Conte bis. Di Maurizio Ciotola

Non potrà essere un governo costituito da soli tecnici, questo è evidente, sia per le modalità di convergenza dei due partiti politici, M5S e Pd, vieppiù, per i nodi politici da sciogliere sul piano nazionale ed internazionale.

Né Zingaretti né Di Maio hanno affrontato la crisi e, tanto meno esternato in modo asettico e apolitico, dopo le consultazioni con il Presidente Mattarella.

Questo governo non è un ribaltone, perché a tale convergenza si poteva giungere dopo le elezioni del 2018, come le cronache testimoniano.

Il ribaltone inaspettato e non condiviso è avvenuto quando, senza alcuna convergenza, ma in base alla “stipula” di un contratto, le parti decisero i punti del programma di un governo <>.

L’assenza di una linearità di quel programma/contratto era chiara a tutti, e non si è trattato di convergenze parallele, ma di due distinti programmi stilati in una obbligata schizofrenia politica.

La nascita del Governo che seguì, dopo tre mesi dall’esito elettorale, era imprescindibile, come sarebbe altrettanto impensabile e soprattutto illegittimo, sciogliere il Parlamento ed andare oggi ad elezioni anticipate.

Politica è stata la gestione di questa crisi, in una contrapposizione tra un dilettante, Matteo Salvini, e un politico mite ed efficace, un po' democristiano e un po’ socialista, Luigi Di Maio.

Da dilettanti è stato gestito il Ministero dell’Interno, con grande pericolo di tenuta per il Paese, garantita solo dalla professionalità delle forze dell’ordine, pur non avendo alcun piano politico su cui basarsi.

È stato pericoloso affidare il Ministero dell’Interno a un dilettante, non umile e poco incline ad una crescita politica, perché tale Ministero è quello attraverso cui si garantisce la democrazia della Repubblica sul piano fattuale e contestuale.

In questi giorni neppure il capo politico di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha offerto la sponda a Salvini per una via elettorale alla risoluzione della crisi, come ha dimostrato il loro mancato accordo.

Politica dovrà essere, e come potrebbe essere altrimenti, l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

Politica sarà la scelta del Commissario europeo.

La politica muoverà le scelte manageriali per le sessanta nomine in ballo, nelle società di cui lo Stato è l’azionista di riferimento.

Una politica di scontri e condivisioni, che dovrà essere sempre di più sganciata da approcci ideologici, quanto legata alle umane esigenze, alle peculiarità che dell’umanità costituiscono gli elementi distintivi.

Una politica che dovrà trovare in Parlamento il dialogo e i compromessi, com’è naturale che sia, differenziandosi sul piano di un’attenzione più o meno marcata, verso le esigenze generali di una umanità allo stremo.

Forse non vi sono o non vi saranno più soluzioni di sinistra o di destra, ma ci auguriamo che esse siano sempre partecipate da una marcata attenzione alle esigenze umane, sul piano individuale e soprattutto sociale.

Maurizio Ciotola

Conte e Gentiloni per un Governo di legislatura. Di Maurizio Ciotola

Dopo oltre un anno di attività da Presidente del consiglio dei Ministri, il prof. Giuseppe Conte, ha mostrato un equilibrio e una capacità che tutti hanno l’obbligo di riconoscergli.

Svolgere il ruolo del Premier tra due partiti, che trascinati dalle urla e le violazioni costituzionali di Matteo Salvini, non è stato semplice.

Hanno condotto una politica burrascosa finalizzata al consenso, tra azioni meritevoli ed un esercizio reazionario del Ministro dell’Interno, unitamente al suo collaterale Ministro della Famiglia.V

Salvini dopo aver esaurito gli annunci, ormai ripetitivi ed uguali a se stessi, nell’incapacità di dirigere un dicastero come quello dell’Interno, ha deciso di saltare.V

Era ed è ben cosciente che non si sarebbe andati ad elezioni anticipate, perché altri quattro anni dai banchi dell’opposizione, dopo aver abbozzato dal Governo qualche linea programmatica, sul piano dei consensi sono più efficaci che fallire la loro realizzazione.V

