’inefficienza derivante, se non del fallimento incombente.

Dopo trent’anni abbiamo sotto gli occhi il degradante fallimento di questa “pseudo-rivoluzione”, cui utili idioti hanno dato il via e altrettanti opportunisti hanno voluto accompagnare, in una condivisione del bottino prospettato.

Gli eventi attuali mostrano quale sia il grado di crisi e precarietà in cui grava il nostro Paese, sul piano dei servizi e delle infrastrutture.

Diversamente, nell’ambito dell’indebitamento individuale, i cittadini italiani, in media, che è sempre quella del pollo di Trilussa, non risulterebebro indebitati nella misura dei loro concittadini europei.

Questi ultimi, infatti, risultano oberati da debiti personali per far fronte ai servizi di welfare non più a carico dello Stato, consentendo così ai loro Paesi una limitazione del debito pubblico.

Un debito che trasferito sui singoli, ha la forza di limitarne libertà e possibilità d’azione, proiettandoli in una subordinazione totale, determinata dalla ricattabilità finanziaria di cui diviene vittima.

Anche per gli altri Paesi europei l’indebitamento dei singoli cittadini è una media per cui vale la regola del “pollo”, per cui il maggior onere è sempre a carico delle classi subalterne, cui la limitazione dei redditi opera a sfavore, riducendo ulteriormente la loro libertà.

Possiamo asserire che potremo restare parzialmente protetti e al riparo dal disastro finanziario ed economico, cui siamo inevitabilmente legati, fino a quando il welfare di Stato ottempererà al suo compito e il risparmio privato sarà al riparo da un’erosione pianificata.

I limiti di tutela del welfare, decisi in Parlamento, spostano il peso degli oneri finanziari dallo Stato sul singolo cittadino, non in modo proporzionale e ancor meno sopportabile.

Allo spostamento di questi limiti di tutela, dovrebbero dovuti corrispondere riduzioni di finanziamento, verso i soggetti economici che in origine assolvevano a tale compito.

Lo Stato o gli enti locali nel ridurre la spesa specifica ed alleggerire quella generale, dovrebbero determinare nel bilancio finale, una riduzione dell’indebitamento pubblico e del prelievo fiscale, quest’ultimo nella qualità di strumento di copertura del fabbisogno.

Nulla di tutto questo è avvenuto in trent’anni, se non una brutale riduzione delle tutele, cui il welfare fino ai primi anni novanta garantiva.

Abbiamo invece registrato un’impennata della pressione fiscale, unitamente alla crescita spasmodica del debito pubblico in valore assoluto.

Ovvero il fabbisogno di Stato è cresciuto a dismisura, nonostante un esplicito disimpegno del medesimo, nei confronti dei servizi per il cittadino.

La crescita della povertà e la riduzione della base imponibile, ha trasferito e acuito gli oneri dell’imponibile fiscale sui restanti soggetti attivi della popolazione.

Siamo di fronte ad una trasformazione economica e finanziaria fallimentare, che ha generato maggiori e crescenti povertà, senza sviluppare riduzione degli oneri per lo Stato, che sempre crescenti evidentemente prendono altre vie, non rispondenti ad economicità ed efficienza, ma a operazioni di saccheggio preordinate e accettate, se non pienamente legalizzate.

Operazioni che generano il divario sociale e inducono inevitabilmente ad un caos generale, non dissimile nella sostanza da quelli attraversati nel secolo passato, quando i detentori del capitale hanno spinto verso una depauperazione delle masse, blindato il potere politico e istituzionale in un regime totalitario.

In forme differenti, ma non dissimili, oggi stiamo attraversando l’ennesimo fallimento di un’aggressione capitalista, non più governata da una politica sociale e democratica, la cui effettiva espulsione dal governo dei popoli, non in termini formali, trova origine nell’assunzione di quel “verbo” travolgente, quale dogma ideologico, che è il pensiero unico della globalizzazione delle merci e delle finanze.

Maurizio Ciotola

La Sardegna, il gas e le sue infrastrutture. “il mancato impegno dello Stato e della Regione”. Di Maurizio Ciotola

Se dovessimo pensare in termini di mercato o valutare su una scala dei rendimenti economici, l’impegno dello Stato italiano per lo sviluppo di infrastrutture nell’Isola, probabilmente ci troveremo indietro di secoli.

Nella valutazione dello sviluppo di infrastrutture in Sardegna, tale approccio purtroppo è stato in parte seguito, in una combine di interessi che agevolano prezzolati “sostituti” a tempo, oramai incompatibili con il mercato aperto e l’ecosistema.

Quest’Isola non ha mai visto lo sviluppo di una rete ferroviaria, come neppure la realizzazione di una sua dorsale a doppio binario ed elettrificata.

Tuttora si trova di fronte ad una viabilità stradale incompleta e decadente, che ha visto il suo sviluppo nel dopoguerra, qualche incremento negli anni successivi e il decadimento nei recenti.

La stessa rete elettrica di distribuzione presenta carenze e una palpabile inefficienza, tant’è che al primo temporale, le disalimentazioni delle utenze periferiche assumono entità significative, cui gli indicatori quantitativi non evidenziano per l’esiguità dell’energia non fornita, pur riguardando molteplici piccole utenze.

Nonostante le millantate azioni della Regione nella precedente legislatura, che di quella attuale ancora non è dato conoscere, non abbiamo visto sorgere nessuna rete di ricarica per auto a trazione elettrica.

