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La necessaria riforma dell’istruzione e dell’università. Di Maurizio Ciotola

In evidenza La necessaria riforma dell’istruzione e dell’università. Di Maurizio Ciotola

Abbiamo il dovere di pensare al futuro ponendo in atto azioni, che nel presente costituiscano investimenti nel medio e lungo periodo.

Se oggi la comunità europea ci consente di utilizzare quasi cinquecento miliardi, per dare il via all’operazione di trasformazione, cui la politica per venticinque anni si è opposta, quest’investimento non può prescindere dalla riforma della scuola e dell’università.

Qualsiasi intervento realizzato su versanti economici o finanziari, che prescindono dall’istruzione, costituiranno investimenti a breve termine privi di qualsiasi respiro.

Se nell’immediato abbiamo bisogno del “pescato”, è pur vero che non solo abbiamo bisogno delle “reti”, quanto della capacità di saperle realizzare con modalità differenti.

Questo è un pensiero che difficilmente riuscirà a farsi strada in una società di banditi, che tendono a erodere nell’immediato le quantità certe di denaro disponibili.

Ma oggi il confronto globale non mette in competizione solo le merci, quanto piuttosto le capacità e il know how dei singoli intesi in un contesto di cooperazione, senza alcuna distinzione dei confini nazionali.

In questo contesto come nel passato, la crescita culturale di un popolo costituirà la chiave di sopravvivenza, oltreché di successo nel prossimo futuro.

Investire in questo ambito non dovrà costituire una scelta secondaria o marginale nelle linee dell’ampio progetto in definizione sul piano nazionale.

La centralità dell’educazione, dell’istruzione, dell’etica, impongono una trasformazione dettata dai tempi e soprattutto dalle prospettive con cui abbiamo l’obbligo di confrontarci.

La stessa riforma dei percorsi istituzionalizzati dell’educazione e dell’istruzione, quanto quelli dell’università, non possono avvenire senza una totale ridefinizione degli obiettivi e della forma stessa, con cui vengono essi vengono raggiunti, in ambito scolastico e universitario.

Questo però sembra essere un problema non affrontato dal Governo e ancor meno da un Parlamento deficitario di visioni prospettiche, non meno che contestuali.

Trent’anni di vuoto legislativo, in cui lo scopo principale è stato quello di erodere capitali e demolire diritti, senza investire in un futuro, che è già presente, non consentiranno una ragionevole inversione di rotta.

Ma le stesse Università nella loro autonomia, hanno generalmente ridotto il loro campo di azione nel moltiplicare i bilanci e occupare docenti, in modo non sempre cristallino.

Sempre senza puntare mai al futuro, se non in una visione che non fosse quella già predefinita e concordata con le entità del potere.

A quel potere, in barba all’autonomia, si sono legate implementando un interscambio, che in alcuni casi sfiora l’affarismo di nessuna utilità per la società, se non estremamente dannoso per la stessa.

Non individuiamo spinte da parte delle stesse autonomie universitarie, se non nella corsa ad accaparrarsi incarichi presso le grandi aziende nazionali, legate alla politica, a quella politica priva di prospettive o, in alcuni tristi casi, nel sottrarre “posti letto” alle aziende ospedaliere, allo scopo di affidare incarichi a docenti in eccesso o senza più l’assegnazione in un corso di studi.

Pensiamo a quale competizione dell’offerta è già in essere, riuscendo ad attrarre gli studenti verso una Università piuttosto che un’altra, seppur sotto casa.

La connessione on line alle lezioni, seppur con esami in presenza, costituirà lo strumento attraverso cui verranno abbattuti i costi, facilitando le scelte nell’optare a favore di un ateneo più quotato, seppur dislocato in un’altra parte d’Italia e alla lunga del Mondo.

A Cagliari e più in generale in Sardegna, abbiamo un’opportunità finora obliata da una gestione pseudo-feudale, che negli ultimi trent’anni ha impedito lo sviluppo di un Ateneo già proiettato in ambito globale.

Se le bellezze naturali rendono la nostra Isola uno dei luoghi più belli del Mediterraneo, almeno fino a quando riusciremo a garantirlo, sappiamo anche che, questo è un aspetto su cui non abbiamo potuto incidere all’origine, diversamente da tutto ciò di cui siamo o possiamo essere autori.

Potremmo ambire ad avere un ruolo centrale nel bacino del Mediterraneo, per quanto riguarda la “formazione” universitaria, intessendo non solo rapporti transfrontalieri, certamente prioritari, ma non determinati per lo sviluppo di una reale eccellenza, capace di attrarre a se studenti da tutto il mondo.

I corsi stessi dovrebbero essere orientati in tal senso, piuttosto che finalizzati all’assegnazione di una cattedra o al suo mantenimento.

Il mancato dialogo tra unità di ricerca delle stesse facoltà all’interno delle università, cui quella di Cagliari non si sottrae, genera una inefficienza che declassa la stessa formazione, sottraendola quasi sempre da un dovere etico.

Il passato relativamente recente delle nostre università isolane, Cagliari in primis, ove tra il CNR, il CRS4 e alcune importanti imprese private, la condivisione non solo è stata nulla, ma ampliata da una repulsione dettata da interessi di piccolo cabotaggio, non può deporre a favore di possibili e futuribili gestioni degli stessi atenei.

Proviamo semplicemente a pensare all’inconsistenza di un piano di accoglienza residenziale, come il campus cui si voleva dar vita negli spazi antistanti il porto di Cagliari, che appunto è miseramente fallito sotto i colpi di una politica miope, che ha visto tra gli attori non solo la Regione e l’Ersu, ma gran parte di un’élite feudale.

Se anche i più opportunisti quanto miopi attori nel contesto isolano, non capiranno la necessità di intervento sul piano dell’istruzione, dell’università e della ricerca, in una visione coordinata e estesa, nessuno, tanto meno queste élite locali potranno salvarsi in un confronto mondiale.

Abbiamo avuto docenti e ricercatori di rilevanza internazionale, molto spesso screditati in casa per lasciar spazio ad una mediocrità, che non ci potrà salvare dal confronto mondiale, in cui oggi più di ieri siamo chiamati a confrontarci, piuttosto che competere.

Vi chiedo solo cosa accadrà quando oltre il 50% degli studenti universitari cagliaritani, al pari di quelli dell’intera nazione, opteranno per intraprendere uno studio presso un’università che non risiede nel nostro territorio?

Con quali strumenti potremo continuare a sostenere la ricerca e lo studio, se le scelte dei futuri studenti ricadranno altrove, non per una minore selettività, quanto per una qualità superiore dell’offerta formativa?

Nessuno si salverà da solo, tanto meno gli ambiti in cui i costi non determineranno più alcun beneficio, per la conoscenza e la cultura di una intera società proiettata nell’interazione globale.

Maurizio Ciotola

Ultima modifica ilVenerdì, 25 Settembre 2020 19:29

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