Sanità. La bufera su Arru non accenna a diminuire. Di Antonello Lai

Dopo il veto da parte del nuovo Governo rispetto alla bocciatura della rete ospedaliera, l'opposizione lancia i suoi strali all'indirizzo dell'intera Giunta Regionale, rea di aver distrutto la sanità nell'isola attraverso anche l'istituzione dell'ATS, "un carrozzone - secondo il vice presidente della commissione sanità (il forzista Tocco)- che non avrebbe cambiato né le sorti del settore, tantomeno la riorganizzazione di tutto il settore, senza né capo né coda". Sempre secondo l'opposizione il piano della Giunta Pigliaru avrebbe prodotto invece la riduzione dei servizi nei piccoli ospedali, contribuendo alla scomparsa di strutture complesse ma integrate nel territorio. La sanità sarda sarebbe quindi, secondo l'opposizione, una ragnatela di nuovi dipartimenti e strutture in contraddizione alla normativa. Il governatore Pigliaru difende strettamente l'operato di Luigi Arru. "Il ministero - dice Pigliaru - ci ha sempre chiesto di chiudere i piccoli ospedali e di tagliare i servizi. Noi non ci siamo stati a questa logica - prosegue - e nel rispetto del Decreto Ministeriale 70, si è riusciti a salvare alcuni ospedali indispensabili". Contrattacca anche l'Udc Rubiu, che punta il dito sulla bocciatura della riforma varata dalla Giunta di centro sinistra. Rubiu va giù duro: "è il più grande pasticcio politico della legislatura, con una confusione ed un disordine senza precedenti" e prosegue: "un riordino, quello della sanità sarda, che pone rilievi di legittimità su una normativa contestata da minoranza, sindaci e territori. Secondo Rubiu il governo sardo avrebbe applicato questa riorganizzazione senza l'avvallo del ministero con arroganza e incompetenza, assegnando nomine ai primari, assumendo nuovo personale e dando nuovi incarichi. Per paolo Truzzu di Fratelli d'Italia, sono necessarie le dimissioni in tronco dell'assessore Arru. Avrebbe mentito a tutti i sardi, asserendo che la bocciatura sarebbe arrivata dal nuovo governo, mentre i rilievi arrivano da ben prima che Conte si fosse insediato. L'assessore Arru intanto si difende come può: sottolinea i successi dell'elisoccorso, anche se ammette che la rete delle ambulanze ha parecchie falle, parla di una razionalizzazione degli interventi per cercare di ottimizzare i fondi a disposizione e fa comprendere che è meglio puntare sui servizi d'eccellenza, piuttosto che garantire posti letto spesso - a parere suo - vuoti e inutili. Arru sa bene che il suo assessorato è in pericolo. D'altra parte è quello più appetibile per la gestione del denaro pubblico e fa gola a tanti. Non solo all'opposizione. Gli interessi sono davvero enormi e lui corre il rischio continuamente di essere attaccato, come accade quotidianamente ad ogni ora del giorno. Ma anche a casa sua ci sono i nemici e lui lo sa molto bene. Talvolta sono loro il pericolo maggiore. Ma questo è tutto un'altro discorso. Antonello Lai