Vent’anni fa un certo numero di imprenditori e qualche intellettuale sparuto, parlavano e preconizzavano una rete di telecomunicazioni efficiente, per connettere il “fare” dell’Isola con il mondo.

Oggi siamo ancora in attesa del completamento della messa in funzione della fibra ottica posata nei centri urbani da Openfiber, avvenuta senza interessare le aree più periferiche della Regione, che restano escluse da tale servizio.

Negli anni ottanta e nei primi anni novanta, la Regione, o l’Ue, finanziavano la realizzazioni di reti elettriche negli agri irraggiungibili o non elettrificabili a costi accessibili, con lo scopo di favorire un ulteriore sviluppo delle aziende agrarie, in questo modo servite da questo bene primario.

Per quanto riguarda la rete idrica, realizzata negli anni con più consorzi, enti e società pubbliche, poi riunite sotto un’unica società per azioni qual è Abbanoa, abbiamo solo la fortuna che l’eccesso di precipitazioni riesce a contrastare le insufficienze dei bacini di raccolta e le mai attutite perdite nelle condotte.

In questa condizione marginale e precaria, la nostra Sardegna non vi è giunta per “caso” o perché ha dovuto subire un destino scritto nel cielo.

La politica regionale e dei suoi rappresentanti in Parlamento è stata, alternativamente, sprone e causa di questo delitto di arretratezza infrastrutturale, di cui la nostra Isola è vittima.

Ancora oggi non siamo riusciti a dare garanzia per un affidamento della continuità territoriale, su cui imprenditori e cittadini contano, per poter vivere e lavorare tra la Sardegna e il mondo.

Oggi ci troviamo di fronte al necessario phase out dal carbone, che ha come data limite il 2025.

In un Isola dove l’energia elettrica è prodotta in prevalenza da centrali a carbone, che assolvono i compiti di copertura del fabbisogno e di sicurezza elettrica, nessuno può pensare ad un loro spegnimento nel 2025, a causa di assenza di alternative.

Non esistono allo stato attuale tecnologie in grado di assolvere al compito di integrare la variabilità di produzione elettrica da fonti rinnovabili, eoliche e fotovoltaiche, sicuramente non nella misura dell’energia necessaria al contesto isolano.

Un ulteriore collegamento in HVDC, ovvero in corrente continua in alta tensione, con un cavo tra noi e la Penisola, assolverebbe parte delle esigenze, ma non certo al compito di una sicurezza effettiva, e soprattutto traslerebbe altrove gli oneri e gli utili delle necessarie produzioni di energia elettrica, su altre centrali della Penisola.

Certo ci vorrebbe una rete per il gas naturale, sicuramente la dorsale agognata e credo, senza sbagliarmi, che al posto degli impianti di gasificazione ipotizzati per le navi gasiere, sarebbe necessario un gasdotto diretto dal nord africa o dalla stessa Sicilia, in luogo del cavo elettrico o se volete insieme ad esso.

Sicuramente è necessario rendere appetibile la conversione a gas delle centrali del Sulcis e di Fiumesanto, ancora oggi dichiarate essenziali da Terna.

Ovviamente se ancora una volta dovessimo ricadere nella scelta necessaria, avvalendoci di una valutazione sull’ipotetico fabbisogno degli utilizzatori del gas naturale, di cui imprese e civili, probabilmente non riterremmo opportuna la spesa necessaria, per la realizzazione di tale opera primaria.

E del resto non faremmo che allinearci all’inerzia e alle non scelte, cui negli anni la scelleratezza di una classe dirigente, accettata dalla maggioranza dei sardi e dall’intero Paese, ha imposto perseguendo obiettivi personali.

A noi non serve solo un nuovo cavo elettrico attraverso cui ottemperare al phase out dal carbone, ma più connessioni attraverso più cavi elettrici rispetto agli esistenti e almeno un gasdotto, con cui tenere in piedi un’economia industriale.

Perché non dobbiamo e non possiamo essere solo utenti passivi, ma anche e soprattutto produttori attivi.

Usando esempi più comprensibili, non abbiamo necessità del “pesce”, ma della canna da pesca con cui procurarci il pescato in ogni momento, e in misura maggiore quando nessuno è disposto a fornircelo.

Non possiamo garantire dei monopoli cui il Gpl (gas petrolifero liquefatto) è oggi detentore attraverso i suoi produttori, che alterano il prezzo finale dal 20 al 30% in più rispetto alla media nazionale.

Parimenti non è pensabile assolvere al fabbisogno energetico dell’utenza elettrica, attraverso un unico produttore, che consente di coprire l’80% del fabbisogno, attraverso la marcia serrata di una centrale elettrica, garantita da una fonte primaria pagata come se fosse una rinnovabile, ma generata dallo scarto di raffinazione del petrolio, e non soggetta al mercato elettrico giornaliero, come se essa stessa fosse una fonte eolica o fotovoltaica.

Ovvero dobbiamo incentrare uno sviluppo su una parziale capacità di autonomia energetica, sul piano della produzione, con una diversificazione delle fonti primarie e dei soggetti fornitori, da sempre concetto base e strategico per la sopravvivenza di qualsiasi comunità.

Altresì sarebbe auspicabile che la politica di questa Regione, come quella nazionale, riesca a prendere decisioni in autonomia rispetto alle potenti lobby locali e nazionali, che per troppo tempo hanno determinato, direttamente o indirettamente, scelte improbabili per le specifiche peculiarità dell’Isola.

