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Un salto di paradigma per l’edilizia in Sardegna. Di Maurizio Ciotola

In evidenza Un salto di paradigma per l’edilizia in Sardegna. Di Maurizio Ciotola
Esiste un limite alla produzione di beni di consumo, la cui evidente fase di involuzione come quella attuale testimonia. Una involuzione legata in misura apparente alla crisi finanziaria, ma in modo evidente ad una saturazione del mercato. Se questo limite ha una sua misura ben definita, non diversamente possiamo reputare avvenga differentemente per il settore dell’edilizia. Vi è un limite anche a questo processo in cui la costruzione di ulteriori strutture abitative, commerciali o industriali, non può essere infinito, almeno nei termini dell’implementazione ed erosione del territorio, Il mondo edile oggi reclama lo stallo cui è soggetto dal 2008, con perdite catastrofiche in termini di occupati e imprese, ma non fa niente di diverso rispetto all’intero mondo produttivo che, travolto dalla crisi cui si è ciecamente giunti, cerca vie di uscita a basso costo. Da una crisi di questa entità non è possibile uscire senza “pagare”, in termini economici ed intellettuali, alti oneri con significative mutazioni di direzione. Necessita attuare una rielaborazione in cui rimettere in discussione il paradigma di sviluppo attraverso il quale, negli ultimi tre secoli, abbiamo creato una condizione di vivibilità per l’Umanità. Non è affare da poco e non da tutti compreso. L’assenza di consapevolezza e conoscenza, del potenziale di sviluppo in antitesi con quello proposto dal main stream, ha consentito e consente una devastazione cui l’elemosina distribuita, non renderà alcuna giustizia ai nostri figli in fuga verso altre realtà, in cui il salto di paradigma è già in corso. La Sardegna non può accettare una indefinita e prolungata edificazione del suo territorio già compromesso e in parte devastato. Quest’Isola, in cui sono presenti città di bellezza impareggiabile, deve saper valorizzare e rendere vivibile il suo passato. I centri urbani delle città presentano bellezze impareggiabili, cui la tecnologia attuale è in grado di restituire alla vivibilità dei suoi cittadini, che potranno tornare a “calpestare” e vivere quei luoghi nella quotidianità. Le aree urbane presentano una moltitudine di costruzioni, cui per il 40% risulta disabitato. Le aree costiere divorate da una edilizia selvaggia, si trovano oggi a cimentarsi in un contrasto tra la bruttura architettonica, l’insufficienza tecnologica dei complessi edili realizzati e la bellezza naturale, su cui essi gravano senza generare ricchezza sul territorio. L’edilizia non può trovare una via di uscita dalla crisi differente da quella dell’industria, che ha l’obbligo, per la sua sopravvivenza, di mutare i modelli conosciuti e ciecamente riproposti. Qualsiasi guadagno dovrebbe essere commisurato ad un equivalente impegno intellettuale, tecnologico e manuale. Lo sviluppo e il mantenimento di una industria edile non può prescindere da questi oneri intellettuali, tecnologici e manuali, attraverso cui è possibile restare sul mercato e far la differenza. Dovremmo richiedere un impegno per restituire infrastrutture, edifici, centri e periferie urbane, alla collettività, con fatture adeguate alle necessità umane e tecnologiche, non meno di quanto necessiterebbe per renderle architettonicamente apprezzabili, vivibili e godibili allo sguardo. Se la bellezza salverà il mondo, cerchiamo di ripartire dalla bellezza che albergava nei nostri precursori, capaci di realizzare strutture edili di impareggiabile bellezza architettonica, con lo scopo di esser vissute e ammirate. Abbiamo il dovere di partire dall’edilizia nel compiere questo oramai incontrovertibile salto di paradigma, ovvero da una delle prime attività dell’uomo faber, la cui storia è segnata dagli insediamenti in cui antropofizzando spazi naturali da cui traeva armonia, quasi sempre esaltandola, ha saputo garantire la sopravvivenza della specie. Maurizio Ciotola
Ultima modifica ilMercoledì, 17 Gennaio 2018 16:51

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