I pericoli dell’Occidente, tra egemonia e dittatura del pensiero. Di Maurizio Ciotola

In evidenza I pericoli dell’Occidente, tra egemonia e dittatura del pensiero. Di Maurizio Ciotola
Il vero rinnovo di una classe dirigente è sempre stato figlio di confronti aspri che, come narra la storia, sono per lo più degenerati in atti di violenza. E non sempre questi strappi hanno condotto a evoluzioni, sociali e civili, nel senso proprio del termine. Il XX secolo è stato testimone di plurimi fallimenti e involuzioni profonde. Ma non solo. E’ anche il secolo che, grazie al sodale contrasto di generazioni coese dallo spirito di libertà, ha visto nascere la democrazia e il suffragio universale. L’evoluzione scientifica già a pieno ritmo nel precedente secolo, ha subito nel XX un’accelerata senza eguali nella storia dell’umanità. Con una peculiarità altrettanto sconosciuta nella maggior parte delle aree del Pianeta, fino al secondo decennio del medesimo secolo, ovvero godere dei suoi frutti in termini popolari. La tecnologia è parte fondante dell’era capitalista, come di quella socialista, nei termini di ottimizzazione e incremento della mole produttiva, con il fine di soddisfare da un lato il mercato, e dall’altro determinarne la crescita attraverso la distribuzione dei redditi, garantita dalla moltiplicazione dei lavori e delle funzioni. Con una matrice consimile, seppur differente, oltre che divergente, così accadeva nel mercato capitalista e in quello bloccato socialista. Nel primo con una tensione preminente verso un modello darvinista, nel secondo attraverso l’applicazione di una visione non speculativa, regolata ed assistenziale. Gli esiti postumi esprimeranno il successo del modello capitalista, grazie anche all’acquisizione di significativi elementi caratterizzanti quello socialista, modulati attraverso una visione democratica e in alcuni casi meritocratica. Un processo di ibridazione consentito dalla forma democratica dei Paesi in cui il capitalismo era ed è modello discusso, ma insostituibile. Altresì la nostra visione democratica, frutto di un lungo processo socioculturale, segnato da traumi e sangue, non può e non poteva trovare applicazioni pedisseque, in altri Paesi, con tradizioni fortemente distanti dalle nostre. Analogamente, visto che supporre la società come un corpo omogeneo è in se un’utopia, anche nell’Occidente capitalista, esistevano e continuano ad esistere, enclave non completamente permeabili da tale modello. La mancata sincronizzazione tra la democrazia e i moti propri di una società ad elevato tasso di analfabetismo, in cui la tradizione è gabbia, non libero spazio dell’essere, ha visto nascere la “reazione” di enclave sociali e territoriali, strumentalmente ingaggiate in aspre lotte politiche. Moravia ci ricordava che il portare la “TV”, intesa come replicante di stereotipi, là dove l’analfabetismo è strutturale alla tradizione dominante, avrebbe condotto quelle stesse popolazioni a fratture socio culturali incolmabili, nel breve e medio periodo. Ampie aree del Pianeta, in cui il capitalismo o il comunismo sovietico non avevano ancora messo piede, hanno subito incisivi “innesti” culturali, spuri e devastanti, attuati con violenza e l’occupazione. Innesti o trapianti, che però non sono riusciti a contaminare in toto il corpo sociale centrale. Interruzioni che nell’aggredire tali evoluzioni, inserite in un continuum culturale, sono state causa di grandi fratture sociali. Molteplici processi evolutivi scanditi dalla ritmicità propria del corpo sociale, sono stati avviluppati da un corpo estraneo di natura ideologica e unitaria, nell’ambito delle due differenti visioni enunciate. Fratture da cui si è dispiegata una forte turbolenza sociale e politica, ove la violenza costituisce centralità. La nostra società ha subito un innesto culturale non molto differente. I protagonisti politici e sociali del Paese, in un’azione prevalentemente condivisa hanno saputo in parte accompagnare e mettere a nudo le fratture in corso e quelle potenziali, mutando e annullando gli stessi effetti dirompenti, attraverso un legiferare responsabile. Ma il “potere” economico/finanziario, che in quegli anni non coincideva pienamente con quello politico, ha sempre l’obiettivo di controllare le masse, soprattutto se queste divengono appetibile oggetto di arricchimento. Esso non incontra significativi contrasti in una democrazia bloccata, vieppiù ove la dialettica e le capacità di contrasto sono banalmente assenti. Se l’educazione, l’istruzione e in qualche misura la formazione, costituiscono forti ostacoli per una gestione massiva della popolazione, è evidente che questi indiscutibili pilastri sociali, diverranno il naturale obiettivo da abbattere, ridimensionare e uniformare. Gli espliciti regimi dittatoriali, riformano e piegano tali istituti ai loro fini, attraverso evidenti e palesi azioni repressive, di cui sono origine. L’egemonia culturale, nella sua accezione più democratica, costituisce la supremazia riconosciuta di un insieme di pensieri condivisi su altri, nell’evidente e libero riconoscimento. Quella stessa egemonia culturale può, in alcuni casi, mutare verso una “dittatura del pensiero” e degli usi, se essa stessa è espressione dell’affermazione, in via esclusiva e totalizzante, del pensiero dominante. Dal XX° secolo, o secolo breve, terminato nel 1989, siamo giunti all’inizio del XXI° navigando a vista, sotto il continuo implodere di “architetture istituzionali” consolidate negli anni, se non nei secoli. Di pari passo l’innovazione scientifica e la sua applicazione tecnologica, di cui non siamo riusciti a cogliere gli immediati effetti sulla società, ha intellettualmente compiuto uno strappo, nei confronti di quel processo educativo volto alla ricerca della consapevolezza sociale, egemonizzandolo. Nel contempo gli spazi di riflessione ed esercizio intellettuale sono stati chiusi o limitati a pochi attori centrali, in seguito ai tagli da parte dei governi. Uno scippo di risorse finanziarie, avvenuto allo scopo di assegnare e remunerare spazi intesi, volgarmente, come similari, ancorché legittimati da specifici professionisti. I luoghi di elaborazione, all’interno dei quali il confronto paritario definiva ulteriori evoluzioni di una idea politica o sociale originaria, sono stati soppressi, per dar voce ad istituti di un pensiero incasellato e sempre uguale a se stesso. In taluni casi, spudoratamente finanziati da pseudo-filantropi. Per contro, negli anni più recenti, abbiamo visto il risorgere di ulteriori spazi fuori da tali istituti, quasi sempre in contrapposizione con essi, ma il cui grado di elaborazione soffre di una continuità interrotta da circa trent’anni. Strutturati in modo fortemente instabile e altrettanto risibile, si esprimono sul piano intellettuale attraverso un esercizio al limite della pratica “alchemica”. Due mondi non dialoganti, separati da una insanabile frattura, che sono divenuti funzionali al raggiungimento di un obiettivo, la cui specifica architettura sociale è di per se apolitica, quanto priva di ideali antropocentrici. In perfetto e pragmatico asservimento alle funzionalità economiche e scientifiche, di cui agli attuali idealismi sottaciuti, ove l’umanità è regredita a strumento e la democrazia relegata alla mera funzione di gestione amministrativa. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilLunedì, 13 Maggio 2019 19:51

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