La Sardegna e la sua classe dirigente, tra il primato della dispersione scolastica e “l’insularità”. Di Maurizio Ciotola

In evidenza La Sardegna e la sua classe dirigente, tra il primato della dispersione scolastica e “l’insularità”. Di Maurizio Ciotola
La dispersione scolastica in Sardegna è la più alta d’Italia, con il triste 30,4% degli abbandoni nella scuola dell’obbligo, riusciamo a detenere questo avvilente primato. L’attenzione della nostra Regione sembra essere inesistente, che a questo indice di dispersione è giunta “guadagnando” posizione dopo posizione grazie all’inazione degli anni addietro. Il contesto nazionale non è sicuramente orientato ad imprimere una svolta in tal senso, avendo abbandonato da tempo quell’illuminato progetto costituzionale nato nel 1946, con cui si sono voluti delineare i principi fondanti della nostra Repubblica. L’assenza di prospettive, le evidenti difficoltà economiche delle famiglie, la privazione di servizi nelle periferie del Paese, della nostra povera Regione, di quelle strutture di collegamento, che possono sopperire all’assenza degli insediamenti scolastici in loco, sembrano essere fattori determinanti a definire il primato di involuzione cui sembriamo destinati. Probabilmente un ruolo primario, in questo senso, appartiene anche al sistema scolastico, così com’è sviluppato, nei suoi metodi e nelle sue strutture inadeguate. Sicuramente la scuola assume il ruolo centrale di educazione per qualsiasi società, ma essa oggi deve competere con fenomeni di comunicazione e captazione intellettuale, con cui arranca nel confronto, fallendo il riconoscimento, da parte degli allievi, di un suo ruolo superiore ed insostituibile. La complessità degli elementi che concorrono in questa detrazione di riconoscimenti, nei confronti del sistema scolastico, impone una altrettanto complessa articolazione di interventi, che però nell’incapacità palese sembra esprimersi in un generale fallimento istituzionale.

Questo è quanto accade nel Paese, almeno nelle Regioni più povere, come da noi in Sardegna, dove non si va oltre la constatazione da parte delle istituzioni preposte.

Oggi, in modo invadente e destrutturante, la rincorsa a definire e finanziare le voci di spesa per progetti privi di correlazione, finalizzati ad una spartizione corrotta dei beni impegnati, esclude qualsiasi intervento in un ambito immateriale qual è l’Istruzione, e soprattutto privo di ritorno diretto per i gestori del connubio tra politica e “prenditori”.

Un connubio inclusivo di fasce intermedie di parassiti che, nel formalizzare il loro operato lo rendono immutabile in un rapporto clientelare/ricattatorio, cui la popolazione della nostra Regione è soggetta. È da oltre vent’anni che le campagne politiche di destra, sinistra, dei sardisti e degli indipendentisti, vertono sulla “restituzione” degli accantonamenti e su una richiesta di maggiori risorse per la gestione dell’Autonomia.

Nel frattempo oltre ad aver dimezzato un ambito produttivo industriale, mancato la strutturazione primaria della Regione, determinato la fuga di una gioventù istruita, siamo riusciti a conquistare il primo posto nell’abbandono scolastico, unitamente all’altro primato, costituito dalla disoccupazione giovanile, stimata oltre il 46%.

In questo contesto si è riusciti a “programmare” una condizione di marginalità per la Sardegna, improntata sul feudalesimo gestionale delle istituzioni e delle risorse regionali sempre più esigue.

A tal proposito, dovremmo porci almeno una domanda di fronte all’incalzare della volontà di inserire “l’insularità” in Costituzione per la nostra Regione, ovvero, quale obiettivo vogliamo raggiungere, se con i già disponibili poteri dell’Autonomia siamo riusciti a far implodere l’economia regionale negli ultimi trent’anni?

Esiste un progetto o la richiesta e la campagna politica è solo fine a se stessa, e del regime feudale che domina la nostra Regione, il quale non volendo perdere la primazia gestionale "indica il dito e non la Luna"?

Quale possibilità di rinnovamento e trasformazione può esistere in una Regione che fa fuggire studenti, specialisti, esperti, eccellenze, ma trattiene soggetti formalizzati quale classe dirigente, in un contesto familistico e clientelare?

Come possiamo accettare questo declino strutturale ed intellettuale, cui tanta parte hanno artisti ed intellettuali, fidelizzati ad un sistema collaudato di ricco sostentamento clientelare?

Quali saranno i ragazzi che intenderanno mutare questo sistema complesso di inerzia e ritrosia, se tratteniamo i meno brillanti, ostacoliamo l’educazione e l’istruzione per gran parte di essi, esortando i migliori a fuggire con un biglietto di sola andata?

Potremo sperare nell’umiltà e nella volontà di un miglioramento, che potrà consolidarsi negli anni, senza assistere a quelle “rapine” istantanee figlie della pianificazione regionale.

Nei fatti è utopistico pensare, che la parte dominante di una classe dirigente supponente e ignorante, proiettata ad accumulare briciole di potere e denaro, possa riuscire in tale intento.

Certo è che solo una porzione minoritaria della popolazione sarda è connaturata a tali inclinazioni distruttive, ma è altrettanto vero che la restante parte non può consentire il perdurare di questo declino, in una connivenza indifferente o fuggendo dalla propria terra.

Noi per primi dobbiamo mutare le condizioni in cui riversiamo, perché esse non derivano da un destino divino o immutabile, quanto dall’aver consentito o partecipato a tale declino.

Maurizio Ciotola

Ultima modifica ilLunedì, 09 Dicembre 2019 07:28

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