23 maggio 1992, ventotto anni dalla strage di Capaci.Di Maurizio Ciotola

In evidenza 23 maggio 1992, ventotto anni dalla strage di Capaci.Di Maurizio Ciotola

A ventotto anni dalla strage di Capaci, in un tempo in cui oramai non è più presente nessuno di coloro che furono in prima fila per combatterla, dobbiamo capire perché la mafia, in quanto potere, non ha finito di esistere.

E’lecito richiamare l’affermazione del prof. Isaia Sales, nel suo saggio “Storia dell’Italia mafiosa”, per cui “Nessun potere extra-istituzionale può vivere e sopravvivere in contrapposizione a quello statuale. Se le mafie sono riuscite a sopravvivere per due secoli, ciò significa che non costituiscono e hanno costituito un potere alternativo, ma nei fatti un potere relazionato con esso”.

E ancora in merito alla storia che studiamo del nostro Paese edulcorata della storia delle mafie, che come gli storici sanno invece hanno contraddistinto l’affermazione dell’unità d’Italia, nella misura in cui le stesse mafie erano collaterali ai poteri preesistenti, mutando solo riferimento politico e istituzionale, ma non la prassi.

Non possiamo certo identificare la storia d’Italia come storia mafiosa a tutto tondo, altresì “..non è corretto ridurla (la storia di mafia) a una componente secondaria e dunque ininfluente nel determinare le caratteristiche della grande storia nazionale”, ci dice sempre il prof. Sales.

Il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 costituiscono la fine di quella lotta, cui una parte dello Stato e della politica riuscì a far partire negli anni ottanta e di cui constatiamo l’epilogo dopo il maxi processo nella conferma delle condanne in Cassazione.

Il ruolo delle mafie fu centrale anche durante la liberazione dal regime nazi-fascista, in funzione di tenuta antisovietica, piuttosto che anticomunista.

Nei processi sulle stragi terroristiche in cui furono implicati neofascisti e servizi deviati, corpi dello stato, emersero contiguità con il mondo della malavita organizzata, delle mafie appunto.

E’sempre il prof. Sales che nel suo saggio mette per iscritto nomi e cognomi, tra cui quello di un Presidente della Repubblica, Antonio Segni, e le sue relazioni con capi della mafia, “...un presidente della repubblica, Antonio Segni, frequentava assiduamente il mafioso Calogero La Volpe, medico del capo della mafia siciliana Calogero Vizzini, uno che quando si recava negli USA partecipava abitualmente alle riunioni di Cosa nostra”.

Presidente su cui ricadrà in modo più esplicito l’ombra del tentato colpo di Stato, di cui al fallito “piano Solo” del Generale De Lorenzo nel 1964.

Il 6 gennaio 1980 il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, viene ucciso secondo uno stile non riconducibile alla mafia, fatto per cui il giudice Falcone avviò un’indagine sul coinvolgimento del terrorismo di matrice fascista.

Il 30 aprile 1982 il deputato comunista Pio La Torre, venne ucciso dalla mafia o da una combine imprecisa di volontà, non semplicemente nazionali.

Ma anche lui, come dieci anni dopo accadde per Falcone e Borsellino, restò solo, isolato nel suo stesso partito, come ci ricordò Rossana Rossanda su “il manifesto”.

In quell’evidente emergenza, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fu inviato dal Presidente del Consiglio Spadolini, con la funzione di prefetto a cui furono demandati speciali poteri, ma senza poter disporre di mezzi effettivi.

Il 3 settembre 1982, dopo pochi mesi di permanenza il Generale dalla Chiesa, la moglie Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, furono trucidati in un attentato mafioso.

La reazione di una parte delle istituzioni, sicuramente della procura di Palermo, per mano del giudice Chinnici spinse all’istituzione del pool antimafia, favorito dal contesto emergenziale, politicamente favorevole.

Erano gli anni in cui le presidenze del Consiglio dei ministri furono in mano ai partiti laici, prima Spadolini poi Craxi.

Anni in cui il presidente della Repubblica e quindi presidente del CSM, il laico e socialista Sandro Pertini, costituì un forte punto di riferimento, ancorché motore dell’avvio di un cambiamento istituzionale.

Nell’ottobre del 1983, un mese dopo l’omicidio Dalla Chiesa, in Brasile fu arrestato Tommaso Buscetta, boss mafioso in opposizione alla supremazia corleonese di Totò Riina, che per combatterlo gli sterminò l’intera famiglia rimasta a Palermo.

Falcone lo incontrò in Brasile, capii che poteva nascere una collaborazione e chiese la sua estradizione.

Passo importante, perché l’estradizione pur seguendo gli accordi internazionali, è un fatto politico, cui il governo di un Paese riesce a ottenere o a evitare, compiendo o no i dovuti passaggi necessari, non sempre istituzionali.