Maurizio Ciotola

Mose, corruzione e inefficienza nell'intero Paese. Di Maurizio Ciotola

Oggi è necessario partire dal MOSE di Venezia, per parlare dell’inadeguatezza di un Paese in cui amministrazione, scienza e politica riescono a trovare un sodalizio nella corruzione e soprattutto nell’inazione. Ma il Mose, progettato nel 1988, approvato nel 1992, ha visto la sua cosiddetta prima pietra nel 2003, con un governo nazionale, regionale e comunale di centrodestra. Nel 2019, dopo oltre 5 MLD di euro spesi, comprese le tangenti, la struttura che a regime avrà costi di manutenzione da capogiro, presenta delle serissime problematiche tecniche, dalle quali qualunque uomo di mare avrebbe saputo metterci in guardia.

Venezia, meraviglia senza pari, è una città costruita su un arcipelago, cui i Dogi nel XVIII° secolo seppero preservare dal divenire terra ferma, deviando i corsi dei fiumi per impedire l’apporto di sabbia e detriti, che altrimenti avrebbero colmato i canali.

Venezia è però uno dei tanti casi cui il degrado e l’incapacità di preservare i capolavori artistici e architettonici, deriva dalla tendenza umana, accentuatissima nel nostro Paese, di dilapidare i finanziamenti tesi a preservare tali bellezze.

Una dilapidazione che come abbiamo accennato trova ovunque, seppur non sempre, sul territorio nazionale soggetti istituzionali, imprenditoriali e professionisti della scienza, coalizzati nell’abbeverarsi al flusso ininterrotto dei finanziamenti, senza attuarne il fine.

Oltre trent’anni fa su Videolina andava in onda un programma, che metteva a nudo le incompiute della città di Cagliari e non solo. Negli anni successivi altri network televisivi nazionali, hanno compiuto approfondite indagini sulle molteplici incompiute sul territorio italiano. Nella maggior parte dei casi la sospensione della loro realizzazione è legata a fatti di corruttela e conseguente prosciugamento dei fondi, cha abbiamo il dovere di affermare essere un’abitudine corrente nel Paese di cui ci dichiariamo cittadini.

In Sardegna le incompiute e le mancate messe in sicurezza, per insufficienza delle risorse, troppo spesso a causa della moltiplicazione dei costi, mettono a rischio vite, strutture, lavoro e ambiente. È dell’anno passato lo sfaldamento di un ponte della ss 195, che per un eccesso delle precipitazioni e l’esondazione del rio S.Lucia, è venuto giù come una struttura di cartone. Ancora dobbiamo comprendere e fare luce sui tratti sotto inchiesta della nuova ss 554, in cui, come nel precedente fatto, l’Anas ha provveduto celermente al suo ripristino in una ulteriore moltiplicazione dei costi.

Esistono dighe mai collaudate, incomplete, come quella di Torpé, che costituisce un continuo pericolo per i paesi a valle, come ricordiamo dall’alluvione del 2013. C’è la strada statale 131, Carlo Felice, che è sempre in costruzione senza mai esser terminata, tant’è che la parte nord, quella più vicina a Sassari è ancora identica a com’era trent’anni fa, con incroci e svincoli che tagliano il transito nell’opposto senso di marcia. Della SS 131 i costi dell’asfalto, che sempre nel tratto più a nord presentano condizioni di pericolo, sono equiparabili a quelli di una pavimentazione costituita in lamine d’oro.

la Corte dei Conti ogni anno segnala le dubbie e onerose gestioni dei comuni dell’Isola, che nel contenimento di risorse disponibili, non sono in grado di far coincidere efficienza ed economicità nella loro gestione amministrativa.

È un Paese malato, non solo al Sud e nelle Isole, dove l’inefficienza non è comparabile con il nord del Paese, ma ovunque vi sia una voce di spesa disponibile.Non è possibile pensare di moltiplicare il numero di magistrati e delle forze dell’ordine, per tenere a bada la dilagante e mai arrestata corruzione, su cui sembra si consolidi la cultura dell’intero Paese, o gran parte di esso. Non è pensabile spendere nelle emergenze 4 volte tanto quanto dovrebbe esser speso nella prevenzione e messa in sicurezza del territorio. Non è accettabile una continua moltiplicazione delle imposte dirette e indirette, per far fronte a questo fiume in piena, rappresentato dalla corruzione e dall’incapacità. Ancora una volta dobbiamo comprendere e prendere atto della necessità di investire in educazione nelle scuole e nell’università.

Certo, esigere il rispetto delle regole esistenti, la cui ulteriore complicazione però, agevola chi è uso disconoscerle e ostacola chi le rispetta.

Non è possibile sbattere tutti i rei in carcere, perché esso così com’è non avrebbe nessun effetto rieducativo, tutt’altro.

Anche per questo è necessario riformare il carcere e rendere effettive le condanne, attraverso cui operare una rieducazione adeguata al reato commesso.

Dovremmo denunciare ed impedire le irregolarità nelle gestioni della “cosa” pubblica, divenendo parte attiva.

perché l’indifferenza rappresenta una complicità attraverso cui si consente questo disastro, di cui siamo certamente vittime, quanto attori passivi e troppo spesso consnsienti.

Maurizio Ciotola

Il razzismo e la sua recente genesi. Di Maurizio Ciotola

Il razzismo non è solo una cosa seria, ma un atteggiamento preoccupante che sta permeando la nostra società.