Ieri il Presidente Conte ha espresso ciò che per tutti era scontato, ma lo ha affermato dallo scranno istituzionale, in Parlamento, senza remore e soprattutto senza odio. Elegantemente, moderatamente, ma con grande incisività e precisione. Ha saputo rimarcare, lui cattolico credente, la laicità dello Stato e delle istituzioni, di fronte ad una sorta di blasfemia messa in campo dal Ministro dell’Interno, che oltre ad inveire contro i disperati in fuga dalle coste dell’Africa, null’altro ha saputo fare sul piano della sicurezza interna.V

Il Paese è privo di una guida al Ministero dell’Interno dall’insediamento di Matteo Salvini, con cui in questi mesi il Premier Giuseppe Conte ha schermato nell’ambito del garbo istituzionale, imponendo in extremis le proprie decisioni.V

Oggi siamo giunti al passo che, il M5S e il PD avrebbero dovuto compiere il giorno successivo alle elezioni del 2018, e se questo non è avvenuto è in larga parte responsabilità di alcuni parlamentari del Pd, tra cui l’ex premier Renzi.

Non di meno il M5S non ha mai teso le mani in modo esplicito per trovare un accordo. Probabilmente perché sotto l’effetto dell’ondata dei consensi, il M5S, e del fallimento, il Pd di Renzi. L’ubriacatura dei primi e lo stordimento dei secondi, hanno condotto ad un anno di esercizio dell’Esecutivo gialloverde, verso una parziale deriva popolare e delle élite di opposizione, che hanno posto l’arroganza come fondamento del loro agire.

Il Renzi premier populista e anticostituzionale, fu sostituito da Paolo Gentiloni, che riuscì a restituire un assetto politico e di Governo istituzionale e del fare, più che dell’urlare.

Salvini non c’é più, e nel frattempo Luigi Di Maio non si è smarrito nell’inseguire il partner rivale al Governo, è cresciuto sotto il peso delle responsabilità, che ha voluto e vuole mantenere.

Crediamo che dagli scranni del Senato, anche Matteo Renzi sia riuscito ad intraprendere una strada similare, più faticosa ed intensa di cui la Politica ha necessità.

Per il Pd è forse necessario un riequilibrio di posizioni all’interno del partito, attraverso un posizionamento dei componenti della sua Segreteria nel Governo che verrà.

Certo è che un Governo con Giuseppe Conte Presidente e Paolo Gentiloni Vicepresidente, avrebbe tutte le premesse per un Esecutivo di legislatura, senza ulteriori scossoni.

Sarebbe in grado di condurre il Paese verso una ripresa di consapevolezza, oltreché sicurezza programmatica, cui le forze economiche e sociali auspicano.

Un Governo più aperto al dialogo Parlamentare, e non esclusivamente con la maggioranza che lo sosterrebbe, per restituire alle istituzioni il loro ruolo centrale di mediazione legittima e doverosa per qualsiasi democrazia.

