Lo stato di salute della Sardegna secondo Maria Grazia Caligaris. Intervista di Maurizio Ciotola

In evidenza Lo stato di salute della Sardegna secondo Maria Grazia Caligaris. Intervista di Maurizio Ciotola
Maria Grazia Caligaris è giornalista, ex consigliera regionale del Psi, docente, presidente dell’associazione Socialismo Diritti e Riforme, una donna passionale oltreché estremamente razionale, capace di scrutare la complessità per renderla esplicita e leggibile, senza svilirne i contenuti. Maria Grazia, quale è lo“stato di salute” della nostra regione? "Sono preoccupata per alcuni episodi, che mostrano la difficoltà dei cittadini nel vedere riconosciuti i propri diritti. Si trovano in uno stato di grave fragilità e debolezza, per questo disposti ad accettare qualunque situazione. Tanti non vedono alcuna prospettiva e appaiono già rassegnati, mentre altri sono ondivaghi e seguono, allo scopo di campare e riuscire a superare le proprie difficoltà, ciò che vedono come possibile aiuto diretto e personale". I partiti e i movimenti, che oggi raccolgono il maggiore consenso, richiamano la tutela dei diritti elementari per i cittadini italiani, con pericolose declinazioni. Qual è secondo te la deriva di questo agire? "Oggi la situazione internazionale è molto complessa, per cui lo Stato italiano è ad un bivio, per quanto riguarda le scelte da fare rispetto ai propri cittadini e a quelli del mondo. Bisogna trovare un equilibrio e rispettare chi è in difficoltà. E’ necessario restituire a chi scappa, la disponibilità della propria terra di origine, affinché essi stessi gestiscano la loro evoluzione. Vi è contraddittorietà nei sistemi sperimentati di accoglienza, perché mentre la si offre non si creano le condizioni perché essa sia umanamente accettabile. Gli stessi Stati che si preoccupano di accogliere i profughi, gli emigrati, sono quelli che, alimentano le guerre nei Paesi da cui queste persone fuggono. Sono indispensabili atti e scelte ad alto livello, scelte politiche, che offrano garanzie ai meno tutelati. Perché le tutele consentono ai cittadini che restano nel proprio Paese, di trovare il modo di esprimere la propria creatività nell’autogestione". Il populismo ha sempre fatto parte della politica di tutti i partiti, con maggior incidenza in quelli della sinistra storica e della destra sociale. Oggi vi è differenza? "In realtà il populismo di oggi tende a dare risposte alla pancia delle persone, senza alcuna visione politica di garanzia. Sono quelli che dicono: “ci rubano il lavoro”, “ci tolgono la libertà”, “ci costringono a diventare musulmani”, sono le paure. Fondano la loro visione del mondo sulle paure, che ciascuno di noi ha. Puntano alle paure della popolazione, che sta invecchiando, quindi più soggetta a fragilità. Avere paura è un fatto umano. Il punto sta nel non convogliare queste paure in una adesione politica, chiudendoci in noi stessi, alimentando forme di difesa prima che, le condizioni di effettivo pericolo si creino. Anche in questo caso la cultura ha un ruolo centrale. Un cittadino che si sente garantito nel proprio Stato, non può avere terrore di qualcosa che, teoricamente, potrebbe avvenire. Nell’alimentare queste paure, si pensa esclusivamente al fatto che l’altro, diverso da noi, costituisce un pericolo". Quanto nelle scuole la nostra carta costituzionale è trattata e fatta conoscere agli studenti? "In realtà nelle scuole, la Costituzione è un piatto quotidiano, perché è l’organizzazione stessa della scuola che favorisce la sua pratica. Mi riferisco al fatto che, a scuola bisogna rispettare le regole. convivere all’interno di una stessa aula con persone, che la pensano diversamente da noi, di realtà differenti e che si confrontano con tanti insegnanti, ciascuno dei quali è portatore di ulteriori valori. La scuola pubblica, mi riferisco soprattutto ad essa, è occasione di crescita nel rispetto dei valori fondanti della Costituzione, in grado di trasferire la preparazione per il lavoro e una educazione per dar vita ad una società inclusiva. I ragazzi disabili o con oggettive difficoltà sono inseriti all’interno della scuola. Se poi vogliamo parlare di quanto si legga o si approfondisca ogni singolo tema, anche su questo possiamo dire che, la scuola da un grandissimo contributo. Perché è un luogo dove le persone si confrontano. discutono sulle lezioni, all’interno delle singole classi o in assemblea d’istituto. Ci