Manuel Bortuzzo, il prologo, l’ipocrisia delle istituzioni e il sicuro epilogo

In evidenza Manuel Bortuzzo, il prologo, l’ipocrisia delle istituzioni e il sicuro epilogo
Il caso di Manuel Bortuzzo, reso paraplegico da due delinquenti nativi italiani, ci pone di fronte ad almeno tre considerazioni, di cui due a prologo del fatto ed una di sicuro epilogo. La prima domanda che un cittadino, un giornalista e soprattutto un politico dovrebbe porsi è: che situazione di degrado incombe nella Città Eterna, come altre città del resto, e quali sono le cause? La seconda è, come mai tra la popolazione di un Paese in cui l’acquisto delle armi è consentito solo a chi ha il porto d’armi, le stesse circolino in misura così copiosa? A queste due domande dovrebbero rispondere la politica e le istituzioni, che negli anni hanno consentito questo scivolare verso gli abissi di una parte del tessuto sociale, oramai senza più un ordito capace di tenerlo unito. Dovrebbero rispondere le forze dell’ordine, che pur essendo a conoscenza del traffico di armi e del loro smercio, pare non intervengano in maniera più incisiva per arginarlo o impedirlo. Il ministro dell’Interno, oltre a calpestare il palcoscenico del teatrino che ha saputo costruirsi, dovrebbe insistere su questo marcato ed evidente mancato controllo, i cui esiti costituiscono un evidente pericolo per i cittadini onesti, come Manuel, che amano la vita. Il degrado, per contro, è un fatto cui diversi soggetti hanno concorso, a partire da chi negli anni ha compiuto una politica da contabile, pur essendo economista, per giungere a chi nelle medesime qualità istituzionali, ma di altro dicastero, non ha saputo dare indipendenza economica, attraverso un lavoro remunerato ed onesto, lasciando il campo alla malavita organizzata. La sinistra tesa a rincorrere la “carota”, attraverso cui gli è stato concesso e permesso di governare questo Paese, ha dimenticato prima e ripudiato poi, le basi primigenie del suo esistere. E'capitato a Manuel, ma poteva capitare a chiunque altro, e visto il degrado e la pregnanza della malavita organizzata, potrà capitare ancora a qualsiasi altro ragazzo. Il terzo punto, cui già vediamo l’agitarsi tra i media e nei social media, è l’esercizio della giustizia nei confronti dei due ragazzi colpevoli e consapevoli dell’atto, che di quella degenerazione sociale, generata da un sistema di lupi istituzionali, sono figli. C’è chi dice trent’anni di galera e via la chiave, chi l’ergastolo, chi richiama addirittura il linciaggio. Fortunatamente nessuna di queste soluzioni troverà applicazione, ma altresì, quella che la sentenza ed il carcere offrirà loro non sarà migliore; ma soprattutto dopo i dieci o vent’anni, ci restituirà due delinquenti incalliti e forgiati nelle patrie galere, per cui avranno altissime possibilità di riprendere a compiere ciò che hanno dovuto interrompere, a causa di una sentenza incidentale e un delitto per loro usuale. Se quei due ragazzi dopo la sentenza di condanna, verranno indirizzati verso un percorso di recupero, con l’obbligatorietà di assistere quotidianamente portatori di handicap o persone la cui sofferenza fisica, patita in un esercizio quotidiano dell’esistere è costante, forse potranno comprendere cos’è la vita e di quale recisione si sono resi artefici. Non chiedete il perdono, perché nell’immediato, come sappiamo, nessuno ve lo concederà sinceramente; forse potrà avvenire col tempo, e sicuramente attraverso la maturazione di questo enorme dolore, provocato a delle vittime altrettanto sole nella sua elaborazione. Vittime innocenti, parenti stretti abbandonati dalle istituzioni che nell’indifferenza pensano ancora oggi, di ripagare il dolore attraverso le sentenze, evitando una importante e dovuta assistenza, per il recupero psicologico ancorché fisico, delle vittime e delle loro famiglie. Ritorniamo umani a partire da tutto ciò che ci circonda e su cui influiamo attivamente, il resto è demagogia e ipocrisia in cui le vittime sono e saranno sempre le stesse. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilGiovedì, 07 Febbraio 2019 19:53

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