Maurizio Ciotola

La crisi di Governo e del M5S. Di Maurizio Ciotola

Con oltre il 34% dei consensi, la Lega, piaccia o no è il primo partito d’Italia. In quella stessa Italia di cui i membri della Lega, i fondatori e i sostenitori, disconoscevano autorità e unità. Ma la Lega ha compiuto questo salto stratosferico, impensabile in altri tempi, oramai ere fa, grazie alla sua azione di governo, cui il M5S ha permesso in modo quasi passivo. Nulla hanno potuto gli scontri teatrali di cui Salvini e Di Maio, si sono resi protagonisti in questi ultimi giorni, ma che in alcun modo hanno inciso sull’operato del governo. Il portato del M5S, partito di maggioranza relativa all’interno del Parlamento italiano, nei fatti è stato messo a disposizione della Lega, con cui ha stretto un patto o contratto per governare il Paese. Non vi sono dubbi che, da quanto emerge dalle votazioni europee, in cui la Lega primeggia al Nord e al Centro, mentre il M5S al Sud e nelle Isole, la parte ricca del Paese rifiuta la parte povera e nel disconoscerla sembra distaccarsi ancora più da essa, senza preveder ponti o unioni. Forse la prevalenza in certe aree, com’è avvenuto in Sardegna, è dovuta ancora una volta all’approccio colonizzatore di cui la Lega è il braccio politico nel sud Italia. E la Sardegna, che non ha mai partorito una decisione in autonomia, ha preferito servire chi impone un modello politico e forse, produttivo, piuttosto che assumersi in autonomia la responsabilità di scegliere il proprio futuro. Le ultime regionali hanno espresso un Presidente della Regione, Sardista sulla carta, che finora non è riuscito a muovere un solo uomo senza il consenso del rappresentante locale della Lega. E questo pare non dispiaccia, ad una parte del popolo sardo di cui si narrano grandi prodezze, ma anche tante nefandezze, anzi. Certo è che, per ritornare sul piano nazionale, il M5S ha dilapidato quasi la metà dei consensi avuti alle ultime politiche e la decrescita non sembra arrestarsi. Qualcuno dice che non è in gioco il Governo del Paese, e questo sarebbe vero se la flessione dei consensi al M5S, si fosse mantenuta in un range fisiologico. Nei fatti quanto è accaduto, non ha le dimensioni di una fluttuazione politicamente accettabile, ma di una debacle che fa la coppia con quella avuta ad elezioni invertite, dal Pd di guida renziana. La serietà di un movimento o di un partito sta anche nella capacità di prendere atto delle sconfitte elettorali, della crisi di consenso dovuto alle sue mancate azioni di governo. O, vieppiù, alla rinuncia di esercitarle nella misura in cui avrebbero potuto, visto il loro peso politico che i numeri in Parlamento gli riconoscono. Un fallimento di queste proporzioni, non offre tante prospettive differenti da quelle della crisi di governo, a cui il M5S dovrebbe aprire, non meno della messa in discussione della sua stessa leadership. La Lega non costituisce una minaccia per la democrazia, questo lo sanno bene tutti, e ancora di più coloro che sui media di questo Paese, in un modo o nell’altro, hanno riconosciuto in questo partito l’avversario con cui confrontarsi, diversamente dal M5S che, da destra e da sinistra, è l’obiettivo da abbattere. Ma la sconfitta non è giunta grazie ad un’azione dell’opposizione, pressoché inesistente, financo banale, quanto dalla mancata chiarezza di un patto di Governo, che ha visto il M5S adeguarsi agli usi e le azioni di una Lega, con cui non avrebbero potuto e dovuto condividere nulla. Il M5S non è un partito di “plastica”, come non lo è stato Forza Italia, ma la velocità e la fluidità con cui è giunto in vetta ai consensi presenta una evidente reversibilità, altrettanto rapida e pericolosa. Questo è ancora più vero in quest’epoca gattopardesca e fluida, cui la fluttuazione di una maggioranza politica, rende instabile qualsiasi governo e rafforza il potere costituito nell’ambito delle strutture canoniche dello Stato, che per rispetto dell’accezione del termine, non è possibile chiamare istituzioni. Per questo non vi è altra scelta per Luigi Di Maio, che l’apertura della crisi di Governo e le sue dimissioni, cui ci auguriamo il movimento saprà esaminare attraverso un percorso democratico, utile ed importante per il Paese. Maurizio Ciotola