sono le relazioni con i familiari. la scuola non è isolata e al suo interno è rappresentata la società. Abbiamo anche dei casi preoccupanti, certo, di giovani che sono fuori da logiche comportamentali. Non possiamo non discutere del bullismo. Come non si può negare che c’è una freddezza nelle relazioni. Ma questo è lo specchio di una società, che non da valore alla cultura, meno valore alla formazione e, di fatto, nega nella prassi quotidiana quei principi costituzionali che, sono alla base della nostra scelta di vivere insieme". L’art. 27 della Cost. richiama l’umanità e il senso rieducativo della pena detentiva, ma in larga parte non è applicato, cosa ne pensi? "L’art. 27 della Costituzione rappresenta un punto di riferimento fondamentale per il legislatore, perché qualunque norma emanata e che comporta una pena, deve tenere in considerazione il carcere come estrema ratio, a cui ricorrere quando c’è un problema all’interno della società. Sono contraria all’ergastolo, perché la ritengo una pena capitale, totalmente contraria al dettato costituzionale. Rappresenta una condanna a morte “mascherata”, nascosta. La nostra è una società che ha bisogno di far soffrire qualcuno, il condannato, per sentirsi compensata dal dolore inferto. Lo Stato deve assumersi una responsabilità. Se un cittadino commette un reato anche grave, deve occuparsi di chi lo commette e di chi lo subisce. Oggi non è così. Chi ha subito il danno, viene abbandonato a se stesso e vive tutto il periodo processuale come la soluzione alla propria perdita. Lo Stato dovrebbe creare una rete di assistenza per queste persone. Immaginiamo una donna vittima di violenza carnale, un ragazzo a cui è stato ucciso il padre, non possono esser lasciati soli. Invece il nostro Stato guarda alla pena come compensazione del danno. Gli ultimi avvenimenti che si sono verificati in Sardegna, in cui dei ragazzi hanno ucciso un altro ragazzo, mettono in luce una madre disperata, che vuole giustizia e un carcere duro per gli assassini. Da un certo punto di vista questa donna ha ragione, perché si sente soltanto una vittima, senza avere nessuno, una istituzione, al suo fianco in grado di aiutarla a superare questo momento. Il perdono si costruisce nel tempo. Sono sentimenti che ciascuno di noi ha sperimentato dentro di se, quando siamo stati traditi da un amico, abbandonati da un compagno o compagna, su cui avevamo riposto fiducia, e verso di loro non nutrivamo certo un desiderio di perdono. Solo successivamente e lentamente, recuperiamo la positività. Ecco io penso che le vittime abbiano estremo bisogno di aiuto. Sul fatto poi, che le pene inflitte debbano avere lo scopo di ripristinare l’equilibrio infranto, è un altro problema. Oggi però vi è una complicazione importante, rappresentata dal fattore droga. Nelle carceri vi sono persone in doppia diagnosi, con problemi psichici e di tossicodipendenza. Recuperare persone, con questo genere di vissuto è difficilissimo. più che metterli nel carcere è necessario creare delle piccole strutture specializzate, adeguate al loro recupero. Ristabilendo il rapporto con la famiglia di origine. Ad un condannato possiamo anche dare trent’anni di carcere, ma se non si è lavorato affinché diventi una persona diversa, appena tornerà nell’ambiente da cui è arrivato, che nel frattempo non è cambiato, ricadrà inevitabilmente nei medesimi reati. C’è un problema di rete sociale che in realtà, contrariamente a quanto si pensa, potrebbe restituire risvolti positivi sul piano economico e sociale, non ci pensiamo mai. Vediamo la struttura penitenziaria fondamentalmente legata agli agenti di polizia penitenziaria, non pensiamo che possono lavorarci, psicologi, sociologi, educatori, medici, équipe di sostegno. Il 40% della popolazione carceraria ha problemi psichici. Non esiste più solo il “vecchio” detenuto, reo, ma integro. Vi è poi l’irrisolto problema delle madri con i figli dentro le strutture penitenziarie. E i bambini non possono subire la pena a cui è stata destinata la madre. D’altra parte non è neanche ammissibile che i bambini vengano, in così tenera età, separati dalle madri, creando un ulteriore trauma. bisogna trovare situazioni in grado di garantire i bimbi ed offrire alle madri condizioni alternative alla propria detenzione, scontando la pena e ristabilendo un legame con la società. Terminata la detenzione il cittadino deve uscire dal carcere migliore, non