La Grande Carneficina, 1915-1918. Di Maurizio Ciotola

In evidenza La Grande Carneficina, 1915-1918. Di Maurizio Ciotola
Dopo cento anni dal termine di una grande carneficina, in cui i nazionalismi posti al confronto, hanno mandato al macero milioni di uomini per spostare una linea di confine di qualche chilometro, al fine di detenere il possesso di un ulteriore lembo di terra, più rossa che verde per il sangue versato, fa comprendere quale sia il grado di inciviltà e bestialità, che hanno animato e animano il vivere della società. La grande guerra, quella del 1913-18, a cui l’Italia prese parte nel 1915, è la penultima guerra mondiale, che vede quegli stessi Paesi, che hanno poi partorito le democrazie in una gestazione secolare, sacrificare in modo disumano la popolazione chiamata a difendere l’onore di un regnante, piuttosto che le libertà dei cittadini di quella nazione. Per me, la Grande guerra è quella descritta dalle sue fila da Emilio Lussu in “Un anno sull’Altipiano”, ovvero l’esasperazione della stupidità, animata dall’autoritarismo privo di merito e capacità. È quella dove gli austriaci alzandosi in piedi dalle loro trincee, senza paura di esser colpiti, chiedevano ai soldati italiani di fermarsi con quegli “assalti” senza esito, in cui venivano falcidiati dalle loro mitragliatrici. È la guerra che, giunta al dicembre del 1917, a Natale, sospese la belligeranza in nome di una fraternità riconosciuta tra i soldati, tra quegli uomini, padri di famiglia o figli di una famiglia, che uscirono dalle loro trincee per scambiarsi cibo e doni. Un legame umano da loro avvertito, che andava ben oltre l’appartenenza ad una nazione e le disumane volontà di un ceto dominante. Su quegli uomini non più intenzionati a combattere, agì la repressione autoritaria e fascista (in nuce) del loro stesso Comando, che al rifiuto di riprendere i combattimenti, rispose uccidendoli, falcidiando i figli di quella stessa nazione per cui tutti combattevano. La Grande guerra, come tutte le guerre, è stata la distruzione di quel senso di umanità, la soppressione delle libertà individuali, delle loro coscienze. Non vi è nulla che di quei lunghi cinque anni, tre per noi italiani, può essere festeggiato. Ma il ricordo di quell’immane tragedia deve esser tenuto vivo, in ogni momento. La memoria della follia omicida e distruttiva del comando militare, di quello politico, del ceto dirigente di quegli anni, che poco dopo ci condurrà alla seconda e ancor più tragica follia, non deve venir mai meno. il 4 novembre cade la ricorrenza della fine di quel tragico eccidio proteso nel tempo e ragionato negli anni, cinque lunghi anni. il 4 novembre non può costituire il giorno di festa delle nostre forze armate, perché non è stata una vittoria sulla follia, ma una vittoria della follia omicida. "Il generale impiegava molte definizioni. Egli le conosceva a memoria. Io risentii, ancora una volta quella della vittoria con relativa manovra dei nervi. Ma l’intelligenza costituiva il centro del discorso. Il generale s’abbandonava all’improvvisazione: - Un’intelligenza limpida, solare, come la luce di questa giornata radiosa, in cui gli atomi infiniti danzano in divino accordo, come io vorrei danzassero gli ufficiali della mia divisione, nei giorni di battaglia - il discorso, spesso diveniva rapido. Il generale non aveva appunti scritti e parlava a braccio. – Un’intelligenza per la quale è sufficiente una minuscola chiave per aprire una grande porta; una parola per afferrare il significato d’un ordine, un’intuizione per comprendere, subito, di primo acchito, un fatto sconosciuto. Per esempio… - Il generale s’era arrestato. Egli aveva visto uno scavo semicircolare, fresco, che coronava un cocuzzolo, mascherato di frasche, lontano da noi un centinaio di metri, lungo una delle linee di resistenza del settore. – Per esempio… Che è quello scavo? È necessario averlo costruito per sapere che cosa sia? No, o signori, non è necessario. Non occorre chiederlo. Basta vederlo. Si presenta da sé. Si intuisce. Che cos’è? È un’appostazione di mitragliatrice.– Il generale si muoveva come un prestidigitatore che, fatta uscire una colomba da una rosa, attenda dagli spettatori, la meraviglia e gli applausi. L’aiutante maggiore del 2° battaglione, il professore di greco, era troppo scrupoloso per lasciar passare, senza un’osservazione, quella ch’era un’inesattezza. Il suo battaglione era riserva di brigata ed egli conosceva bene il suo settore. L’esattezza, innanzi tutto. Egli fece un passo avanti e disse: - Permette, signor generale? - Dica pure, - rispose il generale. – Per la verità, signor generale, per la verità, non è una appostazione di mitragliatrice.- - E che cos’è? - - Una latrina da campo. – Fu un brutto momento per tutti. Il generale tossì. Anche qualcuno di noi tossì. La conferenza era finita", da “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu, cap. XX. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilDomenica, 04 Novembre 2018 20:52

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