Sanità. La bufera su Arru non accenna a diminuire. Di Antonello Lai

Dopo il veto da parte del nuovo Governo rispetto alla bocciatura della rete ospedaliera, l'opposizione lancia i suoi strali all'indirizzo dell'intera Giunta Regionale, rea di aver distrutto la sanità nell'isola attraverso anche l'istituzione dell'ATS, "un carrozzone - secondo il vice presidente della commissione sanità (il forzista Tocco)- che non avrebbe cambiato né le sorti del settore, tantomeno la riorganizzazione di tutto il settore, senza né capo né coda". Sempre secondo l'opposizione il piano della Giunta Pigliaru avrebbe prodotto invece la riduzione dei servizi nei piccoli ospedali, contribuendo alla scomparsa di strutture complesse ma integrate nel territorio. La sanità sarda sarebbe quindi, secondo l'opposizione, una ragnatela di nuovi dipartimenti e strutture in contraddizione alla normativa. Il governatore Pigliaru difende strettamente l'operato di Luigi Arru. "Il ministero - dice Pigliaru - ci ha sempre chiesto di chiudere i piccoli ospedali e di tagliare i servizi. Noi non ci siamo stati a questa logica - prosegue - e nel rispetto del Decreto Ministeriale 70, si è riusciti a salvare alcuni ospedali indispensabili". Contrattacca anche l'Udc Rubiu, che punta il dito sulla bocciatura della riforma varata dalla Giunta di centro sinistra. Rubiu va giù duro: "è il più grande pasticcio politico della legislatura, con una confusione ed un disordine senza precedenti" e prosegue: "un riordino, quello della sanità sarda, che pone rilievi di legittimità su una normativa contestata da minoranza, sindaci e territori. Secondo Rubiu il governo sardo avrebbe applicato questa riorganizzazione senza l'avvallo del ministero con arroganza e incompetenza, assegnando nomine ai primari, assumendo nuovo personale e dando nuovi incarichi. Per paolo Truzzu di Fratelli d'Italia, sono necessarie le dimissioni in tronco dell'assessore Arru. Avrebbe mentito a tutti i sardi, asserendo che la bocciatura sarebbe arrivata dal nuovo governo, mentre i rilievi arrivano da ben prima che Conte si fosse insediato. L'assessore Arru intanto si difende come può: sottolinea i successi dell'elisoccorso, anche se ammette che la rete delle ambulanze ha parecchie falle, parla di una razionalizzazione degli interventi per cercare di ottimizzare i fondi a disposizione e fa comprendere che è meglio puntare sui servizi d'eccellenza, piuttosto che garantire posti letto spesso - a parere suo - vuoti e inutili. Arru sa bene che il suo assessorato è in pericolo. D'altra parte è quello più appetibile per la gestione del denaro pubblico e fa gola a tanti. Non solo all'opposizione. Gli interessi sono davvero enormi e lui corre il rischio continuamente di essere attaccato, come accade quotidianamente ad ogni ora del giorno. Ma anche a casa sua ci sono i nemici e lui lo sa molto bene. Talvolta sono loro il pericolo maggiore. Ma questo è tutto un'altro discorso. Antonello Lai

Alla scoperta del “Taser”. Pro e ..... pro del suo utilizzo. Di Alessandro Taras

Il 5 settembre 2018 è la data che ha sancito, seppur in via sperimentale, l’utilizzo del taser in 12 città italiane. Tale strumento è attualmente in dotazione ad organi preposti come Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Ma proviamo ad illustrare meglio di cosa si tratta esattamente. Con la parola “Taser” si fa riferimento ad una pistola che emette impulsi elettrici a basso dosaggio della durata di alcuni secondi. Ciò permette di avere una momentanea paralisi dell’individuo su cui è indirizzato. Il suo impiego è già adoperato in numerose parti del mondo tra cui Stati Uniti, Canada, Finlandia, Francia e Gran Bretagna. Il tema merita la giusta attenzione in quanto divide l’opinione pubblica, tante sono le proteste sul suo utilizzo, in modo particolare sui suoi metodi definiti “ruvidi” e pericolosi, se adoperati su persone con determinate patologie. Ma a leggere tra le righe di tali disapprovazioni si evince una leggera nota di ingiustificato buonismo nei confronti di chi trasgredisce consapevolmente le regole della nostra società, mentre si propende all’essere egoisti sull’operato delle forze dell’ordine che quotidianamente pongono la loro vita a rischio per proteggere noi, tutti noi, anche i cosiddetti “buonisti”, che troppo spesso dispensano consigli e giudizi sulla pelle altrui. L’impiego di questo importante strumento arriva in Italia dopo anni di confronti e con la circolare firmata dal nostro ministro dell’interno, Matteo Salvini, risalente allo scorso 4 Luglio se ne ratifica l’utilizzo nelle 12 città scelte, per un numero di 70 agenti autorizzati all’uso. Le modalità di utilizzo del dissuasore elettrico sono state ben definite con precise linee guida già dallo scorso Febbraio e impartite agli agenti incaricati mediante appositi addestramenti che, in un primo momento, dovranno emettere un segnale verbale nei confronti del soggetto criminale. In seconda battuta, qualora lo stato di pericolo non accenni a diminuire, verrà palesato lo strumento che, essendo appositamente di colore giallo, sarà sufficientemente visibile. Solo alla fine, se il malfattore, dopo reiterati avvisi, non recepisce il segnale si passa all’ultima fase, ovvero l’immobilizzazione. Spingendoci ad azzardare delle conclusioni si può ritenere che l’argomento non possa trovare ancora una comune visione da parte dei cittadini, né tanto meno da parte dei numerosi partiti di politici, abili più che mai nel cogliere l’occasione per sindacare sull’operato dell’attuale governo. E non sorprendiamoci se poi viviamo nello “strano” Paese in cui si parla di razzismo o di accanimento di genere se avviene lo sgombero di un campo rom abusivo, mentre se avviene lo sfratto di una anziana nonnina terremotata a causa di formalismi burocratici in pochi se ne interessano. È difficile, si sa, cercare di difendere i diritti di comuni cittadini italiani. Non porta visibilità e riscontri economici a proprio favore. A priori, saranno i fatti a scrivere la storia, solo in seguito potranno arrivare i nostri umili verdetti che, troppo spesso, si accaniscono su chi finalmente dopo anni di promesse cerca di tenere fede, nonostante le malelingue agli impegni presi, con NOI elettori. Alessandro Taras