Alla scoperta del “Taser”. Pro e ..... pro del suo utilizzo. Di Alessandro Taras

Il 5 settembre 2018 è la data che ha sancito, seppur in via sperimentale, l’utilizzo del taser in 12 città italiane. Tale strumento è attualmente in dotazione ad organi preposti come Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Ma proviamo ad illustrare meglio di cosa si tratta esattamente. Con la parola “Taser” si fa riferimento ad una pistola che emette impulsi elettrici a basso dosaggio della durata di alcuni secondi. Ciò permette di avere una momentanea paralisi dell’individuo su cui è indirizzato. Il suo impiego è già adoperato in numerose parti del mondo tra cui Stati Uniti, Canada, Finlandia, Francia e Gran Bretagna. Il tema merita la giusta attenzione in quanto divide l’opinione pubblica, tante sono le proteste sul suo utilizzo, in modo particolare sui suoi metodi definiti “ruvidi” e pericolosi, se adoperati su persone con determinate patologie. Ma a leggere tra le righe di tali disapprovazioni si evince una leggera nota di ingiustificato buonismo nei confronti di chi trasgredisce consapevolmente le regole della nostra società, mentre si propende all’essere egoisti sull’operato delle forze dell’ordine che quotidianamente pongono la loro vita a rischio per proteggere noi, tutti noi, anche i cosiddetti “buonisti”, che troppo spesso dispensano consigli e giudizi sulla pelle altrui. L’impiego di questo importante strumento arriva in Italia dopo anni di confronti e con la circolare firmata dal nostro ministro dell’interno, Matteo Salvini, risalente allo scorso 4 Luglio se ne ratifica l’utilizzo nelle 12 città scelte, per un numero di 70 agenti autorizzati all’uso. Le modalità di utilizzo del dissuasore elettrico sono state ben definite con precise linee guida già dallo scorso Febbraio e impartite agli agenti incaricati mediante appositi addestramenti che, in un primo momento, dovranno emettere un segnale verbale nei confronti del soggetto criminale. In seconda battuta, qualora lo stato di pericolo non accenni a diminuire, verrà palesato lo strumento che, essendo appositamente di colore giallo, sarà sufficientemente visibile. Solo alla fine, se il malfattore, dopo reiterati avvisi, non recepisce il segnale si passa all’ultima fase, ovvero l’immobilizzazione. Spingendoci ad azzardare delle conclusioni si può ritenere che l’argomento non possa trovare ancora una comune visione da parte dei cittadini, né tanto meno da parte dei numerosi partiti di politici, abili più che mai nel cogliere l’occasione per sindacare sull’operato dell’attuale governo. E non sorprendiamoci se poi viviamo nello “strano” Paese in cui si parla di razzismo o di accanimento di genere se avviene lo sgombero di un campo rom abusivo, mentre se avviene lo sfratto di una anziana nonnina terremotata a causa di formalismi burocratici in pochi se ne interessano. È difficile, si sa, cercare di difendere i diritti di comuni cittadini italiani. Non porta visibilità e riscontri economici a proprio favore. A priori, saranno i fatti a scrivere la storia, solo in seguito potranno arrivare i nostri umili verdetti che, troppo spesso, si accaniscono su chi finalmente dopo anni di promesse cerca di tenere fede, nonostante le malelingue agli impegni presi, con NOI elettori. Alessandro Taras

Un governo forte con i deboli e debole con le lobby. Di Maurizio Ciotola

Siamo passati da governi che, nel silenzio, hanno tenuto in ostaggio gli immigrati, adottando in taluni casi l’isola di Lampedusa in luogo della nave Diciotti, per passare all’attuale governo che, di questa prassi fa ostentazione. Seppur diversamente, nessuno dei governi passati, incluso quello in carica, sembra avere avuto forza nel contesto europeo ed internazionale, tanto che l’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, per rafforzare la sua voce inascoltata si procura degli ostaggi, innocenti ed inermi, già merce per la mafia nostrana ed internazionale. Azione riprorevole, inaccettabile sotto ogni aspetto e vieppiù sul piano dei diritti umani, che però sembra non avere effetto alcuno sulle sclerotizzate istituzioni nazionaliste dei Paesi di questa Unione monetaria europea, già occupati ad esercitare simili violenze ai loro confini. Gli immigrati classificati come clandestini da una legge contestata negli anni, la Bossi-Fini, mai modificata o cancellata dalle maggioranze susseguitesi al governo del Paese, non costituiscono una garanzia per le pensioni dei già cittadini italiani, giacché le loro prestazioni sono anonime e in nero, quanto per i datori di lavoro che, con un decimo del costo definito da un contratto legittimo, assoldano lavoratori ricattabili e sul piano anagrafico, inesistenti. Oramai gli stessi media mettono in minor risalto la notizia degli immigrati bloccati sulla nave Diciotti, ormeggiata nel porto di Catania; forse perché questa può divenire o è già affare di baratto con la Lega, in merito al dissenso sulla risoluzione del contratto di concessione governativa ad Autostrade per l’Italia. E vista l’entità degli scudi levatisi nei media e nelle istituzioni economiche, queste notizie sembrano costituire oggetto di possibile baratto in cambio di un dissenso al possibile ed auspicabile controllo proprietario dello Stato, di tutte quelle società che macinano utili dai servizi a rete assegnati in concessione, a discapito degli utenti finali, cittadini e piccole e medie imprese. Ancora una volta assistiamo alla debolezza intellettuale e politica di una classe dirigente e dei suoi servili maggiordomi, pronti a scagliarsi sui deboli, gli immigrati e a sostenere i forti, le grandi lobby, nello specifico Atlantia, proprietaria di Autostrade per l’Italia. Una società di cui solo il 30% è in mano ai Benetton, attraverso Edizione Holding, ma che il restante 70% è di proprietà di banche italiane, del fondo di investimento più grande del mondo, Blackrock, e di un flottante azionario, circa il 45%, internazionale. Ma questo argomento oggi fa parte della ribalta mediatica e politica in seguito alla strage di Genova per il crollo del ponte Morandi, che ha causato la morte di 43 persone e più 600 sfollati. Da qui però si può ripartire senza indugi nel rivedere tutte le concessioni governative, fino a rendere operativo il piano attraverso cui è possibile trasferire sotto il controllo maggioritario dello Stato, in modo diretto o indiretto, tutte le società che gestiscono servizi a rete: autostrade, acquedotti, l’intera rete elettrica e del gas, le reti ferroviarie e di telecomunicazione. Viceversa se consentiamo, come fino ad oggi è accaduto, che un governo in una democrazia continui ad esser forte con i deboli e debole con i forti, in nome di sclerotizzate e disumane teorie economiche e di sfruttamento, il nostro ruolo, quello di cittadini liberi è finito ed avrà, forse, meno valore di quello dei tanti cittadini oppressi da un sistema reazionario visibile ed identificabile. Maurizio Ciotola