Buscetta fu la chiave attraverso cui fu possibile aprire quella porta che avrebbe poi consentito al pool, Falcone e Borsellino in particolare, di emettere oltre trecentosessanta mandati di cattura per associazione a delinquere di stampo mafioso e l’arresto della maggioranza degli imputati del maxiprocesso.

La reazione mafiosa non si fece attendere, Chinnici venne ucciso il 23 luglio del 1983, cui subentrò Antonio Caponneto che supportò in misura altrettanto energica il pool.

Adesso il pool, Falcone e Borsellino avevano il duro compito di redigere l’istruttoria per quello che sarebbe stato il maxiprocesso alla mafia.

Dopo l’omicidio del Commissario Montana, ancora una volta lo Stato attraverso i servizi, attuò un vero e proprio raid per mettere in salvo Falcone e Borsellino, nell’agosto del 1985.

La minaccia incombente nei confronti dei due giudici, spinse le istituzioni dello Stato, diversamente sensibili, a trasferirli con le rispettive famiglie in un luogo sicuro e protetto, il super carcere nell’isola de L’Asinara.

In quell’isolamento protetto Falcone e Borsellino, redassero l’istruttoria del maxiprocesso per gli oltre quattrocento imputati.

Ma la maglia di protezione dello Stato non presentava uniformità e purtroppo durante quei mesi di lavoro senza sosta, nell’infuocata Palermo fu ucciso il commissario Ninni Cassarà.

Era necessario pensare anche dove poter svolgere in sicurezza un processo, con una tale mole di imputati di peso dell’organizzazione mafiosa.

Un luogo sicuro, protetto, in cui far giungere gli stessi imputati, senza mettere a rischio i trasferimenti dal carcere all’aula del tribunale, ove nello stesso tempo era necessaria anche una protezione da eventuali attacchi esterni.

L’aula bunker venne realizzata all’interno del carcere de L’Ucciardone, in strutture in cemento armato a prova di missile, come narrano le cronache del tempo, perché si paventò anche una simile minaccia.

Furono realizzati gli spazi per consentire ai giudici e i giurati la loro permanenza in isolamento alla fine del processo, nei giorni di camera di consiglio, che furono trentacinque, in completo isolamento.

Una struttura realizzata in pochi mesi e perfettamente efficiente, cui il governo in carica volle fortemente, concretizzando la sua realizzazione nelle misure di massima protezione prevedibili.

Questo ulteriore passaggio politico mette in risalto che, in quel determinato periodo storico del nostro Paese la volontà di lotta alla mafia non apparteneva solo ai talk show o alla retorica politica, ma era parte delle istituzioni quanto della politica di governo.

Nel dicembre del 1987 il primo grado del maxiprocesso ebbe fine con la lettura del dispositivo della sentenza: 346 condannati e 114 assolti.

Tra il secondo grado e la Cassazione furono uccisi altri due giudici, Saetta e Scopelliti, il primo avrebbe dovuto presiedere la fase di appello, il secondo costituiva il procuratore generale che in Cassazione avrebbe dovuto sostenere l’accusa.

Nel frattempo, nel 1988 Caponnetto lasciò l’incarico per raggiunti limiti di età, Falcone candidato naturale, fu bocciato da il CSM presieduto dal nuovo Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che optò per Meli, il quale una volta insediato smontò il pool antimafia in aperto contrasto con Falcone.

Anche alla presidenza del Consiglio dei ministri era ritornato un democristiano, Ciriaco De Mita, di cui è utile riportare quanto scrive il prof. Sales sul suo saggio, in merito alla trattativa tra Stato e camorra che condusse alla liberazione di Ciro Cirillo, membro della Dc campana.

Dice Sales: “...il presidente del consiglio dell’epoca Ciriaco De Mita, attaccò frontalmente il giudice che aveva scoperto la trattativa dicendogli che si era messo “fuori dal circuito costituzionale”.>p/>

Il pool smembrato, Falcone fuori gioco, Borsellino alla procura di Caltanisetta.

In Cassazione aleggiava l’ombra del possibile annullamento delle condanne del maxiprocesso.

Annullamenti di cui in altre occasioni il giudice Carnevale , chiamato l’”ammazza sentenze”, fu responsabile per diversi processi relativi a singoli casi di mafia.

De Mita lasciò, subentrò Andreotti nel 1989, cui il vice fu Claudio Martelli e Guardiasigilli ad interim.

In contemporanea nel 1989 fu sventato un attentato dinamitardo a Falcone, con il ritrovamento dell’esplosivo nella scogliera prospiciente la sua casa all’Addaura, a Palermo.

Lo stesso giorno Falcone avrebbe ospitato i giudici svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, con cui stava svolgendo indagini sul traffico internazionale di droga, lui stesso parlò di “menti raffinatissime”, riferendosi a mandanti dell’attentato.