può accadere il contrario, come purtroppo oggi avviene nella maggior parte dei casi, a causa delle esperienze traumatiche vissute in detenzione". E' possibile, un accesso agli sconti di pena in assenza di uno specifico percorso rieducativo? "Le nostre leggi stabiliscono uno sconto di pena, ma questo è possibile solo su attenta valutazione del magistrato, in merito al percorso rieducativo effettuato dal detenuto. Non accade perché questo è bello o per simpatia. Devono esserci determinate condizioni, oltreché la valutazione del percorso educativo. Può ovviamente accadere che, tale percorso non sia stato efficace, ma questi casi costituiscono percentuale irrisoria. Contrariamente alla vulgata comune, non esistono leggi svuota carceri. L’unico modo per svuotare le carceri è un provvedimento di indulto o amnistia. Non esistono leggi che possono aprire le carceri a detenuti condannati per affiliazioni alla criminalità di alto livello. Parlare di leggi “svuota carceri” è un modo per creare nell’opinione pubblica una condizione di insicurezza e minor tutela, inducendo la paura. Di conseguenza il motto che perversa è: “galera! galera!”. Come associazione (Socialismo diritti e riforme) svolgiamo parte delle nostre attività dentro gli istituti penitenziari, per noi la libertà e la vera sicurezza, si realizzano attraverso la giustizia sociale, fuori dalle carceri, realizzando una rete di assistenza sociale per chi si trova in difficoltà, con persone preparate e destinate a tale ruolo. Non possiamo avere 600 detenuti e otto educatori, così come non può esistere un’amministrazione comunale con tre o quattro assistenti sociali. Dobbiamo avere a disposizione gli strumenti, psicologi, équipe preparate e poter realizzare una serie di interventi mirati, che non possiamo uniformare. Ogni persona ha una sua storia, un suo vissuto, nasce in una determinata famiglia e ha vissuto in uno specifico ambiente". Esiste una causalità, nella mancata istituzione del percorso rieducativo, che ha lo scopo di imprimere un’accelerazione alla riduzione delle pene detentive? "Purtroppo c’è una mancanza di interesse a risolvere problematiche di natura sociale e culturale. Se andiamo a vedere, in carcere non ci sono colletti bianchi. Sono detenuti i corrieri della droga, gli spacciatori o altri per reati modesti. Il percorso rieducativo deve essere uno strumento, che consente una trasformazione. In questo senso la riduzione delle pene detentive, non è più una causalità, ma un traguardo. Nel percorso rieducativo il traguardo è ottenere dei benefici, perché sei diverso, perché sei cambiato. Tu stesso hai la consapevolezza di essere una persona nuova. Hai imparato cose nuove. Questo comporta anche una riorganizzazione della scuola e dell’università per portare queste persone a studiare, riflettere, confrontarsi. Oggi le strutture penitenziarie non sono adatte a favorire questo genere di relazioni. L’università deve entrare negli istituti penitenziari. Abbiamo giovani di grande intelligenza e capacità. Ovviamente non sono tutti, ma devono avere l’opportunità di compiere questa scelta. In carcere sono rarissime le persone che si laureano. Lo Stato deve fare delle scelte importanti, che incidono direttamente sul Pil. C’è chi dice che il proprio figlio onesto, ha studiato e nonostante ciò non trova lavoro. Sappiamo però che questo figlio può scegliere dove andare e cosa fare. Il problema esiste per “l’altro figlio”, quello che ha vissuto la negazione della propria esistenza e non è in grado di vederne un’altra". La legge è uguale per tutti, ma il cittadino di fronte ad essa appare sempre tutelato in egual misura in un processo giudiziario? "Sicuramente la legge è uguale per tutti; è anche vero però che, chi ha strumenti, mezzi economici e culturali, ha più possibilità, non dico di eludere la legge, ma di cogliere le fragilità all’interno del sistema giudiziario, allentando il grado di aggressione della legge. Il tribunale oggi è uno strumento molto sofisticato e tende a stritolare l’imputato, per via dell’importante peso dell’accusa nelle fasi processuali. Non è facile affrontare un processo, che mette a dura prova l’accusato. Ovviamente chi ha i mezzi economici può contare su un sostegno maggiore e la possibilità di avere a disposizione professionisti capaci, ovviamente costosi, in grado di trovare i dettagli che possono fare la differenza". La sanità costituisce un business