Oramai manifestato in modo esplicito, quanto espresso nelle forme più indirette, da una società che senza più ideologie sociali e idee politiche, ha ripiegato violentemente su una sua gestione contabile.

I fatti isolati, a cui tanti attribuiscono marginalità culturale, sembrano essere invece preponderanti e non più sopportabili.

Non si è giunti per caso e in breve a questa affermazione razzista, esplicita nel contesto nazionale ed europeo, quanto in quello statunitense, dove non ha mai cessato di esserlo.

I venticinque anni di politica ordita in Italia da banditi trasversali, il cui obiettivo è stato ed è solo l’assalto alla diligenza, senza alcuna visione d’insieme e prospettica, non potevano che condurre il Paese allo sbando, alla guerriglia reazionaria.

La povertà intellettuale cui i prezzolati opinionisti e politologi, hanno reso disponibile sul versante mediatico e universitario, ha indicato in questi anni una linea da cui è stato partorito il nulla, il disastro.

Non devono preoccuparci più di tanto le bestialità presenti sui social network, quanto le dottrine insignificanti e vuote, che hanno tenuto banco in questi trent’anni da sedi istituzionali, orientando la società verso la povertà civile, di cui oggi paghiamo gli effetti.

Com’è possibile che dopo trent’anni in cui l’Istruzione del Paese è cresciuta, come testimoniano le “patenti” riconosciute nei veri livelli della scuola e dell’università, si è giunti a questo degrado culturale?

Perché, sui media, sulla carta stampata e sui canali televisivi, vi è una becera rincorsa ad esaltare o volgarizzare argomenti della cronaca, che diversamente dovrebbero impegnare gli stessi soggetti con indagini approfondite, senza assumere posizioni di deleteria parzialità.

Nessuno ricorda qui a Cagliari eventuali insulti verso i giocatori di colore come Nené o Uribe, e tanto meno verso altri giocatori di squadre avversarie, diversamente da quanto accade oggi al S.Elia, come in quelle arene di violenza che sono divenute i campi di calcio, a discapito dello sport e degli sportivi.

A Cagliari come nell’intera Sardegna il razzismo ha assunto le dimensioni non dissimili da quello che registriamo in altre parti del Paese, di cui le notizie eccedono o di cui la cronaca tace.

Negli anni dopo la seconda guerra mondiale fino alla fine dei blocchi contrapposti, comunismo/capitalismo, siamo cresciuti con l’idea dell’Universalismo dei popoli, verso cui l’intera società avrebbe dovuto tendere.

La Storia non finì nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino, come ipotizzò Fukuyama, ma da quel momento la Storia, ahi noi, in una consapevolezza sociale superiore ed incomparabile rispetto ai secoli precedenti, ha inspiegabilmente cessato di rappresentare un monito.

La consapevolezza della forte tensione esistente tra quell’area radicalmente fascista della classe dominante e quella illuminata, che in quegli anni prendeva forma e si inseriva organicamente nella struttura dello Stato, era allora evidente ai tanti intellettuali, politici e giornalisti.

Tra essi il più grande, che pagò con la vita, fu Pier Paolo Pasolini, riuscendo a evidenziare le linee su cui operava quel fascismo mascherato, nell’ambito della società liberale e capitalista.

La socialdemocrazia riformista, di matrice laica di cui il Psi, il Pci, i Radicali, i repubblicani e una consistente parte della stessa Dc, furono portatori, contrastò la macelleria sociale, che per assurdo fu possibile solo dopo la fine dell’Unione Sovietica.

Una macelleria in cui il razzismo e l’emarginazione assume oggi, caratteri e dimensioni preponderanti in virtù della differenza del ceto sociale.

Un “negro povero” è differente da un nero ricco e di successo, così come per qualsiasi altro soggetto che presenta differenze rispetto al clan di cui siamo parte, almeno fino a quando usufruiamo del reddito che lo permette.

Il mondo dell’istruzione, istituzionalmente riconosciuto, è stato impoverito dai contenuti e caricato di nozionismi, attuando due operazioni “contabili”, la prima attinente allo specifico termine economico, la seconda orientata ad impoverire la consapevolezza dello studente, del cittadino di domani.

L’Università, nel vivere nella sua isola intellettuale, in un feudo illiberale, senza mai ricercare la continuità con i percorsi dell’istruzione superiore, ha preferito accrescere il suo potere di casta all’interno delle istituzioni, nell’indifferenza del risultato finale cui avrebbe dovuto mirare, almeno sul piano sociale.

Possiamo recuperare, forse siamo ancora in tempo a evitare un triste e pericolosissimo traguardo, che nei termini macroscopici non sarà differente da quelli altrettanto disastrosi, che ci hanno preceduti nei decenni passati e di cui la Storia narra.

Dobbiamo cambiar passo, ovunque, in qualsiasi ambito, per aprirci al dialogo piuttosto che allo scontro.

E’necessario osteggiare la violenta affermazione di un modello e un’idea, quando questa c’è, che operi una recisione sociale e più banalmente, evitare di votarsi al successo mediatico con affermazioni ad effetto, prive di razionalità positiva in un ambito condiviso.

Ecco, siamo nel mezzo di un mondo apparentemente guidato da affermazioni ad effetto, che di fatto costituiscono l’elemento attraverso cui catturare il consenso, al fine di legittimare le azioni messe in campo sotto dettatura reazionaria.

