Il capitalismo non governato, i suoi fallimenti e la genesi dei disastri umanitari. Di Maurizio Ciotola

In evidenza Il capitalismo non governato, i suoi fallimenti e la genesi dei disastri umanitari. Di Maurizio Ciotola

La finanziarizzazione delle società di capitali non quotate in borsa e di enti pubblici trasformati in società di capitale, ha costituito per trent’anni l’obiettivo comune di quasi tutte le forze politiche, avvicendatesi al governo del Paese.

La spinta forzata dei soggetti finanziari internazionali, secondo un’idea globale cui adeguare la ristrutturazione dell’economia italiana, era ed è prevalentemente mirata a rendere quest’ultima, permeabile ai flussi del capitale globale.

La miccia del debito pubblico, per la sua dimensione, fu quella attraverso cui nel nostro Paese, quel pensiero unico mondiale aprì una breccia ideologica, e in tal misura tuttora acriticamente sostenuta da gran parte degli economisti in cattedra, quanto dai media.

La privatizzazione prima e la finanziarizzazione dopo, assunti dogmaticamente come obiettivi irrinunciabili per abbattere il debito, diventarono opinione comune e unica via da percorrere.

Dalle stesse privatizzazioni e cessioni aziendali furono raccolte poche briciole, ma l’aver escluso totalmente o parzialmente lo Stato dai beneficiari dei loro cospicui incassi, generò nel tempo ulteriore deficit.

Il più grave danno però fu determinato dal sottrarre il controllo politico, nell’equilibrio e nella sollecitazione di mercato, di questi attori economici di primo piano nel sistema economico nazionale ed internazionale.

In misura più banale è come se in famiglia, ci privassimo del mezzo grazie al quale riusciamo a sopravvivere, al fine di cercare di tamponare un debito contratto con alcuni componenti della famiglia medesima.

Un debito che, inevitabilmente, continuerà a crescere in assenza di questi strumenti, attraverso cui, in parte, era possibile coprire il fabbisogno dello Stato.

Il debito pubblico del nostro Paese, dai primi anni novanta ad oggi non ha subito alcuna inflessione, anzi è aumentato corposamente, nonostante le vendite delle ricche aziende di Stato, giacché quelle improduttive e deficitarie sono ancora a nostro carico, e solo una minima parte di esse è stata estinta.

La crescita del debito è avvenuta pur essendo intervenuti sulla contingentazione dei mezzi finanziari, disponibili presso tutti gli enti statali e locali, limitando al minimo interventi di manutenzione ordinaria e di sviluppo, fino a spingersi violentemente verso una contrazione del welfare.

Viceversa abbiamo riscontrato un carico finanziario crescente, diversamente da quanto ipotizzato e che in teoria avrebbe dovuto subire una inflessione, grazie al trasferimento degli oneri di quei servizi oggi trasformati in business per altre entità, non più statali.

Un fabbisogno cui la contingentazione imposta, avrebbe dovuto garantire la sua stabilità, se non il suo contrarsi in termini assoluti.

Le società di capitale, incluse quelle partecipate in misura minoritaria da Cdp e in alcuni casi dal ministero delle Finanze, grazie all’assegnazione di concessioni pluriennali, in monopolio o in abuso di posizione dominante, hanno attuato ristrutturazioni aziendali di pura matrice contabile, fino ad incidere negativamente sui servizi resi all’utente, al cittadino.

L’intervento primario agito da queste società, la cui attenzione principale è rivolta al mondo finanziario e azionario, è costituito da una grande spesa devoluta alla costruzione della loro immagine, per lo più irreale.

Per altro le stesse amministrazioni societarie, attraverso operazioni contabili e certificazioni al limite del lecito, hanno falsato e disatteso le reali condizioni delle strutture cui sono chiamate a esercire, in quanto missione principale definita nell’affidamento concessionario.

In tutti i casi o quasi, queste società sono state contraddistinte da una ambivalenza contrapposta, quella finanziaria, di cui al Cda, e i soggetti “tecnici”, che hanno cercato di garantire nell’ambito delle loro competenze e delle possibilità, la rispondenza industriale di tali servizi.

Laddove l’ambito tecnico non ha saputo o non si è voluto adeguare ad un’irragionevole gestione, è stato scalzato attraverso una “rigenerazione” delle strutture gerarchiche, con soggetti pienamente asserviti alle linee dei Cda, sul piano finanziario, quanto privi di reali cognizioni, sul piano tecnologico e di gestione.

