Il punto del giorno. TyssenKrupp, 6 dicembre 2007

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Undici anni dopo la tragedia di Torino alla TyssenKrupp, in cui persero la vita sette esseri umani arsi vivi, impegnati in un lavoro disumano svolto in condizioni di continuo pericolo, ricordiamo i nomi di questi martiri di una Repubblica fondata sul lavoro. Una Repubblica in cui è permesso alle aziende tutte e in particolare a quelle di questa entità, la pianificazione del loro esercizio in disastrosa assenza di sicurezza per il lavoratore/schiavo. Antonio Schiavone, aveva 36 e morì al momento dell’incidente; Giuseppe Demasi, con solo 26 anni di età, in cui tanti di noi studiano ancora costruendo il proprio futuro, fu l’ultimo a morire dopo 23 giorni di agonia, il 30 dicembre 2007. Angelo Laurino di 43 anni e Roberto Scola di 32, morirono in ospedale il giorno successivo, l’8 dicembre. Altri due ragazzi giovanissimi di 26 anni di età, Bruno Santino e Rosario Rodinò, morirono il 9 e il 19 dicembre; in ultimo, Rocco Marzo, il più “anziano”, con 54 anni di età, morì il 16 dicembre. Non vi fu alcuno sciopero nazionale di categoria e ancor meno generale dei lavoratori. Lo sdegno, certo, questo vi fu, grande e sonoro, ma terminò di lì a poco, per assumere una diversa entità negli altri casi di morti sul lavoro che, in dieci anni sono stati oltre tredicimila. Un’ecatombe. Quando la Confindustria parla attraverso i suoi rappresentanti, guardiamo sempre le ombre che emergono alle loro spalle. Quelle migliaia di morti, non incidentali, causati da imperizia, sfruttamento, mancata osservanza delle norme sulla sicurezza o di ipotetiche economicità aziendali, che devono essere tradotte in utili netti e cedole per gli azionisti. Quando osserviamo lo sdegno dei rappresentanti sindacali, emergono le stesse ombre di cui certo non sono causa, ma per le quali non hanno saputo spendere iniziative sufficienti, in grado di farle scomparire. Osservando le istituzioni, chi pretende il rigore di bilancio, andate a vedere quali e quante risorse sono messe a disposizione per garantire il rispetto della sicurezza nei luoghi di lavoro, in quei luoghi dove il popolo, noi tutti, ogni giorno ci troviamo a lavorare per consentire una normale vivibilità alle nostre famiglie. A quelle stesse famiglie di Torino e alle altre tredicimila a cui sono stati assassinati i loro congiunti nel normale esercizio del loro lavoro. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilGiovedì, 06 Dicembre 2018 19:30

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