Debora. Di Maia Cortex

In evidenza Debora. Di Maia Cortex
Forse in una metropoli come Roma riuscirò a dimenticare le violenze, probabilmente riuscirò a realizzare tante amicizie, forse è vero, come si dice, che, in una metropoli nessuno conosce o indaga sul tuo passato, tanto meno su quello della tua famiglia. Così pensavo, ho pensato fino a qualche giorno dopo il mio arrivo, dopo una fuga, che per i miei è stata una liberazione. la liberazione dall’avermi concepito in un accoppiamento carnale, privo di coscienza del presente e consapevolezza del futuro. Del resto non avrebbero potuto, non hanno mai avuto coscienza o modo per cimentarsi con essa, per scoprirne ricchezza e peso. Non è stato insegnato loro, non meno disgraziati di me, ma differentemente da me, che ho avuto la fortuna di giungere ad una consapevolezza, postuma. La mia libertà, la chiamavo, e così mi hanno fatto subodorare i miei che, propinandomi pillole giornaliere di questo tipo di libertà, mi hanno consegnato ai pusher di Ostia. Il mio seno era già formato e il desiderio in me prendeva corpo, giorno dopo giorno, mio padre se ne accorse, mamma mi sorprese, quando una sera stavo sul letto nel tentativo pudico di sfiorarmi, emisi dei gemiti. A sedici anni si può concepire un bimbo, certo, puoi anche iniziare a lavorare per sostenerti, o come tante, prosegui gli studi. ma non tutti abbiamo avuto le identiche opportunità, non tutti siamo cresciuti immersi nell’amore di una famiglia capace di accoglierti, piuttosto che, in una in cui costituisci la materializzazione dell’errore, del rifiuto. Questi pensieri hanno costituito fino alla fine, la base di tutte le mie riflessioni, delle mie depressioni, che attenuavo grazie al puscher. Anche lui aveva le sue e non sempre lo trovavo di buon umore quando andavo dietro la stazione a rifornirmi. incominciò a divenire molesto e sempre più esigente, il prezzo di una dose in tre mesi era più che raddoppiato e non avevo più idea di come fare. A scuola ripetevo la prima liceo, da due anni oramai, e al terzo fui riammessa grazie al prof. di scienze, a cui ho fatto qualche carezza nelle ore di ripetizione, a casa sua. Non furono solo carezze e lì cominciai a capire che, continuando, avrei potuto svoltare. insomma le solite illusioni in cui ti proietta una pista di coca e qualche piotta da mettere in tasca dopo aver finito. Il tempo di raggiungere l’incrocio con via Moncenisio, entrare nel palazzo diroccato, passar di mano due piotte e prendere ‘na bustina. <> <<...a Mariè sempre a tirar fuori ste fregnacce per famme pagà...e se nun ce l’ho??...>> <<... se nun ce l’hai, non pij una mazza...a meno che...>> <<...ho capito Mariè...ho capito, ma solo con te...>> << Deboré, tu fammela vedè, e poi ne parlamo...>> Chiesi una ripetizione in più, al professore, mi disse che non poteva, ciaveva da fà. Quella sera passai per viale Cadorna, dove se radunevano le ragazze e più in la li froci. osservai, mi fermai un po‘ più avanti e sfilai i panta. Appena rialzai lo sguardo un’auto si avvicinò con due tipi a bordo, due magniaccia, scesero mi presero per sbattermi dentro l’auto. dopo qualche minuto fui scaraventata sulla strada, dietro alla stazione dei treni. <> Decisi di non tornare quella notte a casa dai nonni. avevo a disposizione una stanzetta, sì, con un letto e un armadio recuperato, un po’ sciancato e puzzolente, dove non riuscii a mettere la mia roba, poca a dire il vero, ma pulita e profumata. Nonno usciva al mattino, verso le quattro, per andare a lavorare, ma non sempre riusciva a trovare; quando capitava, era pagato una miseria. nonna si arrangiava, andava a far le pulizie nei palazzi di via Po’, ma le sigarette e l’alcol la stavano distruggendo. In più in casa, per cercare di tirare avanti la