Dovremmo spiegare come è stato possibile tale degrado culturale, in un contesto istruttivo più elevato, almeno rispetto a quello che fu negli anni venti e trenta del secolo passato, in cui hanno attecchito i fascismi conosciuti.

E qui si aprirebbe un capitolo importante dal quale, in quanto a responsabilità, nessun soggetto istituzionale, culturale, soprattutto politico e mediatico, potrebbe chiamarsi fuori.

Maurizio Ciotola

I giovani pusher, le istituzioni e la cecità politica. Di Maurizio Ciotola

Tra gli anni settanta e ottanta abbiamo visto più generazioni decimate dagli stupefacenti, nelle metropoli di un Occidente in rampante crescita.

Durante quella crescita economica, accompagnata da una legislazione carente ed un’istruzione deficitaria, la società Occidentale, Italiana nello specifico, ha dovuto affrontare cambiamenti e ostacoli, cui le forze individuali e la coesione sociale, là dove esisteva, hanno impedito disastri socioeconomici di ampia portata.

In quegli anni la sinistra, quanto il mondo del volontariato, dal profilo prettamente cattolico, cercarono di analizzare le cause e le motivazioni di una deriva sociale, giovanile, per la quale l’utilizzo degli stupefacenti costituiva una via di fuga.

La moneta circolante e il commercio illegale delle droghe, prima fra tutte l’eroina, l’LSD, la cocaina per i più benestanti, costituirono un contesto favorevole attraverso cui più generazioni furono falcidiate, non diversamente da quanto fu tristemente possibile in altrettanti conflitti bellici.

Le droghe, ritenute “leggere”, marijuana e hascisc, erano e sono avversate in ugual misura a quelle prima enunciate, la cui dipendenza conduce verso un tunnel senza uscita.

Sappiamo tutti, scienziati e non, che le cosiddette droghe leggere non inducono danni superiori o differenti a quelli generati dall’uso di alcolici, superalcolici e sigarette, cui i principi attivi determinano dipendenza e morte, diversamente dalla cannabis e dall’hascisc. Non affronteremo questa spinosa distinzione, di cui dovremmo oramai aver chiari gli estremi, per una decisione volta alla liberalizzione delle droghe “leggere”, non diversamente da quanto avviene per la vendita di alcolici, superalcolici e sigarette, su cui lo Stato impone il controllo e il dazio. È invece nostra intenzione comprendere quanto avviene nei luoghi di aggregazione sociale, tra cui le scuole, ove la distribuzione e lo smercio di queste droghe leggere è oggi sotto i fari attenti dei media, pur essendo rimasto immutato negli anni il tenore del loro consumo.

In merito a quanto è avvenuto nella città di Cagliari, dove un ragazzo minorenne è stato denunciato e arrestato perché operava da pusher all’interno di un istituto, non avremmo dovuto meravigliarci di ciò che è sempre avvenuto negli istituti scolastici del Paese e della nostra Regione.

Diversamente avremmo dovuto elogiare i ragazzi che, prontamente, attraverso uno strumento come youpol, hanno voluto e saputo denunciare il pusher.

Il nodo della legalizzazione è alla base di questo smercio e della proliferazione di un tessuto di malviventi, di organizzazioni mafiose che sembrano avere una grande influenza sul legislatore.

Una politica intenta a giustificare l’intransigenza, per coprire la sua dipendenza con le società mafiose, non costituisce un esempio di legalità per la società e le giovani generazioni.

È vero che nelle scuole verranno avviati progetti per accrescere il senso di comprensione, sull’effetto dell’assunzione degli stupefacenti, ma questi dovrebbero essere incentrati sulle cause che conducono alla loro assunzione, quanto sulle alterazioni letali, cui una dipendenza prolungata e irreversibile genera.

Non è possibile proporre progetti incentrati sulla ipotesi di legalità in merito all’utilizzo degli stupefacenti, tutti raggruppati nella loro diversità e, negli effetti, in una categoria da avversare totut court. Una legalità/illegalità che non trovando un tessuto condiviso nelle democrazie Occidentali, verso cui i nostri ragazzi sono attenti, diviene inconsistente, se non irrisa dai tanti che ne fanno uso e che si apprestano a farlo.

Il confine della legalità/illegalità non può costituire un metro, per avviare progetti con cui rendere consapevoli i nostri ragazzi sull’utilizzo degli stupefacenti.

Dovremmo avere il coraggio di sviluppare progetti aperti, in cui le Forze dell’ordine non entrino a farne parte, almeno in modo visibile attraverso una presenza, che il più delle volte assume i caratteri della coercizione indotta, più che della comprensione.

In una società in cui gli esclusi e coloro che sembrano privati di un futuro, costituiscono un’entità sempre più consistente, la malavita organizzata trova più facilmente adepti e consumatori. La consapevolezza generata da un’istruzione, adeguata e allargata, può costituire un antidoto efficace, unitamente alla disposizione dello Stato verso una redistribuzione dei redditi e rivitalizzazione dei servizi sociali.

Non sarà certo attraverso l’istituzione di “sceriffi” negli istituti scolastici o alla presenza asfissiante delle forze dell’ordine, che riusciremo ad allontanare la società e soprattutto le giovani generazioni, da una deriva cui molti di loro si stanno predisponendo. E men che meno sarà quella “tolleranza zero”, rispetto ad un confine labile e a volte privo di ragione giustificativa, che garantirà i nostri ragazzi dallo scivolare su un versante di cui non conoscono i confini scientifici.