Un governo forte con i deboli e debole con le lobby. Di Maurizio Ciotola

Siamo passati da governi che, nel silenzio, hanno tenuto in ostaggio gli immigrati, adottando in taluni casi l’isola di Lampedusa in luogo della nave Diciotti, per passare all’attuale governo che, di questa prassi fa ostentazione. Seppur diversamente, nessuno dei governi passati, incluso quello in carica, sembra avere avuto forza nel contesto europeo ed internazionale, tanto che l’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, per rafforzare la sua voce inascoltata si procura degli ostaggi, innocenti ed inermi, già merce per la mafia nostrana ed internazionale. Azione riprorevole, inaccettabile sotto ogni aspetto e vieppiù sul piano dei diritti umani, che però sembra non avere effetto alcuno sulle sclerotizzate istituzioni nazionaliste dei Paesi di questa Unione monetaria europea, già occupati ad esercitare simili violenze ai loro confini. Gli immigrati classificati come clandestini da una legge contestata negli anni, la Bossi-Fini, mai modificata o cancellata dalle maggioranze susseguitesi al governo del Paese, non costituiscono una garanzia per le pensioni dei già cittadini italiani, giacché le loro prestazioni sono anonime e in nero, quanto per i datori di lavoro che, con un decimo del costo definito da un contratto legittimo, assoldano lavoratori ricattabili e sul piano anagrafico, inesistenti. Oramai gli stessi media mettono in minor risalto la notizia degli immigrati bloccati sulla nave Diciotti, ormeggiata nel porto di Catania; forse perché questa può divenire o è già affare di baratto con la Lega, in merito al dissenso sulla risoluzione del contratto di concessione governativa ad Autostrade per l’Italia. E vista l’entità degli scudi levatisi nei media e nelle istituzioni economiche, queste notizie sembrano costituire oggetto di possibile baratto in cambio di un dissenso al possibile ed auspicabile controllo proprietario dello Stato, di tutte quelle società che macinano utili dai servizi a rete assegnati in concessione, a discapito degli utenti finali, cittadini e piccole e medie imprese. Ancora una volta assistiamo alla debolezza intellettuale e politica di una classe dirigente e dei suoi servili maggiordomi, pronti a scagliarsi sui deboli, gli immigrati e a sostenere i forti, le grandi lobby, nello specifico Atlantia, proprietaria di Autostrade per l’Italia. Una società di cui solo il 30% è in mano ai Benetton, attraverso Edizione Holding, ma che il restante 70% è di proprietà di banche italiane, del fondo di investimento più grande del mondo, Blackrock, e di un flottante azionario, circa il 45%, internazionale. Ma questo argomento oggi fa parte della ribalta mediatica e politica in seguito alla strage di Genova per il crollo del ponte Morandi, che ha causato la morte di 43 persone e più 600 sfollati. Da qui però si può ripartire senza indugi nel rivedere tutte le concessioni governative, fino a rendere operativo il piano attraverso cui è possibile trasferire sotto il controllo maggioritario dello Stato, in modo diretto o indiretto, tutte le società che gestiscono servizi a rete: autostrade, acquedotti, l’intera rete elettrica e del gas, le reti ferroviarie e di telecomunicazione. Viceversa se consentiamo, come fino ad oggi è accaduto, che un governo in una democrazia continui ad esser forte con i deboli e debole con i forti, in nome di sclerotizzate e disumane teorie economiche e di sfruttamento, il nostro ruolo, quello di cittadini liberi è finito ed avrà, forse, meno valore di quello dei tanti cittadini oppressi da un sistema reazionario visibile ed identificabile. Maurizio Ciotola