Se noi dovessimo andare a rivisitare i piani industriali, gli interventi, le spese, gli errori che si nascondono nelle pieghe contabili, con gli occhi di chi possiede una conoscenza industriale delle società in esame, potremo cogliere la loro irragionevolezza ad origine dell’inefficienza derivante, se non del fallimento incombente.

Dopo trent’anni abbiamo sotto gli occhi il degradante fallimento di questa “pseudo-rivoluzione”, cui utili idioti hanno dato il via e altrettanti opportunisti hanno voluto accompagnare, in una condivisione del bottino prospettato.

Gli eventi attuali mostrano quale sia il grado di crisi e precarietà in cui grava il nostro Paese, sul piano dei servizi e delle infrastrutture.

Diversamente, nell’ambito dell’indebitamento individuale, i cittadini italiani, in media, che è sempre quella del pollo di Trilussa, non risulterebebro indebitati nella misura dei loro concittadini europei.

Questi ultimi, infatti, risultano oberati da debiti personali per far fronte ai servizi di welfare non più a carico dello Stato, consentendo così ai loro Paesi una limitazione del debito pubblico.

Un debito che trasferito sui singoli, ha la forza di limitarne libertà e possibilità d’azione, proiettandoli in una subordinazione totale, determinata dalla ricattabilità finanziaria di cui diviene vittima.

Anche per gli altri Paesi europei l’indebitamento dei singoli cittadini è una media per cui vale la regola del “pollo”, per cui il maggior onere è sempre a carico delle classi subalterne, cui la limitazione dei redditi opera a sfavore, riducendo ulteriormente la loro libertà.

Possiamo asserire che potremo restare parzialmente protetti e al riparo dal disastro finanziario ed economico, cui siamo inevitabilmente legati, fino a quando il welfare di Stato ottempererà al suo compito e il risparmio privato sarà al riparo da un’erosione pianificata.

I limiti di tutela del welfare, decisi in Parlamento, spostano il peso degli oneri finanziari dallo Stato sul singolo cittadino, non in modo proporzionale e ancor meno sopportabile.

Allo spostamento di questi limiti di tutela, dovrebbero dovuti corrispondere riduzioni di finanziamento, verso i soggetti economici che in origine assolvevano a tale compito.

Lo Stato o gli enti locali nel ridurre la spesa specifica ed alleggerire quella generale, dovrebbero determinare nel bilancio finale, una riduzione dell’indebitamento pubblico e del prelievo fiscale, quest’ultimo nella qualità di strumento di copertura del fabbisogno.

Nulla di tutto questo è avvenuto in trent’anni, se non una brutale riduzione delle tutele, cui il welfare fino ai primi anni novanta garantiva.

Abbiamo invece registrato un’impennata della pressione fiscale, unitamente alla crescita spasmodica del debito pubblico in valore assoluto.

Ovvero il fabbisogno di Stato è cresciuto a dismisura, nonostante un esplicito disimpegno del medesimo, nei confronti dei servizi per il cittadino.

La crescita della povertà e la riduzione della base imponibile, ha trasferito e acuito gli oneri dell’imponibile fiscale sui restanti soggetti attivi della popolazione.

Siamo di fronte ad una trasformazione economica e finanziaria fallimentare, che ha generato maggiori e crescenti povertà, senza sviluppare riduzione degli oneri per lo Stato, che sempre crescenti evidentemente prendono altre vie, non rispondenti ad economicità ed efficienza, ma a operazioni di saccheggio preordinate e accettate, se non pienamente legalizzate.

Operazioni che generano il divario sociale e inducono inevitabilmente ad un caos generale, non dissimile nella sostanza da quelli attraversati nel secolo passato, quando i detentori del capitale hanno spinto verso una depauperazione delle masse, blindato il potere politico e istituzionale in un regime totalitario.

In forme differenti, ma non dissimili, oggi stiamo attraversando l’ennesimo fallimento di un’aggressione capitalista, non più governata da una politica sociale e democratica, la cui effettiva espulsione dal governo dei popoli, non in termini formali, trova origine nell’assunzione di quel “verbo” travolgente, quale dogma ideologico, che è il pensiero unico della globalizzazione delle merci e delle finanze.

Maurizio Ciotola

Ultima modifica ilDomenica, 01 Dicembre 2019 17:26

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