baracca, affittarono una stanza ad uno studente universitario, bianco come i morti, pelle e ossa, e un odore di morto addosso. Una notte lo sentii entrare in stanza, non riuscii neppure ad urlare. incominciò a toccarmi ovunque, ero impietrita, subivo, ma non riuscivo a reagire. chiusi gli occhi e vidi quel cielo che, forse, una sera sulla spiaggia di Ostia, la mamma mi fece osservare riempiendomi di carezze, le uniche che ricordo, l’unico ricordo. Finì, ed uscì dalla stanza, quella notte. avvertivo il suo odore schifoso sul mio corpo, non riuscii a piangere, afferrai la lametta con cui mi depilavo, ed incominciai a tagliuzzare la pelle dell’addome, perdendo il controllo. La mattina, nonna si accorse di quegli sfregi e senza dire una parola cercò di medicarmi, pianse. Per questo non volli ritornare quella sera a casa, decisi di andare dalla mia compagna, un poco amica, con cui condividevo la roba e il professore. Incominciai a tremare, non riuscivo a stare senza. non avrei potuto proseguire se prima non mi fossi buttata lì all’angolo di via Moncenisio e prendermi almeno metà dose. Non avevo niente, le ultime cinque mila, le diedi per un panino e una birra, poco prima. <<...Mariè, non ho nulla...>> <<... a Deboré, guarda che stavo a scherzà, che se nun ciai una lira nun te posso dda niente...>> <<...Mariè te prego sto a morì...te li porto...>> <<...se...me li porti... e a me,... me tajano er collo, nun scherzamo...>> Abbassai i panta e le mutande, mi strofinai su di lui. per un attimo rimase fermo, mi scansò. allora incominciai a baciarlo. Poco più in la nella stanza, una topaia, vidi in terra un materasso sudicio, gli dissi che per metà dose sarei rimasta mezz’ora e per una intera, un’ora. Mi guardò e mi diede uno schiaffo, incominciò a strapparmi i pochi stracci che mi erano rimasti. persi i sensi. Continuò a violentarmi. Vedevo il mio corpo inanimato, si accanì ancor di più, prese a darmi calci e pugni, facendomi rotolare sul pavimento ingombro di calcinacci e tavole di legno. Ne afferrò una, forse si rese conto, forse no, non era in grado di capire come e perché lo faceva. All’estremità della tavola c’erano due, forse tre chiodi. li sentii sulla mia pelle, sul mio volto. Era troppo tardi ed inutile riprendere i sensi. Lo vidi intento inveire sul mio corpo sanguinante. Incominciò ad urlare, accorsero altri due disgraziati come lui e lo aiutarono nel massacro. Ad un certo momento, probabilmente compresero ciò che era accaduto. Li vidi avvolgere il mio corpo in una tela, lo trascinarono di sotto negli scantinati, lasciandolo insieme ai topi. Due giorni dopo su Il Messaggero, nelle pagine della cronaca di Roma: <> Forse avrei potuto pretendere una vita diversa, in quel breve tempo che ho potuto vivere. Probabilmente una morte differente sarebbe stata possibile, ma forse, da sola poco avrei potuto contro questo flusso, che mi ha travolto e che continua a travolgere migliaia di ragazze. Certo è che, sul mio corpo, con il mio nome, sulla mia disgrazia, non vorrei udire riversarsi le parole dei soliti profittatori, immersi nella consueta ipocrisia, cara ai tanti ben pensanti e nulla facenti. Non vorrei leggere dichiarazioni di politici, sociologi, economisti, moralisti e perbenisti, che tutto giustificano e riconducono ogni atto sociale ad uno schema, che non sono riusciti a vedere o prevenire. Io sono già energia, troverò altrove una materializzazione cosciente, sotto una differente veste, e in questa temporalità priva di tempo vivrò con i miei errori, per non aver saputo assaporare della semplicità della vita, fuori dalla gabbia in cui ci ha rinchiuso la nostra sviluppata e avanzata società. Maia Cortex
Ultima modifica ilSabato, 27 Ottobre 2018 17:16

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