Il data base aperto e vincolante del mercato del lavoro, che nessuno vuole. Di Maurizio ciotola

Il mondo del lavoro è cambiato ed è in continua evoluzione, ciò non di meno i diritti civili prima ancora che specifici, non necessitano di alcun superamento e del resto, come potrebbero in questa auspicata evoluzione. I diritti di tutela non possono ammettere ambiti in cui essi vengono sospesi o annullati, altresì non possiamo accettare o veicolare opportunamente un dumping sociale verso cui ci sta spingendo un’imprenditoria incosciente e senza qualità, tanto più senza etica. Il Partito Democratico e i sindacati hanno fallito perché, il primo è stato spinto e sponzorizzato da un capitalismo senza regole, i secondi perché intenti a proteggere solo élite di lavoratori tutelati e soprattutto pensionati, estranei al mondo del lavoro, ma purtroppo significativi azionisti di riferimento dei sindacati medesimi. Se esiste un mercato del lavoro, questo deve esser visibile ed evidente per i lavoratori, che devono conoscere in tempo reale e globale, la domanda e le tipologie di lavoro presenti sul territorio, nel Paese e nell’intera Europa. Un mercato del lavoro in cui i diritti del conoscere per poter aderire alla domanda di lavoro, devono consentire al lavoratore di accedere all’intero aggregato, definito nelle tipologie specifiche, della domanda presente sul territorio, senza che questa venga nascosta e gestita da operatori del settore, che solo sulla carta appaiono imparziali. Il Sen. prof. Pietro Ichino, comunista e poi diessino, propose una riforma in tal senso, con esito negativo, al punto di finire egli stesso emarginato dal centro sinistra e dai sindacati. Quando la Confindustria o i tanti esperti parlanti, ci espongono il teorema della fine del lavoro a tempo indeterminato, in realtà non hanno mai voluto renderlo mobile con le clausole specifiche, per cui il lavoratore possa accedere agli stessi strumenti di conoscenza in possesso dei datori di lavoro, in merito alla domanda di lavoro presente sul territorio e nel Paese. Questo ha consentito una frammentarietà e una precarietà al ribasso, attraverso cui sono stati veicolati gli effetti di un dumping sociale, contravvenendo in modo palese ai diritti civili e del lavoro. Fino a quando tali domande saranno rese frammentarie e governate da società con scopi di lucro, dai sindacati con scopi clientelari unitamente ai partiti politici, e dalle istituzioni organizzate per rendere indisponibile tale servizio, gli unici che andranno a perdere reddito e professionalità, per accettare umiliazioni e miserabili compensi, saranno i lavoratori. La gestione controllata dell’offerta, quanto della domanda di lavoro, business delle agenzie di lavoro, dei sindacati e dei partiti politici, consente a questi di assegnare ed offrire agli adepti e ai fedeli, financo a chi paga per le agenzie di lavoro, i posti disponibili come una sorta di elargizione generata da uno pseudo sforzo ed impegno, cui il lavoratore dovrà attenersi versando l’obolo, sia esso monetario quanto elettorale. E'possibile organizzare e rendere disponibile una banca dati, per tipologie e categorie di lavoro, quanto per territorio e nazionalità, in cui i datori di lavoro devono essere obbligati ad inserire le loro richieste, che saranno rese visibili all’intera popolazione abile al lavoro. Sarebbe un vero mercato libero in cui la domanda sarà costretta ad incontrare un’offerta non più al ribasso, come oggi avviene per quella voluta privazione di conoscenza riguardante la quantità e la qualità delle domanda dei datori di lavoro. Sarebbe l’unica rivoluzione possibile, che costringerebbe i sindacati a compiere il loro lavoro originario, quello di scrittura dei contratti e del rispetto delle tutele dei lavoratori, piuttosto che quello di ufficio di collocazione su base clientelare. Garantirebbe ai lavoratori un reddito di tutto rispetto, legato ovviamente alle loro qualità e capacità professionali, privando altresì i partiti politici del loro potere di vincolo su base clientelare, fino ad azzerare il mondo delle agenzie di lavoro intermedie, che svolgono un vero e proprio ruolo di caporalato legalizzato. Qualsiasi complessità ha la necessità di venire mostrata e conosciuta ai fini di esser resa disponibile, attraverso ambiti trasparenti e diretti, diversamente da come oggi accade, celata e veicolata da organismi intermedi, che attraverso la loro gestione cercano di trarre vantaggio e denaro a danno di altri, in spregio agli irrinunciabili diritti umani e civili. Maurizio Ciotola