Sempre in quegli anni, Falcone fu attaccato pubblicamente dal Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il democristiano in lotta con la componente andreottiana, che lo accusò di tenere nei cassetti i nomi dei politici collusi con la mafia.

Falcone dissentì duramente dalle affermazioni di Orlando, accusandolo frontalmente di “cinismo politico”: “questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia i nomi e i cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia, non è lecito parlare in assenza degli interessati”.

Falcone fu candidato come componente del CSM, in qualità di membro togato, ma non fu eletto dagli stessi giudici.

Il suo isolamento divenne effettivo all’interno della magistratura, con avversione palese della componente di “magistratura democratica” e i partiti politici ad essa riconducibili, cui è opportuno ricordare, il Partito democratico della sinistra e il quotidiano La Repubblica.

Falcone chiedeva l’istituzione di una super procura di coordinamento nazionale, che avrebbe dovuto operare sulle indagini mafiose, in un’avversione totale da parte del CSM e delle compenti della magistratura.

Quella procura che solo dopo la sua morte e in misura e modalità differenti fu istituita.

Accettò l’incarico offertogli da Claudio Martelli come capo ufficio della direzione degli affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, grazie a cui riuscì a definire le modalità di assegnazione dei processi alle sezioni della Cassazione, riuscendo così a evitare che il giudice Carnevale prendesse in mano il ricorso del maxiprocesso.

Nel gennaio del 1991 la Cassazione confermò tutte le condanne in Appello del maxiprocesso.

Di lì a poco una rivoluzione stravolse la cosiddetta prima Repubblica, emerse l’istituzione segreta di Gladio, denunciata da Andreotti presidente del Consiglio, in un contrasto epocale con il capo dello Stato Cossiga, che fu anche il creatore di tale istituzione di matrice segreta, finalizzata a una difesa antisovietica, nei fatti un’istituzione sovversiva.

Fu ucciso Salvo Lima, deputato europeo democristiano di Palermo.

Le componenti istituzionali dello Stato oramai deboli a causa di una politica in totale crisi, condusse a uno stallo nell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, che subentrò a Cossiga.

Si giunse così a quel 23 maggio del 1992, senza un presidente eletto, il Psi alla berlina della magistratura milanese e una Democrazia cristiana in lenta decomposizione.

La strage di Capaci avvenne con il Parlamento in piena votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica, imprimendo quella improvvisa accelerazione con cui fu eletto Oscar Luigi Scalfaro.

Riina fu sicuramente il braccio armato che determinò la strage di Capaci, ma questo fu possibile grazie a quella presenza e contiguità delle mafie con organi dello Stato, che segna la storia del nostro Paese.

Organi di cui le mafie in un duplice e reciproco scambio si servivano e si servono per un controllo esteso sull’intero territorio nazionale, cui non è mai stata estranea la politica di Paesi amici.

Lo Stato è assente, non protegge e non tutela chi si contrappone alle organizzazioni mafiose.

In una maglia sempre più fitta di correlazioni tra poteri, legale e illegale, i successivi arresti sporadici e non sistemici di componenti della malavita organizzata, avuti per mano di pentiti poco attendibili, non hanno inficiano la potenza distruttiva delle mafie.

Oggi il CSM è sotto scacco in quanto istituzione, a causa di malversazioni la cui violenza implicita assume il tenore cui le stesse mafie erano e sono use adoperarsi.

Giovanni Falcone era ben conscio, come tutti i suoi colleghi e collaboratori falcidiati nelle stragi, che la mafia e lo Stato avessero elementi di contiguità, ma è la “raffinatezza” di questa contiguità, che ancora oggi sfugge o non vuole essere presa in considerazione.

Quel “là” che permise l’avvio del maxiprocesso e della sua conferma in Cassazione, non fu solo opera di preziosissimi e grandi servitori dello Stato, quanto di una stretta collaborazione tra essi e la politica del Paese in quel preciso contesto, perché né prima né dopo questo fu più possibile.

Vi è stato un arco temporale in cui la politica, una parte di essa, ha preso in mano le istituzioni e, nell’ambito di ciò che è possibile governare all’interno delle stesse, ha consentito la guerra alla mafia, alle mafie.

Il punto è che dopo il 1992, da una contiguità esplicita di una parte dello Stato e della politica, si è passati ad essere sotto completo ostaggio delle mafie, che hanno assunto entità differenti da quelle rozze espresse dai Riina e i Liggio.

Lo stesso Falcone nelle sue ultime incursioni internazionali stava cercando di far emergere tale trasformazione e complessità, tra cui la collaborazione con il magistrato dell’ex Unione Sovietica.

Oggi ci rimane solo la retorica della ricorrenza della strage, della sua morte, cui tanti suoi ex colleghi lo hanno condannato, nell’isolamento professionale e umano attuato negli ultimi anni della sua vita.

Per Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Maurizio Ciotola

Ultima modifica ilSabato, 23 Maggio 2020 17:54

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.

giweather joomla module