Maurizio Ciotola

l’Assessore Giovanni Chessa, il buon senso e la modifica della prassi. Di Maurizio Ciotola

Ogni anno l’Assessorato al Turismo, Artigianato e Commercio, già dal 1955 e in conformità con quanto previsto dalla legge 7/55, assegna risorse finanziarie utili allo sviluppo delle attività turistiche della Regione.

Quest’anno il nuovo assessore responsabile, Giovanni Chessa, si è insediato a bando già deliberato e pubblicato dalla precedente giunta regionale, guidata da Francesco Pigliaru.

Tutto nella norma, almeno apparentemente, se non fosse che dei 7,6 milioni di euro - di cui poco meno di 5 risultano vincolati ai Grandi eventi - risultano ampiamente insufficienti a finanziare le istanze ammesse.

I requisiti fissati per l’ammissione e la condizione di vincolare oltre il 60% delle risorse disponibili, non ha previsto una soglia di ammissibilità in funzione delle risorse assegnate.

Delle 511 istanze presentate, 381 sono state ammesse al finanziamento ma nei fatti non risultano finanziabili a causa dell’assenza di una copertura adeguata.

Una incongruenza alquanto strana e poco edificante per la giunta regionale precedente, che ha deliberato il bando, vista la presenza di tecnici le cui indubbie visioni economiche, si sono mostrate prive delle opportune attenzioni contabili.

Le 381 istanze relative agli eventi ammessi, comportano un fabbisogno complessivo di oltre 14 milioni di euro, che risultano essere quasi il doppio delle risorse impegnate per delibera dalla giunta Pigliaru, a valere sulla Legge 7/55 per l’anno in corso.

Aspetto che esclude dal finanziamento, per indisponibilità delle risorse, 233 istanze legate a corrispettivi eventi.

L’ammissione delle 381 istanze ha creato aspettative legittime, per le quali però non sono stati posti i paletti e i criteri affinché potessero essere soddisfatte.

Un dilettantismo che, oltre a mettere in difficoltà l’Assessorato, rischia di trascinare sul baratro i tanti operatori, che hanno iniziato ad avviare i progetti relativi agli eventi ammessi.

Associazioni culturali che potrebbero, entro determinati criteri di esercizio commerciale, dichiarare il fallimento, con tutto ciò che consegue sul piano umano.

L’incontro tra l’Assessore Chessa e alcuni rappresentanti delle associazioni, ha avuto un prezioso carattere interlocutorio, dal quale attraverso il buon senso, sono scaturiti alcuni impegni sul breve e lungo termine.

Tra questi, la convocazione di un’ulteriore incontro, per definire lo stato di avanzamento della ricognizione, avviata allo scopo di reperire le risorse mancanti.

L’Assessore Chessa ha anche ribadito la necessità di riscrivere - adottando una prassi che lui intende consolidare per tutto il suo mandato - il modus operandi del suo assessorato, attraverso la condivisione degli intenti con le associazioni medesime.

L’impegno attraverso cui l’Assessorato procederà al recupero dei quasi 6,5 milioni mancanti, sarà accompagnato dalla definizione dei nuovi criteri di ammissibilità e finanziamento per il bando del prossimo anno.

In conclusione ricordiamo che, la L.7/55 ha lo scopo di tenere in vita grandi e piccoli eventi, la cui organicità sul territorio consente alla nostra Regione di offrire un’attrattiva significativa sul piano culturale e turistico, nonché una memoria tangibile su quello antropologico ed identitario.

Ben venga quindi l’integrazione delle risorse mancanti, cui l’Assessore Chessa si è impegnato, perché il finanziamento di questi eventi, oltre alla loro indubbia valenza culturale, è parte significativa di un progetto più ampio, integrato sul piano organico dell’economia isolana in necessaria trasformazione.

Maurizio Ciotola

Sardegna hub elettrico nel Mediterraneo, tra Europa e Nord Africa. Di Maurizio Ciotola

Siamo certi e sicuri che l’idea di interconnessione elettrica, attraverso un cavo in corrente continua ad alta tensione (HVDC) tra la Sardegna e la Sicilia, non sia un’idea campata per aria.

Parimenti siamo convinti che gli studi sviluppati in merito a questa specifica interconnessione, piuttosto che ad altre, tese ad unire ulteriori aree del mercato elettrico, abbia una sua ragione.

Proviamo però ad analizzare la tematica e la scelta ipotizzata, sul collegamento Sardegna-Sicilia, in termini di soddisfazione delle esigenze energetiche per la Sardegna.

Se la nostra Isola presenta, come i dati indicano, un fabbisogno elettrico nei momenti e nei periodi di maggior richiesta, di circa 1500 MW, è pur vero che sottraendo il contributo delle centrali a carbone esistenti(c.ca 1000 MW), questo fabbisogno dovrà comunque essere sempre soddisfatto.

Tenendo conto della potenziale produzione eolica, legata ad aspetti non programmabili e non continui, alla produzione con il fotovoltaico, legata alle ore diurne, e ad una non contemporaneità di produzione delle quattro unità di produzione a carbone presenti in Sardegna, è altresì vero che, lo spegnimento di queste ultime centrali, darà origine ad un deficit di produzione e di sicurezza.

Ovvero, il cavo di collegamento con la Sicilia, cui si attribuiscono le motivazioni al necessario phase out dal carbone per la Sardegna, sopperirà sul piano energetico e della sicurezza alla mancata produzione delle centrali spente a tal proposito.

