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Bitti, Sardegna, Italia. Di Maurizio Ciotola

C’è stato un ritardo, sì, questo è evidente, di cui una macchina burocratica guidata da indifferenti è solo parziale causa del disastro di Bitti.

Perché la messa in sicurezza riguardava e riguarda le aberrazioni compiute negli anni, da professionisti e politici, non certo per gli eventi naturali in sé non devastanti.

Il progetto, il piano che è stato ritardato ha un nome piuttosto eloquente: “Stombamento e adeguamento”, allo scopo di ri-liberare quei corsi d’acqua ingabbiati nei canaloni chiusi e per i quali, in troppi casi, fu anche ridotta la loro portata.

La procura di Nuoro indaga per omicidio colposo, certo, ma nei confronti di chi? di coloro che hanno svogliatamente o deliberatamente ritardato il piano di “stombamento” o nei confronti di chi appose in quegli anni la firma, deliberando l’esecuzione dell’intombamento dei canali?

Indagherà per individuare quegli stessi professionisti e impresari, che hanno proceduto alla costrizione mal dimensionata e insulsa, dei tre corsi d’acqua, che in periodo di pioggia assumevano e assumono entità torrenziali?

Crediamo che non vi sarà nessuna condanna e non sarà individuato alcun responsabile, come è nella natura di una giustizia, che indaga nei confronti di coloro con cui condivide, molto spesso, la mensa e gli ambienti.

Conteremo senza dubbio i morti e avremo delle pompose commemorazioni annuali, con prefiche a seguito, nelle quali in tanti vorranno sedersi in prima fila.

Certo ben vengano i quaranta milioni di euro dalla Regione Autonoma della Sardegna, che forse serviranno per ricompensare e ricostruire le parti devastate, ma che non restituiranno la vita ai morti di oggi e non renderanno giustizia a quelli di ieri.

Questa è una Regione, unitamente all’intero Consiglio, che svolge attività di amministrazione secondaria, guardandosi bene da intraprendere decisioni politiche inserite in un progetto esteso di rinascita e rivoluzione culturale, oltreché strutturale.

Per anni abbiamo visto alla sua guida commercialisti e economisti, i quali oltre al proprio tavolo di lavoro, non hanno la minima consapevolezza della realtà da cui sono circondati e con cui, ahinoi, non intesero entrare in contatto.

Abbiamo visto figli di politici che non hanno saputo far altro che esordire con sproloqui sul numero delle province esistenti in Regione, fino a confondere l’ambito regionale con la Regione Lombardia.

Negli anni è stato partorito un tessuto organico di pusillanimi, chiamati a guidare nei punti chiave le istituzioni regionali e provinciali, portando con il loro significativo contributo la Regione al disastro.

Fiumi di denaro di cui sono giunti a destinazione solo poche gocce, insufficienti per portare a compimento le opere intraprese, a causa di una corruzione dilagante in cui la parte sostanziale dei finanziamenti si è persa nelle tasche di un sistema collaudato.

Unico caso nel Paese, la corruzione in Sardegna, di cui la magistratura pare non essersi accorta, se non in pochissimi frangenti e per alcuni con evidente politicizzazione delle indagini.

In soccorso di questo sistema collaudato, hanno concorso gli organi mediatici, esplicitamente orientati in difesa di una o dell’altra fazione, derubricando al nulla la loro indipendenza per sopravvivere grazie ai finanziamenti che la Regione destina loro, in funzione di un appiattimento alla via del governante.

Però i morti, non solo a Bitti, ma in Gallura, a Capoterra, ad Assemini, nel Sarcidano, continuiamo a contarli di anno in anno, con urla al momento dell’evento, inneggiando al disastro ambientale di cui l’uomo in senso vago e allargato, è ritenuto responsabile.

Ma nessuno, spesso gli stessi magistrati, sembra riuscire a leggere i nomi dei progettisti, dei direttori dei lavori, delle imprese, dei politici che, negli anni, in un accordo solidale, hanno antropizzato a loro uso il territorio, senza salvaguardare gli esseri che in esso vivono, se non in loro totale dispregio.

Maurizio Ciotola

Aldo Scardella, vittima della malagiustizia. Di Maurizio Ciotola

Oggi ricordiamo la morte di un cittadino cagliaritano vittima della giustizia, Aldo Scardella, morto suicida nel carcere di Buoncammino a Cagliari il 2 luglio 1986.

