Il punto del giorno. Sardegna, la campagna elettorale regionale e le sue miserie

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È la cultura politica che è divenuta flusso corrente in questi ultimi trent’anni, per cui onde poter spendere mediaticamente i risultati di millantati obiettivi raggiunti, vengono moltiplicate le conferenze stampa con lo scopo di render noti gli annunci, ma non i fatti. Ricordiamo, nei tempi passati e comunque dove l’etica politica ha avuto modo di sopravvivere, che gli effetti mediatici e di propaganda, le conferenze stampa, meglio le inaugurazioni, avvenivano alla conclusione di un progetto frutto della legislatura volta al termine, costituendo così il punto forte della imminente propaganda elettorale. Così come nel resto del Paese, la Sardegna, i suoi politici in questo specifico caso, sono perfettamente allineati al trend nazionale, incentrato sugli annunci, che tal volta i sardi superano di gran lunga. Così è al termine di questa legislatura, in cui gli annunci si moltiplicano al pari delle nomine, al pari di una intensa e mirata attività in Consiglio regionale, in cui si cerca di posizionare ed assegnare tutto ciò che è possibile, prima di perdere irrimediabilmente il controllo politico dell’istituzione regionale, con gli annessi enti e le società in house. In questa campagna, iniziata e avviata da circa un mese, un ulteriore candidato, nonché attore istituzionale, utilizza il comune di Cagliari, di cui è sindaco, per mostrare l’intensità di un agire, che nei sette anni di amministrazione passata non abbiamo rilevato, almeno nell’intensità con cui i recenti annunci sembrano voler dare. Il sindaco di Cagliari ha sì, uno strumento in più per poter compiere la sua propaganda, che non consiste nel poco che ha realizzato, per cui non riuscirebbe neppure a confermare i consensi ricevuti in passato, ma per quanto riguarda i progetti futuri che mette in cantiere, o annuncia di mettere in cantiere, la cui eventuale verifica avverrà solo dopo le elezioni. Così, e sempre in modo maldestro, fa anche l’ex assessore per tre legislature regionali Paolo Maninchedda, che annuncia la necessità di una riforma della Regione, di quella stessa Regione di cui è stato amministratore, con maggioranze e programmi differenti, per circa quindici anni. Per non parlare delle sbrigative, quanto effimere operazioni con cui si rende esacerbante il primato clientelare di questa giunta, di cui già contestammo l’insediamento, per l’assenza di un’etica nella sostituzione della candidata vincitrice alle primarie, Francesca Barracciu, ed imposto così Francesco Pigliaru. Non si può proporre in fine legislatura, ad un mese dalle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale e del Presidente, il reinsediamento della provincia di Olbia per recuperare voti e poltrone politiche, in un’area forte, in cui il centro sinistra è minoritario. Impegnare il Consiglio, su richiesta del Presidente della Regione Francesco Pigliaru, su questo fronte, che richiederebbe ulteriore tempo per una accettabile discussione e confronto, ha dell’incomprensibile. A Roma si dice, quando le persone devono sedersi là dove non vi sono posizioni assegnate: << a li’ meglio posti...>> scatenando così un corri corri verso i posti liberi e migliori. Questo sta accadendo oggi in Sardegna, in una Regione amministrata dal Pd e alleati, nei confronti dei quali Massimo Zedda nel tacere un eventuale disappunto, si rende erede già desueto e consunto, in una drammatica continuità di cui non era parte. Un tafferuglio politico che non potrà far altro che determinare un risultato inverso, certamente, ma con lo scopo di cristallizzare la macchina amministrativa regionale, fino a renderla ingovernabile per una qualsiasi maggioranza diversa dall’attuale. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilGiovedì, 10 Gennaio 2019 19:36

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