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Le elezioni del 16 giugno 2019. Di Maurizio Ciotola

In evidenza Le elezioni del 16 giugno 2019. Di Maurizio Ciotola
Domenica a Cagliari, come in tante altre città d’Italia e della Sardegna si eserciterà il diritto di scelta elettorale. Forse pochi ricordano o più realisticamente si rendono conto che, questo diritto è abbastanza “giovane” nelle nostre democrazie, e soprattutto non è eterno. Giovanissimo, per quanto riguarda l’universalità del suffragio, che fino al 1946 escludeva ancora le donne. Già vecchio per le modalità con cui di esso si è abusato e reso quasi inefficace, attraverso regole solo in apparenza democratiche, che hanno ridotto la diversità a sconvenienza. E anche qui, come per lo spazio economico, la politica, nella sua veste di scienza, espressa dal main stream dominante in ambito accademico, come in quello comunicativo, ha forzato la definizione di democrazia fino ad includervi ciò che oggi è dominante, per partorire la cosiddetta “democratura”. Una dittatura espressa sotto le vesti di una democrazia, in cui il reiterarsi delle consultazioni elettorali, non conducono a scelte o cambiamenti, tanto meno al dibattito parlamentare, nello specifico nel Consiglio comunale. In Italia abbiamo un “padre” di questa degenerazione democratica, di cui noi sardi non dovremmo andar fieri, né per lui né per i suoi natali, il cui esercizio istituzionale stava per traghettare l’intero Paese che presiedeva verso un golpe effettivo. i Segni, figlio e padre. Ovviamente andare al “mare” come consigliò un altro leader, Bettino Craxi, in quel lontano 1991, non avrebbe avuto senso, come non lo ebbe nei fatti, perché quella rinuncia al voto referendario conteneva in sé la rinuncia ad un diritto di scelta. Siamo giunti al 2019 dopo anni di applicazione di questa legge, che con modalità simili è applicata anche per l’elezione dei presidenti della Regioni italiane. Ambiti in cui i Consigli sono stati ridotti ad organi muti e di ratifica, incapaci di imprimere scelte differenti rispetto a quelle determinate dal Sindaco o dal Presidente, in solipsistica autonomia, quando va bene, in mano alle lobby di cui sono espressione, nella maggioranza dei casi. Domenica dobbiamo comunque scegliere, perché la rinuncia avallerebbe quella tendenza reazionaria, che ci spinge a non partecipare o che vorrebbe escluderci dal voto, se necessario, adottando un metro di giudizio sul come ci esprimiamo. Scegliere un “capo” che guida un gruppo, non è scegliere un gruppo, un team, che guida un’amministrazione. E'personalizzare la politica, fino a renderla consona o contraria, in funzione della simpatia o della repulsione che abbiamo nei confronti del candidato Sindaco, in questo caso, del candidato Presidente, per quanto riguarda la Regione. Il razionalismo e l’obiettività sociale, derivante da una cultura allargata, che sì, ha le basi nel percorso educativo scolastico, ma è alimentata da una poliedrica conoscenza del nostro tempo, oggi purtroppo non sembra essere strutturale nella nostra società. Se la democrazia è tale nel suo aspetto normativo e formale, senza un’adeguata consapevolezza sociale essa diviene “populismo”, personalismo, dittatura del popolo, nell’ambito delle formalità da cui è imbrigliata, ma non sostanziata. Il degenerare della politica e dei rapporti lobby-istituzioni, è stato attutito da un unico baluardo, la fonte primaria delle leggi, la Costituzione. Essa custodisce e rende invalicabili i principi di libertà e dei diritti di cui siamo portatori. Ovvero in un ambito sociale, di cui la politica tutta è espressione, ove la povertà culturale e democratica è divenuta portante, noi abbiamo il dovere di ripartire dalla Costituzione, non pensare di abbatterla. Se una scelta di destra o di sinistra, non può nel nostro Paese degenerare verso una dittatura fascista o comunista, questo è possibile in virtù della Costituzione della nostra Repubblica Parlamentare. Le sue istituzioni, seppur in parte soggette alle aggressioni di una corruzione devastante, consentono ad un Paese di quasi sessanta milioni di abitanti di continuare a essere tra i dieci più avanzati del Pianeta. Dovremmo ripartire da un referendum, con cui abolire il sistema di scelta dei Sindaci e dei Presidenti delle Regioni, che ha radicato nel Paese contrapposizioni basate sull’inimicizia di matrice personale, piuttosto che sulle divergenze politiche. Perché oggi la scelta è devoluta alla simpatia del “faccione” indotto da i candidati che lo mettono in mostra, piuttosto che dalle loro scelte politiche, molto spesso incoerenti con la coalizione da cui sono portati. Domenica voteremo per un Sindaco, cui dubitiamo in merito alla sua indipendenza, e per un Consigliere, cui sappiamo avrà ridottissimi, se non alcun margine di azione. Votiamo, ma non asteniamoci da far pesare il nostro volere nei prossimi cinque anni, in cui i nostri rappresentanti eserciteranno il loro mandato. Deve prevalere nella società, nel Popolo, di cui siamo parte attiva, la capacità di imprimere con forza e con costanza la nostra volontà, cui i rappresentanti eletti non possono disconoscere o rifiutare di ascoltare. La democrazia è partecipazione e dialogo continuo, non solo un esercizio con cadenza quinquennale. E'contrasto risolto nell’ambito di regole, la cui equità ci consente di trovare soluzioni condivise, senza una limitazione dei diritti dell’altro. Ricordiamoci che, il voto di domenica 16 giugno, è solo un momento di scelta, cui dovrà necessariamente seguire una continua partecipazione, finalizzata a contenere o indurre scelte contrastanti il nostro agire, seppur ammesse sul piano costituzionale. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilVenerdì, 14 Giugno 2019 16:41
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