Ricordare questo trentaquattresimo anniversario della sua morte, costituisce un punto fermo attraverso cui fare luce sugli innumerevoli casi di malagiustizia del nostro Paese e dello stato di cancrena a cui la Giustizia sembra essere giunta.

Aldo Scardella fu arrestato sulla base di indizi, tale era allora la procedura che poteva portare chiunque alla condizione di imputato, cui concorse non solo l’organo della magistratura.

Il 23 dicembre vi fu un incursione presso un locale commerciale, il “bevimarket”, con scopi ancora non chiariti e in cui fu ucciso il proprietario Giambattista Pinna.

Aldo abitava a pochi metri, frequentava la vicina piazza Givanni XXIII, allora parzialmente luogo di smercio di droga, e in più faceva parte di una famiglia onesta e umile.

Non si è mai capito in base a quali “indizi certi” la Squadra Mobile della Polizia di Stato orientò le indagini nei suoi confronti.

In quegli anni la polizia giudiziaria più che raccogliere prove raccoglieva indizi e con quegli indizi, molto spesso insieme alla magistratura, si giungeva allo sviluppo di teoremi secondo una prassi acquisita.

Ovviamente questo modo di procedere non costituiva il metodo delle indagini dei tanti e onesti attori della polizia giudiziaria e della magistratura.

Generalizzare e esaltare le defezioni, le distorsioni in capo a delle specifiche funzioni istituzionali, necessarie per le garanzie di libertà e per la giustizia nel Paese, non è solo improprio, ma tendenzialmente reazionario.

Esistono i casi di malasanità, ma questi costituiscono una minoranza esigua, che non può connotare il servizio cui tanti attori della sanità, con impegno giornaliero, rendono possibile.

Altresì è doveroso affermare che dei casi di malagiustizia, forse in sé più numerosi e meno rumorosi, eccetto i casi in cui intaccano alte personalità dello Stato e della finanza, in pochi sanno e in pochissimi si impegnano per contrastarli.

Aldo Scardella fu praticamente buttato in una cella in isolamento, prima nel carcere di Oristano, dal 29 dicembre 1985 al 24 aprile 1986, poi tradotto nel carcere di Buoncammino, dove il 2 luglio dello stesso anno, senza elementi probanti da parte degli investigatori, si tolse la vita esasperato dall’inerzia e dall’arroganza delle istituzioni.

Aldo si è tolto la vita e tanti altri come Enzo Tortora la perderanno a causa di quello stress, cui la macchina giudiziaria conduce chi è consapevole della propria innocenza e passionalmente vive questa tragedia.

Citare “il Processo” di Kafka è sempre utile per capire, se è possibile, qual è la mostruosa macchina giuridica che aggredisce il cittadino, su cui è bene ricordare che, rimane sempre valida la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio.

Ovviamente questo quando l’iter giudiziario è privo delle devianze cui molti giudici ci hanno mostrato, ma mai abituato.

In questi giorni quanto è emerso dalle indagini e dalle intercettazioni in merito al massimo organo della magistratura, il suo Consiglio Superiore, è da ritenersi inconcepibile per un Paese democratico.

Sappiamo che quanto accade in quel coacervo di interessi e intrecci politico-giudiziari, è da sempre stato oggetto di guerre tra consorterie difficilmente propense a tutelare gli interessi del Paese, se non a sfruttarli per acquisire maggior potere.

Certo è che di fronte a questa decisa decadenza e perversione, che mette in discussione ingiustamente l’intera magistratura, non vi è alcun organo che può decretare lo scioglimento del suo Consiglio Superiore, che come sappiamo può procedere solo su propria e collegiale iniziativa.

Neppure la moral suasion del Presidente della Repubblica, ancorché presidente del CSM, ha indotto alle dimissioni i componenti dello stesso Consiglio, verso cui, è sempre valido il principio di innocenza, come per gli altri cittadini cui tale principio invece sembra essere omesso.

Gli stessi componenti togati e non, dovrebbero rimettere il loro mandato per offrire un passo certo alla riforma del CSM e della giustizia in generale.

Anche per questo è importante ricordare oggi Aldo Scardella, in occasione della ricorrenza della sua morte causata da una malagiustizia, in cui hanno concorso alcuni attori di polizia giudiziaria e di una stampa poco avvezza alle garanzie, cui le leggi e i principi costituzionali, non gli uomini, si richiamano.

Ma non per questo corriamo ad accomunare casi e persone, vittime o ipotetiche vittime di una giustizia settaria, che in epoche e con modi differenti ha aggredito cittadini del nostro Paese in base a istanze reazionarie.

