La violenza del processo giudiziario. Di Maurizio Ciotola

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Parlare di giustizia e della giustizia negli stessi termini tecnici e politici con cui sulle pagine de L’Unione Sarda alcuni giorni fa è stato affrontato il tema, non è affare comune o agevole per chiunque. Ma visto che l’argomento trattato è rivolto ai suoi lettori di cultura ed estrazione più diversa, credo sia opportuno che, un uomo della strada debba restituire impressioni e percezioni, non sempre in sintonia con chi da tecnico e politico le avverte. Nei fatti la macchina giudiziaria e il mondo, che intorno ad esso ruota a garanzia del cittadino, non presenta la linearità o le pregiudizialità cui il dott. Mura e l’On. Maninchedda, nelle loro differenti quanto apprezzabili visioni, hanno dichiarato. Qualsiasi cittadino onesto e poco avvezzo alle diatribe giudiziarie che, per un ipotesi di reato diviene destinatario di un avviso di garanzia o scopre di esser iscritto sul registro degli indagati, precipita nella più completa disperazione. Uno smarrimento non dovuto al giudizio cui il processo giudiziario alla fine giungerà, quanto invece a ciò che il processo medesimo, nel suo iter, determinerà nei confronti dell’imputato, ancora né colpevole né non colpevole. Non dobbiamo certo rifarci al mai superato romanzo di Kafka, “il processo”, che in ogni caso sembra ancora essere uno strumento culturale importante per comprendere in cosa consista oggi, nell’Italia democratica e repubblicana, l’iter processuale cui il cittadino potrebbe trovarsi a dover affrontare. Se gli azzeccagarbugli, di manzoniana memoria, costituiscono ancora una parte non minoritaria dei legali che operano nei fori della repubblica, in parte lo dobbiamo alla radice culturale da cui sembra non ci si riesca emendare. E'altresì vero però che, la loro presenza è dovuta in misura maggiore da chi scientificamente non vuole perdere l’egemonia ed il controllo di una società, rendendola all’uopo ricattabile in virtù di una pianificata incoerenza legislativa, cui solo l’autonomia del magistrato, più che della magistratura, sembra sapersi districare, quando vi riesce. Il magistrato risponde solo alla legge e se, com’è ovvio, questa legge nell’ambito di una pertinenza costituzionale ha una sua connotazione politica, è evidente che, il magistrato a quella connotazione indirettamente risponde. Nell’incoerente e poco accessibile selva legislativa, qual è il nostro corpus juris, non sono presenti leggi con una univoca connotazione politica, cui le ulteriori modifiche, quando avvengono, generano un grado di conflittualità applicativa, su cui l’obbligo “facoltativo” dell’azione giudiziaria è necessariamente esercitato partendo da una probabile distopia del magistrato stesso. Questa distopia, che attinge da una selva volutamente incoerente esercitata in un abnorme contesto procedurale, diviene un campo minato per il cittadino, le cui paure si accrescono di fronte all’azione giudiziaria, benché certo della sua innocenza ed onestà. Forse, come dice l’on. Maninchedda, è probabile che vi siano magistrati cui l’esercizio dello sviluppo dei teoremi prevalga su quello della constatazione dei fatti, andando così a costituire una condizione pregiudiziale incompatibile con il ruolo svolto. E'anche vero però che, chi svolge le indagini deve comprendere il perché quei fatti si compiono con sequenza seriale negli ambienti specifici in cui indaga, non in quanto fatti sporadici o autonomi mossi in autonomia dal reo, per questo reiterabili o ancora in atto per mano di altri complici. Altresì gran parte dei nostri rappresentanti in Parlamento, dovrebbero compiere un serio lavoro sulla riorganizzazione legislativa e giudiziaria, per consentirci di condividere con le più evolute democrazie, una Giustizia chiara ed inequivocabile, una Giustizia uguale per tutti, il cui fine sia quello di consentire, nelle opportunità e nella linearità, un identico accesso ad ogni cittadino. Una pretesa probabilmente assurda visto che, il Parlamento fino ad oggi sembra sia stato popolato prevalentemente da corporazioni dei lavoratori e delle professioni, più che da rappresentanti indipendenti dei cittadini liberi. Un Parlamento che, con lo scopo di proteggere o agevolare specifici mestieri e in modo velato alcune irregolarità, scrive leggi delle quali nella loro singolarità non si ravvede certo l’incostituzionalità, ma che sono altresì capaci di costituire nella loro organica funzionalità, ambiti di incertezza giudiziaria superabile solo attraverso una autonoma interpretazione, che purtroppo per via delle aleatorietà intrinseche, genera più incertezze di quanto ne assolva. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilGiovedì, 12 Aprile 2018 12:05

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