Il punto del giorno. Il reddito di cittadinanza come tutela del cittadino/lavoratore. Di Maurizio Ciotola

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Premesso che un sussidio alla povertà ha lo scopo di ergere dalla miseria chi in essa grava, è chiaro che il reddito di cittadinanza, così come ideato, assume due funzioni, separate sì, ma di indiscutibile matrice sociale e rispondenza alla Costituzione. Chi è immerso nella miseria, non ha ulteriori capacità di concentrazione se non quella di uscire dalla povertà, fatto che si rende possibile però solo quando tali persone sono nel pieno delle loro facoltà fisiche e mentali, cui la combine con l’offerta di un lavoro specifico determinerebbe il loro riscatto. L’altro aspetto, più impattante nell’ambito del mondo del lavoro, risiede nel fatto che il cittadino è “portatore” di quel reddito assegnato, cui solo nei casi di una legale assunzione, esso verrebbe travasato a scopo incentivante verso il datore di lavoro. Premesso che tale reddito ha un valore minimo non comprimibile, nessun datore di lavoro potrà erogare un salario inferiore a quel valore, sulla carta e nei fatti, perché qualsiasi obbligo non scritto, derivante da una illegale intesa tra datore e lavoratore, non consentirebbe al datore di lavoro di sottrarre parte del salario dovuto al lavoratore, come oggi avviene in gran parte dei casi. La titolarità del reddito di cittadinanza in “testa” al cittadino, è una tutela pratica e fattuale cui le leggi esistenti non sono mai state in grado di offrire, perché soggette ad un controllo di terzi e alla denuncia del cittadino, che da quel momento in cui questa avveniva, perdeva il posto di lavoro in attesa di una sentenza del tribunale, ma soprattutto restava senza alcun reddito di sostentamento. Ovvero il reddito di cittadinanza libera il lavoratore/cittadino dal ricatto di licenziamento, pendente sul lavoratore che rifiuta di esser sottopagato. Questo aspetto, che sottrae potere alle imprese di “prenditori”, di cui abbiamo abbondanza in alcune aree del Paese, ed estromette la mediazione al ribasso dei sindacati, costituisce la vera rivoluzione cui tale strumento consente. Non crediamo che esso costituisca l’annullamento della povertà, ma il veicolo che conduce verso il suo abbattimento. La povertà non si abbatte solo con il lavoro, ma anche con sussidi capaci di restituire forza, lucidità e capacità a chi li ha persi in un vortice in cui improvvisamente sono stati trascinati, e per la cui emersione il lavoro non può costituire l’unica e l’immediata soluzione. La nostra tristezza sta nel fatto che, una cosiddetta area della sinistra, fino a diversi anni impegnata nel comprendere il fenomeno, oggi avversi indistintamente e ottusamente una tale iniziativa, passibile di miglioramento come tante altre, ma verso cui dovrebbe guardare con attenzione e rispetto, riappropriandosene. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilMercoledì, 06 Febbraio 2019 09:38

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