Azioni cui purtroppo alcuni magistrati, membri della polizia giudiziaria e del sistema mediatico erano e sono votati, in contrapposizione alla Giustizia e alla Libertà, cui si dovrebbe ispirare qualsiasi democrazia.

Maurizio Ciotola

Cagliari. Corso "Il lessico giudiziario penalistico tra etica e informazione"

Venerdì 29 novembre, dalle 14 alle 17, si terrà presso lo Spazio Eventi al piano primo della MEM - Mediateca del Mediterraneo in via Mameli 164 a Cagliari, il corso dal titolo “Il lessico giudiziario penalistico tra etica e informazione”. Nella cronaca giudiziaria si usa talvolta mutuare il lessico degli atti giudiziari, travasando nella comunicazione giornalistica termini e concetti "tecnici" il cui significato è spesso ben diverso, se non addirittura opposto, rispetto a quello che la loro forma esteriore comunica, in prima istanza, al cittadino comune. Quali sono queste parole e come dovrebbero usarle i giornalisti? Fare cronaca giudiziaria non significa solo "raccontare"; i toni, il modo di esporre le vicende, e soprattutto le parole usate possono rivelarsi una forma di stigma che si aggiunge a quello, già di per sé gravoso, dell’inchiesta penale. Introduce Francesco Birocchi, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Sardegna. L’evento sarà condotto da Federico Bacco, cagliaritano, dottore di ricerca in Diritto penale e Criminologia nell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e autore della monografia “Tra sentimenti ed eguale rispetto. Problemi di legittimazione della tutela penale” (Giappichelli, 2018). Partecipa l'avvocato Mauro Trogu, dottore di ricerca in Diritto processuale penale. La frequenza del corso, aperto a tutti, permetterà conseguire 5 crediti deontologici agli iscritti all'Ordine dei giornalisti.

Giustizia. In Italia vi è equità tra accusa e difesa per un cittadino comune? Di Maurizio Ciotola

Sappiamo che, uno dei principi su cui si fonda qualsiasi Stato democratico è quello di una giustizia equa, esercitata in base alle leggi emesse dal Parlamento. E'chiaro che deve esservi una fonte primaria a cui il Parlamento deve rispondere nell’emissione delle leggi che, non possono essere declinate secondo una propria definizione di democrazia e di giustizia o in funzione delle maggioranze politiche esistenti. La Costituzione ha questo compito essenziale, cui le leggi devono rispondere e, ad essa quanto alle leggi, deve attenersi qualsiasi organo o cittadino dello Stato. E'la nostra Costituzione che, all’art. 3 sancisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, cui in linea di principio e teorica, vi sono pochi dubbi sul suo mancato rispetto nei tribunali della Repubblica. E'pur vero però che, l’ingranaggio giuridico cui un cittadino è costretto ad affrontare a causa di un procedimento penale o civile, di cui è parte accusata, fa emergere aspetti, che non pregiudicano l’uguaglianza di fronte alla legge, ma di fronte agli ostacoli di ordine economico e sociale, che nei fatti limitano l’uguaglianza in sé, fino a determinare un’evidente parzialità. Immaginiamo un cittadino di fronte a un’accusa generica, e analizziamo quali sono gli strumenti a disposizione dello stesso per una giusta difesa, rispetto all’accusa, al Pubblico Ministero, ovvero la Procura della Repubblica, che dispone a differenza, strumenti illimitati sul piano tecnico ed economico. Quale dovrà essere la disponibilità economica dell’imputato, per potersi avvalere di una difesa in grado di riuscire a dimostrare la sua innocenza? e altresì, di avvalersi di un legale, capace ad utilizzare le diverse accezioni interpretative insite negli articoli del codice di procedura penale/civile, per riuscire ad eludere l’aggressione giudiziaria e a non subire la condanna? Se la legge è uguale per tutti, è altresì significativo, ai fini del risultato finale, avere a disposizione una difesa in grado di misurarsi con l’accusa su un piano paritario e reale degli strumenti a disposizione. Se le misure economico-sociali del cittadino-imputato, sono minime o nulle, quali e quante saranno le possibilità affinché questi risulti non colpevole, e nello specifico dei casi penali, quante probabilità avrà egli di eludere la detenzione negli istituti di pena? Nei fatti vi è una differenza sempre più marcata tra cittadini abbienti e quelli meno abbienti, non solo sul piano della sanità, dell’istruzione, dell’alimentazione di qualità, ma anche e non in misura secondaria, per quanto riguarda la giustizia. Qualche giorno fa un noto magistrato, ex pm d’assalto, ha chiaramente dichiarato che, nelle carceri non si trovano colletti bianchi. Chi frequenta le carceri è perfettamente al corrente che in esse sono presenti una grande quantità di condannati per reati minori, furti esigui, rapine e spaccio di droga. E'altresì lampante che, chi ha la possibilità di accedere a studi di legali pluri-accreditati, ancorché costosi, riesce ad evitare il carcere, diversamente da chi può solo avvalersi di una cosiddetta difesa minimale o di ufficio. Se l’accusa, il pubblico ministero, ha a sua disposizione strumenti investigativi pressoché illimitati, nei confronti di qualunque cittadino della Repubblica imputato di un reato, ci chiediamo perché la difesa è invece delegata alle risorse dello stesso, che se non in alcuni rarissimi casi, per altro ben noti, sono ben distanti da quelle dell’accusa? Premesso che è utopistico immaginare una uguale disponibilità di risorse economiche per tutti, è sicuramente possibile però pensare di rendere disponibile, attraverso opportuni strumenti, economici ed investigativi, ma soprattutto di garanzia, una condizione egualitaria per la difesa di chiunque. Non uno Stato/mostro da cui difenderci, perché organizzato secondo un modello borbonico e opprimente, ma uno Stato capace di guardare al cittadino come un suo pilastro e non come ad un nemico. Non possiamo più respingere oltre, una completa revisione di questo stesso Stato/mostro, che è sempre più strumento delle diverse lobby antistato, grazie alle pesanti infiltrazioni di soggetti ad esse affiliati. Maurizio Ciotola