La coerenza di un Governo ombra del Movimento 5 stelle all’opposizione. Di Maurizio Ciotola

Dopo aver perso venticinque anni nel tentativo di invertire il senso di marcia del nostro Paese, perennemente in ritardo e quasi sempre fuori tempo massimo, sarebbe decisamente fuori luogo affrettarsi nel tentativo di costituire una maggioranza di Governo priva di convergenze etiche e programmatiche. I partiti e i movimenti, che hanno affrontato questa ultima campagna elettorale, sono animati da pensieri e idee poco inclini alla democrazia di rappresentanza in cui, la stessa è frutto di una espressione proporzionale dell’elettorato. Vi è un ammasso politico-intellettuale incapace di pensare e soprattutto agire diversamente, da quanto ha offerto il sistema maggioritario corrotto e privo di etica che, in questi anni, ha permesso spartizioni a predatori di lungo corso. Sfugge il perché, un partito politico con più del trenta per cento delle preferenze, ma che non costituisce la maggioranza, non possa decidere di stare all’opposizione in assenza di condizioni di convergenza programmatica con altri partiti. Del resto il Partito comunista italiano, che negli anni giunse ad oltre il quaranta per cento delle preferenze, rimase all’opposizione in quel Parlamento eletto con il sistema proporzionale, senza per questo perdere influenza sulle decisioni dei Governi succedutesi per più di quarant’anni. Sicuramente il Presidente Mattarella ha compreso l’immaturità dei rappresentanti eletti in questo nuovo scenario, in cui non chi ha la maggioranza prende tutto, ma il tutto deve essere condiviso e gestito su un piano più razionale ed efficace, sicuramente più dispendioso sul piano dell’impegno politico e programmatico. Il presidente della Repubblica però è altrettanto fiducioso che, quest’esame di maturità sarà superato, seppur con qualche ritardo, senza commistioni incoerenti gestite da faccendieri il cui unico obiettivo sono i forzieri dello Stato, non il suo sviluppo. C’è più coerenza in una opposizione puntuale, agita da un Governo ombra, attraverso cui rendere espliciti i passi del Movimento 5 stelle in un eventuale Governo del Paese, verso cui potrebbero confluire altre forze democratiche. In verità già adesso avrebbe senso un Governo ombra, rispetto a quello ancora in carica, attraverso la formalizzazione operativa della lista inviata dal M5S al Presidente Mattarella prima delle elezioni. Maurizio Ciotola

Province sarde. Profondo rosso, servizi essenziali a rischio

Durante un incontro tra gli assessori degli Enti locali e della Programmazione, Cristiano Erriu e Raffaele Paci, unitamente con gli amministratori straordinari delle Province di Sassari, Nuoro, Oristano e Sud Sardegna sono emerse tutte le criticità finanziarie dei quattro enti di secondo livello. Nonostante il pareggio di bilancio per l'anno 2017 (ad eccezione della Provincia di Nuoro, con 2,5 milioni di passivo), le province non avrebbero più fondi a disposizione per funzioni di loro competenza nell'ambito di settori quali istruzione, viabilità, ambiente. A ciò si aggiungono le difficoltà incontrate nel mantenimento dei livelli occupazionali delle società in house. Tutto questo mette a serio rischio l'erogazione di servizi essenziali. Per tentare di scongiurare il peggio la Regione cercherà di trattare con il Governo. Un Governo fino ad ora sordo che, nonostante lo stanziamento di un apposito fondo di 400 milioni nella legge di stabilità nazionale, alla Sardegna non ha destinato neanche un centesimo. In questo senso il presidente della commissione Autonomia del Consiglio regionale, Francesco Agus (Cp), convocherà i parlamentari sardi delle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Intanto la stessa Regione è pronta a mettere mano al portafoglio con la nuova Finanziaria.

