Il razzismo e la sua recente genesi. Di Maurizio Ciotola

In evidenza Il razzismo e la sua recente genesi. Di Maurizio Ciotola

Il razzismo non è solo una cosa seria, ma un atteggiamento preoccupante che sta permeando la nostra società.

Oramai manifestato in modo esplicito, quanto espresso nelle forme più indirette, da una società che senza più ideologie sociali e idee politiche, ha ripiegato violentemente su una sua gestione contabile.

I fatti isolati, a cui tanti attribuiscono marginalità culturale, sembrano essere invece preponderanti e non più sopportabili.

Non si è giunti per caso e in breve a questa affermazione razzista, esplicita nel contesto nazionale ed europeo, quanto in quello statunitense, dove non ha mai cessato di esserlo.

I venticinque anni di politica ordita in Italia da banditi trasversali, il cui obiettivo è stato ed è solo l’assalto alla diligenza, senza alcuna visione d’insieme e prospettica, non potevano che condurre il Paese allo sbando, alla guerriglia reazionaria.

La povertà intellettuale cui i prezzolati opinionisti e politologi, hanno reso disponibile sul versante mediatico e universitario, ha indicato in questi anni una linea da cui è stato partorito il nulla, il disastro.

Non devono preoccuparci più di tanto le bestialità presenti sui social network, quanto le dottrine insignificanti e vuote, che hanno tenuto banco in questi trent’anni da sedi istituzionali, orientando la società verso la povertà civile, di cui oggi paghiamo gli effetti.

Com’è possibile che dopo trent’anni in cui l’Istruzione del Paese è cresciuta, come testimoniano le “patenti” riconosciute nei veri livelli della scuola e dell’università, si è giunti a questo degrado culturale?

Perché, sui media, sulla carta stampata e sui canali televisivi, vi è una becera rincorsa ad esaltare o volgarizzare argomenti della cronaca, che diversamente dovrebbero impegnare gli stessi soggetti con indagini approfondite, senza assumere posizioni di deleteria parzialità.

Nessuno ricorda qui a Cagliari eventuali insulti verso i giocatori di colore come Nené o Uribe, e tanto meno verso altri giocatori di squadre avversarie, diversamente da quanto accade oggi al S.Elia, come in quelle arene di violenza che sono divenute i campi di calcio, a discapito dello sport e degli sportivi.

A Cagliari come nell’intera Sardegna il razzismo ha assunto le dimensioni non dissimili da quello che registriamo in altre parti del Paese, di cui le notizie eccedono o di cui la cronaca tace.

Negli anni dopo la seconda guerra mondiale fino alla fine dei blocchi contrapposti, comunismo/capitalismo, siamo cresciuti con l’idea dell’Universalismo dei popoli, verso cui l’intera società avrebbe dovuto tendere.

La Storia non finì nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino, come ipotizzò Fukuyama, ma da quel momento la Storia, ahi noi, in una consapevolezza sociale superiore ed incomparabile rispetto ai secoli precedenti, ha inspiegabilmente cessato di rappresentare un monito.

La consapevolezza della forte tensione esistente tra quell’area radicalmente fascista della classe dominante e quella illuminata, che in quegli anni prendeva forma e si inseriva organicamente nella struttura dello Stato, era allora evidente ai tanti intellettuali, politici e giornalisti.

Tra essi il più grande, che pagò con la vita, fu Pier Paolo Pasolini, riuscendo a evidenziare le linee su cui operava quel fascismo mascherato, nell’ambito della società liberale e capitalista.

La socialdemocrazia riformista, di matrice laica di cui il Psi, il Pci, i Radicali, i repubblicani e una consistente parte della stessa Dc, furono portatori, contrastò la macelleria sociale, che per assurdo fu possibile solo dopo la fine dell’Unione Sovietica.

Una macelleria in cui il razzismo e l’emarginazione assume oggi, caratteri e dimensioni preponderanti in virtù della differenza del ceto sociale.

Un “negro povero” è differente da un nero ricco e di successo, così come per qualsiasi altro soggetto che presenta differenze rispetto al clan di cui siamo parte, almeno fino a quando usufruiamo del reddito che lo permette.

Il mondo dell’istruzione, istituzionalmente riconosciuto, è stato impoverito dai contenuti e caricato di nozionismi, attuando due operazioni “contabili”, la prima attinente allo specifico termine economico, la seconda orientata ad impoverire la consapevolezza dello studente, del cittadino di domani.

L’Università, nel vivere nella sua isola intellettuale, in un feudo illiberale, senza mai ricercare la continuità con i percorsi dell’istruzione superiore, ha preferito accrescere il suo potere di casta all’interno delle istituzioni, nell’indifferenza del risultato finale cui avrebbe dovuto mirare, almeno sul piano sociale.

Possiamo recuperare, forse siamo ancora in tempo a evitare un triste e pericolosissimo traguardo, che nei termini macroscopici non sarà differente da quelli altrettanto disastrosi, che ci hanno preceduti nei decenni passati e di cui la Storia narra.

Dobbiamo cambiar passo, ovunque, in qualsiasi ambito, per aprirci al dialogo piuttosto che allo scontro.

E’necessario osteggiare la violenta affermazione di un modello e un’idea, quando questa c’è, che operi una recisione sociale e più banalmente, evitare di votarsi al successo mediatico con affermazioni ad effetto, prive di razionalità positiva in un ambito condiviso.

Ecco, siamo nel mezzo di un mondo apparentemente guidato da affermazioni ad effetto, che di fatto costituiscono l’elemento attraverso cui catturare il consenso, al fine di legittimare le azioni messe in campo sotto dettatura reazionaria.

Dovremmo spiegare come è stato possibile tale degrado culturale, in un contesto istruttivo più elevato, almeno rispetto a quello che fu negli anni venti e trenta del secolo passato, in cui hanno attecchito i fascismi conosciuti.

E qui si aprirebbe un capitolo importante dal quale, in quanto a responsabilità, nessun soggetto istituzionale, culturale, soprattutto politico e mediatico, potrebbe chiamarsi fuori.

Maurizio Ciotola

Ultima modifica ilVenerdì, 08 Novembre 2019 22:18

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