Tempi della giustizia. Assoluzione con formula piena dopo oltre 26 anni e risarcimento

E' quanto accaduto a quattro residenti nel Comune di Alghero, finiti nelle maglie delle giustizia nel 1991 a seguito di un'inchiesta su un presunto traffico di stupefacenti che li ha visti destinatari di accuse pesanti come l'associazione a delinquere. La sentenza di assoluzione con formula piena arriva, da parte del tribunale di Sassari, nel novembre del 2017. Per questo motivo la sezione staccata di Sassari della Corte d'appello di Cagliari ha ora stabilito che lo Stato dovrà risarcire a ciascuno dei coinvolti 600 euro per ogni anno intercorso, fino alla sentenza di assoluzione. L'importo totale dovuto ai quattro protagonisti della vicenda ammonta a circa 63 mila euro.

Giustizia. Sciopero dei magistrati onorari

Sono circa 150 i magistrati onorari che sciopereranno da oggi fino al 2 febbraio. Alla base dell'iniziativa, che vede coinvolti i giudici onorari del Tribunale e i vice procuratori onorari, la contrarietà alla riforma Orlando "colpevole - come da loro stessi sostenuto - di aver reso ancora più precaria la professione, con stipendi che in qualche caso non superano i 700 euro mensili". A ciò si aggiunge il fatto che la riforma - come sottolineato da Daniela Muntoni, portavoce e magistrato onorario da 13 anni - "aumenta il numero dei colleghi in servizio ma non risponde ai problemi legati ai bassissimi stipendi e alla questione ferie o malattia". Con l'inizio dello sciopero c'è quindi da aspettarsi un carico di lavoro extra per i sostituti procuratori e i giudici dei Tribunali sardi che dovranno prendere in carico anche le udienze che di solito vengono amministrate dai giudici onorari. Un problema non da poco visto che stiamo parlando di circa la metà del totale delle udienze nel capoluogo sardo.