Il data base aperto e vincolante del mercato del lavoro, che nessuno vuole. Di Maurizio ciotola

Il mondo del lavoro è cambiato ed è in continua evoluzione, ciò non di meno i diritti civili prima ancora che specifici, non necessitano di alcun superamento e del resto, come potrebbero in questa auspicata evoluzione. I diritti di tutela non possono ammettere ambiti in cui essi vengono sospesi o annullati, altresì non possiamo accettare o veicolare opportunamente un dumping sociale verso cui ci sta spingendo un’imprenditoria incosciente e senza qualità, tanto più senza etica. Il Partito Democratico e i sindacati hanno fallito perché, il primo è stato spinto e sponzorizzato da un capitalismo senza regole, i secondi perché intenti a proteggere solo élite di lavoratori tutelati e soprattutto pensionati, estranei al mondo del lavoro, ma purtroppo significativi azionisti di riferimento dei sindacati medesimi. Se esiste un mercato del lavoro, questo deve esser visibile ed evidente per i lavoratori, che devono conoscere in tempo reale e globale, la domanda e le tipologie di lavoro presenti sul territorio, nel Paese e nell’intera Europa. Un mercato del lavoro in cui i diritti del conoscere per poter aderire alla domanda di lavoro, devono consentire al lavoratore di accedere all’intero aggregato, definito nelle tipologie specifiche, della domanda presente sul territorio, senza che questa venga nascosta e gestita da operatori del settore, che solo sulla carta appaiono imparziali. Il Sen. prof. Pietro Ichino, comunista e poi diessino, propose una riforma in tal senso, con esito negativo, al punto di finire egli stesso emarginato dal centro sinistra e dai sindacati. Quando la Confindustria o i tanti esperti parlanti, ci espongono il teorema della fine del lavoro a tempo indeterminato, in realtà non hanno mai voluto renderlo mobile con le clausole specifiche, per cui il lavoratore possa accedere agli stessi strumenti di conoscenza in possesso dei datori di lavoro, in merito alla domanda di lavoro presente sul territorio e nel Paese. Questo ha consentito una frammentarietà e una precarietà al ribasso, attraverso cui sono stati veicolati gli effetti di un dumping sociale, contravvenendo in modo palese ai diritti civili e del lavoro. Fino a quando tali domande saranno rese frammentarie e governate da società con scopi di lucro, dai sindacati con scopi clientelari unitamente ai partiti politici, e dalle istituzioni organizzate per rendere indisponibile tale servizio, gli unici che andranno a perdere reddito e professionalità, per accettare umiliazioni e miserabili compensi, saranno i lavoratori. La gestione controllata dell’offerta, quanto della domanda di lavoro, business delle agenzie di lavoro, dei sindacati e dei partiti politici, consente a questi di assegnare ed offrire agli adepti e ai fedeli, financo a chi paga per le agenzie di lavoro, i posti disponibili come una sorta di elargizione generata da uno pseudo sforzo ed impegno, cui il lavoratore dovrà attenersi versando l’obolo, sia esso monetario quanto elettorale. E'possibile organizzare e rendere disponibile una banca dati, per tipologie e categorie di lavoro, quanto per territorio e nazionalità, in cui i datori di lavoro devono essere obbligati ad inserire le loro richieste, che saranno rese visibili all’intera popolazione abile al lavoro. Sarebbe un vero mercato libero in cui la domanda sarà costretta ad incontrare un’offerta non più al ribasso, come oggi avviene per quella voluta privazione di conoscenza riguardante la quantità e la qualità delle domanda dei datori di lavoro. Sarebbe l’unica rivoluzione possibile, che costringerebbe i sindacati a compiere il loro lavoro originario, quello di scrittura dei contratti e del rispetto delle tutele dei lavoratori, piuttosto che quello di ufficio di collocazione su base clientelare. Garantirebbe ai lavoratori un reddito di tutto rispetto, legato ovviamente alle loro qualità e capacità professionali, privando altresì i partiti politici del loro potere di vincolo su base clientelare, fino ad azzerare il mondo delle agenzie di lavoro intermedie, che svolgono un vero e proprio ruolo di caporalato legalizzato. Qualsiasi complessità ha la necessità di venire mostrata e conosciuta ai fini di esser resa disponibile, attraverso ambiti trasparenti e diretti, diversamente da come oggi accade, celata e veicolata da organismi intermedi, che attraverso la loro gestione cercano di trarre vantaggio e denaro a danno di altri, in spregio agli irrinunciabili diritti umani e civili. Maurizio Ciotola

