Il phase out dal carbone in Sardegna. Di Maurizio Ciotola

In evidenza Il phase out dal carbone in Sardegna. Di Maurizio Ciotola

Il piano di phase out dal carbone fossile per il 2025 adottato dalle centrali elettriche in Sardegna, per l’inerzia e l’indeterminatezza in merito all’eventuale progetto di conversione neppure prospettato, non presenta elementi di credibilità.

Non esistono neppure certezze, se non annunci centellinati, in merito a quello che dovrebbe essere lo sviluppo della rete per il gas naturale nell’Isola, e non la sola dorsale principale, anch’essa ancora nelle ipotesi di sviluppo.

Certo è che l’Isola, già autosufficiente sul piano della copertura del fabbisogno energetico, presenta peculiarità e soprattutto, storture strutturali, cui la semplice quantità di energia disponibile sul territorio, non è sufficiente a garantirne la sicurezza in ambito energetico.

Le ridotte dimensioni della Sardegna, su cui per anni e senza inversione di tendenza, sono stati applicati parametri di progettazione per la rete elettrica e il suo sviluppo, come se questa appartenesse integralmente e strutturalmente alla rete della Penisola, ha consentito uno sviluppo di poli energetici di dimensioni improprie, per la rete isolana e per l’evoluzione odierna della produzione distribuita.

Il phase out dal carbone, se avverrà con la conversione al gas naturale, senza una mutazione significativa delle taglie e degli insediamenti delle centrali elettriche, costituirà una spesa rilevante priva di futuro nel medio e lungo termine.

Se lo sviluppo della rete del gas, in una sua impegnativa penetrazione del territorio può aver senso, questo è solo in funzione di un’analoga re-distribuzione delle centrali elettriche, secondo taglie più piccole, tese ad innervare diffusamente la rete elettrica.

Una distribuzione sul territorio dei gruppi di produzione energetica, dalle dimensioni più piccole, soddisferebbe nel breve e nel lungo termine lo scopo di una maggior sicurezza, con la peculiarità per la quale, nel lungo termine, verrebbe assolta anche l’insostituibile funzione di “riserva” energetica.

Nell’ambito della trasformazione della rete di bassa tensione, verso l’autoproduzione diffusa e della selettività “intelligente” delle connessioni, a garanzia dei flussi produzione/consumo, tale trasformazione dei centri di produzione in una distribuzione diffusa, costituirebbe la “riserva” energetica per aree, delle cosiddette smart grid.

Una simile trasformazione garantirebbe in termini di investimento complessivo, delle risposte soddisfacenti, con risvolti occupazionali ad alta professionalità e un impatto ambientale compatibile con le necessità energetiche.

Bisognerebbe iniziare a smontare i “ferrovecchi” del Sulcis e di Fiumesanto, per dar vita a una redistribuzione sul territorio, per aver una quantità più numerosa di centrali minori, alimentata da una rete del gas, altrettanto capillare, con la duplice funzione di soddisfare le utenze industriali, tra cui le nuove centrali, e nel breve termine le utenze domestiche.

Questo passaggio non potrà risultare indolore per un altro polo di produzione, smisurato nelle sue dimensioni, quale quello della Saras, a bocca di raffineria, da cui i residui di raffinazione, trattati, alimentano un polo energetico equivalente con quello del Sulcis o di Fiumesanto.

Queste storture non hanno possibilità di esistere nel lungo termine e si presentano come incompatibili allo sviluppo della dorsale del gas, quanto al phase out dal carbone, attraverso un abile gioco tecnico-economico, attuato in una continuità politica servile e senza idee, di cui continuiamo a pagare i disastri sulla nostra pelle.

Maurizio Ciotola

Ultima modifica ilDomenica, 06 Ottobre 2019 19:29

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