importante per i Paesi occidentali, in Italia, in Sardegna. Negli anni sembra che i governi nazionali e regionali, di centro destra e centro sinistra, abbiano avuto un imperativo unico, in parziale, ma significativa discordanza con l’art. 32 della Costituzione. E'un periodo di declino umano e sociale? "Per esperienza personale, in questi mesi ho avuto modo di conoscere in modo meno superficiale il mondo della sanità isolana. In particolare mi riferisco all’oncologia e alla ginecologia oncologica, alla senologia. Il problema fondamentale della nostra sanità è l’umanizzazione. Questa manca all’interno delle grandi organizzazioni, dei grandi centri sanitari. Bisogna capovolgere l’idea. Ci deve essere un compenso, certo, deve esistere l’economicità di un sistema, chi però lavora per una sanità a misura umana, deve ricordarsi sempre di avere davanti a se una persona sofferente, che vive con ansia, con particolare partecipazione emotiva la propria condizione di fragilità. Questo deve essere preminente rispetto ai tagli, che si possono fare per migliorare economicamente il sistema. Oggi siamo di fronte ad una visione manageriale della sanità, che trascura questi aspetti. le lunghe attese, le liste d’attesa, i percorsi sempre accidentati e l’impossibilità di medici ed infermieri di operare in piena serenità. Purtroppo non sempre l’ospedale pubblico offre garanzie sotto questo profilo. Se si sceglie di tagliare e di ridurre le spese a prescindere della qualità del servizio che viene erogato, evidentemente si compie una scelta in contrasto con il principio costituzionale, che è il diritto alla salute, ma essa è anche una scelta contraria alla convivenza civile. Delinea cittadini di sere A e cittadini di serie B, per cui chi ha i soldi accede privatamente ad un servizio di qualità. Potrà sempre pagarsi il viaggio e il soggiorno fuori dall’Isola, con uno specialista di alto livello, trattenersi e portare con se un familiare. Chi non ha queste disponibilità, deve accontentarsi e fare una visita ad un anno di distanza, ammesso ci arrivi e nel frattempo non abbia tirato le cuoia. Perché molte malattie non si fermano in attesa della visita specialistica o di una biopsia, di un esame istologico. Devono essere rafforzati tutti quei servizi e quegli specialisti che offrono delle garanzie. Perché è impensabile che, chi ha delle qualità venga abbandonato a se stesso". Può ritenersi sufficiente cambiare i soggetti alla guida dei partiti del centro sinistra, senza avviare una seria riflessione sulla loro debacle? "Guardando la realtà, ritengo che bisogna ripristinare quello che prima costituiva la base dei partiti, le sezioni che avviavano elaborazioni nel quartiere, sul territorio. Ovvero riattivare il dialogo con il cittadino. Questo passaggio può avvenire solo se, i dirigenti vanno incontro agli iscritti e ai non iscritti. Non può essere un discorso di vertice, ma è necessario rendere protagonisti coloro che, nell’esprimere il voto sono partecipi alla politica del Paese. Attualmente sono minoranze di minoranze quelle che governano il Paese, se si prende in considerazione l’elettorato, tra chi si è astenuto, chi non ha votato e nell’ambito dei voti espressi vi è stata una ulteriore dispersione di voti. La quantità oggettiva di rappresentanza si è notevolmente ridotta. Bisogna ripristinare il dialogo e la riflessione ai vertici dei partiti. Non può esservi una discussione solo per stabilire se si devono fare o no le primarie, ammesso e non concesso che queste siano effettive e non celebrino chi è già stato designato. Le leadership dovrebbero nascere da gruppi di lavoro e dovrebbero essere i cittadini ad indicare chi deve essere il candidato. Le autocandidature non sono sempre foriere di aspetti positivi. La persona indicata dovrebbe essere una persona riconosciuta, per le sue qualità, le sue idee, per il grado di cultura. Oggi è difficile trovare un insegnante tra le fila politiche e tra i candidati. Si preferiscono gli avvocati, medici, grandi specialisti. Forse ripristinare una base che aderisce ad un progetto, capace di individuare la persona come portatrice di quei valori, creerebbe una condizione meno superficiale di partecipazione al voto. Perché è importante ricordare che, l’immagine non paga quanto i contenuti". Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilDomenica, 02 Dicembre 2018 20:49

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