La coerenza di un Governo ombra del Movimento 5 stelle all’opposizione. Di Maurizio Ciotola

Dopo aver perso venticinque anni nel tentativo di invertire il senso di marcia del nostro Paese, perennemente in ritardo e quasi sempre fuori tempo massimo, sarebbe decisamente fuori luogo affrettarsi nel tentativo di costituire una maggioranza di Governo priva di convergenze etiche e programmatiche. I partiti e i movimenti, che hanno affrontato questa ultima campagna elettorale, sono animati da pensieri e idee poco inclini alla democrazia di rappresentanza in cui, la stessa è frutto di una espressione proporzionale dell’elettorato. Vi è un ammasso politico-intellettuale incapace di pensare e soprattutto agire diversamente, da quanto ha offerto il sistema maggioritario corrotto e privo di etica che, in questi anni, ha permesso spartizioni a predatori di lungo corso. Sfugge il perché, un partito politico con più del trenta per cento delle preferenze, ma che non costituisce la maggioranza, non possa decidere di stare all’opposizione in assenza di condizioni di convergenza programmatica con altri partiti. Del resto il Partito comunista italiano, che negli anni giunse ad oltre il quaranta per cento delle preferenze, rimase all’opposizione in quel Parlamento eletto con il sistema proporzionale, senza per questo perdere influenza sulle decisioni dei Governi succedutesi per più di quarant’anni. Sicuramente il Presidente Mattarella ha compreso l’immaturità dei rappresentanti eletti in questo nuovo scenario, in cui non chi ha la maggioranza prende tutto, ma il tutto deve essere condiviso e gestito su un piano più razionale ed efficace, sicuramente più dispendioso sul piano dell’impegno politico e programmatico. Il presidente della Repubblica però è altrettanto fiducioso che, quest’esame di maturità sarà superato, seppur con qualche ritardo, senza commistioni incoerenti gestite da faccendieri il cui unico obiettivo sono i forzieri dello Stato, non il suo sviluppo. C’è più coerenza in una opposizione puntuale, agita da un Governo ombra, attraverso cui rendere espliciti i passi del Movimento 5 stelle in un eventuale Governo del Paese, verso cui potrebbero confluire altre forze democratiche. In verità già adesso avrebbe senso un Governo ombra, rispetto a quello ancora in carica, attraverso la formalizzazione operativa della lista inviata dal M5S al Presidente Mattarella prima delle elezioni. Maurizio Ciotola
Sottoscrivi questo feed RSS
giweather joomla module