Giustizia e politica, in Italia e in Sardegna. Di Maurizio Ciotola

La Magistratura, al pari delle forze dell’ordine, hanno un importante ruolo in qualsiasi società. Per questo il controllo di entrambe, diretto o indiretto, è parte essenziale in quegli Stati ove la democrazia non esiste o dove è solo richiamata dalla Costituzione. In Italia l’Assemblea Costituente sancì dei punti cardine a garanzia dell’indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere, economico e politico, quanto la subalternità della Polizia Giudiziaria alla magistratura medesima. Negli anni questi equilibri sono sempre stati labili, incerti, non meno di quella espressa subalternità della Polizia Giudiziaria, attraverso cui gli organi inquirenti della Magistratura raccolgono le informazioni di reato. I sistemi costituiti dagli uomini non sono perfetti per natura e per questo vengono sottoposti a controllo, ma in un Paese come il nostro molto spesso il controllore può divenire più pericoloso del controllato, sul piano etico e legale. Negli anni più recenti, quelli successivi al grande scontro dei primi anni novanta, tra una parte della magistratura e una parte della politica, i politici hanno fatto a gara ad ingaggiare nelle loro liste elettorali e compagini governative, magistrati o uomini delle forze dell’ordine e non perché attribuissero loro una maggior integrità, ma forse per salvaguardare una o l’altra parte politica. Un metodo che pare abbia in parte dato i suoi frutti, vista la permanenza sullo scenario politico di alcuni personaggi, su cui le condanne e le indagini non lasciano dubbi. In Sardegna nel 1993 a salvaguardia di una incolumità politica, la cui integrità era fortemente compromessa, il “direttorio unico regionale” ha pensato che, nessun altro candidato avrebbe potuto far meglio di un magistrato alla presidenza della Regione. Ed effettivamente, sul piano delle indagini avviate da una Magistratura isolana sonnolente, non emerse nulla di significativo, se non per pochi e quasi sempre per i cosiddetti outsider, poco allineati alle logiche interne dei partiti e del sistema su cui si reggevano. Il partito socialista decapitato e distrutto sul versante nazionale, qui in Sardegna vide la sua dirigenza scomparire con un deflusso silenzioso e in molti casi trasformista. La Procura di Cagliari, non ha mai vantato primati eccellenti e neppure oggi sembra intenzionata a farlo, visti i casi più eclatanti come il caso Manuella e quello Scardella, per cui nel primo, con una discutibile inchiesta furono accusati avvocati, poi prosciolti, mentre per Aldo Scardella, il suicidio sopravvenne in isolamento carcerario da innocente, come poi si appurò con il processo e le successive indagini. E'difficile parlare del caso Lombardini, cui ancora la vicenda rimane oscura, che però qualora fosse stata appurata, non avrebbe potuto avere, un unico regista negli intenti contestati, quanto una “cabina di regia”, da cui è difficile vedere esclusi altri magistrati, parti dello Stato e della Polizia Giudiziaria. Certo è però che, ancora oggi le indagini portate avanti sui disastri ambientali generati dall’industria e dalle forze militari, sugli atti di corruzione politica e della p.a., per quanto riguarda i casi mai chiariti, come quelli avvenuti al largo di Feraxi, ove fu abbattuto un elicottero della Finanza con la morte del pilota e copilota, sembrano avere avuto esito giudiziario. Non troviamo risposta giudiziaria neppure in quello strano caso, che portò l’ex Presidente del Cagliari calcio, Cellino, a realizzare uno stadio a Quartu, dopo che le estenuanti e non chiare trattative politiche lo costrinsero ad abbandonare il S.Elia. Nulla sappiamo in verità, neppure su ciò che è “custodito” sotto la melma dello stagno di Molentargius, in quella porzione che, per un mese ha riversato fumi tossici sulla città di Quartu S.E. E ancor meno conosciamo sul presunto disastro ambientale causato dalla Fluorsid, di proprietà di Giulini, l’attuale presidente del Cagliari calcio, su cui sembrano essersi spente le luci e l’attenzione dovuta, per dare spazio a probabili reati di alcuni politici, su cui errori e inavvedutezza hanno avuto un ruolo, piuttosto che la scientifica certezza di produrre un danno ambientale, con relativi morti e malati, causati da un ciclo industriale non rispondente alle norme vigenti o da un esercizio militare svolto in barba alle norme vigenti. Maurizio Ciotola

Isili. Il ministro Orlando alla presentazione del progetto "Liberamente"

Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è intervenuto oggi a Isili in occasione della presentazione del progetto "Liberamente", finalizzato alla valorizzazione delle colonie penali. Durante il dibattito Orlando ha sottolineato il prezioso compito delle colonie agricole penali, definite "un patrimonio che è anche occasione per dare concretezza a uno dei pilastri della riforma dell'esecuzione penale, il lavoro". Ed è proprio il lavoro ad assumere una valenza fondamentale per chi deve scontare una pena in carcere. In questo senso Orlando ha spiegato: "il lavoro è il primo ponte di inclusione che fa parte di un'idea del carcere in grado di superare un muro di indifferenza che lo separa dalla società". Un'affermazione che rende necessaria una maggiore apertura al territorio delle colonie penali che ha portato il ministero - come evidenziato dallo stesso Orlando - ad investire circa 3 milioni di euro per interventi di riqualificazione edilizia sulle tre Colonie presenti sul territorio sardo.
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