Ovvero l’energia non prodotta in Sardegna, per la soppressione delle centrali oggi esistenti, verrà importata attraverso il cavo Sicilia - Sardegna, unitamente agli altri due esistenti (Sacoi e SaPei).

Nei fatti, in Sardegna, ci troveremo a sopprimere quattro unità di produzione, con relativo indotto e personale altamente qualificato in esse operante, per consentire altrove, in altre parti del Paese o dell’Europa, un’identica produzione energetica, una analoga occupazione lavorativa, con rendimenti più elevati per i produttori e perdite energetiche a carico della collettività più elevate.

Nello specifico, la scelta paventata dai sostenitori di tale interconnessione, che grava interamente sulla collettività e sugli oneri di trasporto, pagati con le bollette degli utenti, consentirà ad alti produttori fuori dalla Sardegna, di vendere l’energia elettrica necessaria per l’Isola.

Una scelta che di fatto consentirebbe a questi produttori presenti nella Penisola, già dotati di infrastrutture primarie quali la rete del gas naturale, di subentrare senza costi sul mercato isolano, con vantaggi garantiti da oneri a carico di tutti gli utenti e dei cittadini contribuenti, sardi compresi.

Una soluzione inversa a quella cui la nostra Costituzione si ispira, ovvero abbattere gli ostacoli per lo sviluppo, la dove questi lo impediscono.

Potrebbe essere una soluzione accettabile, quella relativa all’interconssione con la Sicilia, solo se le strutture primarie del gas fossero esistenti e disponibili in Sardegna, per una opportuna conversione delle centrali elettriche a carbone esistenti.

Così da poter garantire, in regime di “concorrenza”, una identica produzione elettrica esportabile a copertura del fabbisogno nazionale, e non solo.

L’Italia presenta interconnessioni elettriche con i mercati internazionali, quello europeo in primis, ma non sviluppa e non sembra sviluppare progetti per un collegamento con i mercati del nord Africa, direttamente affacciati al nostro, sull’altra sponda del Mediterraneo.

Per altro il nord Africa sta attraversando un periodo di instabilità ed esclusione, cui tanta parte ha determinato e determinano le modalità di scambio commerciale, avviate tra l’Occidente sviluppato e questi Paesi, con cui nei fatti blocchiamo lo sviluppo.

Un collegamento con il nord Africa, dalla Sardegna che è già connessa elettricamente con il centro e il nord della Penisola, garantirebbe in senso stretto esigenze contemporanee e globali.

Una sarebbe quella per cui oggi è ipotizzata la connessione con la Sicilia, ovvero la copertura dell’energia che verrebbe a mancare con la fermata delle centrali a carbone.

Che detta così e limitata a queste poche parole, ad una visione del dare/avere, non offrirebbe motivi di garanzia ulteriori rispetto allo stesso collegamento ipotizzato con la Sicilia.

Ma la posa di un cavo comporta dei lavori estesi, per cui in concomitanza si possono agevolare altre operazioni; tra esse la posa di una pipe-line per il gas, con l’ipotesi di reprimere l’idea malsana ed anti-ecologica, cui darebbe vita il transito inquinante delle navi gasiere.

Pensiamo ad una rinascita del Galsi? forse, ma non solo.

Perché in un’ottica di stabilizzazione internazionale, tutto ciò che contribuisce ad unire le sponde dei mercati economici e quindi politici, presenta ulteriori vantaggi socio economici indirettamente riflessi.

Oltre che ad agevolare lo sviluppo di Paesi in difficili condizioni sociali ed economiche, tale soluzione non avrebbe, come sappiamo, un solo e semplice tornaconto diretto per il nostro Paese, per l’Europa e per la Sardegna.

Lo sviluppo della Sardegna come hub elettrico nel Mediterraneo, consentirebbe ad assorbire le professionalità in esubero presso le centrali a carbone dismesse, e nel contempo permetterebbe un esercizio della stessa rete elettrica e di questo auspicabile nodo di interconnessione nel Mediterraneo, tra Nord Africa ed Europa, offrendo occupazione ad altissima professionalità per l’Isola medesima.

La stessa produzione energetica dalle sponde del nord Africa, avverrebbe compatibilmente con le esigenze ambientali, tra cui il fotovoltaico e il solare termodinamico, su cui l’Eni sta investendo il suo futuro in alternativa agli idrocarburi.

O il collegamento Sardegna - Sicilia, visto in un’ottica più ampia e meno tecnica, costituisce una “pezza” molto costosa e priva di respiro, se non addirittura in opposizione allo sviluppo per la Sardegna medesima.

Un collegamento, che potrebbe aver senso solo e solo se integrato, in seconda battuta, con le ipotesi di sviluppo della Sardegna quale hub elettrico tra Europa e nord Africa.

La nostra Isola già oggi presenta le caratteristiche per essere un hub elettrico tra due continenti e le sponde opposte nel Mediterraneo della stessa Europa, offrendo vantaggi economici e di opportunità, superiori a qualunque altra ipotetica ubicazione regionale prevista a tale scopo.

Maurizio Ciotola

Il popolo curdo, il diritto internazionale e la sua parametrazione commerciale. Di Maurizio Ciotola

Non sappiamo quali sono stati gli scambi e gli accordi tra gli Stati Uniti di Trump, la Turchia di Erdogan, la Siria di Bashar al-Assad e la Russia di Putin.

