In un Paese democratico nessuno deve temere le elezioni. Di Maurizio Ciotola

In evidenza In un Paese democratico nessuno deve temere le elezioni. Di Maurizio Ciotola

Con i pragmatici, o almeno con coloro che dicono di esserlo per non dichiararsi né di destra né di sinistra, utilizziamo un’analisi pragmatica in merito al loro operato, politico ed istituzionale.

Alle elezioni politiche del 2018 il M5S raggiunse il 32 % dei consensi, divenendo il partito di maggioranza relativa in Parlamento.

Di fronte all’ipotesi di esser escluso dal Governo del Paese il movimento ha accettato di governare con una componente politica, in nulla pragmatica, espressamente reazionaria e di destra.

E’nata la carta del famigerato “contratto di governo”, all’interno del quale le due forze politiche divergenti, avrebbero dovuto orientare il loro agire.

La sopraffazione della Lega e la sottomissione del M5S, ha consentito azioni di governo fuori dai principi costituzionali, cui lo squadrismo leghista andava vantandosi, mietendo consensi in piccola parte reali, in gran parte mediatici.

Grazie anche alle già precarie condizioni del disastroso lascito, di cui si sono scambiati il testimone i vari governi di destra e sinistra, alternatisi in poco meno di trent’anni, il Paese si è avviato verso il baratro.

Il crollo del ponte Morandi, struttura di un’arteria nazionale gestita dalla società Autostrade, l’Ilva di Taranto di cui tra i morti in fabbrica e i cittadini di della città, continua a mietere vittime e disastri ambientali senza soluzione alcuna.

Cinquecentomila immigrati senza nome, inesistenti all’anagrafe del Paese, utilizzati come schiavi dalla malavita organizzata, di cui nessuno ha visto un’evoluzione di questa inaccettabile condizione, determinata dalle responsabilità dei governi precedenti.

Oltre alla lotta solitaria di qualche Pm, non è stata resa nota o quanto meno abbozzata una strategia per la lotta alla criminalità organizzata, che imperterrita continua a divorare il Paese.

Il governo M5S/Lega ha accettato che il ministro dell’Interno, intraprendesse una lotta incostituzionale nei confronti degli immigrati, fino a pregiudicare le vite degli stessi, in una contrapposizione tra le istituzioni responsabili e la politica populista e reazionaria, financo fascista, dello stesso Salvini.

Le manifestazioni di intolleranza e di squadrismo si sono moltiplicate su tutto il territorio, generando paura e un forte pericolo di tenuta democratica, cui le forze di polizia rispondenti al ministero dell’Interno, non solo non sembravano gestire, ma che in taluni casi avrebbe potuto ulteriormente pregiudicare.

La stessa strategia di un ministero come quello dell’Interno era abbandonata alla gestione dei direttori, che amplificavano le rozze volontà di un Salvini, inadatto e incompetente.

Per un anno e mezzo, dopo 25 passati tra gli scontri volti a distrarre la popolazione dagli atti criminogeni dei vari governi alternatesi all’esecutivo del Paese, il grado di parossismo e aggressione ha raggiunto i livelli pericolosi di una pre-dittatura.

La fine di quella coalizione innaturale, in cui gli eccessi contrapposti non si annullarono, ha condotto ad un accordo con un centro sinistra immerso in un profondo processo di rigenerazione.

E’ vero, abbiamo visto nascere il reddito di cittadinanza, contrastato da chi ancora vuole sfruttare i disoccupati, assumendoli per fame in barba a qualsiasi contratto di lavoro esistente.

Il reddito di cittadinanza è un principio inderogabile, ma non può costituire l’unico punto di una politica, che sembra evitare le condizioni reali del Paese per orientarsi su questioni di principio, anticostituzionali e illiberali.

Non può evitare o posporre la riforma della Giustizia, attuando la sospensione della prescrizione, come una ghigliottina preprocessuale per l’imputato, che è bene ricordare è sempre un presunto innocente.

In un sistema processuale che può durare decenni, con indubbi rendimenti economici per i legali impegnati, cerchiamo di immaginare cosa potrebbe significare in termini di costo, la loro durata senza termine.

Costi che schiaccerebbero gli imputati senza supporti economici di dimensioni considerevoli.

Alla luce del detto: “Dum pendet rendet” (finché pende, il processo, rende.) caro a molti avvocati, lasciamo immaginare quale proficua rendita stia mettendo in piedi il ministro della giustizia, già avvocato, in assenza di una prescrizione.

Ancor più non capiamo perché un movimento di pragmatica ispirazione, si pieghi al volere di un magistrato ideologizzato, cui non ricordiamo lotte contro la malavita organizzata, se non un vero e proprio agire politicizzato nell’ambito dell’esercizio delle sue funzioni.

Ci troviamo di fronte a un movimento politico che non intende affrontare una riforma costituzionale organica, con le altre forze del Paese.

Un’azione politica violenta che non è stata altrettanto forte nel momento in cui giustamente l’ex ministro dell’istruzione Fioramonti si è dimesso a causa dei fondi tagliati per la scuola e l’università.

Cerca di operare mutilazioni disorganiche delle istituzioni di rappresentanza, il Parlamento, agevolandone un facile controllo da parte delle potenti lobby, sui pochi rappresentanti opportunamente scelti e rimasti.

Vediamo la riduzione di una politica volta al pragmatismo dell’opportunità, per cui le scelte che andranno a determinare i nuovi Cda, i Presidenti e gli a.d. delle società partecipate dal Tesoro o dalla Cdp, non andranno a determinare una svolta, quanto un asservimento della politica ad un sistema finanziario inumano.

Pragmaticamente, in questi anni di guida dell’esecutivo, abbiamo visto fallire la maggior parte di quelle idee positive, cui hanno consentito l’accrescere dei consensi del M5S e che, come mostrano i risultati regionali, adesso sono stati erosi fino ai minimi termini.

La politica di governo di un Paese democratico, non può prescindere dalle forze che la consentono, e per questo l’isterica pretesa di affermazione indiscussa dei singoli voleri, non può che condurre al fallimento e alla crisi di Governo.

Crisi di cui nessuno deve avere paura, in un Paese in cui l’immutata Costituzione vigente, garantisce ancora la democrazia, quale che siano le forza politiche legittimate in Parlamento, alla guida dell’Esecutivo.

Perché il punto principale è quello per cui, né la Costituzione né i principi democratici, cui le leggi incorporano, vengano meno.

L’equilibrio dei cosiddetti poteri istituzionali, dei vari organi previsti da quell’ingegneria costituzionale, definita dal progetto della Costituzione, consente ancora oggi di impedire l’escalation illiberale, che potrebbe farci precipitare verso una dittatura.

In un Paese democratico nessuno deve temere le elezioni, perché esse costituiscono un certificato necessario, seppur non sufficiente, per la democrazia.

Diversamente da quanti credono che la stabilità democratica dipenda dalla durata sistemica della legislatura, per cui è imposto il limite massimo di durata, ma non il suo minimo.

Altresì la difesa dei diritti umani e dei principi costituzionali, non può esser barattata da qualsivoglia accordo o compromesso politico e di Governo.

Per questo le altre forze di maggioranza non devono sostenere l’inazione “pragmatica” del M5S, oramai divenuto poco più che un grido desolato a causa dell’isteria ideologica di alcuni “profeti senza barba”, in rinuncia ai principi fondanti del movimento stesso.

Maurizio Ciotola

Ultima modifica ilDomenica, 09 Febbraio 2020 21:24

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