Minniti, la stella rossa che brilla al Viminale. Di Maurizio Ciotola

Come puntualmente accade, le diatribe politiche finalizzate a saldare accordi elettorali, sono sancite attraverso leggi indifferenti al metodo, quanto rispondenti al fine, di cui tutti noi siamo vittime. Così è stato nello scontro all’interno dell’area di governo sul cosiddetto “codice” per le Ong. Un Minniti, unico ex comunista della compagine governativa, pragmatico e realista quanto spregiudicato, ha buttato a mare la sua veste, forse impropriamente indossata, di uomo di sinistra per divenire sodale con quell’area in cui i diritti umani sono oggetto di scambio, merce utile per il potere. Le sue parole e le sue azioni, moderate e nello stesso tempo intransigenti, come ha manifestato con la sua assenza al Consiglio dei Ministri, hanno costituito il punto saldo per l’accordo con Alfano e la sua area politica alle prossime elezioni. Il ministro dell’Interno non ha mai dismesso la sua “divisa” color cachi e la stella rossa, ma oggi con questo spudorato accordo, impropriamente avallato dal Presidente della Repubblica, la sinistra abdica definitivamente alla sua funzione originaria, trasformandosi in un nuovo centro destra, appunto. Nessuno può pensare di lasciar morire in mare o non accogliere quei profughi, che fuggono da una devastazione di cui siamo stati artefici e che per altre vie sosteniamo a discapito di qualsiasi senso di umanità e soprattutto nel mancato rispetto dei diritti umani. Non sbaglia il ministro Graziano Del Rio, cui non manca la coscienza e non brama al potere dai tempi del Pci, pur essendo un uomo di Stato, nel porre la questione nei termini per cui, non un solo profugo verrà lasciato indietro, anzi con queste parole egli dimostra qual è il suo superiore senso dello Stato. Una visione laica che antepone a qualsiasi ragion di stato quella umana. Quanto a questo brutale accordo politico, barattato sotto l’egida della Presidenza della Repubblica, possiamo definirlo peggiore di quello che potrebbe nascere da un accordo tra Forza Italia e la Lega, perché in questo caso l’esplicita posizione di chiara intransigenza, potrà essere posta al vaglio da qualsiasi cittadino fuori e dentro l’urna elettorale. Il pragmatismo del ministro Minniti, apparentemente ammantato di decisionismo, nasconde la vera incapacità di governo, tra cui la sua, di stilare come da tempo ci chiede l’Ue, una vera e propria politica di integrazione per gli immigrati, fenomeno cui non potrà esser arginato da codici o pattugliamenti marittimi. Minniti è intervenuto come un super poliziotto, un uomo d’armi e rigore, senza offrire in sede di Consiglio risoluzioni diverse se non quelle mirate a condurre una campagna elettorale da adesso fino a maggio del 2018. E la sindrome degli ex comunisti, spazzar via tutto ciò che, anche solo simbolicamente, poteva esser richiamato del loro passato e delle loro idee, pur di governare il Paese. Posizioni feroci ed inumane che si sono contrapposte negli anni pur di dare un’alea purista a comportamenti che puri non lo sono mai stati. Dai distinguo con le Brigate Rosse, di cui le sez. del partito comunista invece sono state il luogo della loro educazione e crescita, come ha sempre ricordato Rossana Rossanda su Il Manifesto; alla svendita dei diritti e delle proprietà dello Stato, pur di esser accreditati al governo del Paese dopo il 1992. Alle prossime elezioni avremo due partiti di destra e un movimento pigliatutto, che oggi ancor di più vede accrescere i suoi consensi grazie a quel pragmatismo senza progetti, cui il centro sinistra con il Pd si è fatto principale portatore. Maurizio Ciotola

Minniti, la stella rossa che brilla al Viminale. Di Maurizio Ciotola

Prosegue la campagna acquisti della Cagliari Dinamo Academy, con l'arrivo del lungo Ferdinando Matrone. Classe 1995 e alto 210 cm, il giovane partenopeo ha esordito in Serie B con lo Scafati nella stagione 2013/2014, conquistando subito la promozione in A2. Dopo alcune stagioni a Scafati, Matrone ha giocato nel Giulianova in B, fino al gennaio del 2016 (8,3 punti di media e 9,4 rimbalzi a gara). Un'altra annata a Scafati (quella scorsa) e poi il trasferimento al Cuore Basket Napoli (febbraio), dove ha segnato 4,4 punti di media a partita, recuperando 4,8 rimbalzi e raggiungendo un'altra promozione in A2.
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