Non abbiamo compreso qual è la voce in capitolo dell’Ue o dei singoli Paesi della stessa, asserviti al patto Nato.

Certo è che in questo “mondo” condiviso, sul piano degli interessi economici, degli scambi miliardari e degli insediamenti produttivi incentrati sullo sfruttamento, qualsiasi accordo è quasi sempre al di sopra del diritto internazionale.

E se questo diviene inconsistente, di fronte alla prepotenza armata, nei confronti di quelli che sono ancora definiti Stati/nazione, è evidente che la certezza del suo rispetto, per le piccole enclave di popoli, ai margini di quegli stessi Stati, è praticamente inesistente.

La popolazione curda al Nord della Siria, in quella fascia di rispetto artificiosamente e militarmente definita, delimitata a sud dall’Eufrate e ad est dall’Iraq e a nord dalla Turchia, è oggi carne da macello e merce di scambio.

Ma un curdo-siriano, per la comunità internazionale, per l’Onu, per la Nato, per l’Ue, pesa nella misura in cui una eventuale contrapposizione all’operato di Erdogan non inficia i ricchissimi rapporti commerciali con la medesima Turchia.

L’esposizione apparente di Stati come l’Italia e la Francia di fronte all’aggressione turca, non comprometterà di una virgola il rapporto commerciale esistente, per la teatralità burlesca con cui queste azioni oramai sono messe in campo.

La grande enfasi trasferita sul circuito mediatico, ha lo scopo di sedare gli animi e le proteste nei rispettivi Paesi, temporeggiare in una sorta di mediazione, di cui non si vuole vedere l’inizio, se non dopo la conclusione dell’operazione bellica in atto.

Del resto, la Turchia di Erdogan, che fa parte della Nato e acquista armi dalla Russia, non avrebbe potuto compiere un solo passo oltre il suo confine senza il consenso condiviso di Usa e Russia.

L’Ue, se esiste una parvenza istituzionale di questa organizzazione, è imbrigliata nel suo agire dal ferreo patto rinnovato anni addietro nella Nato, in quell’organizzazione che non aveva più senso di esistere, dopo la caduta dell’Urss e del patto di Varsavia.

La Nato ha impedito la nascita di un corpo militare paneuropeo, figliato dall’Ue, allo scopo di rendere impossibile la costituzione politica dell’Ue stessa, ma soprattutto per vincolare a degli standard militari i Paesi dell’Unione europea.

Standard attraverso cui veicolare miliardi di euro e dollari, nei confronti dei produttori di armamenti statunitensi, garantendone i profitti miliardari, cui la caduta del Muro sembrò incrinare.

Ogni minuto che passa computa un enorme impiego di armamenti il cui agire determina morti e distruzione, di entità decisamente superiore a quelle che, ahì noi, abbiamo avuto modo di registrare per mano di qualche delinquente invasato, nelle piazze e nelle vie delle nostre capitali occidentali.

Le abbiamo chiamate stragi, a Parigi, a Londra, a Madrid, e ovviamente a New York. non potevamo giustamente chiamarle diversamente.

Non possiamo chiamare stragi i conflitti esistenti in Siria, nello Yemen, in Libia, e oggi in quell’area cuscinetto popolata dalla popolazione curda in Siria.

No queste azioni, in una giusta parametrazione “contabile” delle morti e delle distruzioni, non possono essere classificate come stragi, ma come azioni di distruzione bellica e di pulizia etnica.

Azioni e interventi per cui, coloro che li compiono dovrebbero sedersi di fronte alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, istituita oltre vent’anni fa a Roma.

Ma il diritto internazionale di cui si chiede conto in simili tribunali è divenuto lettera morta, privo di efficacia ed effetto, se non supportato dalla forza, che in questo momento è in capo a chi procura le maggiori oppressioni e devastazioni.

E' quella stessa forza che agisce indisturbata in una rete di connessioni economiche, che per la loro sopravvivenza non concedono spazio ai diritti, men che meno a qualsiasi principio sociale.

Le migliaia di morti tra militari e civili, generati da questi conflitti, se è pur vero che destano una minima attenzione sul piano mediatico, risultano essere ininfluenti, se non convergenti con gli accordi commerciali intrapresi, in una mutua dipendenza tra Paesi.

Le morti tra la popolazione curda aumenteranno nei prossimi giorni e probabilmente, prima dell’avvio dell’offensiva turca, alcuni esponenti istituzionali seduti ad un tavolo condiviso, hanno pragmaticamente quantificato il numero delle vittime, gli effetti delle distruzioni, e gli impegni per la ricostruzione in una diversificazione etnica dell’area medesima.

Non sappiamo se questa pulizia etnica è stata concessa ad Erdogan, affinché quest’ultimo si rafforzasse politicamente nel suo Paese, o se ha lo scopo di presidiare una fascia permeabile tra Siria ed Iraq, con fini di dominio geopolitico, incentrati sul contenimento dell’Iran in un corridoio collaudato.

Forse per entrambe le esigenze.

Certo è che la popolazione Curda, di cui abbiamo avuto modo di conoscere la storia e gli atti contemporanei, contro un terrorismo illiberale ed efferato, è di fronte ad una vile azione condivisa dalla politica internazionale.

Altresì accettata nella sua viltà dagli usi di quella stessa popolazione occidentale, idealmente illuminata, ma che nella pratica quotidiana vive nell’indifferenza, allo scopo di asservire le sue irrinunciabili esigenze.

Maurizio Ciotola

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